Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

mercoledì 29 maggio 2013

La cultura del femminicidio

Marilù Oliva fonte: http://www.carmillaonline.com/
Articolo scritto il 24 novembre 2012

Ogni anno in Italia oltre 100 donne vengono uccise. Il delitto è perpetrato nella maggioranza dei casi dalla mano di un uomo che ha o ha avuto una relazione di affetto o conoscenza con la donna»
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Il femminicidio non è una semplice azione, un gesto, una parola da censurarsi o avvalorare anche a livello giuridico: è in primis una cultura, una forma di pensiero e interpretazione della realtà che si estende a diversi livelli. È tutto legato: i codici pubblicitari, la mentalità diffusa, gli atteggiamenti degli adulti, i sogni di alcuni ragazzini, perfino i giochi dei bambini. I libri, i messaggi, la televisione sopra ogni cosa. Questa la tesi della riflessione che vi state accingendo a leggere.

Ma partiamo dal primo anello della catena: quello del delitto. Nel corso dell’anno 2011, una ricerca della Casa delle Donne ha registrato 120 casi di femminicidio (o femicidio) e la cifra è sottostimata, perché i dati raccolti si basano esclusivamente sui mezzi di informazione. Si tratta di uccisioni di donne perpetrate da mariti o compagni, mariti (ed ex), fidanzati (ed ex), conviventi (ed ex), padri, fratelli, figli, nipoti, conoscenti quali vicini, amici, generi, nonni, cognati oppure estranei o clienti, nel caso di delitto di prostitute.

Cosa rimane di queste esecuzioni? È interessante osservare come se ne parli. Si predilige la modalità sensazionalistica, ponendo l’accento sul carnefice anche a livello iconografico, tant’è che le vittime spesso non compaiono nemmeno in foto o comunque non ricevono — a livello d’immagine — tanta visibilità quanto l’esecutore e la quantità di spazio loro accordata è direttamente proporzionale all’avvenenza. Curioso anche registrare in quali sedi siano trattate, quali reazioni provochino. Ricordo il caso recente di Maria Anastasi, incinta al nono mese, consapevole della relazione extra-coniugale del consorte: forse i processi dimostreranno se suo marito le ha spaccato la testa e le ha dato fuoco, come sostiene l’accusa. Comunque sia, in quei giorni si leggevano alcuni commenti agghiaccianti nei blog — anche da parte di donne — sul genere: «Così impara a vivere accanto l’amante del marito» o anche «Come ha potuto Maria accettare una situazione del genere?» (blog di Donna Moderna), e si puntano i riflettori sulle presunte mancanze della martire, piuttosto che sulle concrete responsabilità dei criminali.
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In questo senso gli eventi sono legati. Oltre le condanne quasi universali, scarseggia la solidarietà da parte di alcuni riceventi, gli attanti si sentono giustificati dalla condiscendenza bonaria che permea — agli occhi di madri, sorelle, spettatrici — i loro gesti. «È un bravo ragazzo», arriva a volte il commento materno a chiosare il gesto efferato del figlio, triste eco di altri cori che esaltano la docilità femminile, la malleabilità, un presunto pudore intriso di proibizionismo e perbenismo anche cattolico, un ruolo che risente di modelli patriarcali e punizioni esemplari («Se è stata violentata, se l’è cercata»).
Non è un articolo dettato da femminismo, questo: il femminismo ha visto i natali a fine ’700, ha resistito per due secoli e ha oggi concluso la sua parabola, si è trattato di una forza epocale importante e necessaria, ma oggi non c’è più. Oggi ci sono gruppi di persone (per lo più donne, ma non solo) che si interessano all’osservazione della disparità di genere. In contrasto con questi, altri gruppi di persone (tra cui donne), negano l’evidenza e becerano di luoghi comuni come: «Ma non vede che avete conquistato la parità? Un tempo le donne non potevano fare i medici, adesso sì: non avete già ottenuto abbastanza uguaglianza?». La questione rasenta le sfere del tabù: a parlarne, si ha il timore di passare per rompiscatole o si viene accusate di autocommiserazione, tanto più se a sollevare il problema sono le donne, perché, per dirla alla maniera della scrittrice Lara Manni, «la possibilità di essere fraintese è altissima».
Eppure un dislivello esiste, in tutti i settori. Nei ruoli politici, dirigenziali, artistici, intellettuali. Basterebbe esaminare i dati generali sullo stato di occupazione. Come ha chiarito l’articolo di Paolo Bernocco apparso su La Stampa del 7 marzo 2012, «Vale la pena ancora una volta sottolineare come uomini e donne non abbiano ancora le stesse possibilità di accesso al mondo del lavoro e che per garantire una crescita complessiva dell’occupazione è necessario creare le condizioni affinché siano soprattutto le donne a partecipare più attivamente al mercato del lavoro. Un modo semplice di mettere in evidenza quanto problematico sia l’accesso al lavoro per le donne è quello di calcolare la differenza tra il tasso di occupazione maschile e femminile. Per l’Italia questa differenza è di 23,6 punti percentuali, data da un tasso di occupazione maschile del 73 % e da un tasso di occupazione femminile del 49,4%».
Che dire della differenza tra ruolo rivestito e stipendio? I dati della Presidenza del Consiglio affermano che una dirigente guadagna il 26,3 % in meno di un collega maschio. Lo chiamano “differenziale retributivo di genere“, ed è pari al 23,3 per cento: una donna percepisce, a parità di posizione professionale, tre quarti di uno stipendio di un uomo. E questo nel pubblico. Nel privato la situazione peggiora. Nel testo messo a disposizione dalla Presidenza del Consiglio si legge che «nel 63,1 per cento delle aziende quotate, escluse banche e assicurazioni, non c’è una donna nel consiglio di amministrazione». Su 2.217 consiglieri solo 110 sono donne, il 5%. Va ancora peggio nelle banche dove su un campione di 133 istituti di credito, il 72,2 per cento dei consigli di amministrazione non conta neppure una donna.
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Negli ultimi decenni dalle statistiche emerge che in Europa, e soprattutto in Italia, aumentano i femminicidi. E la prevenzione? Le Nazioni Unite hanno più volte, in diversi consessi internazionali, tirato le orecchie allo Stato italiano per il suo scarso e inefficace impegno nel contrastare questo tipo di violenza. Nell’estate del 2011, il Comitato CEDAW (Comitato per l’implementazione della Convenzione per l’eliminazione di ogni discriminazione sulle donne) e la Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne hanno rivolto allo Stato italiano una serie di raccomandazioni esprimendo una forte preoccupazione per:

- l’elevata prevalenza della violenza nei confronti di donne e bambine, italiane, migranti, Rom e Sinte
- l’allarmante numero di donne uccise dai propri partner o ex-partner
- il persistere di tendenze socio-culturali che minimizzano o giustificano la violenza domestica
- l’assenza di rilevamento dei dati sul fenomeno
- la mancanza di coinvolgimento attivo e sistematico delle realtà della società civile competenti sul fenomeno per contrastare la violenza
- le attitudini a rappresentare donne e uomini in maniera stereotipata e sessista nei media e nell’industria pubblicitaria.
Mentre si sta ancora qui a decidere su questioni che non avrebbero nemmeno bisogno di delibere, quali se utilizzare o no il termine femminicidio (con altrettante diatribe riguardo all’introduzione del relativo reato: certo che si deve introdurre), oggi l’Italia è ancora del tutto inottemperante rispetto agli standard e agli impegni internazionali.
Il mondo culturale, nel frattempo, sembra un po’ spaesato. Le iniziative di sensibilizzazione si moltiplicano, si punta l’attenzione. Ma non abbastanza. Eccezion fatta per le voci che si dedicano a smuovere pregiudizi e a diffondere dati precisi, anche attraverso diverse forme d’arte e di conoscenza, “disinteresse” resta la parola chiave. Disinteresse e superficialità. La stessa superficialità che porta mass media e cialtroni a parlare di “delitto passionale” o di “raptus di gelosia”, occultando le cause più profonde che stanno alla base dei femminicidi. La stessa superficialità — per fare un esempio — che ha portato quest’estate, dopo un’ottantina di femminicidi, uno scrittore milanese a scrivere un articolo delirante sulle pagine di un settimanale nazionale, Cronaca Vera, in cui si sosteneva che le donne vengono uccise per colpa del caldo: avevano commesso l’errore di spogliarsi troppo.
La stessa superficialità, anche, che induce a produzioni dannosissime. Ne citerò una tra mille, di scarsa qualità, quasi sconosciuta peraltro. Un fumetto in cui protagonista è il classico uomo da Denim After Shave — “l’uomo che non deve chiedere mai” —: costui esaspera l’oggettivazione della sua compagna, inquadrandola esclusivamente come corpo da usare e sfondare, e riducendola a pura seccatura quando lei apre bocca (se la apre per comunicare). Le strisce sono corredate da dialoghi tipo:
«Se cerchi felicità non cercarla in una donna. Cercala sotto. O al limite dietro».
O anche, ancora peggio:
«LUI: sai cos’è un anacoluto?
LEI: no, però so cos’è un pompino.
LUI: ti stimo».

Oltre a questo eloquente scambio di battute, penso che si possa terminare l’articolo con un proponimento. Occorrerebbe chiedersi cosa potremmo fare per cambiare la forma mentis corrente, senza dubbio. Partire a monte: dalla formazione, dall’abbattimento degli stereotipi, dalla diffusione e condivisione di notizie ed esperienze. Ma forse sarebbe il caso di riflettere anche su cosa potremmo evitare. Su quanto sia labile il confine tra volgarità e aggressione e su quanto la svalutazione diffusa della donna, del suo lavoro, del suo ruolo, della sua fisicità, persuada — anche a livello inconscio — a considerare meno grave qualsiasi infrazione contro la sua persona.

La cultura del femminicidio 2

Marilù Oliva : fonte http://www.carmillaonline.com/


È successo nemmeno una settimana fa a Corigliano Calabro: lei quasi 16 anni, lui non ancora 18, stanno assieme. Litigano e si logorano tra gelosie reciproche, l’ultima discussione e lui la colpisce con oltre 20 coltellate. Poi va in macchina per recuperare una tanica di benzina, quando torna si accorge che è ancora viva, ciononostante le dà fuoco. Non ci sono intenti di pathos in quello che ho elencato: questa la successione dei fatti nuda e cruda. Monotona, anche. Drammaticamente monotona, perché lo scenario è simile ai precedenti, così come la scansione della tragedia:
- un uomo uccide con violenza la sua compagna
- l’uomo tenta poi di salvarsi di fronte alla legge con lo stesso metodo che vede attuare (spesso con successo) in televisione e in politica: il metodo del “furbetto del quartierino”, il metodo “nego allo stremo, salvo la faccia”. Disfarsi del corpo nascondendolo o cercando di eliminare eventuali prove nel fuoco fa parte di un copione già visto. Alcuni invece si uccidono, altri sperano nel sistema giudiziario italiano: se andrà loro bene, la scamperanno o saranno fuori dal carcere in pochi anni.
«Possiamo metterne in prigione quanti ne vogliamo, ma ne arriveranno altri e altri ancora, perché il problema è culturale», ha dichiarato Gabriella Carnieri Moscatelli, presidente di Telefono Rosa, durante la conferenza romana svoltasi in Stampa Estera il 22 marzo 2013.
Il problema è culturale, quindi, in primis, come già avevo sostenuto   nel precedente articolo : la parte inerente alla legislazione e ai provvedimenti concerne, semmai, il momento giudiziario e di rattoppo. È difficile affrontare la totalità degli aspetti culturali ed è proprio buttando fumo su questa complessità che i negazionisti del femminicidio basano le loro poco convincenti argomentazioni (qui un interessante articolo in merito, di Loredana Lipperini). A chi interessa veramente la questione? Intanto, come vedete nella foto sopra, il 27 maggio, mentre si discuteva a proposito della ratifica del trattato di Istanbul, molti deputati disertavano l’aula.
Donne e lavoro
(18 aprile 2013, Acilia – Roma: Michela Fioretti è stata uccisa da un uomo che la minacciava da tempo. Lui era una guardia giurata, non gli hanno ancora tolto il porto d’armi)

Si pone un’emergenza strettamente connessa con la società italiana, una società che risente di un retaggio machista, come avallano le statistiche. Su diversi fronti le donne sono sotto-qualcosa: sotto-valutate, sotto-pagate, sotto-collocate. In generale, valgono meno sul mercato – rispetto ai colleghi maschi –, faticano di più per conquistarsi un buon posto e tenerselo stretto: l’Istat registra un tasso di occupazione femminile appena del 47,2%. Le laureate ricoprono più spesso dei laureati maschi mansioni dove son richieste competenze inferiori rispetto alla loro preparazione. Ma questo già si sa. Così come si sa che in Italia le lavoratrici guadagnano meno (“gap retributivo di genere”) e sono più esposte alla “ragion di mercato”: nel 2010 sono state 800 mila le madri che hanno confermato di essere state licenziate o messe in condizione di dimettersi a causa di una gravidanza (le famigerate “dimissioni in bianco”).
In un paese a prevalenza rosa – al 9 ottobre 2011,  il censimento registrava 100 donne ogni  93,7 uomini: ovvero 30.688.237 donne e 28.745.507 uomini – le percentuale di donne in luoghi decisionali, nonostante il merito, è avvilente (Istat):
  • Imprenditrici (19%)
  • Dirigenti (27%)
  • Libere professioniste (29%)
  • Dirigenti medici di strutture complesse (13,2%)
  • Prefetti (20,7%)
  • Professori ordinari (18,4%)
  • Direttori enti di ricerca (12%)
  • Ambasciatrici (3,8%)
  • Nessuna donna a vertici della magistratura
Donne e rappresentazione
(2 maggio 2013, Castagneto Carducci – Livorno: Ilaria Leone, 19 anni, è stata strangolata e abbandonata in un bosco: l’hanno ritrovata svestita e con ecchimosi sul corpo)

La questione del lavoro è collegata a quella del valore della donna. E oggi la tendenza è quella di non scindere il valore di una donna dalla sua corporeità.

Lasciamo perdere la pubblicità italiana, i cui modelli femminili si riducono a proiezioni esasperate: donna esibita, sensuale, in grado di far fruttare la sua
sara varone
avvenenza o comunque macchiata da connotazioni erotiche. Bad girl che compie monellerie, e, guarda caso, lo fa in minigonna e tacchi a spillo. O anche casalinga comunque dotata di una qualche attrattiva sessuale (Gloria Pericoli, La rappresentazione della donna nella pubblicità). Sorvoliamo la pubblicità, quindi, e concentriamoci sull’ospite più invadente che abbia monopolizzato le nostre case negli ultimi trent’anni: la televisione. Da un’indagine Censis del 2006 risulta che l’Italia, insieme alla Grecia, occupa le ultime posizioni per la presenza femminile nei programmi e che le signorine dello spettacolo compaiono prevalentemente come ornamento e oggetto di desiderio (nella foto Sara Varone durante un “rodeo” di Buona Domenica, Canale 5). Realtà, questa, di cui Il corpo delle donne di Lorella Zanardo si pone ancora come uno dei più attendibili documenti.
I ragazzi di oggi sono cresciuti – e i bambini di oggi stanno crescendo – impregnati di una televisione che propina un corpo esibito come decorazione, privo di identità, confuso con gli altri e quindi intercambiabile.
«Questo corpo disegna l’icona cristallizzata di una femminilità inoffensiva, intesa come docilità e passività. [… ] Le differenze più evidenti tra uomini e donne, per come sono rappresentati dalla fiction, sono riconducibili soprattutto agli ambiti relativi all’aspetto esteriore, ai valori, ai tratti di personalità, alla condizione lavorativa e al coinvolgimento in comportamenti pro-sociali e antisociali. L’aspetto esteriore risulta essere molto più rilevante per le donne, che in netta maggioranza sono belle e in buona forma fisica, piuttosto che per gli uomini, più spesso proposti con caratteristiche fisiche “medie”. Anche la modalità di rappresentazione del corpo è diversa nei due casi, essendo più spesso il corpo femminile oggetto di una esposizione con finalità seduttive e di ostentazione» (CNEL Donne, lavoro, tv. La rappresentazione femminile nei programmi televisivi, Roma, 2002)
Se la donna viene ridotta a fisico e perde essenza, allora diventa oggetto. E, se inquadrata come oggetto, se perfino lei stessa si sottopone spontaneamente a processi di auto-oggettivazione, risulta facile immaginare quali operazioni mentali compiano i carnefici: l’unica destinazione di un oggetto è quella che essi hanno stabilito. La donna-utensile si ribella? Merita una punizione. Persiste? Seguirà l’annientamento.
Ora torniamo alla notizia di cronaca che ha aperto l’articolo e soffermiamoci sulla parte conclusiva del femminicidio, quando il diciassettenne è tornato dalla fidanzata accoltellata: lei respirava ancora. Avrebbe potuto salvarsi. Cosa consente di travalicare le più primordiali leggi di empatia e di bruciare lucidamente un corpo che ancora respira? La deumanizzazione della persona che ci si prefigge di danneggiare. Eloquenti sono, al proposito, le sette dimensioni che decodificano, secondo Martha Nussbaum (1999), il concetto di oggettivazione:
1. Strumentalità: l’oggetto è uno strumento per gli scopi altrui;
2. Negazione dell’autonomia: l’oggetto è un’entità priva di autonomia e autodeterminazione;
3. Inerzia: l’oggetto è un’entità priva della capacità di agire e di essere attivo;
4. Fungibilità: l’oggetto è interscambiabile con altri oggetti della stessa categoria;
5. Violabilità: l’oggetto è un’entità priva di confini che ne tutelino l’integrità. È possibile farlo a pezzi.
6. Proprietà: l’oggetto appartiene a qualcuno.
7. Negazione della soggettività: l’oggetto è un’entità le cui esperienze e i cui sentimenti sono trascurabili.
Donne e violenza
(27 marzo 2013, Porto Recanati – Macerata: Anna Maria Gandolfi, 57 anni, è stata ritrovata con la testa maciullata: al culmine di una lite, il marito gliel’ha fracassata contro il tavolo).

La violenza è capillarmente diffusa attraverso le sue maglie pervasive e si manifesta a diversi livelli. Siamo il paese in cui le donne vengono molestate e non denunciano – se leggete la tabella sotto, scoprirete i motivi: tra questi risalta anche la mancanza di fiducia nelle forze dell’ordine e nelle loro possibilità (20,4 per cento) e la paura di essere giudicate e trattate male al momento della denuncia (15,1 per cento). (Istat)
Molestie






6 milioni e 743 mila donne hanno dichiarato di essere state vittime di violenza fisica o sessuale nel corso della loro vita. E manca il sommerso. Senza scomodare quei 6 milioni e passa, basti un banale esempio: quante di noi redattrici/blogger/giornaliste/scrittrici siamo state almeno una volta offese/linciate/diffamate/minacciate solo perché abbiamo espresso un dissenso o sollevato un dibattito civilmente?
L’aggressione verbale si alterna a quella fisica con uno scoraggiante anticipo: tra i due tipi di maltrattamento sussiste una sola differenza, che quello verbale si manifesta laddove non può esplicitarsi quello fisico. La violenza non è indirizzata esclusivamente alle donne: però è rivolta anche alle donne. Quello che ci insegnano la moda, la televisione, il gossip e, in alcuni casi, il web è l’attacco come strategia vincente. Se alzo la voce, allora ho ragione. Se cerchi di spiegarti, ti parlo sopra. Se ti insulto, la tua parola non vale più. E se la pensi diversamente da me, se non mi incensi o osi criticarmi, sei una merda. C’è chi ha fatto della rissa in Tv sua cifra stilistica privilegiata:


I ragazzi di oggi, gli uomini di oggi – e i bambini di oggi, futuri uomini – devono confrontarsi con questi modelli: quanto più gli esempi sono stati o saranno reiterati, tanto più crescerà la probabilità di un condizionamento.
Conclusioni
(7 febbraio 2013, Rieti. Per mano del compagno è morta una macedone di 38 anni, ferita a morte alla testa e all’addome a colpi di mattarello)

Ho intersecato tre problemi inerenti la complessa questione culturale, tre cause che concorrono alla svalutazione del valore della donna. Ma questo breve saggio non ha pretese esaustive: c’è ancora molto da analizzare. È indiscutibile l’emergenza prepotente dell’area semantica relativa al corpo femminile, così come è indiscutibile la necessità di una rieducazione all’altro – al di là dei generi – e l’urgenza di una ridefinizione dei valori di civiltà, libertà individuale, differenza, rispetto.
Vorrei concludere con le parole di Marina Piazza (Commissione Pari Opportunità), a chiosa della ricerca CNEL  sopra citata, perché il “sogno nostalgico” cui accenna è forse lo stesso sogno che ha portato all’incubo del femminicidio di Fabiana Luzzi,  a Corigliano Calabro, ovvero l’incapacità di riconvertire in paritari gli equilibri. Ma c’è ancora parecchia strada da fare:
«Questa libertà nuova delle donne e forse persino questa incertezza delle donne è difficilmente assumibile dal pensiero degli uomini, ancorati a un sogno nostalgico di rapporti di dominio, che si riversa allora nell’altra faccia dell’immagine femminile: l’immagine umiliata, degradata, sottomessa, nuda.[…] Forse noi stesse dobbiamo avere più coraggio, denunciare con più forza, non stancarci di monitorare ciò che avviene sul video».

Ciao Franca

Luciano Granieri

Se ne è andata Franca Rame. Un'altro esponente autorevole,  in cui la  società civile, o meglio una certa parte della società civile si riconosceva ci ha lasciato. Franca, mogie di Dario Fo, aveva 84 anni ed era malata da tempo. Lascia dietro di se    un vuoto incolmabile. In un panorama infestato  da mezze figure,mezze calze, quaqqaraquà, che quotidianamente popolano e violentano la nostra coscienza civile, la scomparsa  di persone come Franca Rame, insieme a quella di Don Gallo,  va oltre la morte del corpo, costituisce la perdita di un elemento importante, fondamentale per la promozione della dignità della persona umana. Un esempio. La  terribile   esperienza che visse nel 1973, quando fu rapita da esponenti di estrema destra e fu costretta a subire violenze fisiche e sessuali, fu riportata da Franca non senza dolore in un  monologo teatrale di denuncia,  che di seguito pubblichiamo. Oggi a distanza di 40 anni  gli episodi di violenza sulle donne si sono moltiplicati, diventati più crudi e selvaggi mostrando come quel monologo di denuncia sia caduto nel vuoto  di una società cinica e crudele. Finalmente ieri  è stata approvata dalla Camera la convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica. Ma la discussione del testo ha visto l'aula della Camera quasi deserta, tanto da suscitare l'indignazione della presidente della Camera Laura Boldrini. Appunto le famose mezze calze e quaqquaraquà  che infestano il Parlamento hanno mostrato anche in questo frangente la loro indegna pochezza. Ciao Franca ci mancherai.


martedì 28 maggio 2013

Resistenza in Ciociaria, una pagina di storia negata.

Luciano Granieri

Lunedì scorso 27 maggio è stato presentato presso la saletta centro delle arti il libro “Guerra  e resistenza a sud di  Roma,  Monti Prenestini  e Alta Valle del Sacco,  8 settembre 1943 5 giugno 1944” scritto da Roberto Salvatori  presidente dell’ANPI di Genazzano.  L’evento organizzato nell’ambito della campagna patrocinata dalla Coop  Unicoop Tirreno dal titolo “il maggio dei libri, leggere fa crescere”  ha visto la presenza dell’autore e dello scrittore giornalista, nonché presidente del conservatorio di Frosinone Tarcisio Tarquini. 

Il libro stampato grazie alla generosità del comune di Bellegra, con il contributo dell’ANPI, è un documento prezioso che illumina una parte della resistenza italiana,  quella sviluppatasi a nord della provincia di Frosinone,  rimasta  nel buio di un oblio scandaloso.  Nella presentazione di Tarcisio Tarquini e nella parole dello stesso autore Roberto Salvatori  emerge con forza l’importanza,  la centralità di molti partigiani e combattenti che hanno contribuito, mettendo  a rischio la  loro vita,  alla liberazione dal nazifascismo , anche in quella parte di territorio compreso fra Roma e Frosinone. 

Una pagina di resistenza negata che Salvatori, grazie ad un paziente lavoro di ricerca documentale,  integrato  dalla testimonianza di vecchi partigiani che quella lotta avevano vissuto, ha illuminato e ha restituito alla storia.  L’autore spiega anche molto chiaramente le ragioni per cui le vicende  del comandante partigiano Enrico Giannetti  o del combattente Vitaliano Corsi,  siano rimaste nell’ombra.  

E ci rivela ciò che è sempre stato chiaro a molti, fuori da ogni retorica celebrativa.  E cioè che in realtà soprattutto nelle nostre zone la lotta resistenziale è stata sempre mal  tollerata, anzi la classe dirigente locale dei paesi e delle contrade dell’alta  Valle del Sacco, è rimasta al suo posto anche dopo la liberazione.  I podestà dell’era fascista, spesso  rimanevano sindaci dei propri paesi anche dopo la liberazione. 

Il sacrificio di tante vite umane purtroppo non è servito a cambiare la classe dirigente  riciclatasi dal regime fascista alla democrazia repubblicana.  Ecco dunque che il passato criminale dei podestà divenuti sindaci, non doveva e non poteva venire alla luce in tutta la sua nefandezza . In un territorio ad alta densità cristiana,  democristiana e   nostalgico-monarchica le poche azioni  resistenziali  messe in risalto dalla storia erano quelle  compiute dai cattolici piccolo borghesi. 

Dei combattenti comunisti nulla si seppe, eppure  questi ebbero grandi meriti nel condurre la lotta partigiana nei nostri territori. Un lotta che, pur combattuta da forze non così organizzate come le brigate attive  sull’Appennino,  ha ottenuto risultati notevoli grazia proprio alla sapiente azione militare e politica  dei partigiani comunisti. Ma, ad esempio,  Il  memoriale scritto dal partigiano Remo alias Vitaliano Corsi di Zagarolo e proposto alla Rai perché lo rendesse pubblico,  non fu neanche preso in considerazione dai vertici di Viale Mazzini, i quali  erano poco interessati alle gesta di un povero eroe combattente di paese. 

 Questo libro è l’ennesima testimonianza di come in realtà il legame con l’orrore fascista non si sia  mai spezzato del tutto, già a partire dal primissimo dopo guerra.  Salvatori ricorda come  grande fu la tentazione del maresciallo Badoglio, un volta divenuto primo ministro dopo l’esautoramento di Mussolini,  di liberare dalle carceri solo gli antifascisti cattolici e liberali, lasciando in galera  comunisti e anarchici. 

Se ciò non avvenne fu per la minaccia di sollevazione  che le formazioni anarchiche e comuniste rivolsero al neo capo del governo, nel caso avesse dato seguito ai suoi  propositi.  Su questa pratica mai chiusa con il passato fascista si  sono innestati i diversi processi revisionistici che hanno riscritto la storia in modo fallace e hanno nascosto molti capitoli di quelle vicende sanguinose che hanno portato alla liberazione. 

Il non riconoscimento che le battaglie  partigiane oltre ad essere    lotta di liberazione  dalla dittatura e dall’occupazione straniera, svolsero la funzione di  puro conflitto di classe e lotta di liberazione dal capitalismo,  rende parziale il racconto di quei fatti . Le riflessioni che ho sopra riportate non sono che una minima parte dei ragionamenti che il libro sollecita. 

Purtroppo il testo pubblicato grazie al comune di Bellegra che ne è di fatto l’editore,  è consultabile solo presso le biblioteche della Valle del Sacco e la biblioteca provinciale di Frosinone. Non è ancora in vendita, ma si spera che grazie all’interessamento della casa editrice “Alegre” presto questo documento che fa luce su una vicenda storica rimasta volutamente nascosta, possa  essere acquistato anche in libreria. 




«Tu sei chi escludi» (Don Andrea Gallo).

Don Andrea Gallo


La scelta irrinunciabile della non-violenza attiva, la lotta contro tutti gli imperialismi possibili, l’amore incondizionato per l’altro. «Restiamo Umani!». Don Gallo legge (e rilegge) «Vik» Arrigoni Testimonianza esclusiva raccolta da Fulvio Renzi il 28 settembre 2012 presso la Comunità San Benedetto al Porto a Genova, durante le riprese di Restiano Umani – The Reading Movie (www.restiamoumani.com), il film della lettura integrale dei 19 capitoli del libro Gaza – Restiamo Umani scritto da Vittorio Arrigoni e a cui Don Gallo ha partecipato nella lettura di uno dei capitoli.
«Restiamo Umani»: per me è diventato proprio un motto, vuol dire riconoscere la nazionalità unica di tutti gli esseri umani: noi abbiamo tutti nazionalità umana. Questo è fondamentale. Ormai per me è una specie di deformazione professionale, è la mia prima giaculatoria, come prete cattolico (sai che i preti usano molto le giaculatorie….) Ovunque io vada, e ormai giro l’Italia, e non solo, mi invitano e io incomincio e dico: «Vi dò intanto la mia giaculatoria: Restiamo Umani!». E ne faccio seguire un’altra, imparata per strada, sostituendo quel vecchio proverbio molto noto, «Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei», con quello che mi è stato suggerito per strada: «Dimmi chi escludi e ti dirò chi sei». Ecco quindi il mio motto, è fondamentale. Se ciascuno di noi riconosce la sua appartenenza a questa umanità, senza nessuna distinzione di razza, di religione, di sesso, superando tutte le discriminazioni, allora diventiamo veramente «uomini» e camminiamo insieme verso l’obiettivo comune di una civiltà che, grazie all’impegno personale, rendiamo a misura d’uomo.
Intanto vorrei fare una piccola premessa: quando io parlo di Vittorio Arrigoni, rivedo la mia storia, perché io a 16 anni, al termine della tragica seconda guerra mondiale, grazie a mio fratello maggiore, tenente del Genio Pontieri, disertore che aveva formato una brigata partigiana, io divento partigiano, cioè entro nella Resistenza. Ti dirò che allora la nostra era una resistenza armata, e approvata addirittura dalle gerarchie cattoliche; ma dopo gli anni ’50 ho incontrato i partigiani della Selva Lacandona, i Sem Terra, le cooperative indiane, in Africa il Burkina Faso, il Frelimo… Tutti han fatto la loro resistenza e io mi inchino… Pensa alla rivoluzione cubana! Ma la svolta epocale – e questo è Vittorio – è la scelta della non violenza. Altrimenti si andrebbe in contraddizione anche con il grande grido «Restiamo Umani». La scelta della non violenza è la svolta fondamentale dell’umanità, ma una non violenza che vuol dire pacifismo attivo; ripercorrendo le antiche radici dell’uomo, via via nei secoli, ecco che arriva Gesù di Nazareth, arrivano altri profeti, arriva Gandhi… E arriva anche la scelta dell’autentica non violenza.
Il potere ormai è onnipresente, il potere è di per sé crudele, i poteri sono diventati così (crudeli) per difendere il loro modello di sviluppo imperialistico – basato sull’assenza e sulla brama del lucro, quindi le uccisioni, gli esuberi… È chiaro che ormai il potere schiaccia tutti e poi oggi il monopolio dei mass media ha causato una perdita di coscienza, ed ecco che si accentuano le divisioni. E allora qual è l’unico valore,la sola speranza di questo nuovo terzo millennio? È la non violenza. L’umanità stessa. Però dev’essere contagiosa, cioè si deve allargare.
La democrazia è l’unico limite per un sistema economico ancora così – come dire? – da genocidio, che ricorre a tutti i mezzi, comprese le armi, per far prevalere l’imperialismo occidentale (ma il discorso vale anche per altre forme di imperialismo che si potrebbero creare); l’imperialismo si sconfigge con la democrazia partecipata, la partecipazione democratica – e pertanto anche libera, indipendente e pacifica. È un cammino duro, difficile, è un cammino faticoso, ma è questa secondo me la strada.
Qui devo citare il mio Papa Giovanni XXIII, che lascia l’ultima sua lettera del ’63, e dice: «Chi sostiene di portare la democrazia con le armi è pazzo!». Il testo latino dell’enciclica papale dice alienum est a ratione: è pazzo! Quindi la non violenza è proprio guarire da tutte le nostre malattie mentali. È chiaro che per diventare come Vittorio, e come tantissimi altri in tutto il mondo, è necessario, alla greca, una metànoia, cioè bisogna non solo migliorare, approfondire, avere sempre altre motivazioni, no: bisogna tagliare la nostra testa e metterne una nuova… Il termine greco intende proprio questo.
Devo ricordare il mio incontro con i Sem Terra del Brasile. Essi, per sopravvivere, decidono di coltivare gli immensi campi abbandonati dai padroni terrieri, e lo fanno, restando fedeli alla non violenza. Il succo di questo incontro qual è stato? «Vedi Don Gallo, noi in questi anni abbiamo avuto già 3000 morti tra i nostri ragazzi, uccisi dagli squadroni paramilitari» e, qui in questa stanzetta, ho visto brillare gli occhi di questi Sem Terra, orgogliosamente… Sì, era vero. «…almeno 3000 ce ne hanno uccisi, però noi abbiamo già 3000 iscritti alle università brasiliane, il futuro del Brasile!» Vedi, questa fiducia immensa, come dire, quasi una certezza che la non violenza è l’unica strada per vincere… Cioè praticamente dice: «Il male grida forte e tutti si accorgono della realtà, ma la speranza in un mondo migliore è ancora più forte e proprio attraverso l’umano, donando la propria vita. Perché si rischia…»
Donare la vita: io la chiamerei proprio – se così si può dire – una religione universale, che racchiude tutte le altre, nel senso che a un certo momento uno si alza la mattina, è uscito fuori dalla società dello spettacolo, dove tutto è dovuto e allora nascono nuovi consumismi e garantismi. No! Il pacifista umano si alza la mattina e dice: «Cosa posso fare per gli altri?». A cominciare dalla propria famiglia fino ad allargare lo sguardo al mondo intero.

Da Il manifesto del 28/05/2013.

lunedì 27 maggio 2013

Bologna. Scontri tra studenti e polizia. Gli agenti si ritirano

Radio Città  del Capo
27 mag. – Scontri violenti tra polizia, carabinieri e studenti in piazza Verdi per un’assemblea indetta dal Collettivo Universitario Autonomo. Dopo le cariche la reazione degli studenti è stata tale, con violenti lanci di bottiglie, da fare arretrare le forze dell’ordine.
Poco dopo le 18 i carabinieri avevano chiesto agli studenti non utilizzare il megafono per l’assemblea ed hanno cercato di impedire l’ingresso della piazza agli attivisti del collettivo. Dopo mezz’ora di fronteggiamento la situazione è degenerata: dopo vari tentativi di far retrocedere gli studenti a colpi di manganello, carabinieri e poliziotti sono arretraticorrendo, colpiti da bottiglie lanciate dagli studenti. Agenti e militari si sono rifugiati dentro i blindati parcheggiati sotto al portico del Teatro comunale. La folla di studenti è avanzata dietro di loro e sono state lanciate bottiglie e altri oggetti contro i blindati.  Diversi gli scudi rotti, via Zamboni è una distesa di vetri rotti.
Anche prima, durante le azioni di respingimento, erano volate bottiglie, anche a caso, e molte persone presenti in via Zamboni e piazza Verdi hanno cominciato a correre spaventate.
Un fotografo, Mario Carlini, è stato ferito alla testa da una bottiglia e ci sono almeno 5 feriti tra le forze dell’ordine, soccorsi dall’ambulanza. Il Cua parla di tre ragazzi e una ragazza feriti che sarebbero andati al Pronto soccorso.

Santa Rita, Gigione e il "Maligno"

Luciano Granieri

Il maligno alla festa di  Santa Rita. Frosinone 26 maggio. Durante l'esibizione di Gigione per le celebrazioni in onore della Santa presso il santuario Madonna della Neve,  il famosissimo  cantante nazional - popolare, come folgorato,  inizia a cantare con la voce di  DEMETRIO STRATOS e si produce in una eccellente esibizione di Luglio Agosto e Settembre nero. Il pubblico, prima si mostra disorientato poi spaventato. Teme l'intervento del maligno. Alcuni esorcisti immediatamente convocati accorrono. Ma quando Gigione riavutosi  attacca "O' ballo ro cavalle" passa lo spavento. Rimane comunque  l'inquietante  dubbio. Il maligno sarà intervenuto o  no durante la festa di S.Rita a Frosinone?