Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

martedì 3 settembre 2013

Via Bashar Al Assad! No all’intervento imperialista!

dichiarazione della Lit - Quarta Internazionale

I governi delle principali potenze imperialiste, oltre alla Turchia, stanno preparando un attacco militare alla Siria. Anche dopo la sconfitta di Cameron nel parlamento britannico che ha votato contro la partecipazione inglese al conflitto, il governo Obama ha dichiarato che è pronto per agire da solo, tutt’al più con l’appoggio della Francia.
Cinicamente, l’imperialismo afferma che quest’intervento armato avrebbe obiettivi “umanitari” e servirebbe a “proteggere civili” siriani usando come pretesto il brutale e riprovevole attacco con armi chimiche nei sobborghi di Damasco, in cui sono morte 1.400 persone.
Secondo il Washington Post, gli Usa stanno considerando un intervento militare limitato quanto alla sua durata e agli obiettivi. L’operazione militare, d’intesa con altre potenze, consisterebbe nel lancio di missili dal mare per pochi giorni contro obiettivi militari, nonnecessariamente circoscritto a quelli relativi all’armamento chimico.
La presenza nell’area del Mediterraneo orientale di diverse navi da guerra della marina statunitense armate con missili da crociera e in assetto da guerra, oltre a quelle appartenenti al Regno Unito e alla Francia, rafforzano quest’ipotesi.
Se si concretasse questa modalità, non sarebbe un’azione per rovesciare direttamente Al Assad, ma per indebolirlo forzando il regime ad accettare una soluzione e una transizione negoziate, politica – questa – finora privilegiata dall’imperialismo.
La stessa Casa Bianca lo ha confermato, attraverso il suo portavoce Josh Earnest, quando questi ha affermato dinanzi al Congresso statunitense che l’azione sarà “limitata” e che “in questo caso non si cerca un’invasione, né il cambio di regime”. Anche il presidente francese Hollande ha dichiarato che l’obiettivo sarebbe “frenare” l’uso di armi chimiche e che “non si tratta di rovesciare” Assad.
Nel novero delle possibilità militari, l’imperialismo sta vagliando le opzioni dal minor costo militare, in un Paese e in una regione scossi da un poderoso processo di rivoluzioni popolari. In questo quadro, quest’alternativa sarebbe la meno rischiosa per l’imperialismo che non si trova nelle condizioni politiche – solo il 25% della popolazione approva il coinvolgimento in un altro conflitto armato – per mettere le mani sulla Siria attraverso un attacco terrestre.
Anche l’ipotesi di una no‑fly zone viene considerata con la massima cautela, dato che le difese antiaeree del regime di Assad sono tutt’atro che disprezzabili.
Sappiamo che molti combattenti ribelli, che lottano eroicamente per liquidare una mostruosa tirannia che controlla il Paese da 40 anni e che dall’inizio della rivoluzione ha commesso le peggiori atrocità contro la popolazione civile, possono guardare a questo possibile intervento dell’imperialismo come un “aiuto” o una “protezione” nella loro impari lotta contro il despota di Damasco.
Nel quadro del nostro completo e incondizionato appoggio alla lotta delle masse popolari per rovesciare Assad, affermiamo che nessun intervento dell’imperialismo ha o avrà quest’obiettivo.
Non sarà un intervento “umanitario”, né per “salvare vite” o per “difendere i diritti umani”. Né tantomeno  perché “trionfi la rivoluzione”, dal momento che se gli Usa avessero voluto realmente aiutare i ribelli siriani affinché rovesciassero Assad, da molto tempo li avrebbero riforniti incondizionatamente delle armi pesanti di cui essi hanno tanto bisogno, come aerei, carri armati e missili antiaereo.
L’imperialismo si intromette per cercare di imporre il suo peso militare e per essere l’asse del nuovo potere dopo Assad, per influire direttamente e garantire un accordo che contempli i suoi interessi attuali e potenziali dopo una possibile caduta di Assad.
L’imperialismo interviene sempre con i suoi propri obiettivi, che invariabilmente passano per la brama di dominare direttamente l’economia e la politica del Paese aggredito. Questa è stata la ragione dell’invasione in Iraq e Afghanistan. E per la stessa ragione appoggia Israele nell’usurpazione del territorio e nella pulizia etnica contro il popolo palestinese e sostiene l’ultrareazionaria monarchia dell’Arabia Saudita, di cui si è servito per reprimere la giusta lotta dei lavoratori del Bahrein contro il suo governo, altro regime fantoccio dell’imperialismo.
E si tratta dello stesso obiettivo anche in Siria. Le presunte motivazioni umanitarie come quella di “proteggere i civili” rappresentano un canto delle sirene che non deve ingannare i combattenti siriani e la sinistra mondiale. La prova sta nella stessa condotta dell’imperialismo durante la guerra civile in Siria.
La politica dello stesso Obama, persino nel periodo successivo all’inizio della sollevazione popolare contro la dittatura siriana, è stata di appoggio ad Assad, che ha offerto preziosi servigi circa la sicurezza di Israele e la stabilizzazione della regione.
L’ipocrisia dell’imperialismo non ha limiti. Finché Assad è stato capace di garantire stabilità, Obama e le principali potenze europee hanno sempre chiuso gli occhi sulla repressione e i crimini della sua cruente dittatura.
L’imperialismo ha ritirato il suo appoggio al dittatore – ma non già al regime in sé – solo quando si è reso conto che mantenerlo, di fronte alla lotta armata delle masse popolari siriane, è diventato insostenibile dal punto di vista del principale interesse degli Usa in questo momento: stabilizzare il Paese e sconfiggere la rivoluzione in tutta la regione.
Tuttavia, la posizione dell’imperialismo a favore dell’uscita di scena di Assad non significa che abbia abbandonato la politica di negoziare una soluzione, fin dove è possibile, tra il regime e i settori filoimperialisti dell’opposizione, come il Consiglio Nazionale Siriano (Cns).
In questo quadro, di fronte a una guerra civile che destabilizza tutta la regione trascinandosi senza una soluzione nel breve termine, e di fronte al rifiuto di negoziare da parte della dittatura di Assad, gli Usa cercano di intervenire per poter sconfiggere la rivoluzione e garantire il proprio dominio, benché senza Assad.
Il loro obiettivo, allora, non è “liberare” il popolo siriano, ma cercare di trasformarsi nei nuovi signori tentando di imporre un dominio coloniale, così come hanno fatto con tanti altri Paesi.
L’imperialismo cerca il controllo diretto. Entrerà per tentare di impedire che siano le masse popolari siriane, o i ribelli che sono stati alla testa della lotta mettendo dolore, sudore e il sangue dei loro martiri, quelli che governeranno dopo la sconfitta del tiranno.
Anzi, esigerà il disarmo di tutti i rivoluzionari affinché essi – o i loro fantocci, che non mancano, né mancheranno – detengano il monopolio militare, cercando così di “stabilizzare” il Paese per salvaguardare i propri interessi. Ma nulla indica che rispettare questi piani sarà un compito facile per l’imperialismo, così come non sta accadendo, ad esempio, in Libia, proprio perché una grandiosa rivoluzione è in corso in Siria e in tutta la regione.

Perché il possibile intervento?
Per comprendere perché l’imperialismo interverrebbe militarmente adesso, quando invece durante tutto il conflitto ha evitato di farlo, è necessario analizzare la situazione militare in Siria.
In questi ultimi mesi, il regime ha ottenuto progressi militari importanti, recuperando le posizioni strategiche che erano passate nelle mani dei ribelli. Ma queste vittorie si fondavano principalmente sulla superiorità degli armamenti e sull’aiuto esterno ricevuto da Hezbollah, Iran e Russia. Senza di ciò, sarebbe stato molto difficile conseguire questi progressi.
Ne è prova l’evidente difficoltà che il regime incontra nel fare operazioni terrestri su larga scala con le sue truppe, prive del morale di cui sono provvisti i ribelli. Per questo ricorre sistematicamente ad assedi sostenuti da attacchi
aerei o al lancio di missili, che non richiedono il combattimento diretto. Secondo alcuni rapporti, il regime ha molte difficoltà e deve far ricorso a dure repressioni interne per evitare diserzioni in massa di soldati e ufficiali.
Ciò spiega perché, nonostante gli ultimi progressi dei lealisti alla frontiera col Libano e ad Homs, le diverse forze della resistenza continuano a controllare una parte importante del territorio di questo Paese. L’Esercito libero della Siria (Esl), pur subendo la controffensiva degli ultimi mesi, costata tremende perdite in vite umane e materiale militare, ancora controlla interi quartieri della stessa capitale, Damasco.
In altri termini, nonostante le vittorie militari, il regime non ha la capacità di schiacciare definitivamente la rivoluzione, neppure a Damasco. Lo stesso accade in altre importanti città, come Aleppo, dove recentemente i ribelli hanno preso una delle principali basi aeree del regime.
È questa situazione, di vittorie tattiche ma in un quadro a lungo termine più sconfortante, che ha spinto la dittatura a scatenare un sistematico e devastante bombardamento sui sobborghi di Damasco e, come risulta dalle denunce, a ricorrere al suo arsenale chimico su scala così larga come mai era accaduto. Il suo obiettivo, con questa escalation di attacchi, anche con gas velenosi, non può essere altro che lo sterminio, vale a dire ripulire Damasco dai ribelli e infondere in tutta la popolazione il terrore più completo.
L’imperialismo, di fronte a questa dinamica dalle conseguenze imprevedibili, cerca di risolvere a suo favore una situazione segnata da una guerra civile bloccata e che si trascina da due anni e mezzo in una regione strategica.
Interverrà per dimostrare una presenza militare in questa regione e forzare una negoziazione con Assad per una “transizione” che tenda a stabilizzare il Paese e l’area, condizione importante per continuare il saccheggio imperialista. Se la negoziazione non sarà possibile, cercherà di imporre un nuovo governo, senza Assad, sotto il suo diretto controllo.
Il castrochavismo usa le minacce di intervento imperialista per giustificare ancor di più il suo nefasto appoggio al dittatore genocida della Siria – come appoggiò il sanguinario Gheddafi – affermando che se lo attaccano è perché Assad sarebbe un “leader antimperialista e antisionista”. Già sta facendo appello perché le masse popolari e la sinistra appoggino e si uniscano ad Assad in virtù del suo presunto ruolo nella “resistenza” all’imperialismo.
Ma la realtà è totalmente diversa. Il regime del clan Assad non ha nulla di “antimperialista”. È stato una pedina importante nello schema di dominazione imperialista e sionista nella regione, essendo, soprattutto negli ultimi anni, fedele esecutore delle ricette neoliberali dell’Fmi e garante delle frontiere dello Stato sionista di Israele, contro cui non ha sparato un sol colpo in 40 anni, mentre massacra il suo stesso popolo.
Secondo la fantasiosa versione dei castrochavisti, Assad sarebbe anche un radicale oppositore di Israele e protettore dei palestinesi. Ma la realtà mostra che nel corso della guerra civile, fra tutti i crimini contro l’umanità che ha commesso, Assad si è ascritto quello di bombardare sistematicamente i campi profughi dei palestinesi quando un loro settore è passato con l’opposizione, come nel caso di Yarmuk, a Damasco, oggi sotto un assedio che impedisce loro di ricevere alimenti e medicinali.
Siamo completamente contro l’intervento dell’imperialismo, ma questo non può condurci ad appoggiare la sanguinaria dittatura di Assad, che massacra il suo popolo senza nessuno scrupolo, un popolo che lotta coraggiosamente per farla finita col suo regime. Questo sta invece facendo il castrochavismo, che perciò si è trasformato in complice degli orrendi crimini di questi dittatori.
La classe lavoratrice e le masse popolari del mondo intero debbono stare più che mai dal lato della rivoluzione siriana contro la dittatura di Assad e, al contempo, ripudiare l’intervento imperialista in questo Paese.
È necessario nei Paesi imperialisti smascherare la campagna mediatica in atto a giustificazione dell’intervento militare, mobilitandoci contro i governi che preparano i piani d’intervento armato. Dobbiamo denunciare il possibile intervento, benché si pretenda di dargli una veste “umanitaria” a partire dagli orrendi massacri di Assad, dal momento che il suo vero obiettivo è imporre nuovi padroni al popolo siriano.
La soluzione è un’altra: l’appoggio totale ai ribelli. Ciò significa l’invio, subito e senza condizioni, di armi pesanti, di ogni tipo di fornitura, come medicinali ed equipaggiamenti per la resistenza siriana, e l’apertura delle frontiere per il transito di questi aiuti e dei combattenti che siano disposti a combattere contro Assad.

Al contempo, dobbiamo rivendicare, in tutti i Paesi, l’immediata rottura delle relazioni diplomatiche e commerciali con la dittatura siriana.

Bruno Tommaso, i suoni migranti del jazz

Luigi Onori. fonte :http://www.ilmanifesto.it/


Il musicista e compositore romano ha scritto una partitura in dieci episodi che celebra ed intreccia varie vicende e l'ha presentata al Teatro Eliseo di Nuoro

«Bruno Tommaso è il padre di tutti noi, padre della didattica jazz in Italia e della storia del jazz nel nostro paese. Siamo onorati di suonare sotto la direzione della sua bacchetta».
Teatro Eliseo di Nuoro, 26 agosto, poltrone piene e sul palcoscenico l’evento centrale della XXV edizione dei “Seminari Nuoro Jazz” e dei concerti collegati (21-31/8). Tommaso - compositore, arrangiatore, contrabbassista e didatta – ha scritto “I Migranti”, un’ampia partitura (“opera jazz”, l’ha definita) in dieci episodi che celebra ed intreccia varie vicende: la nascita del jazz; la migrazione come componente essenziale della sua storia; i valori interculturali che intessono la musica di matrice afroamericana; le “voci” dei dodici maestri dei seminari usate come in Ellington o Mingus, con parti cucite sulle personalità di ciascuno e in combinazione dialettica fra loro. Un lungo lavoro di gestazione, una manciata di ore di prove e poi la prima assoluta per una musica – melodiosa quanto complessa, ricca di humour e narratività – che suggella anche un passaggio di consegne: dal 2014 il nucleo storico dei docenti dei seminari verrà sostituito da un nuovo ‘blocco’ di insegnanti, con i soli Roberto Cipelli e Giovanni Agostino Frassetto a tessere un filo di continuità.
I Migranti, nella sua antiretorica, ha coinvolto e messo alla prova la voce narrante di Luca Bragalini (autore dei brevi quanto significativi testi), le voci di Maria Pia De Vito ed Elisabetta Antonini, la tromba e il flicorno di Paolo Fresu, i flauti di Riccardo Parrucci e Frassetto, i sax soprano e tenore di Tino Tracanna, l’arpa di Marcella Carboni, il piano di Cipelli, le tastiere di Corrado Guarino, il contrabbasso di Attilio Zanchi e la batteria di Ettore Fioravanti, sotto la carismatica direzione di Bruno Tommaso.
Davvero impossibile ricostruire la partitura che va dall’Africa evocata di Viaggio nella Rift Valley al ritratto dell’emigrazione intellettuale di Con o Senza Erasmus. Tra i tanti passaggi memorabili per gusto e stile la ricetta creola del brodo di tartaruga (In cucina con Sidney), il blues cantato in napoletano (Printing the Blues), il vivacissimo movimento kletzmer (La Diaspora), l’interpolazione tra il beethoveniaano Inno alla gioia e la parkeriana Cherokee.
L’iniziativa – curata dall’Ente Musicale Nuorese – non solo fa studiare un centinaio di giovani musicisti (i migliori allievi dell’anno scorso, i Domo De Nibe, in ottobre saranno a New York per un minitour) ma offre concerti ed iniziative in città e sul territorio.
Al museo M.A.N. c’è la mostra Round About Jazz di Pino Ninfa, un maestro della fotografia tout-court che tiene anche un seminario.
Nel giro di due giorni si è passati dalla musica etnica di altissima qualità del quintetto di Elena Ledda (a Posada, a picco sul mare; 24/8) al jazz solidamente costruito ma ricco di aperture e sorprese de I Consonanti, i giovani Mattia Cigalini, Enrico Zanisi e Nicola Angelucci guidati dall’esperto Giovanni Tommaso che hanno suonato ad 800 metri sul Monte Pisanu, nella magia di una querceta presso Bono (il 25). Ultimi appuntamenti (30-31) a Nuoro con il recital dei “nuovi maestri” ed il saggio finale di allievi/docenti nei restaurati spazi del Mercato Civico.




Riflessioni di un volontario

J.  fonte http://operazionecolomba.it/


La strada per l'inferno è lastricata di buone intenzioni. La riproduzione casuale mi passa questa bomba con la nonchalance che solo un computer può avere. Frase già sentita molte volte, ma gli esplosivi spesso hanno bisogno di un detonatore e forse qui l'ho trovato. Mi trovo nelle budella di un conflitto che sanguina da decenni, ma sento solo gente che chiede la pace. La chiede il soldato israeliano orgoglioso della sua divisa e della sua arma, tanto quanto il palestinese che sogna una terra per il suo popolo dove nessun israeliano possa più metter piede, armato o meno.
Non è il fucile puntato che fa impressione, e nemmeno il sasso scagliato di chiunque sia la mano dietro, quanto l'uomo che la comanda cercando la pace. Non ci sono giusti nel naufragio della vita, siamo tutti vittime e carnefici.

Possiamo essere carnefici di un popolo oppresso perché vittime di un sistema troppo forte, carnefici di menti violentate dall'odio perché vittime di ingiustizie troppo grandi, ma sempre con le migliori intenzioni e le nostre giuste ragioni. Sembra quasi disumano uscire dal sistema causa-effetto della catena dell'odio, ingiusto essere proprio io l'anello che cede perché tutta la catena si spezzi.
Cedere, forse è proprio questo il verbo giusto, rifiutarsi di rispondere al male subito provocando altro male, non rinchiudersi nel nostro sistema di ciò che è giusto e ciò che è ingiusto, aprirsi volontariamente a dispetto di chi ti accusa di debolezza o vigliaccheria, aprire l'anello e pagare in prima persona per non diventare parte di questo enorme sistema. Senza eroismi, senza ergersi sul piedistallo delle vittime, non costretti dalla paura delle possibili ritorsioni, ma per semplice amore dell'Uomo.
Vittime e carnefici, solo le nostre scelte nelle giuste circostanze possono offrirci di aiutare qualcun altro a vedere questo sistema e diventare salvatori, ma ciò non è possibile quando non riusciamo a vedere la nostra posizione rispetto agli altri, se non riconosciamo in noi la vittima e il carnefice.
Sono poche le persone che ritengono di non essere buone, ma se imparassimo il dolore che può creare anche il nostro semplice esistere forse incominceremmo a dare più valore e peso alla nostra libertà. Se c'è una cosa che sto imparando in questa fiera di paure, ideologie, fanatismi e belle parole -che a volte sembrano perfette per un museo dell'orrore e dell'idiozia umana- è che la Libertà è un dovere. Libertà di pensiero, di pensare senza nascondersi dietro ad una rispettabile convenienza sociale, un ordine ricevuto, una legge democratica, un dogma di fede assorbito acriticamente o un frettoloso quanto devastante “Non mi riguarda”. Liberi nonostante le crisi della nostra fallace e preziosa umanità, liberi di seguire la propria coscienza distinguendo la pigrizia di questa dalla fiducia nell'altro, liberi di essere sereni e impegnati anche di fronte al nostro errore.
Forse non esistono persone eccezionali, forse sono le circostanze che tali le fanno diventare, comunque sia tutt'ora non riesco a spiegarmi come ne incontri così tante in questa terra così difficile. Uomini che hanno deciso di pagare in prima persona per non diventare vittime, e vittime che hanno dimenticato l'odio per diventare salvatori di se stessi e dei loro carnefici. Qua forse il lavoro più difficile è scorgere la vittima, anche dietro la maschera di ciò che è l'impersonificazione per eccellenza del carnefice per chi ti ospita e diventa parte della tua famiglia: la divisa dal colore diverso. Anche questo diventa possibile quando ti avvicini abbastanza da costruire un dialogo tanto da potergli far notare che, prima che di buone intenzioni, è armato di qualcosa che non può vomitare altro che piombo, e se ti avvicini ancora a volte si può notare pure lo sguardo. Ogni tanto si ha la fortuna di riuscire a vedere l'imbarazzo dietro quello sguardo duro, quella silenziosa bomba che esplode quando qualcuno decide di mettersi in discussione e ne viene colpito. Quell'imbarazzo debole ed esplosivo come un fiammifero acceso, quell'unica speranza di aver fatto arrivare la libertà della domanda dietro l'armatura di chi si vuol mostrare forte e convinto di fronte a te, ma ha ancora l'onestà di concedersi il dubbio. 
Non capisce perché debba stringere i denti e regalare tre anni della sua giovinezza ad uno stato che lo costringe a spenderli in quel modo, non capisce perché gli dicono di combattere il terrorismo e poi lo mandano a scacciare pecore e pastori, non capisce il nesso tra difendere la democrazia del suo paese -che tanto democratico non è, ma sempre meglio delle dittature dei confinanti- e fare la sentinella agli avamposti illegali di coloni estremisti e violenti, non capisce perché le case abusive di questi rimangano in piedi mentre lui protegge i bulldozer che demoliscono ovili, pozzi, pannelli solari e abitazioni palestinesi.
Forse quell'imbarazzo malcelato è molto poco paragonato alla vergogna, ai soprusi e alla discriminazione che porterebbe seguire quella vertiginosa pista di dubbi, il non accontentarsi delle “ragioni di sicurezza”, ma una domanda chiama l'altra, e forse tra il carnefice di un popolo, la vittima di un sistema, e il salvatore della libertà di pensiero passa proprio quel molto poco.
Il difficile in questa terra riarsa dal sole e dal filo spinato è che la catena dell'odio non è più tale, generazioni distrutte dal conflitto l'hanno fatta diventare una maglia che a volte sembra sterminata. Non basta più che un solo anello ceda, bisogna creare un collegamento tra le persone nonostante l'occupazione cerchi proprio di impedire questo, sia tra le due parti che all'interno delle stesse. Serve far capire a queste persone che si rifiutano di perpetrare questo sistema che non sono sole, che il loro rifiutarsi di rispondere alla violenza con la violenza non sarà inutile. Comunicare perché insieme si può strappare questa maglia che nasconde i meccanismi dell'enorme menzogna: che da una parte ci stiano i carnefici, dall'altra le vittime.

J.

lunedì 2 settembre 2013

Il COORDINAMENTO PROVINCIALE ACQUA PUBBLICA INCONTRA I SINDACI CHIAMATI A DECIDERE PER LA RISOLUZIONE CONTRATTUALE CONTRO ACEA ATO5

IL COORDINAMENTO PROVINCIALE ACQUA PUBBLICA DI FROSINONE

Sede provinciale: Frosinone via Marittima 225 tel. 0775 898181 fax 0775 898554












Il 9 settembre c.a. è stata fissata la Conferenza dei Sindaci dell’Ato 5 che avrà all’ordine del giorno la discussione sulla risoluzione contrattuale contro il gestore Acea Ato5. Negli ultimi mesi si sono susseguiti diversi appuntamenti in Provincia che hanno portato alla messa in agenda della Conferenza del 9/09. Dopo le due Assemblee dei Sindaci di aprile andate deserte in cui i Comitati dei cittadini hanno preteso che venisse portato all’ordine del giorno la risoluzione contrattuale, i nostri Sindaci sono riusciti (guarda caso) a nominare i nuovi membri della Consulta D’Ambito che nel corso dell’estate si è riunita decidendo il ricorso al Tar per la determina del Commisario ad acta incaricato di revisionare i piani d’ambito e le tariffe dal 2006-2013, ma la questione, che è al primo punto dell’ordine del

giorno della Conferenza, è ancora tutta da discutere! Secondo il Commissario ad acta andrebbero riconosciuti al gestore Acea Ato5 i costi operativi maggiorati per cui il gestore dovrebbe recuperare 75 milioni di euro che noi utenti chiaramente ci ritroveremo in bolletta! Di cosa stiamo parlando quando la situazione, che è agli occhi di tutti, è diventata talmente disastrata, grave, insostenibile che i cittadini calpestati nel loro diritto più inalienabile e fondamentale sono arrivati a contestare le bollette illeggittime con un atto di obbiedenza
civile!! Si è privatizzato il servizio idrico mercificando di fatto un bene di tutti essenziale alla vita, e mentre si aspettavano investimenti mai fatti l’acqua è entrata nelle dinamiche del profitto. La gestione del nostro servizio idrico in questi anni ha danneggiato la risorsa acqua, chi la usa e il suo territorio. Il gestore non ha garantito la qualità dell’acqua, l’efficienza delle reti
degli impianti, il funzionamento dei depuratori e condotti fognari, fa pagare con la bolletta
investimenti previsti nel piano degli investimenti e mai effettuati, eroga tariffe illegittime con aumenti che disattendono i limiti previsti dalla legge e che vengono applicati retroattivamente, minaccia riduzioni di flusso e distacchi... Non c’è niente da contrattare con un gestore bandito. Dobbiamo uscire dall’abbraccio mortale del privato, avere il coraggio di riprenderci l’acqua, ristabilire la legalità esoddisfare i diritti della cittadinanza che è l’obiettivo primo della politica.
Il Coordinamento Provinciale Acqua pubblica invita tutti i Sindaci all’incontro che si terrà il 5 settembre c.a. presso la sala di rappresentanza dell’Amminstrazione Provinciale in cui
spera di dar luogo ad un dibattito ed un confronto positivo in vista di una decisione risolutiva e improrogabile che dovrà essere presa in sede di Conferenza dei Sindaci e che dovrà soddisfare i diritti della cittadinanza della nostra provincia.

Per i naviganti che non ricevono la nostra newsletter settimanale.

Luciano Granieri




E’ consuetudine del nostro blog  inviare, a coloro i quali sono iscritti alla nostra newsletter,  i link di tutti i post pubblicati nel corso della settimana. Questa newsletter  è accompagnata da alcune righe di riflessione del sottoscritto per lo più inerenti a quanto è stato postato su Aut nella settimana di riferimento. Tali  osservazioni  non sono  mai riportate sul blog ma sono  riservate ai soli destinatari della newsletter. Un sorta di premio fedeltà, o di  feroce accanimento persecutorio, dipende dai punti di vista. La settimana scorsa il testo della newsletter ha suscitato l’interesse di Ignazio Mazzoli, direttore del blog http://unoetre.it/. Di seguito riporto il contenuto delle mie riflessioni e l’intervento in risposta di Mazzoli.

Il tutto è anche pubblicato su UNOETRE.IT

Un invito che c'interessa

Qualche giorno addietro la newsletter di Aut-Frosione si apriva con un invito del suo Direttore, Luciano Granieri, a riconsiderare come contrastare "il saccheggio cui veniamo sottoposti giorno dopo giorno" e il nostro giornale ha deciso di rispondere manifestando il suo interesse.
Qui di seguito diamo il testo di Luciano Granieri e la risposta di Ignazio Mazzoli

 

La proposta di Luciano Granieri
"Compagni e amici di Aut,
in questa ultima settimana, di fronte ai massacri sociali che passano anche attraverso il sovvertimento vero e proprio della democrazia, con l'illegalità elevata a sistema, la reazione non poteva non partire da una severa critica a noi stessi. Se questi ci stanno massacrando è anche perché non trovano alcun ostacolo alla loro azione devastatrice. Gli ostacoli, evidentemente non li pone la politica dei comitati elettorali, e dunque è compito nostro, blogger, associazioni, movimenti e singoli cittadini di buona volontà, mettere in piedi un minimo di contrasto al saccheggio cui veniamo sottoposto giorni dopo giorno. Fino ad oggi però, diciamolo pure, non siamo riusciti, nel nostro intento. I motivi, più o meno li conosciamo tutti*. Penso però che non può iniziare un altro autunno senza una presenza antagonista organizzata e determinata. Cominciamo da domani ad ascoltarci di più fra di noi a fare rete. Perché pur se malconci, male attrezzati, la vera opposizione siamo noi. Ringrazio i naviganti attivi e passivi e rinnovo a tutti un saluto resistente.
Luciano Granieri"
* Per l'illustrazione dei motivi  che dovremmo conoscere tutti leggi il post: MEA CULPA....MA NON SOLO 

La risposta di Ignazio Mazzoli
Caro Granieri, apprezzo il tuo invito ad una "severa critica a noi stessi". Occorre "mettere in piedi un minimo di contrasto al saccheggio cui veniamo sottoposto giorno dopo giorno. "Ascoltarci di più fra di noi" e fare rete è un'esigenza da condividere e praticare.
Può esserci una sede in cui parlarne, valutare tutte le opportunità che posizioni pur diverse, ma non divergenti possono avere per determinare nuovi risultati nell'azione di opposizione a tutte le manifestazioni di autoritarismo liberista che sempre più manifesta intolleranza verso tante libertà democratiche e verso il rispetto dei diritti sociali e civili conquistati e quelli da conquistare ancora da parte di chi vive del proprio sacrificio e dei più deboli.
Valutiamo se possiamo aprire uno spiraglio che ci faccia iniziare un autunno con una presenza di opposizione organizzata e determinata. Almeno nella informazione. Sono anche io convinto che le idee, la volontà e le energie per cambiare, ora, stanno soltanto dentro la società in tante forme diverse alcune delle quali anche noi contribuiamo a far vivere.
unoetre.it è disponibile ad incontrarsi e rintracciare punti d'incontro anche operativi.
Con fraterna cordialità, Ignazio Mazzoli.

A proposito. Tutti coloro che ancora non sono nella mailing list di Aut, e vorrebbero ricevere il premio fedeltà o sottoporsi all’accanimento persecutorio  di cui sopra, possono inviarmi una E.Mail all’indirizzo aut.frosinone@gmail.it e chiedere l'invio settimanale della newsletter

domenica 1 settembre 2013

La sinistra soffia nel vento

Sandro Medici


Potrà sembrare eccessivo e perfino un po' apocalittico, ma la sensazione è che la sinistra sia ormai in via d'estinzione. O meglio, sembra non esserci più un soggetto politico che aspiri e intenda svolgere una funzione alternativa agli assetti dominanti. Quel che oggi viene definita «sinistra» è un assemblaggio di forze politiche e sociali che costituisce una delle versioni, sempre meno distinguibile, di quel format politico che l'economia di mercato ritiene pur sempre necessario.  

La sinistra non più motore di cambiamento strutturale ma variante funzionale allo sviluppo del capitale finanziario: preferibilmente in alternanza alla destra, ma, se del caso, come accade oggi, anche congiuntamente. È stata una lunga marcia, quella che ha portato la sinistra italiana a rinunciare a se stessa e ridursi a un surrogato sbiadito e inane. Si dirà che così è per le tante ragioni storiche che ci hanno attraversato. Per le ripetute sconfitte che abbiamo subìto, per i limiti, gli errori e anche per quel vortice di vanità soggettive, inconfessabili invidie, ripicche, malintesi, croniche e grottesche litigiosità che hanno consumato gruppi dirigenti e corpi militanti. Ed è inutile girarci intorno tra reticenze e nostalgie, un'intera cultura politica appare completamente azzerata. Né potrà essere un congresso, singolo, multiplo o accoppiato che sia, a porte aperte o finestre chiuse, se prima o dopo le primarie, a riaccendere scintille o rigenerare coscienze. Né, d'altra parte, può apparire convincente affidarsi ad attempate liturgie o pratiche obsolete, a rassicuranti rispecchiamenti. La degenerazione oligarchica e faccendiera e il minoritarismo compiaciuto e consolatorio, insieme alle loro innumerevoli sfumature, ci restituiscono per intero l'entità della crisi della sinistra. Né un politicismo estenuato, né un volontarismo velleitario. Se questa crisi è davvero così profonda e disperante, sarebbe consigliabile evitare di continuare a considerare rancore e risentimento tutto quel che prova a muoversi fuori dal recinto della rassegnata accettazione degli attuali assetti. Così come ci si dovrebbe astenere dal considerare ruffiani e traditori tutti quelli che, più o meno invano, tentano di dare un senso al loro realismo ripiegato. E non solo per rispetto reciproco o per quel minimo di eleganza che è sempre bene concedersi. Ma per quella consapevolezza politica che dovrebbe spingere tutti a misurare i propri limiti e a non attribuire ad altri le proprie mancanze e frustrazioni. Non si tratta pertanto di rivolgere appelli alla tolleranza o richiamarsi a un'improbabile fraternità o, men che meno, invocare una stucchevole unità. Semmai, di rendersi conto di quanto scarsamente credibili appaiano le nostre bandiere e noi stessi che non riusciamo a sventolarle, di quanto inadeguate e caduche siano le ragioni di ciascuno, di fronte alla profondità di una crisi che poco o nulla da quelle ragioni viene intaccata. Mentre questa nostra crisi si consuma e ci consuma, trovano spazio ed energia quei poderosi processi restaurativi che stanno definitivamente allineando il nostro paese alle esigenze della governabilità panfinanziaria. Come del resto veniva recentemente raccomandato dalla potente banca d'affari JpMorgan. In uno spazientito rapporto si ricordava carinamente che per il potere finanziario la democrazia, i diritti e le libertà sono variabili dipendenti: non dunque principi universali e storicamente acquisiti, ma inconvenienti che fanno attrito, se non proprio impedimento, ai processi accumulativi del capitale speculativo. E non sarà certo un caso che, in sintonia con tali indicazioni, si stiano allestendo le prove generali per cambiare la Costituzione del '48 e così promuovere un assetto istituzionale presidenzialista, sebbene semi o post o tardo (fate voi). Concentrare cioè il potere politico negli organi esecutivi, indebolire la dialettica parlamentare, limitare le prerogative della magistratura, comprimere il campo dei diritti sociali e sindacali, neutralizzare il dissenso delle comunità locali, contrastare i processi di democrazia diretta dei movimenti. È questo il passaggio storico che si è in procinto di promuovere: e che tragicamente vede tra i più attivi sostenitori nientemeno che gli epigoni dei partiti costituenti, attualmente accampati al Quirinale e a Palazzo Chigi. Se realizzato, si configurerebbe come un'eutanasia del sistema repubblicano post-resistenziale, che è poi forse l'ultimo retaggio culturale unificante della democrazia italiana. Modificherebbe cioè in senso autoritario l'assetto fondativo del nostro paese. Insomma, un irrimediabile strappo politico-istituzionale, con il conseguente restringimento delle garanzie democratiche e delle tutele sociali. Siamo insomma al tratto conclusivo della mutazione italiana, una parabola restauratrice il cui percorso ha prima scompaginato, poi neutralizzato, infine sussunto il pensiero e l'azione della sinistra storica. Se non interverranno rotture clamorose, allo stato improbabili (anche se non impossibili), gli assetti politici generali resteranno prigionieri della gabbia delle compatibilità (e delle larghe intese). Lasciando senza riferimenti e senza sbocchi il montante malessere sociale, quell'intenso disagio popolare che oscilla tra collera e afflizione, sempre più smarrito e inerme. E che comunque si manifesta come può: in larga prevalenza, con un progressivo abbandono, oppure, più limitatamente, in un ostinato impegno di opposizione. Non riuscendo, entrambe le scelte, ad aprire prospettive di cambiamento e neanche a incidere con sufficiente efficacia. Qual è allora l'algoritmo che può offrire a questa domanda politica una possibile via d'uscita? La risposta è «nel vento», avrebbe detto tempo fa Bob Dylan: e cioè in una maturazione di processi evidentemente ancora imperfetti e incompiuti, in un'ulteriore crescita di consapevolezza collettiva, in un'attesa forse struggente e di cui non è certo alcun esito. Si può nel frattempo continuare ad accontentarsi di spigolare qualcosina in parlamento o nelle amministrazioni locali, con il fiato sempre più corto e lo stomaco tormentato. Si può oppure insistere a ricercare la sinistra perduta, con quel vigore indignato delle tante intelligenze combattenti che inascoltate invocano se non ora quando.
È che, malgrado tutto, in questo disastrato paese persiste una tensione ideale densa e appassionata, anche cospicua e diffusa, ma pur sempre rarefatta, destrutturata. Dalle valli piemontesi agli altopiani siciliani, tra mille scintille e focolai, si dispiega una considerevole movimentazione sociale che preme e sussulta, urta, strattona e spinge, e poi ripiega, si disperde, sfiorisce. Per riaccendersi di nuovo e di nuovo sopirsi. Un poderoso impulso sociale, uno slancio desiderante che tuttavia stentano a esprimersi e comporsi in una soggettività che sappia incidere e cambiare l'esistente stato delle cose. È difficile prevedere se tutte queste molecole si assembleranno per trasformarsi in un nuovo composto politico, si confedereranno in una qualche inedita morfologia, si decideranno finalmente ad auto-rappresentarsi. Segnalano tuttavia una speranza concreta. Forse l'unica disponibile, per riattivare una dinamica democratica larga e convincente e (chissà) a fondare una sinistra nuova, una sinistra purchessia, una sinistra che non sa di esserlo. E un'occasione per verificare se sia o meno possibile alimentare tale aspirazione è quella offerta dalla campagna in difesa della Costituzione, che vedrà una prima tappa in un'assemblea l'8 settembre a Roma per poi proseguire in una successiva manifestazione nazionale in ottobre. A nessuno sfugge la centralità di una battaglia che è insieme politica, sociale e culturale, e che può contrastare seriamente i processi degenerativi che si vanno pericolosamente sviluppando. E a nessuno sfugge altresì che potrebbe diventare l'ambito in cui in molti, moltissimi si possano riconoscere e possano partecipare, liberamente e salvaguardando la propria autonomia, per rivendicare nuovi orizzonti giuridici sulla democrazia, sui diritti, sul lavoro, sui beni comuni, ecc. Ebbene, le realtà territoriali, i movimenti, le associazioni, i sindacati, l'attivismo sociale e culturale possono nutrire e animare questa campagna, e possono farlo come solo loro sanno fare, capillarmente e appassionatamente: com'è successo con i referendum sull'acqua pubblica e come succede costantemente nelle vertenze e nelle mobilitazioni che si accendono in ogni dove. Mi sento anche personalmente coinvolto in questa battaglia, a cui dunque aderisco. E invito inoltre a parteciparvi anche le comunità politiche che hanno promosso le liste di cittadinanza con cui ho condiviso la recente battaglia elettorale, esperienze di nuova formazione che nel frattempo si stanno aggregando in un coordinamento nazionale. È del resto attraverso la condivisione, l'incontro, la relazione che è possibile imbastire un nuovo tessuto politico. Creando cioè ambiti collettivi in cui ognuno sia messo in condizione di contribuire e dunque di rendersi protagonista. Cercando per un verso di contrastare politiche scellerate, e per l'altro di coltivare un nuovo modello di prassi collettiva. Si tratta insomma di agire in quelle contraddizioni generate dalle scelte di governi sempre più compiacenti e asserviti, ma tutti insieme, tutte insieme, in una reciproca disponibilità all'iniziativa comune. È qui lo snodo da allentare, il grumo da aggirare, il dubbio da sciogliere, l'ostacolo da superare. Nel nostro paese sono migliaia le turbolenze sociali che precipitano in scompensi, attriti, conflitti, gli episodi di dissenso e ostilità che si accendono per difendersi da politiche sempre più aggressive e deprivanti. Ma tutta questa potenzialità stenta ed è perfino riluttante a coagularsi per dar vita a una nuova grammatica politica. Eppure è quest'insieme di insorgenze popolari che in Italia costituisce oggi l'opposizione, non solo sociale e culturale ma direttamente anche politica. Annidato nelle città e nei territori, si configura come un fronte mobile e segmentato, anzi puntiforme, e perciò stesso oscillante tra un andamento a bassa intensità e picchi di furente conflittualità. Ma anche ondivago nel suo rapporto con il potere politico: incline in alcune circostanze a tutelare le proprie convenienze, del tutto indisponibile al confronto, in altre. Parassitismo o refrattarietà. La pervasività cellulare è la sua forza, ma ne rappresenta anche la debolezza. Disarticolazione, specificità, intermittenza, frammentarietà: un costante rischio di dispersione, se non proprio di inefficacia. Ma è del resto così che si esprime attualmente la soggettività politica. E non solo in Italia: dalla Turchia al Brasile, dagli indignados all'arcipelago occupy . È l'esito della lunga e tormentata crisi del partito novecentesco, dell'esaurirsi del suo ruolo di corpo intermedio tra la società e le istituzioni, a lungo esercitato e oggi frantumato e non più credibile. Una crisi che tuttavia non solo si prolunga generando contraccolpi burocratici e degenerazioni etiche, ma non riesce nemmeno a depositarsi in un qualche precipitato sostitutivo. È un'agonia, questa dei partiti, che, in mancanza di forme organizzate, modelli alternativi, sfigura e decompone la funzione politica, fino a spolparne ogni ragione e così renderla accessoria, superflua. Come se il morto divorasse il vivo. Ed è esattamente qui, in questo transito tra il non più e il non ancora, in questa dinamica tra conflitto permanente e rappresentanza manchevole, tra lotta sociale e bisogno politico, che si resta impantanati in una terra di nessuno senza echi né riflessi. E se il non più stiamo imparando a escluderlo, il non ancora dobbiamo faticosamente cercarlo.

La restaurazione proprietaria

Paolo Berdini. fonte http://www.ilmanifesto.it/


I  principi di equità e di solidarietà sociale sono alla base della nostra Costituzione. Lo stesso governo «dei professori» li aveva citati tra i suoi obiettivi: non ci credeva affatto - si è visto dai provvedimenti approvati - ma almeno formalmente si poneva all'interno di quella cultura. Con la cancellazione dell'Imu per tutti i proprietari di prime case, il governo Letta rompe l'ultimo tabù: si governa per rafforzare e perpetuare disuguaglianze e privilegi.

Con la riforma dell'Imu i proprietari di un solo alloggio di 80 metri quadrati di categoria catastale usuale, risparmieranno 4-500 euro all'anno. Quelli di 4 o 500 metri quadrati di maggior pregio ne risparmieranno 10-15 mila. Ma non basta! I grandi costruttori non pagheranno l'Imu 2013 e 2014 per il gigantesco numero di alloggi invenduti che popolano le desolate periferie urbane. Un regalo misurabile in decine di milioni di euro. Soldi con cui si possono acquistare o potenziare giornali (Caltagirone e Bonifaci - Messaggero e Tempo - ne sono il più noto esempio) utili a cantare le lodi al governo di turno. O ad aiutare nelle strepitose rimonte berlusconiane in campagna elettorale. Sociologi ed economisti di ogni corrente di pensiero concordano nell'affermare che il ventennio che abbiamo alle spalle è quello in cui si sono prodotte le più impressionanti differenze sociali a tutto vantaggio dei ceti benestanti. Il governo Letta ha aumentato la forbice. 
Ma oltre ai numeri contano ancora di più i fatti simbolici e strutturali. L'Italia, come paventava La voce.info, è diventata l'unico paese sviluppato a non tassare la proprietà edilizia. Sono soggette a Imu soltanto le abitazioni di lusso: in tutto 73 mila immobili su 20 milioni di alloggi. Tutti gli altri sono stati equiparati e azzerati alla faccia della Costituzione. Tanto è vero che nascerà la «service tax», un'imposta legata all'erogazione dei servizi urbani che verrà pagata in gran parte dagli inquilini invece dei proprietari com'era con l'Imu. 
In buona sostanza con la novità introdotta i proprietari di una sola abitazione perderanno immediatamente i benefici della cancellazione dell'Imu, mentre gli inquilini vedranno crescere notevolmente il prelievo fiscale. Un altro regalo alla rendita immobiliare. Un altro colpo micidiale all'equità.
Non stupisce dunque la felicità del centro destra.

Ha cancellato il principio fondante della progressività della tassazione, chiudendo con un suggello impensabile il ventennio della restaurazione proprietaria. Stupisce invece la serafica indifferenza del primo ministro Letta che sembra non aver colto la rilevanza di questo micidiale colpo. Eppure dovrebbe essere culturalmente erede di quel Fiorentino Sullo che aveva compreso cinquant'anni fa - pagando un prezzo personale pesantissimo - che il nodo scorsoio che strangola l'Italia è il dominio della rendita speculativa. Evidentemente i cattolici «democratici» alla Letta non appartengono a questo importante filone di pensiero. Ma stupisce di più la sconcertante sudditanza dell'intero Pd che ha messo sullo stesso piatto della bilancia 500 milioni per la cassa integrazione, che dovevano essere comunque trovati se non si volevano acuire le tensioni sociali del prossimo autunno caratterizzato dalla crescente disoccupazione, con la cancellazione di uno dei pilastri che reggeva lo stato. 

Il trionfo di Berlusconi sta qui, nell'aver lasciato senza rappresentanza i due terzi della popolazione italiana. Una ristretta élite sociale governa per interposta persona e continua a colpire ciecamente le classi più sfavorite. Può contare su una maggioranza dei due terzi del parlamento cui impone ogni tipo di provvedimento legislativo: articoli come quelli approvati ieri l'altro sono scritti da chi conosce alla perfezione i meccanismi, come ad esempio l'ufficio studi dei costruttori. 
Ridare voce e rappresentanza a questa Italia senza più fiducia è il compito sempre più urgente che ha la sinistra in cui crediamo. La proposta di Micro Mega ripresa da Pierfranco Pellizzetti mercoledì su queste pagine di lavorare per un governo di «legalità repubblicana» formato da personalità impermeabili alle pressioni delle lobby, è l'unica strada per ridare speranza al paese. 
Siamo la nazione che cresce di meno perché siamo in perenne ostaggio di una rendita parassitaria che non ci permette di diventare un paese realmente libero e moderno. Non ci si può meravigliare se mancano investimenti stranieri. O se molti imprenditori non investano nei comparti produttivi: meglio giocare all'eterna tombola della speculazione immobiliare improduttiva e intascare plusvalenze gigantesche. Il trucco funziona sempre, anche grazie al governo Letta.