Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

mercoledì 18 settembre 2013

Facciamoci del male

Luciano Granieri


  Il comune di Frosinone l’altro ieri ha approvato l’entità della nuova Tares.   L’imposta che andrà a sostituire la vecchia Tarsu e che comprende la tassa sui rifiuti e sui servizi comunali  (manutenzione delle strade, l’ìlluminazione , le attività della polizia municipale e l’anagrafe).  Le nuove tariffe sono state approvate dal consiglio con i voti della sola maggioranza. L’opposizione, come di consuetudine, con un atto rivoluzionario ha abbandonato l’aula, denunciando il fatto che il nuovo piano tariffario non tutela le fasce più deboli e che non sono stati consultati cittadini e associazioni per avere un contributo necessario ad una determinazione condivisa della tassa. Come se non sapessero le anime belle del riformismo locale con chi hanno a che fare.  Con un sindaco a cui le sorti dei cittadini interessano il giusto, cioè nulla, mentre interessa molto di più salvaguardare la sua base elettorale. Detto questo, mediamente la Tares costa il 30% in più rispetto alla Tarsu. In regime di pre-dissesto, secondo il sindaco è un aumento più che accettabile. Già ma era proprio necessario  sto’ pre-dissesto? La Tares in linea teorica dovrebbe semplicemente coprire i costi che l’ente sostiene per assicurare i servizi.  Si dovrà pagare la differenza a conguaglio con quanto già pagato  la primavera scorsa entro il 16 dicembre. Sono previste alcune agevolazioni: Sulle abitazioni  tenute a disposizione  per uso stagionale od altro uso limitato e discontinuo non superiore a 183 giorni nell’anno solare. Sul abitazioni occupate da soggetti  che risiedono o abbiano  la dimora, per più di sei mesi all’anno all’estero. Utenze domestiche che abbiano avviato il compostaggio  dei rifiuti organici. La tassa è composta da due voci, una legata ai metri quadrati dell’abitazione,  l’altra al numero dei componenti il nucleo familiare. In base al numero dei componenti della famiglia verrà definito un coefficiente da moltiplicare per il numero dei metri quadrati dell’abitazione a questo si deve aggiungere l’importo di una quota variabile sempre legata al numero dei componenti della famiglia. In attesa che arrivi l’altra stangata della service tax,  necessaria  a recuperare i soldi dell’Imu, il regalo che è stato fatto ai grossi  immobiliaristi  in nome dalla campagna elettorale di Berlusconi, calcolatevi da soli quanto dovete pagare.

Ecco la tabella. 

Numero Coefficiente da QUOTA
componenti  moltiplicare per i m.q  VARIABILE
nucleo familiare dell'abitazione
1 € 1,16 € 52,88

2 € 1,26 123,38
3 € 1,32 158,63
4 € 1,48 193,88
5 € 1,57 255,57
6 e oltre € 1,65 299,64

martedì 17 settembre 2013

Scuola primaria: mensa e dintorni

La scuola è di tutti
Comitato genitori, insegnanti, ausiliari, operatori  delle scuole dell'infanzia e primaria

Per problemi della mensa ed altri legati al trasporto, ai servizi in genere e alle questioni fondamentali di quale didattica attendersi, il “Comitato la Scuola è di tutti” si riunisce venerdì 20 pomeriggio h.16 in l.go Paleario 7 ed invita tutti coloro che vorrebbero affrontare insieme queste situazioni a partecipare.


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Anche quest’anno i problemi inerenti la scuola e la sua organizzazione appaiono gravi, irrisolti, così come gli anni precedenti. E con qualche peggioramento.
La mensa partirà come oramai da consuetudine con ritardo, 15 giorni o 1 mese come l’anno passato quando una valutazione errata sul numero dei bambini che avrebbero avuto accesso alla mensa del Comune di Frosinone determinò uno sforamento di alcune centinaia di migliaia di euro, i quali furono “recuperati” con la decisione di far partire la mensa in ritardo… - e non quindi per disorganizzazione.
Anche quest’anno è immaginabile che il problema non è dato soltanto da una approssimazione e dal ritardo del lavoro, ma, probabilmente, da un tentativo di recupero del mancato incasso dell’anno precedente... Ciò determina che i bambini che svolgono tempo pieno perdono 15 giorni o un mese di scuola senza che esso sarà recuperato. I singoli istituti comprensivi, nonostante abbiano altre e diversi compiti da svolgere rispetto agli enti locali che offrono il servizio, non adottano alcuna iniziativa volta a non far perdere attività didattica ai bambini….
Il singolo pasto della mensa subisce un incremento con punte del 30% a seconda delle fasce di reddito. Un incremento che anche la precedente giunta tentò per poi tornare sui propri passi. Oggi con la giustificazione del piano di riequilibrio economico finanziario (leggasi predissesto), con i servizi a domanda individuale al massimo, si aumentano le tariffe in maniera considerevole che minano la possibilità della frequenza scolastica per centinaia di famiglie.
E’ interessante notare che su circa 1900 bambini che da qualche anno usufruiscono della mensa, circa la metà di essi ricade nella fascia con il reddito più alto. Essi quest’anno vedono aumentare la quota da 4,80 a 5,41. La popolazione frusinate è ricca? No. In questa fascia ricadono i non residenti che portano i propri figli a scuola a Frosinone e che pagano la mensa il doppio del suo reale costo. Molte di queste famiglie abitano necessariamente appena fuori Frosinone per motivi oggettivi legati al minor costo delle case e degli affitti e in questo modo subiscono un ulteriore tentativo di espulsione. Ciò non avviene ad esempio negli asili nido dove invece si adotta la politica del genitore “che lavora a Frosinone” e non solo il “residente”.
L’amministrazione nello specifico servizio della mensa adotta la politica del “pareggio di bilancio”: tanto costa il servizio appaltato tanto deve rientrare: il servizio costa a pasto un po’ più di 3 euro. Il pasto medio quindi deve dare risultato la stessa cifra. Ma se l’appalto è stato affidato dopo gara ad una società fin dall’anno scorso e la società non ha aumentato il costo del singolo pasto allora come si giustifica un aumento così forte del servizio per i cittadini?
Che le previsioni dei conti siano fatti male e quindi l’anno successivo bisogna ritoccarli, è un motivo plausibile; che le gare al ribasso determinano che ogni anno le società che prendono l’appalto debbano chiedere di aggiornarlo è anche plausibile; che gli incassi non siano precisamente in linea con le previsioni è probabile. A proposito di questo ultimo punto le motivazioni sono varie e da sottolineare: il primo e decisivo motivo è che le famiglie non riescono a far fronte a costi così elevati tanto da ritardare e poi addirittura abbandonare i pagamenti nonostante si continui ad usufruire del servizio. Questo fattore si è sempre unito alla allegra gestione da parte dell’ente sia dei pagamenti sia del recupero delle somme dovute: il servizio contribuisce alla crescita dei bambini, non si fa differenza tra genitori poco abbienti o negligenti: se i conti non quadrano facciamo debiti….

Per quest’anno si prevede un sistema di acquisizione dei pagamenti diverso da quello classico del front office del comune. Questo nuovo modo, informatizzato, dovrebbe partire non appena si avranno gli elenchi dei bambini che usufruiranno della mensa! – Gli elenchi sono disponibili già da febbraio scorso!!!

Brodo de cococcia

Marisa Cianfrano dipendente Multiservizi

Detto in ciociaro " gli brode s’allonga " dalle ultime settimane di trincea  Multiservizi .PD....PDL mostrano la vera faccia da burattinai esperti nell’allungare i tempi di risoluzione della vicenda Multiservizi.   La regione non ha chiaro la risoluzione ,  a oggi non risulterebbe ancora  un impegno da parte della nuova giunta regionale necessario all’erogazione dei fondi bloccati a suo tempo con una delibera dalla Polverini.  "SOLDONI ".  La nuova giunta  Ottaviani, centro destra, continua il suo percorso di esternalizzazione dei servizi affindandoli alle coop.  Oggi, 17 settembre, apertura delle buste di gara d’appalto indetto per affido dei servizi museo e biblioteca : i partecipanti erano tre """" CAZZOOOO""""" 3 sole manifestazioni di interesse ,(nte voglia nessuno di lavorare !!!!!)
- SOLCO,  GIA PRESENTE NELL ACCAPARRARSI SERVIZI RENUMERATIVI ESSENZIALI DATI IN AFFIDO AD APRILE ,oggi presente con una coop di  Venezia , presente all’apertura delle buste.  
-EX DIPENDENTE MULTISERVIZI piazzata in Multiservizi politicamente e piazzata in posizioni strategiche nelle coop grazie alle pugnalate date ai lavoratori (OGNUNO DOVREBBE CRESCERE SECONDO LE PROPRIE CAPACITA' NON SULLLA PELLE Di chi non ha strumenti di difesa ) chi sarà il D 1 ???????  
Un salto di qualità grazie agli  stronzi che hanno lavorato 10 anni in nero per lo Stato ,grazie ad un Pd che si dichiara di centro sinistra ma di sinistra non ha nulla .Dal consiglio dove erano presenti i lavoratori la musica era sempre la stessa TEMPO SI CONTINUA A CHIEDERE TEMPO; a chi serve questo tempo ? A  sfiancare i lavoratori che sono in piazza ??? A  prendere tempo per i loro giochini di burattinai ???? Alla regione che forse se ne laverà le mani ??????  A una campagna elettorale che macina vittime ,con l’ illusione di salvaguardare i posti di lavoro ,promettendo a destra e a manca risoluzioni per le loro tasche non per le famiglie dei lavoratori che hanno perso il lavoro . Nella    Provincia di  Frosinone si è aggiunta un’ altra lista di disoccupati con la chiusura della Marangoni ,circa 450 famiglie senza reddito . Se queste sono le attuali linee politiche noi non ci stiamo più a questi giochi di potere messi in campo da chi inciucia con i poteri forti del mercato, noi non stiamo con chi continua a impoverire i cittadini e a far arricchire i soliti compari .  Le vie legali sono aperte.


Quando c'era Lui...caro lei!!!!

Luciano Granieri



Stamattina sul quotidiano “la Repubblica” si spiegavano, con dovizia di particolari, le tecniche che un senatore, chiamato ad esprimersi con voto segreto, può  usare per palesare al suo vicino di scranno   la sua scelta. Si spiegava l’artificio della pallina di carta posta ad incastrare il pulsante corrispondente al voto, in modo che l’input elettronico si attivi automaticamente alla’apertura del sistema,   ma soprattutto renda ben visibile al vicino il colore del bottone premuto. 

Stamattina sul giornale potevamo apprendere come   avrebbe dovuto  fare   un senatore del Pd,  per  allontanare da se il sospetto che, nell’ombra del voto segreto, potesse esprimersi conto la decadenza di Berlusconi. Evidentemente  nei riformisti  è concreta la paura che tornino a tuonare le pistole dei franchi tiratori che già hanno impallinato Prodi. 

Ma se a un partigiano avessero detto  che, 68 anni dopo la sua sanguinosa ma vittoriosa battaglia, dopo   aver visto migliaia di compagni trucidati per la libertà, nel Parlamento, figlio della costituzione repubblicana, alcuni senatori avessero avuto remore a cacciare dal Senato un delinquente condannato con sentenza passata in giudicato per frode  a tutti i cittadini, ed evasione fiscale,  se ad un combattente partigiano avessero raccontato di tutte le diavolerie che si stanno escogitando , palline di carta, voto con le dita mozze, per salvarsi dalla figura di merda di lasciare al suo scranno senatoriale uno con un elevata propensione a delinquere, questi come avrebbe reagito? 

Non ci avrebbe mandato sonoramente affanculo perché chi ha lottato per la libertà ha una sensibilità tale da rifiutare certe rappresentazioni volgari, ma certamente  avrebbe valutato attentamente se avesse avuto un senso  lottare, sacrificarsi e morire per donare  al popolo la libertà,   inscritta nella costituzione, manifesto di democrazia e partecipazione.  Infatti  certi doni, regalati a prezzo anche del sacrificio umano, sono talmente preziosi che spesso chi  li riceve non ne apprezza il  valore, anzi lo ignora totalmente. 

Che il nostro popolo non abbia apprezzato questo regalo immenso lo dimostra l’indegno teatrino che si sta apparecchiando in Senato per salvare il culo a Berlusconi. E allora il partigiano se avesse solo in  minima parte sospettato questi sviluppi, avrebbe  abbandonato il fucile. “Ma chi  me lo fa fare,  tenetevi  Mussolini” avrebbe detto. Così almeno quando ci sarà da premere un pulsante le dita pigeranno sicure il bottone giusto, senza remore o sotterfugi vari, per non rischiare di vedersele mozzate quelle dita. 

Perché lottare per   una dignità, per i diritti civili e umani, se poi il Parlamento, anziché votare le leggi per il popolo, vota per salvare un pregiudicato fascista dalla galera?  Quanto sarebbe stato meglio se Mussolini fosse rimasto!!! Gli italiani si  sarebbero liberati dei comunisti, quei rompicoglioni fissati con la giustizia sociale, avrebbero avuto il loro uomo forte, lo avrebbe accompagnato serenamente nella sua vita da statista fino alla vecchiaia e alla morte,avrebbero venerato un suo successore. 

Probabilmente qualcuno ci avrebbe rimesso le penne e le galere sarebbero state piene di dissidenti, ma vuoi mettere il vantaggio di risparmiare alla gente certe moine? E allora avanti con i luoghi comuni della serie: “si stava meglio quando si stava peggio” “ Ah se Mussolini non avesse perso la guerra” QUANDO C’ERA LUI CARO LEI!!!!” 

Sabra e Shatila: "Ce lo dissero le mosche..."

Assopace Palestina
 Sabra e Shatila 30 anni dopo. Una strage rimasta impunita. Vi proponiamo l'articolo che scrisse Robert Fisk uno dei primi giornalisti ad entrare nei campi palestinesi dopo il massacro.



di Robert Fisk - settembre 1982 

Roma, 16 settembre 2012, Nena News - "Furono le mosche a farcelo capire. Erano milioni e il loro ronzio era eloquente quasi quanto l'odore. Grosse come mosconi, all'inizio ci coprirono completamente, ignare della differenza tra vivi e morti. Se stavamo fermi a scrivere, si insediavano come un esercito - a legioni - sulla superficie bianca dei nostri taccuini, sulle mani, le braccia, le facce, sempre concentrandosi intorno agli occhi e alla bocca, spostandosi da un corpo all'altro, dai molti morti ai pochi vivi, da cadavere a giornalista, con i corpicini verdi, palpitanti di eccitazione quando trovavano carne fresca sulla quale fermarsi a banchettare.

Se non ci muovevamo abbastanza velocemente, ci pungevano. Perlopiù giravano intorno alle nostre teste in una nuvola grigia, in attesa che assumessimo la generosa immobilità dei morti. Erano servizievoli quelle mosche, costituivano il nostro unico legame fisico con le vittime che ci erano intorno, ricordandoci che c'è vita anche nella morte. Qualcuno ne trae profitto. Le mosche sono imparziali. Per loro non aveva nessuna importanza che quei corpi fossero stati vittime di uno sterminio di massa. Le mosche si sarebbero comportate nello stesso modo con un qualsiasi cadavere non sepolto. Senza dubbio, doveva essere stato così anche nei caldi pomeriggi durante la Peste nera.

All'inizio non usammo la parola massacro. Parlammo molto poco perché le mosche si avventavano infallibilmente sulle nostrae bocche. Per questo motivo ci tenevamo sopra un fazzoletto, poi ci coprimmo anche il naso perché le mosche si spostavano su tutta la faccia. Se a Sidone l'odore dei cadaveri era stato nauseante, il fetore di Shatila ci faceva vomitare. Lo sentivamo anche attraverso i fazzoletti più spessi. Dopo qualche minuto, anche noi cominciammo a puzzare di morto.

Erano dappertutto, nelle strade, nei vicoli, nei cortili e nelle stanze distrutte, sotto i mattoni crollati e sui cumuli di spazzatura. Gli assassini - i miliziani cristiani che Israele aveva lasciato entrare nei campi per «spazzare via i terroristi» - se n'erano appena andati. In alcuni casi il sangue a terra era ancora fresco. Dopo aver visto un centinaio di morti, smettemmo di contarli. In ogni vicolo c'erano cadaveri - donne, giovani, nonni e neonati - stesi uno accanto all'altro, in quantità assurda e terribile, dove erano stati accoltellati o uccisi con i mitra. In ogni corridoio tra le macerie trovavamo nuovi cadaveri. I pazienti di un ospedale palestinese erano scomparsi dopo che i miliziani avevano ordinato ai medici di andarsene. Dappertutto, trovavamo i segni di fosse comuni scavate in fretta. Probabilmente erano state massacrate mille persone; e poi forse altre cinquecento.

Mentre eravamo lì, davanti alle prove di quella barbarie, vedevamo gli israeliani che ci osservavano. Dalla cima di un grattacielo a ovest - il secondo palazzo del viale Camille Chamoun - li vedevamo che ci scrutavano con i loro binocoli da campo, spostandoli a destra e a sinistra sulle strade coperte di cadaveri, con le lenti che a volte brillavano al sole, mentre il loro sguardo si muoveva attraverso il campo. Loren Jenkins continuava a imprecare. Pensai che fosse il suo modo di controllare la nausea provocata da quel terribile fetore. Avevamo tutti voglia di vomitare. Stavamo respirando morte, inalando la putredine dei cadaveri ormai gonfi che ci circondavano. Jenkins capì subito che il ministro della Difesa israeliano avrebbe dovuto assumersi una parte della responsabilità di quell'orrore. «Sharon!» gridò. «Quello stronzo di Sharon! Questa è un'altra Deir Yassin.»

Quello che trovammo nel campo palestinese di Shatila alle dieci di mattina del 18 settembre 1982 non era indescrivibile, ma sarebbe stato più facile da raccontare nella fredda prosa scientifica di un esame medico. C'erano già stati massacri in Libano, ma raramente di quelle proporzioni e mai sotto gli occhi di un esercito regolare e presumibilmente disciplinato. Nell'odio e nel panico della battaglia, in quel paese erano state uccise decine di migliaia di persone. Ma quei civili, a centinaia, erano tutti disarmati. Era stato uno sterminio di massa, un'atrocità, un episodio - con quanta facilità usavamo la parola «episodio» in Libano - che andava ben oltre quella che in altre circostanze gli israeliani avrebbero definito una strage terroristica. Era stato un crimine di guerra.

Jenkins, Tveit e io eravamo talmente sopraffatti da ciò che avevamo trovato a Shatila che all'inizio non riuscivamo neanche a renderci conto di quanto fossimo sconvolti. Bill Foley dell'Ap era venuto con noi. Mentre giravamo per le strade, l'unica cosa che riusciva a dire era «Cristo santo!». Avremmo potuto accettare di trovare le tracce di qualche omicidio, una dozzina di persone uccise nel fervore della battaglia; ma nelle case c'erano donne stese con le gonne sollevate fino alla vita e le gambe aperte, bambini con la gola squarciata, file di ragazzi ai quali avevano sparato alle spalle dopo averli allineati lungo un muro. C'erano neonati - tutti anneriti perché erano stati uccisi più di ventiquattro ore prima e i loro corpicini erano già in stato di decomposizione - gettati sui cumuli di rifiuti accanto alle scatolette delle razioni dell'esercito americano, alle attrezzature mediche israeliane e alle bottiglie di whisky vuote.

Dov'erano gli assassini? O per usare il linguaggio degli israeliani, dov'erano i «terroristi»? Mentre andavamo a Shatila avevamo visto gli israeliani in cima ai palazzi del viale Camille Chamoun, ma non avevano cercato di fermarci. In effetti, eravamo andati prima al campo di Burj al-Barajne perché qualcuno ci aveva detto che c'era stato un massacro. Tutto quello che avevamo visto era un soldato libanese che inseguiva un ladro d'auto in una strada. Fu solo mentre stavamo tornando indietro e passavamo davanti all'entrata di Shatila che Jenkins decise di fermare la macchina. «Non mi piace questa storia» disse. «Dove sono finiti tutti? Che cavolo è quest'odore?»

Appena superato l'ingresso sud del campo, c'erano alcune case a un piano circondate da muri di cemento. Avevo fatto tante interviste in quelle casupole alla fine degli anni settanta. Quando varcammo la fangosa entrata di Shatila vedemmo che tutte quelle costruzioni erano state fatte saltare in aria con la dinamite. C'erano bossoli sparsi a terra sulla strada principale. Vidi diversi candelotti di traccianti israeliani, ancora attaccati ai loro minuscoli paracadute. Nugoli di mosche aleggiavano tra le macerie, branchi di predoni che avevano annusato la vittoria.

In fondo a un vicolo sulla nostra destra, a non più di cinquanta metri dall'entrata, trovammo un cumulo di cadaveri. Erano più di una dozzina, giovani con le braccia e le gambe aggrovigliate nell'agonia della morte. A tutti avevano sparato a bruciapelo, alla guancia: la pallottola aveva portato via una striscia di carne fino all'orecchio ed era poi entrata nel cervello. Alcuni avevano cicatrici nere o rosso vivo sul lato sinistro del collo. Uno era stato castrato, i pantaloni erano strappati sul davanti e un esercito di mosche banchettava sul suo intestino dilaniato.

Avevano tutti gli occhi aperti. Il più giovane avrà avuto dodici o tredici anni. Portavano jeans e camicie colorate, assurdamente aderenti ai corpi che avevano cominciato a gonfiarsi per il caldo. Non erano stati derubati. Su un polso annerito, un orologio svizzero segnava l'ora esatta e la lancetta dei minuti girava ancora, consumando inutilmente le ultime energie rimaste sul corpo defunto.

Dall'altro lato della strada principale, risalendo un sentiero coperto di macerie, trovammo i corpi di cinque donne e parecchi bambini. Le donne erano tutte di mezza età ed erano state gettate su un cumulo di rifiuti. Una era distesa sulla schiena, con il vestito strappato e la testa di una bambina che spuntava sotto il suo corpo. La bambina aveva i capelli corti, neri e ricci, dal viso corrucciato i suoi occhi ci fissavano. Era morta.

Un'altra bambina era stesa sulla strada come una bambola gettata via, con il vestitino bianco macchiato di fango e polvere. Non avrà avuto più di tre anni. La parte posteriore della testa era stata portata via dalla pallottola che le avevano sparato al cervello. Una delle donne stringeva a sé un minuscolo neonato. La pallottola attraversandone il petto aveva ucciso anche il bambino. Qualcuno le aveva squarciato la pancia in lungo e in largo, forse per uccidere un altro bambino non ancora nato. Aveva gli occhi spalancati, il volto scuro pietrificato dall'orrore.

Tveit cercò di registrare tutto su una cassetta, parlando lentamente in norvegese e in tono impassibile. «Ho trovato altri corpi, quelli di una donna con il suo bambino. Sono morti. Ci sono altre tre donne. Sono morte.»

Di tanto in tanto, premeva il bottone della pausa e si piegava per vomitare nel fango della strada. Mentre esploravamo un vicolo, Foley, Jenkins e io sentimmo il rumore di un cingolato. «Sono ancora qui» disse Jenkins e mi fissò. Erano ancora lì. Gli assassini erano ancora nel campo. La prima preoccupazione di Foley fu che i miliziani cristiani potessero portargli via il rullino, l'unica prova - per quanto ne sapesse - di quello che era successo. Cominciò a correre lungo il vicolo.

Io e Jenkins avevamo paure più sinistre. Se gli assassini erano ancora nel campo, avrebbero voluto eliminare i testimoni piuttosto che le prove fotografiche. Vedemmo una porta di metallo marrone socchiusa; l'aprimmo e ci precipitammo nel cortile, chiudendola subito dietro di noi. Sentimmo il veicolo che si addentrava nella strada accanto, con i cingoli che sferragliavano sul cemento. Jenkins e io ci guardammo spaventati e poi capimmo che non eravamo soli. Sentimmo la presenza di un altro essere umano. Era lì vicino a noi, una bella ragazza distesa sulla schiena.

Era sdraiata lì come se stesse prendendo il sole, il sangue ancora umido le scendeva lungo la schiena. Gli assassini se n'erano appena andati. E lei era lì, con i piedi uniti, le braccia spalancate, come se avesse visto il suo salvatore. Il viso era sereno, gli occhi chiusi, era una bella donna, e intorno alla sua testa c'era una strana aureola: sopra di lei passava un filo per stendere la biancheria e pantaloni da bambino e calzini erano appesi. Altri indumenti giacevano sparsi a terra. Quando gli assassini avevano fatto irruzione, probabilmente stava ancora stendendo il bucato della sua famiglia. E quando era caduta, le mollette che teneva in mano erano finite a terra formando un piccolo cerchio di legno attorno al suo capo.

Solo il minuscolo foro che aveva sul seno e la macchia che si stava man mano allargando indicavano che fosse morta. Perfino le mosche non l'avevano ancora trovata. Pensai che Jenkins stesse pregando, ma imprecava di nuovo e borbottava «Dio santo», tra una bestemmia e l'altra. Provai tanta pena per quella donna. Forse era più facile provare pietà per una persona giovane, così innocente, una persona il cui corpo non aveva ancora cominciato a marcire. Continuavo a guardare il suo volto, il modo ordinato in cui giaceva sotto il filo da bucato, quasi aspettandomi che aprisse gli occhi da un momento all'altro.

Probabilmente quando aveva sentito sparare nel campo era andata a nascondersi in casa. Doveva essere sfuggita all'attenzione dei miliziani fino a quella mattina. Poi era uscita in giardino, non aveva sentito nessuno sparo, aveva pensato che fosse tutto finito e aveva ripreso le sue attività quotidiane. Non poteva sapere quello che era successo. A un tratto qualcuno aveva aperto la porta, improvvisamente come avevamo fatto noi, e gli assassini erano entrati e l'avevano uccisa. Senza pensarci due volte. Poi se n'erano andati ed eravamo arrivati noi, forse soltanto un minuto o due dopo.

Rimanemmo in quel giardino ancora per un po'. Io e Jenkins eravamo spaventati. Come Tveit, che era momentaneamente scomparso, Jenkins era un sopravvissuto. Mi sentivo al sicuro con lui. I miliziani - gli assassini della ragazza - avevano violentato e accoltellato le donne di Shatila e sparato agli uomini, ma sospettavo che avrebbero esitato a uccidere Jenkins e l'americano avrebbe cercato di dissuaderli. «Andiamocene via di qui» disse, e ce ne andammo. Fece capolino in strada per primo, io lo seguii, chiudendo la porta molto piano perché non volevo disturbare la donna morta, addormentata, con la sua aureola di mollette da bucato.

Foley era tornato sulla strada vicino all'entrata del campo. Il cingolato era scomparso, anche se sentivo che si spostava sulla strada principale esterna, in direzione degli israeliani che ci stavano ancora osservando. Jenkins sentì Tveit urlare da dietro una catasta di cadaveri e lo persi di vista. Continuavamo a perderci di vista dietro i cumuli di cadaveri. Un attimo prima stavo parlando con Jenkins, un attimo dopo mi giravo e scoprivo che mi stavo rivolgendo a un ragazzo, riverso sul pilastro di una casa con le braccia penzoloni dietro la testa.

Sentivo le voci di Jenkins e Tveit a un centinaio di metri di distanza, dall'altra parte di una barricata coperta di terra e sabbia che era stata appena eretta da un bulldozer. Sarà stata alta più di tre metri e mi arrampicai con difficoltà su uno dei lati, con i piedi che scivolavano nel fango. Quando ormai ero arrivato quasi in cima persi l'equilibrio e per non cadere mi aggrappai a una pietra rosso scuro che sbucava dal terreno. Ma non era una pietra. Era viscida e calda e mi rimase appiccicata alla mano. Quando abbassai gli occhi vidi che mi ero attaccato a un gomito che sporgeva dalla terra, un triangolo di carne e ossa.

Lo lasciai subito andare, inorridito, pulendomi i resti di carne morta sui pantaloni, e finii di salire in cima alla barricata barcollando. Ma l'odore era terrificante e ai miei piedi c'era un volto al quale mancava metà bocca, che mi fissava. Una pallottola o un coltello gliel'avevano portata via, quello che restava era un nido di mosche. Cercai di non guardarlo. In lontananza, vedevo Jenkins e Tveit in piedi accanto ad altri cadaveri davanti a un muro, ma non potevo chiedere aiuto perché sapevo che se avessi aperto la bocca per gridare avrei vomitato.

Salii in cima alla barricata cercando disperatamente un punto che mi consentisse di saltare dall'altra parte. Ma non appena facevo un passo, la terra mi franava sotto i piedi. L'intero cumulo di fango si muoveva e tremava sotto il mio peso come se fosse elastico e, quando guardai giù di nuovo, vidi che solo uno strato sottile di sabbia copriva altre membra e altri volti. Mi accorsi che una grossa pietra era in realtà uno stomaco. Vidi la testa di un uomo, il seno nudo di una donna, il piede di un bambino. Stavo camminando su decine di cadaveri che si muovevano sotto i miei piedi.

I corpi erano stati sepolti da qualcuno in preda al panico. Erano stati spostati con un bulldozer al lato della strada. Anzi, quando sollevai lo sguardo vidi il bulldozer - con il posto di guida vuoto - parcheggiato con aria colpevole in fondo alla strada.

Mi sforzavo invano di non camminare sulle facce che erano sotto di me. Provavamo tutti un profondo rispetto per i morti, perfino lì e in quel momento. Continuavo a dirmi che quei cadaveri mostruosi non erano miei nemici, quei morti avrebbero approvato il fatto che fossi lì, avrebbero voluto che io, Jenkins e Tveit vedessimo tutto questo, e quindi non dovevo avere paura di loro. Ma non avevo mai visto tanti cadaveri in tutta la mia vita.

Saltai giù e corsi verso Jenkins e Tveit. Suppongo che stessi piagnucolando come uno scemo perché Jenkins si girò. Sorpreso. Ma appena aprii la bocca per parlare, entrarono le mosche. Le sputai fuori. Tveit vomitava. Stava guardando quelli che sembravano sacchi davanti a un basso muro di pietra. Erano tutti allineati, giovani uomini e ragazzi, stesi a faccia in giù. Gli avevano sparato alla schiena mentre erano appoggiati al muro e giacevano lì dov'erano caduti, una scena patetica e terribile.

Quel muro e il mucchio di cadaveri mi ricordavano qualcosa che avevo già visto. Solo più tardi mi sarei reso conto di quanto assomigliassero alle vecchie fotografie scattate nell'Europa occupata durante la Seconda guerra mondiale. Ci sarà stata una ventina di corpi. Alcuni nascosti da altri. Quando mi inchinai per guardarli più da vicino notai la stessa cicatrice scura sul lato sinistro del collo. Gli assassini dovevano aver marchiato i prigionieri da giustiziare in quel modo. Un taglio sulla gola con il coltello significava che l'uomo era un terrorista da giustiziare immediatamente. Mentre eravamo lì sentimmo un uomo gridare in arabo dall'altra parte delle macerie: «Stanno tornando». Così corremmo spaventati verso la strada. A ripensarci, probabilmente era la rabbia che ci impediva di andarcene, perché ci fermammo all'ingresso del campo per guardare in faccia alcuni responsabili di quello che era successo. Dovevano essere arrivati lì con il permesso degli israeliani. Dovevano essere stati armati da loro. Chiaramente quel lavoro era stato controllato - osservato attentamente - dagli israeliani, dagli stessi soldati che guardavano noi con i binocoli da campo.

Sentimmo un altro mezzo corazzato sferragliare dietro un muro a ovest - forse erano falangisti, forse israeliani - ma non apparve nessuno. Così proseguimmo. Era sempre la stessa scena. Nelle casupole di Shatila, quando i miliziani erano entrati dalla porta, le famiglie si erano rifugiate nelle camere da letto ed erano ancora tutti lì, accasciati sui materassi, spinti sotto le sedie, scaraventati sulle pentole. Molte donne erano state violentate, i loro vestiti giacevano sul pavimento, i corpi nudi gettati su quelli dei loro mariti o fratelli, adesso tutti neri di morte.

C'era un altro vicolo in fondo al campo dove un bulldozer aveva lasciato le sue tracce sul fango. Seguimmo quelle orme fino a quando non arrivammo a un centinaio di metri quadrati di terra appena arata. Sul terreno c'era un tappeto di mosche e anche lì si sentiva il solito, leggero, terribile odore dolciastro. Vedendo quel posto, sospettammo tutti di che cosa si trattasse, una fossa comune scavata in fretta. Notammo che le nostre scarpe cominciavano ad affondare nel terreno, che sembrava liquido, quasi acquoso e tornammo indietro verso il sentiero tracciato dal bulldozer, terrorizzati.

Un diplomatico norvegese - un collega di Ane-Karina Arveson - aveva percorso quella strada qualche ora prima e aveva visto un bulldozer con una decina di corpi nella pala, braccia e gambe che penzolavano fuori dalla cassa. Chi aveva ricoperto quella fossa con tanta solerzia? Chi aveva guidato il bulldozer? Avevamo una sola certezza: gli israeliani lo sapevano, lo avevano visto accadere, i loro alleati - i falangisti o i miliziani di Haddad - erano stati mandati a Shatila a commettere quello sterminio di massa. Era il più grave atto di terrorismo - il più grande per dimensioni e durata, commesso da persone che potevano vedere e toccare gli innocenti che stavano uccidendo - della storia recente del Medio Oriente.

Incredibilmente, c'erano alcuni sopravvissuti. Tre bambini piccoli ci chiamarono da un tetto e ci dissero che durante il massacro erano rimasti nascosti. Alcune donne in lacrime ci gridarono che i loro uomini erano stati uccisi. Tutti dissero che erano stati i miliziani di Haddad e i falangisti, descrissero accuratamente i diversi distintivi con l'albero di cedro delle due milizie.

Sulla strada principale c'erano altri corpi. «Quello era il mio vicino, il signor Nuri» mi gridò una donna. «Aveva novant'anni.» E lì sul marciapiede, sopra un cumulo di rifiuti, era disteso un uomo molto anziano con una sottile barba grigia e un piccolo berretto di lana ancora in testa. Un altro vecchio giaceva davanti a una porta in pigiama, assassinato qualche ora prima mentre cercava di scappare. Trovammo anche alcuni cavalli morti, tre grossi stalloni bianchi che erano stati uccisi con una scarica di mitra davanti a una casupola, uno di questi aveva uno zoccolo appoggiato al muro, forse aveva cercato di saltare per mettersi in salvo mentre i miliziani gli sparavano.

C'erano stati scontri nel campo. La strada vicino alla moschea di Sabra era diventata sdrucciolevole per quanto era coperta di bossoli e nastri di munizioni, alcuni dei quali erano di fattura sovietica, come quelli usati dai palestinesi. I pochi uomini che possedevano ancora un'arma avevano cercato di difendere le loro famiglie. Nessuno avrebbe mai conosciuto la loro storia. Quando si erano accorti che stavano massacrando il loro popolo? Come avevano fatto a combattere con così poche armi? In mezzo alla strada, davanti alla moschea, c'era un kalashnikov giocattolo di legno in scala ridotta, con la canna spezzata in due.

Camminammo in lungo e in largo per il campo, trovando ogni volta altri cadaveri, gettati nei fossi, appoggiati ai muri, allineati e uccisi a colpi di mitra. Cominciammo a riconoscere i corpi che avevamo già visto. Laggiù c'era la donna con la bambina in braccio, ecco di nuovo il signor Nuri, disteso sulla spazzatura al lato della strada. A un certo punto, guardai con attenzione la donna con la bambina perché mi sembrava quasi che si fosse mossa, che avesse assunto una posizione diversa. I morti cominciavano a diventare reali ai nostri occhi.


lunedì 16 settembre 2013

Active City, il movimento è protagonista .

Pasquale Coccia, da Alias del 14 settembre

Intervista a Antonio Borgogni, docente all’Università di Cassino e promotore di un modello già in atto in molti paesi d’Europa. “Centrale è la riqualificazione partecipata dello spazio pubblico per aumentarne accessibilità e fruibilità.

Dal 16 al 22 settembre l’Ue promuove la settimana della mobilità sostenibile, proponendo ai cittadini di rendersi protagonisti attraverso il movimento. Si possono percorrere a piedi alcuni tratti casa-lavoro, muoversi in bici e integrare il percorso con i mezzi pubblici, fare esercizi agli attrezzi posti davanti alla fermata dell’autobus. E’ un modello che in altri paesi europei è già stato realizzato e si chiama Active City. Antonio Borgogni, docente all’Università di Cassino e del Lazio Meridionale, su questi temi ha sviluppato ricerche comparate tra Finlandia, Francia, Spagna e Italia. Dal 2010 promuove Active City . www.activecity.it, che propone l’idea del corpo come analizzatore della qualità della vita in città in relazione agli approcci delle Città Sane e Smart. Ha pubblicato il libro Body Town Planning and Partecipation- The Roles of Young people and Sports.
Che cosa è una città attiva?
E’ la città in cui le infrastrutture,i servizi di mobilità sportivi, ricreativi e l’ambiente sociale facilitano l’uso del corpo nella vita quotidiana contribuendo a rendere la città più sana , intelligente vivibile e sicura. Centrale è la riqualificazione partecipata dello spazio pubblico  per  aumentare l’accessibilità, la fruibilità,  la sicurezza, l’estetica.
Quali caratteristiche deve avere una città attiva ?
La comunità scientifica è concorde sul fatto che lo stato di salute positiva si ottenga grazie all’attività motoria quotidiana e non solo alla pratica sportiva. Una città attiva deve essere dotata di percorsi pedonali, ciclabili, spazi verdi, impianti sportivi accessibili sia dal punto di vista infrastrutturale che economico, servizi di trasporto efficienti con fermate entro 300 metri dall’abitazione. Ricerche svolte in vari paesi dimostrano che la prossimità degli spazi verdi, di impianti, di percorsi ciclabili o pedonali incrementa i livelli di attività motoria   dei cittadini.        
Quali sono i vantaggi sulla salute dei cittadini e della città?
I benefici principali, secondo la guida dell’Oma Europa Una città sana è una città attiva, risiedono nel miglioramento della salute dei cittadini attraverso una diminuzione della sedentarietà e delle malattie che ne derivano con conseguente risparmio della spesa sanitaria e dei trasporti. Pur essendo questi  gli obbiettivi principali delle istituzioni, la città attiva favorisce altri aspetti importanti, quali l’allargamento delle reti sociali, il miglioramento della qualità ambientale, una maggiore produttività dei cittadini e dei lavoratori, la creazione di ambienti più vivibili e attraenti per residenti, turisti e per chi intende cambiare città, il miglioramento  della qualità del’aria e dell’inquinamento acustico,una maggiore accessibilità alle aeree verdi, la riqualificazione partecipata del quartiere e l’incremento della coesione sociale  e dell’identità comunitaria.
Quando  e dove nascono i primi modelli di città attiva?
La sensibilità ambientale nata nei paesi centro e nord europei negli anni Settanta può essere considerata l’origine moderna di un’idea di città come reazione al traffico automobilistico. I woonerf (strade condivise) olandesi nascono in quegli anni. Oggi diverse città europee si muovono in questa direzione con progettazioni integrate: Copenaghen, può essere considerata esempio di promozione della mobilità ciclabile; Barcellona con la capillare diffusione di spazi ricreativi e sportivi, formali e informali, le tante esperienze di cittadine europee che adottano il sistema degli Shared Space, diverse città italiane che fanno parte della rete “Città Attive” nata nel 2012.
Che cosa dovrebbero fare gli amministratori di una città per avviare politiche di città attiva?
Partire dalla ricognizione dell’esistente, vi sono molti spazi urbani nelle nostre città che con interventi limitati possono essere valorizzati. Inoltre, avviare un tavolo intersettoriale interno all’amministrazione aperto ai contributi di esperti e delle realtà associative e private del territorio. Ad esempio, con la regia dell’ente locale e di esperti, i volontari di un’associazione possono dare un grande contributo all’avvio di un’esperienza di percorsi sicuri casa-scuola (piedi bus) mentre l’associazione degli albergatori può essere interessata a promuovere la città come attiva. Come avviene in varie realtà sono i siti degli alberghi stessi che propongono l’hotel rimarcando come nella vicinanze ci sia il percorso ciclabile o per fare jogging. Ogi progetto e piano d’azione va realizzato in base al contesto specifico. Il ruolo principale degli esperti è questo.
E’ possibile rendere attive città come Roma, Milano, Napoli, Torino?
La situazione delle grandi città italiane è complessa. Una scellerata politica della mobilità fin dal dopoguerra ha portato ad avere il più alto indice di auto per abitante in Europa (l’indice di motorizzazione di Roma è tre volte quello di Parigi). Tuttavia si registrano alcuni segnali. Torino, che fa parte delle città attive, ha attivato un protocollo come città camminabile. E’ una direzione obbligata visto ciò che sta accadendo in Europa.
In quali centri sono state realizzate politiche di città attive?
Con progettazioni ancora integrate possiamo citare le città che hanno partecipato al primo seminario Active City: costruiamo il modello italiano svoltosi a Ferrara  nell’ottobre del 2012: Udine, città che è stata per vari anni capofila della rete italiana “Città Sane”, Torino, Bari, Casalecchio di Reno e varie altre realtà tra cui le interessanti azioni di promozione dell’attività motoria della Regione e del Servizio Sanitario dell’Emilia Romagna; citotra tutte la capillare campagna per la promozione dell’uso delle scale.
Quali modelli hanno realizzato nelle grandi città europee?
Copenaghen ha puntato sulla ciclabilità con l’obbiettivo di divenire “car free”e “carbon neutral” city entro il 225, a dimostrazione della necessità di politiche integrate. Turku,in Finlandia, promuove da vent’anni le politiche più innovative attraverso sistemi infrastrutturali di accesso gli impianti, di promozione dell’attività motoria a partire dal cammino, basati sui dati scientifici che le università finlandesi hanno evidenziato.
Quali paesi dell’Ue sono avanti nelle politiche delle città attive?
La Finlandia dal punto di vista dei cittadino fisicamente attivi, è tra i primi in classifica in Europa. I paesi in cui il tasso di sedentarietà è più basso sono quelli in cui queste politiche sono più avanzate, come in Scandinavia, Olanda, Svizzera e in parte Gran Bretagna.
Nelle grandi città dei paesi extraeuropei sono state realizzate politiche di città attive?
In Europa, Nord America e alcune nazioni asiatiche la linea di tendenza  della riqualificazione urbana si concentra sulla vivibilità dello spazio pubblico, compresi gli spazi pedonali e ciclabili, in Italia c’è scetticismo sulla possibilità di sviluppare politiche del genere, si dice che è facile parlare dei paesi del Nord Europa, ma dopo Amsterdam la seconda città mondiale ad avere aumentato gli spostamenti  ciclabili negli ultimi venti anni è Bogotà! Se è possibile a Bogotà, una città di 9 milioni di abitanti posta a 2600 metri di altitudine con 350 km di piste ciclabili, perchè non da noi?
A quali “comodità” devono rinunciare gli abitanti di una città attiva?

E’ una domanda molto interessante, cruciale per predire il successo di una proposta. Verrebbe da dire a nessuna, perché una città attiva consente spostamenti più veloci rispetto a una città ordinaria. Il punto di svolta sta nell’agire in modo integrato (con politiche educative, della mobilità, sociali, urbanistiche) in modo tale che la percezione dei cittadini si modifichi. Il successo del Vèlib a Parigi risiede nella percezione del vantaggio (risparmio di tempo, salute, stare all’aria aperta anziché nel metrò) che i cittadini hanno nell’usare il sistema di biciclette pubbliche.  E’ anche un buon esempio di contatto tra città attiva e città smart viste le varie modalità tecnologiche con cui funziona. La vera rinuncia è alla pigrizia e alla conseguente sedentarietà

domenica 15 settembre 2013

Teatro e Mafia

Ultimoteatro


Ciao a tutti e ben ri-trovati!
Siamo Luca e Nina di UltimoTeatro, appena rientrati dalla lunga residenza siciliana con un nuovo spettacolo teatrale dal titolo IN GINOCCHIO.
Come sempre scriviamo per proporre le nostre indagini sugli usi ed i costumi del contemporaneo, consumato e consumista, con la speranza che facendo così si riesca a dare un colpo di umanità ai marcescenti risultati che l'oggi e la nostra storia producono.
Questa nuova fatica a cui abbiamo lavorato per più di un anno è stata realizzata con la regia e la consulenza di Sergio Lo Verde, che oltre ad essere uno dei co-fondatori di MandarinArte (progetto residente nel podere confiscato alla famiglia Greco, presso Ciaculli di Palermo) è artista e grande uomo delle terre di Trinacria, che lotta da oltre trentanni attraverso il suo mestiere e con tutto se stesso, quella che sembra essere definita dai molti la “piaga del sud”. In questo periodo di residenze varie in Sicilia, con delicatezza ed entusiasmo, ci ha accompagnati in questo nostro nuovo viaggio all'interno della società della violenza e della disperazione, che oramai sembra caratterizzare le migliori democrazie occidentali e non.
Abbiamo deciso di portare in scena questo progetto, non solo perché io, Luca Privitera (attore e co-autore), sono uno dei tanti figli di coloro che sono scappati dalla propria terra a causa di questo grosso tumore chiamato “Mafia”, ma soprattutto perché è sempre più evidente che il malaffare e la delinquenza organizzata di stampo mafioso non sono più un problema esclusivo della bassa Italia, ma un problema dilagante e nazionalizzato, in tutti i fronti ed in tutte le sue sfumature. Un problema difficile da debellare e che negli ultimi cinquanta anni ha messo radici anche nell'estremo nord della penisola, attraverso: l'edilizia, la sanità, l'istruzione, la speculazione, lo sfruttamento, la droga, gli appalti, il mercato, i rifiuti, le istituzioni, la politica.
In Ginocchio non è un spettacolo autobiografico e tanto meno biografico, è una sorta di diario dove sono stati appuntati tutti quei comportamenti e quelle caratteristiche della mafiosità raccontate attraverso la bocca dei cattivi. Del "come" e del "perché" si diventa boss o affiliati. Certo come messaggio è provocatorio, come in fondo lo sono tutti i nostri lavori, ma è una drammaturgia chiara e lucida, per denunciare tutti coloro, soprattutto noi persone comuni e giudici indefessi di tutto questo, che nella nostra continua indifferenza ed ignoranza abbiamo permesso e permettiamo tutt'oggi che tutto questo avvenga, in una totale normalità ed in una normale accettazione delle conseguenze.
Sperando che il nostro lavoro possa essere di vostro interesse vi lasciamo il link con tutto il materiale, e come sempre sappiate che prezzi ed esigenze tecniche cambiano a seconda di chi ne fa richiesta. Fare teatro è il nostro mestiere ed il nostro modo di sopravvivere, ma divulgare le tematiche che mettiamo in scena è per noi necessario e vitale.