Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

giovedì 30 aprile 2015

Le vere problematiche della legge elettorale

Luciano Granieri del comitato provinciale in difesa della Costituzione.


Il can can mediatico  che sta accompagnando la vicenda dell’approvazione della legge elettorale, contribuisce ad occultare alcune questioni di merito che vorrei qui sollevare.  Contesto innanzitutto  le affermazioni degli oppositori di Renzi , in merito al fatto che non fosse necessario approvare così in fretta una nuova legge elettorale, in quanto le prossime elezioni si terranno nel 2018, quindi  sarebbe stato meglio concentrarsi su altre  priorità.  

Renzi invece ha ragione a voler approvare subito le nuove norme elettorali. Infatti la sentenza n.1/2014 con cui la Corte Costituzionale rendeva incostituzionale il Procellum, prescriveva che il  Parlamento, proprio perché illegittimamente eletto, dovesse governare per il tempo necessario per ottemperare alla ordinaria amministrazione,   e a votare al più presto una nuova legge elettorale, strutturata in modo da  recepire le indicazioni della Consulta,  e   procedere all’elezione di un nuovo Parlamento. 

Su questo punto, anzi, si è perso fin troppo tempo. E’ stata approvata una devastante riforma del lavoro, si sta manomettendo la Costituzione in modo pesante con l’abolizione del Senato, si sta distruggendo la scuola pubblica, tutti provvedimenti che secondo la Corte Costituzionale non avrebbero dovuto essere promulgati da un governo espressione di un Parlamento illegittimo. Ripeto l’unica attività legislativa di questo Parlamento avrebbe dovuto riguardare la legge elettorale. 

Già ma quale legge elettorale? Sicuramente non l’Italicum. La sentenza n.1/2014 determina l’illegittimità del premio di maggioranza senza una soglia. Nell’Italicum è prevista la soglia del 40% dei consensi  per accedere al premio, ma questo solo nel caso in cui un partito  la  ottenga . Come è noto se nessuno raggiunge il 40% il premio di maggioranza sarà assegnato alla lista che vincerà il ballottaggio fra le due più votate, senza che questa abbia raggiunto una soglia particolare, può aver   avuto accesso al ballottaggio magari solo con il 20% dei consensi ,  ciò in contraddizione con la sentenza n.1/2014. 

 Inoltre l’Italicum,  con  il sistema dei capilista bloccati candidati in tutti i collegi,  non soddisfa completamente  il principio della conoscibilità degli eletti, contravvenendo ad un'altra prescrizione della Consulta.  

Resta  poi  da capire quale sarà l’atteggiamento dell’attuale Presidente della Repubblica Sergio Matterella, già  membro di quella Corte Costituzionale che all’epoca  bocciò  il Procellum, denunciando quei  vizi che vengono riproposti, oggi,  pari pari, nella nuova legge elettorale.  Promulgherà il provvedimento contraddicendo la sua stessa deliberazione?  Oppure con coerenza rinvierà la legge alle camere prescrivendo le correzioni necessarie?  

Manterrà la schiena dritta anche se in contrasto con colui che l’ha voluto sul Colle?  Queste dovrebbero essere le questioni da dibattere non se il Pd si spaccherà, se Renzi liquiderà  i suoi oppositori o altre vicende simili. Se conta la Costituzione e le sentenze espresse a sua difesa, il percorso è delineato. Nuova legge elettorale, molto diversa dall’Italicum, scioglimento delle Camere e nuovo voto, ogni procedura diversa è lesiva del dispositivo costituzionale.



La Resistenza operaia: una rivoluzione tradita dallo stalinismo


A settant'anni dal 1945

Francesco Ricci
 

1. Il primo vero colpo al fascismo: gli scioperi operai
In genere la crisi del fascismo viene presentata come il prodotto della sconfitta militare inferta dagli Alleati e della crisi interna del regime. Effettivamente dal luglio 1943 gli anglo-americani conquistano la Sicilia e iniziano a risalire lentamente la penisola; e il 25 luglio il Gran consiglio dei fascismo approva a maggioranza l'ordine del giorno Bottai-Grandi- Ciano che liquida Mussolini, arrestato poche ore dopo per ordine del re che lo sostituisce con Badoglio. E' il tentativo di salvare il regime usando Mussolini come capro espiatorio. Un tentativo sostenuto non solo dalla monarchia e dalle gerarchie militari e dal Vaticano ma anche e soprattutto da quei padroni (Agnelli, Pirelli, ecc.) che, dopo aver fatto profitti giganteschi grazie al regime fascista, cercano di cambiare cavallo in corsa. Badoglio, già distintosi come sterminatore durante l'aggressione coloniale all'Abissinia, comandante delle bande fasciste in Spagna, sostituisce Mussolini.
Questo primo governo Badoglio dura 45 giorni e cerca di riverniciare la vecchia struttura fascista (di cui sono conservati la gran parte dei dirigenti, nonostante il Partito nazionale fascista venga formalmente disciolto) mantenendone inalterato il carattere anti-operaio (reprime nel sangue le manifestazioni per la caduta di Mussolini: morti e centinaia di feriti ovunque). Il nuovo governo, mentre proclama la fedeltà ai nazisti, inizia le trattative con gli Alleati che porteranno alla firma dell'armistizio (il 3 settembre, ma reso pubblico l'8) e alla precipitosa fuga del governo e del re in Puglia, lasciando sgretolare l'intero apparato statale e le forze armate davanti alle truppe tedesche che occupano il Paese mentre i generali o scappano o preferiscono cedere le armi agli invasori piuttosto che agli operai. Quegli operai che organizzano la prima barriera e che cercano di difendere varie città, da Roma a Piombino (che resiste vari giorni infliggendo 600 morti ai tedeschi) fino a Napoli, dove il proletariato dà vita alle "quattro giornate" - dal 27 settembre - che liberano la città prima dell'arrivo delle truppe dell'imperialismo anglo-americano.
Ma la storiografia prevalente tende a sminuire il peso che invece ebbero gli scioperi operai e che fu in realtà determinante nella caduta del governo di Mussolini (tanto di quello regio, intendiamo, come di quello repubblichino).
Ci riferiamo agli scioperi (intermittenti) che iniziano il 5 marzo del 1943 alla Fiat di Torino. A Mirafiori, dove sono concentrati 21 mila operai, parte il primo sciopero contro il carovita e per la pace. Due settimane dopo lo sciopero si estende a Milano (Falck e Pirelli) e ai principali centri operai del Nord.
Il regime cerca prima di smorzare la lotta con una dura repressione (800 operai arrestati, pestaggi) poi, non riuscendovi, governo e padronato concedono aumenti salariali, nella speranza di far rifluire la lotta. Ma gli scioperi proseguiranno nel novembre '43 e di nuovo nel marzo '44 quando, dall'1 all'8 del mese, è sciopero generale in tutta l'Italia occupata dai tedeschi.
Sono gli scioperi della primavera '43 a suonare la prima campana a morto per il regime; e saranno gli scioperi dell'autunno '43 e del '44 a rafforzare la Resistenza e a preparare l'insurrezione dell'aprile '45.
Non furono scioperi "spontanei" (a differenza di quanto spesso si legge e come dimostra il fatto che la polizia fascista già tre settimane prima fosse in allerta per volantini clandestini che giravano in fabbrica): in essi ebbero un ruolo di primo piano i quadri del Pci che, dal '42, andava ricostruendosi nella gran parte delle provincie del Paese (dal luglio '42 riprendeva la pubblicazione dell'Unità) e che soprattutto riorganizzava i nuclei operai nelle fabbriche: nerbo dello sciopero furono gli 80 militanti che il Pci aveva a Mirafiori. Mentre il sostegno di massa agli scioperi era la risposta della classe operaia non solo a Mussolini, e al suo regime anti-operaio e anti-comunista, ma anche a quella grande borghesia che nel corso del Ventennio aveva visto moltiplicare i propri profitti mentre i salari avevano perso oltre il 20% del potere d'acquisto.
Il fascismo era stato - esattamente come lo analizzò e definì Trotsky - un movimento di massa della piccola borghesia impoverita dalla crisi (dunque non una invenzione a tavolino della grande borghesia) che, in assenza di una egemonia proletaria, veniva utilizzato dalla grande borghesia (che vi faceva ricorso come un ammalato di denti fa ricorso al dentista) come ariete contro le organizzazioni del movimento operaio, sovrapponendo al programma confuso (o meglio, inesistente) del fascismo il programma degli Agnelli e dei Pirelli in Italia, dei Krupp e delle grandi famiglie del capitalismo tedesco in Germania.
Così, quando il 9 settembre si costituisce la Repubblica di Salò, un protettorato tedesco guidato da Mussolini (liberato il 12 settembre dalle Ss), che comprende tutto il Nord e inizialmente include fino al Lazio e al Nord della Campania, nascono le prime bande partigiane.
Le prime scarse centinaia che prendono il fucile sono in gran parte operai. Le diverse brigate (Garibaldi, dirette dal Pci; Matteotti, dirette dal Psi; Giustizia e libertà, dirette dagli azionisti -1) arriveranno a comprendere, complessivamente, circa 250 mila militanti. La stragrande maggioranza è composta da operai (ma con una robusta presenza anche di braccianti salariati); tra loro una netta maggioranza è composta dai comunisti (includendo non solo i militanti del Pci ma anche militanti di altre organizzazioni o simpatizzanti) e la quasi totalità (se si fa eccezione per le scarse brigate legate a partiti borghesi) si riconosce nei partiti della sinistra e più in generale (con vari gradi di confusione, chiaramente) crede nel socialismo.
Sono insomma gli operai - ecco il senso di questa nostra introduzione - la spina dorsale della cosiddetta Liberazione. Sono i comunisti (non solo quelli del Pci, come vedremo in seguito) e più in generale i lavoratori che lottano per il socialismo a scrivere la storia del Paese dal 1943 al 25 aprile; e poi ancora dal '45 al '48. E la gran parte di questi combattenti è convinta, in un modo o nell'altro, che la Resistenza sia solo l'inizio della rivoluzione.
 
2. La "svolta di Salerno" fu ideata a Mosca
Si può dire che l'impalcatura di tutta la storiografia di marca Pci giri attorno alla "svolta di Salerno". Gli stessi eredi di quella scuola storica di falsificazione hanno continuato (anche quando, abbandonati i panni riformisti, sono trasmigrati nel Pd) a sostenere la presunta "originalità" della "svolta" di Togliatti. Capita così che oggi uno storico stalinista non pentito, come Luciano Canfora, e uno storico ex stalinista approdato al Pd, come Giuseppe Vacca, convergano nel cercare di difendere ancora il mito di una rottura innovativa del togliattismo rispetto allo stalinismo.
I trotskisti hanno per decenni sostenuto che non di "svolta" si poteva parlare ma dello sviluppo della politica stalinista in Italia. Il togliattismo fu non solo interprete (magari astuto, come vorrebbero i vari Canfora che salutano in Togliatti chi attenuò, con realismo, la politica di Stalin e persino la contrastò) ma artefice dello stalinismo in Italia. La politica seguita dal Pci - abbiamo argomentato per anni - era la logica continuazione della politica dei "fronti popolari" e, più in generale, dell'incessante e gigantesco lavoro che lo stalinismo fece per impedire la rivoluzione in altri Paesi.
L'elemento di novità, dopo il crollo dello stalinismo e l'apertura degli Archivi di Mosca, sono stati i quintali di documenti che hanno provato che i fatti storici davano ragione ai trotskisti (il che, inutile dirlo, non significa che gli storici stalinisti o ex stalinisti non continuino a scrivere come se niente fosse, fingendo di non essersene accorti).
Tra il tanto materiale pubblicato in lingua italiana ci limitiamo a rimandare alla lettura di Togliatti e Stalin della Aga Rossi e di Zaslavsky e di Dagli archivi di Mosca, curato da Pons e Gori (2). Il primo ha una impostazione reazionaria, il secondo è curato da dirigenti dell'Istituto Gramsci (prima diretto dal Pci, ora dal Pd): ma di là dalla diversa impostazione e lettura dei fatti, entrambi presentano decine di documenti recuperati negli archivi russi che provano ormai senza ombra di dubbio che la "svolta di Salerno" fu una invenzione propagandistica di Stalin.
Già dal dicembre 1941, nell'incontro tra Stalin e il ministro degli Esteri britannico Eden, si decide che nel dopoguerra l'Italia rimarrà sotto la sfera di influenza occidentale. Questa collocazione del Paese fu confermata nelle più note conferenze di Teheran (novembre-dicembre '43), Yalta (febbraio '45) e Potsdam (luglio-agosto '45). Per anni gli stalinisti hanno negato, contro ogni evidenza, che in questi incontri si fosse spartito il mondo in zone di influenza.
Eppure quando nell'ottobre del '44 si incontrano Stalin e Churchill, quest'ultimo chiede rassicurazioni sull'orientamento del Pci. Stalin risponde di non temere: Togliatti "è un uomo prudente, non un estremista" e per questo, continuano le note stenografiche della segretaria che assistette al colloquio, "non si sarebbe imbarcato in un'avventura" (3).
Di più, oggi sappiamo con esattezza che la linea della cosiddetta "svolta" fu definita nei minimi dettagli da Stalin stesso. E' Pons a riconoscerlo (4): "Il passo decisivo della 'svolta' venne compiuto non soltanto con il consenso di Stalin (...) ma tramite il suo intervento." Pons si riferisce al fatto che Togliatti, pur condividendo tutta l'impostazione generale (su questo torneremo tra poco), aveva inizialmente articolato la linea con qualche differenza: non pensava di spingere il suo partito fino a sostenere Badoglio e la monarchia; pensava di imporre l'abdicazione del re e la sostituzione di Badoglio con una figura borghese meno compromessa col fascismo. Questa era la linea che sottopose con un testo a Dimitrov (segretario del Comintern) e che quest'ultimo fece vedere a Molotov (vicepremier). Poi nella notte tra il 3 e il 4 marzo 1944 Stalin dà udienza a Togliatti, alla presenza di Molotov, ed è lì che cade la pregiudiziale antimonarchica. La bozza scritta da Togliatti è cestinata e si concorda una diversa strutturazione della medesima linea di compromesso di classe con la borghesia. Una linea che, nella sua articolazione (sostegno a Badoglio e rinvio della questione istituzionale relativa alla monarchia) mise inizialmente in difficoltà gli stessi dirigenti in Italia del Pci, che furono costretti a una precipitosa modifica dell'atteggiamento fin lì seguito.
 
3. Svolte e controsvolte dello stalinismo
E' interessante notare come documenti e prove su quell'incontro notturno in Russia, tra Togliatti, Stalin e Molotov, rendano inutilizzabili, ripetiamolo, centinaia di libri scritti da storici di area Pci per decenni, facendo a pezzi il mito di un Togliatti ideatore della "via italiana al socialismo", ispirato da Gramsci, ecc.
Come i trotskisti hanno sempre sostenuto, viceversa, l'origine della politica del Pci in Italia (ma lo stesso potrebbe dirsi per il Pcf francese, ecc. -5) va ricercata parecchi anni prima, nel 1935, al VII Congresso dell'Internazionale comunista, ormai docile strumento di Stalin.
Dopo la politica del "socialfascismo", che aprì le porte a Hitler, come aveva detto per tempo Trotsky, politica che consisteva nel porre sotto lo stesso segno socialdemocrazia e fascismo e dunque nel rifiutare ogni fronte difensivo con i socialisti contro i fascisti, lo stalinismo sperimentava il più brusco e decisivo dei suoi zig-zag. Appunto in quel congresso dell'Internazionale comunista, la relazione Dimitrov capovolgeva la linea e, fingendo di ritornare al "fronte unico" di leniniana memoria (che tuttavia era una tattica di fronte di classe, volta a smascherare i riformisti), lo "estendeva" includendo per la prima volta la possibilità che i comunisti sostenessero governi borghesi. Si trattava, come è ovvio, non di una "correzione" ma dell'esatto rovesciamento delle posizioni leniniane e anzi la negazione dello stesso fondamento marxista dell'indipendenza di classe del proletariato dalla borghesia e dai suoi governi quale pre-requisito di qualsivoglia politica rivoluzionaria. Dimitrov si scaglia contro "i due opportunismi": quello definito "di destra" che aveva la pretesa di governare sempre con la borghesia; e... quello "di sinistra", cioè di coloro che ritengono che i comunisti possano andare al governo solo dopo la rivoluzione e la presa del potere. Per... contrastare questi due opportunismi (il primo era in realtà coincidente col riformismo che, in ogni epoca, predica la collaborazione di governo con la borghesia; il secondo era semplicemente la descrizione... del leninismo), Dimitrov (e Stalin) teorizzano l'avvio dei "fronti popolari": che altro non sarebbero stati, appunto, che la consacrazione dello stalinismo come agente della reintroduzione del riformismo e del menscevismo nel movimento operaio. Per i Paesi europei si riesumano le posizioni mensceviche della rivoluzione a tappe: prima la rivoluzione "democratica", poi, in un imprecisato futuro, la "tappa" socialista.
La linea del VII Congresso costituì l'asse di fondo di tutta la politica stalinista (e dunque anche togliattiana) degli anni seguenti, pur nelle svolte e controsvolte imposte, in superficie, dallo stalinismo, per le sue esigenze immediate. La linea della collaborazione di classe presidiava infatti tanto il periodo (dal '35 al '38) in cui l'Urss di Stalin identificava il nemico principale nell'imperialismo tedesco; tanto il periodo (dall'agosto '39 al '41) in cui stringeva con Hitler il patto Molotov-Ribbentropp e identificava in Francia e Gran Bretagna i principali nemici. Così pure la linea di fondo non mutava quando, dopo l'aggressione di Hitler alla Russia, si decideva l'alleanza con "le potenze democratiche amanti della pace" (Gran Bretagna e Usa) per dare vita alla "coalizione dei popoli liberi" in lotta non più contro il capitalismo e la borghesia ma solo contro il fascismo.
Fino ad arrivare, nel maggio 1943, dopo aver utilizzato l'Internazionale come strumento per imporre ai Pc di tutto il mondo questa linea di capitolazione, a scioglierla in segno di pacificazione con l'imperialismo "democratico".
Subito dopo il VII Congresso iniziarono i Processi di Mosca, in cui lo stalinismo cercava di farla finita con quanto restava del gruppo dirigente bolscevico e in particolare con il pericolo più temuto perché riconosciuto come unica potenziale alternativa: il bolscevismo di quei giorni incarnato in Trotsky e nella corrente internazionale da lui diretta.
Pubblico ministero in quei processi era Vyšinskij, ex menscevico, autore dell'ordine di cattura per Lenin voluto dal governo provvisorio nel 1917, poi passato con i bolscevichi vincitori e quindi arrivato ai massimi vertici del ministero degli Esteri col compito particolare di seguire proprio lo sviluppo del Pci.
 
4. Che cosa fu la "svolta" di Salerno
Rientrato in Italia (il 27 marzo 1944) Togliatti deve riorientare il partito: un po' come Lenin quando rientrò in Russia dalla Svizzera nella primavera 1917. Ma mentre Lenin, con le "Tesi di Aprile", riaffermava la piena indipendenza di classe dei bolscevichi dalla borghesia e dunque l'opposizione al governo borghese "di sinistra", Togliatti, al contrario, schierava il partito a difesa del governo borghese dell'ex avanzo fascista Badoglio. Peraltro questo governo aveva già ricevuto il riconoscimento dalla Russia (primo Paese a farlo) il 13 marzo 1944, in logica continuità con quanto deciso nell'incontro notturno tra Togliatti e i dirigenti russi di cui abbiamo parlato sopra.
Ecco così che il 24 aprile 1944 il Pci entrava nel secondo governo Badoglio (che governava il cosiddetto Regno del Sud col sostegno di Pci, Psi, azionisti, Dc e liberali), dopo che già sull'UnitàTogliatti aveva così riassunto la linea: "(...) non possiamo oggi ispirarci ad un sedicente interesse ristretto di partito, o ad un sedicente interesse ristretto di classe (...). E' il Pc, è la classe operaia che deve impugnare la bandiera degli interessi nazionali che il fascismo e i gruppi che gli dettero il potere hanno tradito." (6).
Concretamente la svolta comportava un preciso orientamento rispetto alla Resistenza che si andava strutturando nella parte del Paese occupata dai nazisti e sottoposta al governo mussoliniano di Salò. Le direttive che Togliatti invia alle formazioni del Pci nell'estate del 1944 non lasciano spazio a dubbi: la lotta partigiana non ha lo scopo "di imporre trasformazioni sociali e politiche in senso socialista e comunista, ma ha come scopo la liberazione nazionale e la distruzione del fascismo" (7).
Non si trattava, come vedremo, di una linea facile da imporre: perché la Resistenza si andava orientando in ben altra direzione.
 
5. Deviare la Resistenza per preservare gli interessi della burocrazia
Ma perché lo stalinismo aveva necessità di imporre questa linea di capitolazione?
Forse, come è stato spesso detto, in ossequio alla "teoria" della rivoluzione in un Paese solo, da molti presentata come "più realistica" di fronte a presunte utopie di rivoluzione mondiale di Trotsky? Non è questa la sede per approfondire l'argomento. Ci basti qui dire che quella cosiddetta "teoria" (di cui lo stesso Stalin, insieme a tutto il gruppo dirigente bolscevico, avrebbe riso fino a qualche mese prima di proclamarla, essendo in termini marxisti una bestialità) fu piuttosto la copertura teorica degli interessi della casta burocratica cresciuta in Russia nel periodo del riflusso della rivoluzione. Quella casta (di cui Stalin fu in definitiva solo l'interprete) legava i propri privilegi materiali all'isolamento della rivoluzione russa. Di quell'isolamento non era inizialmente colpevole: era stato determinato dal tradimento operato dalla socialdemocrazia che aveva fatto fallire le rivoluzioni in Italia (nel "biennio rosso") e in Germania (nel '18 e nei primi anni Venti). Di quell'isolamento si fece poi fautrice attiva perché, nata nell'isolamento, solo nell'isolamento la burocrazia parassita poteva proliferare. E' da qui (e non da qualche errore o da un presunto "realismo") che nacque la successiva politica della Russia e dell'Internazionale dominata dallo stalinismo: tutta mirata a demolire ogni processo rivoluzionario per preservare gli interessi anti-operai di caste burocratiche che trovavano il loro alimento nello Stato burocratizzato russo e che via via troveranno, per quanto riguarda i partiti comunisti stalinisti del resto del mondo, il loro alimento nella preservazione dello Stato borghese dei rispettivi Paesi.
La burocrazia del Pci (così come degli altri partiti stalinisti) agì in stretta solidarietà d'interessi, in una prima fase, con la burocrazia moscovita. Togliatti, tra i massimi dirigenti stalinisti europei (nonché dirigente a Mosca della propaganda sui Processi di Mosca, ispiratore della politica stalinista di massacro del Poum in Spagna, responsabile talvolta diretto talvolta indiretto dell'uccisione dei migliori quadri rivoluzionari del mondo, e tra loro di Pietro Tresso) faceva parte di quel bubbone burocratico. A partire dagli anni della ricostruzione dello Stato borghese in Italia, poi, la burocrazia del Pci crebbe alimentando interessi propri strettamente legati a quelli del capitalismo italiano. Più crescevano quegli interessi, indipendenti dalla Russia, più si allontanava dallo stalinismo russo fino a partecipare al processo di progressiva socialdemocratizzazione del Pci (peraltro avviato, come abbiamo visto, già dalla metà degli anni Trenta con l'accettazione della collaborazione di classe e di governo con la borghesia). Processo di socialdemocratizzazione che divenne poi, dopo il crollo dell'Urss stalinista, evoluzione verso l'approdo di un partito pienamente liberale e borghese (il Pd), una volta tagliate le radici operaie.
Ecco perché per imporre la linea di collaborazione di classe decisa dallo stalinismo per mantenere l'isolamento della rivoluzione russa e così preservare la burocrazia dall'ondata di altre rivoluzioni che l'avrebbero spazzata via, il Pci doveva deviare il treno della Resistenza verso un binario morto. Lo fece usando anche l'autorità e il prestigio dell'Urss.
Bisognava in primo luogo imbrigliare la Resistenza, cercando in ogni modo di smussarne il carattere di classe. E data la assoluta prevalenza di sentimenti comunisti tra i partigiani si arriva persino ad attenuare la simbologia delle brigate: precise direttive invitano ad usare meno fazzoletti rossi, meno stelle rosse, a non usare nomi che si rifacciano alla tradizione comunista, a non salutarsi col pugno chiuso. Le stesse brigate Garibaldi si chiamano così perché il riferimento al Risorgimento è più consono all'orientamento che si vuole imporre: non si potrebbe certo chiamarle brigate Marx o brigate Lenin.
Su Rinascita (che comincia le sue pubblicazioni nel giugno del 1944) si "arricchiscono" gli insegnamenti dei "maestri", e cioè di Marx-Engels-Lenin-Stalin (sic), con richiami al Risorgimento italiano: da Garibaldi a Pisacane. Per legittimare la politica di collaborazione di classe con i cattolici della Dc, il "partito nuovo" di Togliatti rivaluta la cultura cattolica (8).
Ovviamente il lavoro da fare non è però solo sui simboli e sugli aspetti culturali: bisogna paradossalmente liberarsi da un ruolo "eccessivo" che il partito si è guadagnato sul campo nella Resistenza: per questo è il Pci a pretendere che la direzione dei Cln (che, in votazioni proporzionali, avrebbe guadagnato quasi ovunque) sia distribuita in forma paritetica tra tutti i partiti, comprese le formazioni borghesi, praticamente inesistenti sul campo.
 
6. Le opposizioni alla linea togliattiana
La collaborazione di classe, che il Pci già praticava, come abbiamo visto, da ben prima della "svolta di Salerno", aveva già dalla fine del '43 stimolato la nascita di vari gruppi di opposizione.
La più clamorosa opposizione è quella che nasce a Napoli nell'ottobre 1943 quando la federazione napoletana si spacca in due e una parte consistente del partito costituisce una federazione contrapposta a quella ufficiale: la federazione di Montesanto (dal nome della zona in cui prende sede) su posizioni genericamente classiste, per quanto confuse. La rottura durerà solo due mesi e già a dicembre la gran parte degli scissionisti farà rientro nel Pci: pur lasciando traccia in settori di militanti che in seguito si organizzeranno diversamente.
Qualcosa di analogo succede a Torino dove duemila militanti (poco meno della metà della federazione del Pci), in gran parte operai della Fiat (dove Stella rossa arriverà ad organizzare ben 500 operai), rompono col partito nel maggio '44 e danno vita a Stella rossa che si caratterizza per un rifiuto del fronte interclassista voluto dal partito e consacrato dalla "svolta di Salerno" di poche settimane prima. Si chiede una linea che faccia i conti non solo col fascismo e con l'occupante tedesco ma anche con quella borghesia che aveva usato il fascismo come pugno di ferro contro gli operai. Non credano i borghesi, si scrive sul giornale Stella rossa, di ingannarci parlando di patria e di concordia nazionale; sappiamo che vogliono solo continuare lo sfruttamento di classe. Anche questa scissione sarà riassorbita poco dopo (agli inizi del '45, qualche mese dopo l'uccisione - con ogni probabilità per mano stalinista - di Vaccarella, il principale dirigente).
Tra i tanti gruppi che rompono dal Pci o che si formano alla sua sinistra, il più interessante è sicuramente il Movimento comunista d'Italia (McdI) o Bandiera rossa, dall'organo che pubblica. Bandiera rossa nasce a Roma e arriva a raggruppare nella capitale circa 2500 attivisti, cioè quanti la federazione del Pci (nel '45 si estenderà a tutto il Sud, aprendo sezioni anche nel Centro-Nord e arrivando ad organizzare alcune migliaia di attivisti).
Bandiera rossa, organizzazione composita, con gruppi provenienti dal Pci, dall'anarchismo, dal socialismo, sostiene posizioni di classe e intende la Resistenza come inizio della rivoluzione. Alla Resistenza partecipa in prima fila: basti dire che durante l'occupazione nazista di Roma lascerà sul campo circa 200 morti (cioè tre volte quelli sofferti dal Pci nella capitale); e che dei 335 massacrati alle Fosse Ardeatine, 52 appartenevano a questo movimento. La maggioranza dei militanti rientrerà nel Pci uno o due anni dopo la Liberazione.
Chiaramente la storiografia di marca Pci ha sempre rimosso o dedicato poco spazio a queste formazioni perché la loro stessa esistenza contrasta con la lettura che si vuole dare: queste organizzazioni e la loro consistenza sono la riprova, infatti, che la linea di collaborazione di classe fu imposta dal Pci deviando la inclinazione di classe che andava assumendo nella lotta contro i fascisti il proletariato. Togliatti e il Pci dovettero deviare il fiume della lotta dal suo letto naturale.
L'insieme di queste organizzazioni e i singoli militanti dovettero, chiaramente, scontrarsi non solo col fascismo e con i padroni ma anche con i metodi dello stalinismo: che includevano la delazione (con nomi e cognomi pubblicati sulla stampa di partito e dunque consegnati alla polizia fascista) e la calunnia. Tutti coloro che non si piegano alla linea di collaborazione di classe vengono accusati di "trotskismo" o di "bordighismo": essendo entrambi questi vocaboli usati come sinonimo di "spie del fascismo" ("Il sinistrismo, maschera della Gestapo" è il significativo titolo di un articolo di Pietro Secchia, del dicembre del '43). Bordiga, principale dirigente del Pcd'I nei suoi primi anni, dopo essere stato espulso nel 1930 veniva ancora definito da Togliatti su Lo Stato operaio"canaglia trotskista, protetto dalla polizia e dai fascisti" (9).
In realtà tanto la scissione napoletana come quella torinese, e altre organizzazioni minori che qui non abbiamo lo spazio di citare, pur avendo tra le proprie file in qualche caso alcuni militanti bordighisti o più o meno trotskisteggianti, il più delle volte si ispirano, a dire il vero, a Stalin! Vi è infatti una convinzione diffusa che la "svolta" di Togliatti avvenga in rottura con la linea indicata dall'Urss staliniana. La stessa Bandiera rossa (McdI), da molti indicata come trotskista, nei fatti aveva nel migliore dei casi posizioni confuse, come conferma che tra le indicazioni di lettura per i militanti ci fossero le opere di Stalin ma anche... la Storia della rivoluzione russa di Trotsky!
Dei trotskisti veri e propri diremo nel prossimo capitolo, per quanto riguarda Bordiga, pur sollecitato da vari militanti, rimane passivo, convinto che si debba attendere un cambio della situazione oggettiva... Lo stesso motivo che, anni prima, lo aveva spinto a criticare il percorso di costruzione della Quarta Internazionale. Per questo, pur seguendo a distanza e coltivando rapporti individuali, non si unisce alla Frazione di sinistra che si organizza dal '44 in Campania e poi nel meridione, che pure è chiaramente ispirata alle sue idee e che (basandosi su una equivoca lettura del "disfattismo" di Lenin davanti alla guerra) mantiene un atteggiamento di non partecipazione alla Resistenza. La Frazione di sinistra si fonderà nel '45 con il Partito comunista internazionalista, formazione bordighista attiva nel Nord Italia (alla riunione parteciperanno Bruno Maffi, Onorato Damen e vari altri dirigenti, tra cui lo stesso Bordiga).
 
7. I trotskisti privi di un partito
Non è questa la sede per ricostruire la storia del trotskismo italiano: compito che ci ripromettiamo di assolvere in uno dei prossimi numeri di questa rivista.
Il lettore interessato potrà utilmente rifarsi agli opuscoli di Giachetti e Casciola di cui diamo i riferimenti bibliografici nella apposita scheda in queste pagine, nonché al libro di Peregalli di cui pure diamo gli estremi.
Qui ci è sufficiente ricordare che i primi passi del trotskismo italiano sono mossi da Tresso e dagli altri espulsi dal Pci nel 1930 e dal raggruppamento cui diedero vita, la Nuova opposizione italiana. La Noi avrà vita breve (e vari scontri interni) e Tresso in particolare continuerà l'attività, durante il fascismo, nell'organizzazione trotskista francese, fino a quando sarà ucciso dagli stalinisti francesi nel '43 (su Tresso, di cui cade quest'anno il settantesimo anniversario della morte, rimandiamo ad altra parte di questo numero, dove pubblichiamo un suo articolo). I fili del trotskismo saranno ripresi paradossalmente... da alcuni militari americani e britannici facenti parte del contingente che invase l'Italia. Si trattava in realtà di dirigenti trotskisti che svolgevano il servizio militare e che furono preziosi per mettere in contatto il gruppo organizzato attorno a Nicola Di Bartolomeo (ex bordighista passato al trotskismo, dirigente di un lavoro entrista nel Partito socialista) e il gruppo diretto in Puglia da Romeo Mangano (proveniente dal Pcd'I) che si richiamava alla Quarta Internazionale pur non avendo alcun legame con essa. Alla fine del '45 i due gruppi si unificano nel Partito operaio comunista - bolscevico-leninista a cui aderirà anche Libero Villone e un settore proveniente dalla Frazione di sinistra.
Ma il Poc aveva col trotskismo un rapporto molto flebile e le posizioni maggioritarie erano bordighiste (rifiuto della tattica e dei deliberati del III e IV Congresso dell'Internazionale comunista; caratterizzazione dell'Urss come Stato capitalista; meccanicismo; ecc.). Per questo il II Congresso della Quarta Internazionale (aprile 1948) lo espelle dalle proprie file (Di Bartolomeo, il più vicino al trotskismo, era morto nel 1946), mentre al contempo riorganizza una nuova sezione attorno alla rivista Quarta internazionale animata da Libero Villone, Livio Maitan e da un gruppo provenienti dalle file socialiste (tra loro Giorgio Ruffolo, Gaetano Arfè, ecc.). La nuova organizzazione (1949) si chiamerà Gruppi comunisti rivoluzionari (e con questo nome proseguirà fino alla fine degli anni Settanta, diventando poi la Lega comunista rivoluzionaria).
Già questo accenno è sufficiente per comprendere come il trotskismo di fatto non esisteva in forma organizzata nel periodo che qui ci interessa, cioè dal 1943 al 1948.
Sarà questo (ma ci torniamo in conclusione) il motivo principale, a nostro avviso, del fallimento della rivoluzione italiana.
 
8. La restaurazione e la cacciata dal governo
Nel gennaio 1945 le formazioni partigiane vengono unificate e formalmente poste sotto il comando militare del governo regio e direttamente del generale Cadorna, che ebbe come vice Longo (Pci) e Parri (Giustizia e libertà). Fu questo atto a formalizzare, per così dire, l'impegno nella ricostruzione dello Stato borghese. Impegno diretto della sinistra confermato anche con la partecipazione ai governi borghesi che seguono il secondo governo Badoglio (cui già avevano dato sostegno): il governo Bonomi in carica dal giugno al dicembre '44, sostenuto da tutte le forze del Cln, e il successivo governo Bonomi, in carica fino al giugno del '45, retto da Dc, liberali e Pci (con Togliatti vice-premier).
Per consentire la ricostruzione degli organismi della democrazia borghese, parlamento, provincie e comuni, si liquidano i Cln (peraltro già trasformati da potenziali organismi di classe in strumenti della collaborazione di classe, come abbiamo visto sopra).
Soprattutto è il Pci a dover svolgere un ruolo di primo piano per disarmare la Resistenza. Nel maggio del '45 in ogni sede comunista è affisso un appello della direzione del Pci a riconsegnare le armi: per quanto furono riconsegnati solo i ferrivecchi mentre il resto fu nascosto nei depositi clandestini, nella ingenua convinzione che a un certo punto il partito avrebbe richiamato alla lotta.
Ma il contributo più importante alla ricostruzione del pieno potere borghese si dà in campo economico: dopo aver evitato o circoscritto gli episodi di esproprio delle fabbriche nelle zone che via via passavano sotto il controllo della Resistenza, si riconsegnano le fabbriche ai padroni. Di più: li si invita pressantemente a ritornare. Tutti i numeri dell'Unità, dalla Liberazione in poi, sono costellati da appelli agli operai perché aumentino la produzione (Stachanov, "eroe" russo del lavoro, è esaltato in ogni articolo) e ai padroni perché riassumano "il loro posto". Emilio Sereni (presidente del Cln lombardo, dirigente del Pci) in un'assemblea pubblica del settembre '45 riprende quello che sarà il leitmotiv del periodo: "Sarebbe troppo comodo per le classi dirigenti che hanno portato l'Italia alla catastrofe poter dire ai lavoratori: ora arrangiatevi da soli... I lavoratori non sono caduti nel tranello, hanno saputo esigere che i rappresentanti della proprietà prendessero la loro parte di responsabilità nel ricostruire." (10).
E le attese di una rivoluzione? Vengono spostate... in avanti; legate alla futura Costituzione. E' allora che inizia la retorica attorno a quel pezzo di carta, una retorica che continua ad ammaliare la sinistra riformista anche ai giorni nostri, nonostante i quasi settant'anni passati abbiano dimostrato che le rivoluzioni non si fanno con le leggi: tantomeno con le leggi scritte insieme alla borghesia (11).
L'altra faccia dell'impegno dei partiti di sinistra, Pci in testa, nel riconsegnare tutto il potere ai padroni, sta nel ruolo svolto per reprimere ogni atteggiamento e ogni lotta che possa ostacolare questo progetto. Noto è il ruolo di Togliatti che, ministro della Giustizia nel governo Parri e nel successivo governo De Gasperi, non solo concede l'amnistia ai fascisti - consapevole che una seria epurazione avrebbe inevitabilmente coinvolto anche la borghesia e rialimentato la lotta - ma acconsente alla ricostruzione dell'apparato repressivo borghese attingendo appunto al vecchio personale fascista. Ed è ancora il ministro Togliatti a invitare i magistrati a concludere rapidamente i processi riempiendo le galere (da cui erano usciti i fascisti) di operai partecipanti a scioperi e manifestazioni (12).
Il Pci ricopre incarichi di primo piano nei governi della ricostruzione: anche nei ministeri chiave dell'economia: ministero dell'Agricoltura nel secondo governo Bonomi; dell'Agricoltura e delle Finanze nel terzo governo Bonomi, nel governo Parri e nel primo governo De Gasperi; delle Finanze e dei Trasporti nel secondo governo De Gasperi.
Nonostante questo impegno solerte, nel 1947 il Pci è estromesso dal governo. Nondimeno, come recita una risoluzione del partito del maggio '47: "I comunisti continueranno a propugnare un programma di ricostruzione, che senza opprimere le forze sane produttive con eccessivi interventi dello Stato restituisca a tutti la fiducia nell'avvenire." (13).
Un avvenire capitalista, come sappiamo, con la promessa non esplicitata e le allusioni a un futuro "secondo tempo", quello del riscatto operaio.
 
9. Luglio '48: la più grande ondata operaia della storia italiana
E' appunto a quel "secondo tempo" che credettero i milioni di lavoratori che ripresero le piazze e le fabbriche dopo il 14 luglio del 1948. Quel giorno, uscendo dal parlamento, Togliatti fu colpito dalle pallottole di un esaltato.
Pochi minuti dopo che la notizia ha iniziato a fare il giro del Paese, divampa un'insurrezione. E' per così dire "spontanea": non nel senso letterale del termine (lotte integralmente "spontanee", senza l'intervento di settori di avanguardia o di singole avanguardie non esistono) ma nel senso che certamente non fu in nessun modo voluta dalle direzioni del Pci o del Psi o della Cgil. Fu tuttavia alimentata dai quadri di base e intermedi di quelle forze, da quei partigiani che avevano tenuto da parte le armi migliori.
Il movimento che ne nasce è il più grande dal "biennio rosso" del 1919-20: anzi, per certi verso lo supera in ampiezza. Sono centinaia i comuni dove le masse disarmano la polizia e i carabinieri e assumono il controllo. Le mitragliatrici vengono montate sui tetti delle fabbriche. Alla Fiat Valletta e i dirigenti sono sequestrati.
In tutte le grandi città sono erte le barricate difese dalle mitragliatrici. Anche Roma è totalmente paralizzata.
Ed è qui che governo borghese e padronato richiamano in servizio il Pci: che per parte sua già si era attivato per spegnere l'incendio. Tutto il gruppo dirigente centrale, da Togliatti (che si è raccomandato di "mantenere la calma" mentre lo portavano in ospedale) a Secchia (che negli anni seguenti una leggenda ingiustificata - accettata anche dall'estrema sinistra - presentò come il più incline al ritorno alle armi), si prodiga nelle piazze, improvvisa comizi per invitare... alla calma, a deporre le armi. Il capo della Cgil, il togliattiano Di Vittorio, va col cappello in mano da De Gasperi a invocare... il ritorno all'ordine. Ordine che il governo non è in grado di garantire e per il quale si aspetta appunto un aiuto dai dirigenti del Pci.
Lo sciopero generale non è stato proclamato da nessuno: la stessa Cgil vi dovrà aderire solo per riuscire a riprendere le redini della situazione.
Lo storico Mammarella (certo non di simpatie comuniste) ha così riassunto le cose: "sarebbe bastato un segnale da parte della direzione del Pci perché lo sciopero generale si trasformasse in insurrezione aperta. Ma il segnale non verrà (...)" (14).
Di Vittorio chiama Genova e Milano e Torino: ordina che si fermi tutto.
Negli anni seguenti la versione ufficiale del Pci è che si trattava di fermare un'avventura, di evitare un bagno di sangue e la repressione. In realtà il Pci non solo fermò l'insurrezione (che, a dire il vero, non avrebbe incontrato grandi ostacoli, dato che il movimento di massa aveva sollevato come un fuscello l'apparato repressivo borghese) ma evitò in ogni modo di mantenere vivo il conflitto, di strappare perlomeno (non intendendo fare la rivoluzione) qualche conquista in un momento certo favorevole.
No, il gruppo dirigente del Pci (ma vale lo stesso per il resto della sinistra) soffocò il conflitto operaio e salvò ancora una volta lo Stato borghese e la proprietà capitalistica, esattamente come aveva fatto il Psi nel settembre del 1920 (motivo che aveva indotto appunto i comunisti del Psi a fare la scissione di Livorno e a costruire il Pcd'I). A lotta rifluita, la repressione (e persino la vendetta) borghese non mancheranno comunque. Furono decine di migliaia i processi e le condanne. E il Pci le sostenne e anzi avviò all'interno del movimento operaio (e delle proprie stesse file) la caccia all'"estremista", ai "trotskisti", cioè a tutti coloro che non comprendevano perché la lotta dovesse concludersi ancora una volta con la vittoria dell'avversario, nonostante l'indubbia superiorità di forza dimostrata dalle masse, dalla classe operaia.
 
10. Perché non è finita a Piazzale Loreto
Arrivati in conclusione di questa nostra analisi, conviene ripassare in rassegna gli argomenti che da decenni sono stati forniti dal Pci e da tutta la storiografia riformista per cancellare dai libri (dopo averlo fatto nella realtà) la rivoluzione che era possibile nell'Italia del periodo che va dal '43 al '48:
1) il movimento partigiano avrebbe avuto scarsa consistenza e, in ogni caso, la componente comunista non avrebbe avuto un peso assoluto;
2) la forza dell'apparato statale borghese e del sistema sociale ed economico capitalistico sarebbe stata insormontabile;
3) La presenza delle truppe anglo-americane prima, la possibilità di un loro intervento negli anni successivi, avrebbe impedito ogni mossa.
Nel solo leggere questi argomenti, alla luce di quanto abbiamo scritto nelle pagine precedenti, si capisce come siano più traballanti di un tavolino tarlato.
L'argomento numero uno è demolito, talvolta involontariamente, da tutta la storiografia, inclusa quella di orientamento anche molto ostile alla rivoluzione. E' noto come fu appunto il movimento partigiano a liberare l'Italia dagli occupanti e dai fascisti, mentre le truppe dei "liberatori" (l'imperialismo anglo-americano) arrivarono il più delle volte a cose fatte. Quanto al peso maggioritario non solo dei comunisti ma anche più in generale dei sostenitori, in vari modi organizzati, di una prospettiva comunista, abbiamo già detto.
L'argomento numero due non regge alla prova di qualsiasi esame serio dei fatti storici. L'apparato statale borghese era crollato in modo evidente nel '43 (l'8 settembre ne fu solo una eco). Non esisteva più uno Stato unitario, e tanto al Sud (regno) come al Centro-Nord (repubblica mussoliniana) le masse dimostrarono la capacità di spezzare con la loro forza i due apparati ricostruiti dopo l'armistizio. Della Resistenza al Nord è più noto; ma anche al Sud le masse proletarie e i contadini poveri furono protagonisti di grandiose lotte contro il padronato e le truppe regie (e contro le bande della mafia che collaboravano con i "liberatori" anglo-americani in funzione anti-comunista). Si pensi ai tanti episodi avvenuti in Sicilia: all'insurrezione che nel gennaio del 1945 parte da Ragusa e si estende a Comiso, Agrigento, ecc., contro la chiamata alla leva da parte del re. L'Unità (9 gennaio 1945) definì quella rivolta come il prodotto di "rigurgiti della reazione fascista": ma gli storici più seri hanno dimostrato che lì di fascisti non vi è traccia, al contrario tra gli insorti si trovano vari militanti e quadri intermedi del Pci. O ancora, si guardi alla vicenda di Piana degli Albanesi, dove il 31 dicembre '44 fu issata la bandiera rossa sul Comune e proclamata una "repubblica popolare" che riuscirono a soffocare solo due mesi dopo carabinieri e alpini scagliati a migliaia contro le masse. E la lista potrebbe proseguire a lungo.
Quella indubbia capacità rivoluzionaria delle masse ebbe inoltre la sua più completa verifica ancora nel luglio 1948, come abbiamo visto, dove ancora una volta fu soltanto l'intervento del Pci a salvare la borghesia e il suo Stato. Lo stesso può dirsi della forza economica della borghesia: le fabbriche erano in mano agli operai (così come nel settembre 1920) e fu lo stalinismo (cioè Togliatti e il gruppo dirigente del Pci) a restituirle, talvolta cogliendo di sorpresa la borghesia che si aspettava ben altro trattamento.
Quanto all'argomento degli anglo-americani, mostrava già la sua debolezza quando fu usato per la prima volta a metà degli anni Quaranta. E' del tutto evidente che se l'intero movimento della Resistenza non fosse stato, giorno per giorno, fin dal suo sorgere, deviato e tarpato, nessuno sarebbe stato in grado di fermarlo né gli anglo-americani sarebbero stati capaci di fermare un processo rivoluzionario che avveniva simultaneamente in vari Paesi europei (ad es. in Francia e in Grecia, nello stesso periodo, così come in Jugoslavia: dove furono i rapporti di forza sul campo a mutare le scelte fatte a tavolino a Yalta) e che solo lo stalinismo, attraverso il Comintern-Cominform, fu in grado di disarmare.
La realtà è allora molto diversa da quella che leggiamo ancora oggi nei libri di storia. In Italia era possibile in quel periodo non solo sconfiggere il fascismo (fine che non richiedeva nessuna alleanza con la borghesia o suoi settori) ma anche realizzare una rivoluzione socialista, facendo i conti col sistema socio-economico che generò il fascismo, il capitalismo. Di più, in qualche modo era questo il corso che assumevano gli eventi e questa era la forza enorme intrinseca alla Resistenza.
Quel corso fu volutamente deviato con un gigantesco sforzo attivo da parte dello stalinismo che operò coscientemente per impedire (o meglio per rovesciare) la radicalizzazione classista della Resistenza.
E questo avvenne perché mancavano un partito e un'internazionale rivoluzionaria con influenza di massa in grado di contendere l'egemonia agli stalinisti; perché non c'era un partito di tipo bolscevico e l'internazionale rivoluzionaria, la Quarta Internazionale, nata pochi anni prima (1938) rimase minoritaria grazie ai colpi incrociati che subiva per mano degli Stati borghesi (democratico parlamentari o fascisti) e degli stalinisti.
Ecco, in definitiva, perché solo la costruzione del partito rivoluzionario che mancava nel 1943-1948 e che manca ancora oggi potrà riscrivere la storia (e non solo nei libri) e potrà riscattare il sacrificio di tanti giovani operai, di tanti partigiani. Facendo quella rivoluzione che fu loro impedita.
 

Note
(1) Oltre alle Brigate Garibaldi il Pci dà vita nel novembre '43 ai Gap (Gruppi di azione patriottica) che agiscono nelle città; e poi alle Sap (Squadre di azione patriottica) composte da lavoratori che rimangono al lavoro e fanno azioni di sabotaggio e collaterali.
(2) E. Aga Rossi e V. Zaslavsky, Togliatti e Stalin, Il Mulino, 1997; S. Pons - F. Gori, Dagli archivi di Mosca. L'Urss, il Cominform e il Pci, 1943-1951, Carocci, 1998.
(3) Citato da Pons-Gori, op.cit., p. 48.
(4) Ivi, p. 35.
(5) Interessante notare che fu Togliatti in persona, di ritorno da Mosca, a portare le direttive segrete di Dimitrov per il Pcf: unità nazionale, disarmo della Resistenza, ecc.
(6) V. l'Unità del 2 aprile 1944: l'archivio dell'Unità (molto utile) è consultabile anche dal sito 
http://archivio.unita.it/ .
Si tratta di quanto Togliatti aveva già detto in vari interventi e in particolare di quanto dirà, più o meno con le stesse parole, nel discorso ai quadri del Pci napoletano l'11 aprile (v. P. Togliatti, Per la salvezza del nostro Paese, Einaudi, 1946).
(7) Direttiva di Ercoli [il nome di battaglia di Togliatti] del 6 giugno 1944, in Archivio Pci presso la Fondazione Istituto Gramsci, Roma, citato da Aga Rossi e Zaslavsky, op. cit.
(8) Su questo tema si veda l'articolo di F. Stefanoni, "Partito nuovo' e 'democrazia progressiva': due strumenti del compromesso di classe", reperibile sul sito 
www.alternativacomunista.org nella sezione "teoria e formazione".
(9) Citato da A. Peregalli, L'altra Resistenza. Il Pci e le opposizioni di sinistra, 1943-1945, Graphos, 1991, p. 88.
(10) Citato da G. Galli, Storia del Pci, ed. Schwarz, 1958, p. 236.
(11) Per un nostro giudizio più argomentato circa la Costituzione, rimandiamo al nostro "Popolo viola o popolo rosso? Perché i comunisti non difendono la Costituzione e si battono per un'altra democrazia" reperibile all'indirizzo web
http://www.alternativacomunista.it/content/view/1435/47/
(12) In questo quadro, il Pci al contempo reprime gli atti di ribellione di bande partigiane che nel periodo dalla Liberazione al '48 periodicamente sono tentate dal riprendere le armi e ritornare in montagna; e al contempo tollera (e in parte usa come valvola di sfogo) azioni contro singoli fascisti: come è il caso delle esecuzioni di fascisti eseguite dalla Volante Rossa di Milano, attiva dall'estate '45, su cui si rimanda a C. Bermani, La Volante Rossa, Ed. Colibrì, 2009.
(13) Vedi La politica dei comunisti dal V al VI Congresso, risoluzioni e documenti raccolti a cura della segreteria del Pci, 1948.
(14) G. Mammarella, L'Italia dopo il fascismo, 1943-'68, Il Mulino, 1970, p. 204.
 

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Suggerimenti di lettura
 
Al lettore che volesse approfondire i temi trattati in questo articolo consigliamo in primo luogo di leggere i principali articoli scritti da Lev Trotsky sul fascismo e sui fronti popolari: li si trova nelle due antologie curate da Livio Maitan: Scritti 1929-1936 (Mondadori, 1968) e I problemi della rivoluzione cinese e altri scritti su questioni internazionali (Einaudi, 1970). Sullo stesso tema, di grande utilità sono i libri di Daniel Guérin, Fascismo e gran capitale, (Massari editore, 1994) e di Leonardo Rapone, Trotsky e il fascismo (Laterza, 1978).
Sulla Resistenza, di là dalle opere di impianto stalinista (la storia del Pci di Spriano, i libri di Ragionieri, Procacci, ecc.; o le memorie e biografie di vari dirigenti politici e sindacali togliattiani), uno dei libri più interessanti (prescindendo dai giudizi dell'autore, ex azionista, su posizioni socialiste borghesi ma appunto indipendenti dall'influenza stalinista) è la Storia dell'Italia partigiana di Giorgio Bocca (Feltrinelli, 2012 è l'edizione più recente); del medesimo autore, sempre di taglio giornalistico ma con spunti interessanti è anche la biografia Togliatti (Laterza, 1973).
Sul periodo storico trattato suggeriamo la lettura di questi titoli: Giorgio Galli, La sinistra italiana nel dopoguerra (Il Mulino, 1958, edizione ampliata 1978 per Il Saggiatore); sempre di Galli laStoria del Pci (Schwarz, 1958, la ristampa più recente è Pantarei, 2011) e la serie di volumi di Renzo Del Carria, Proletari senza rivoluzione (Savelli, 1976): l'autore, all'epoca maoista ricostruisce l'intera storia d'Italia (dal Risorgimento agli anni Sessanta) dal punto di vista delle classi subalterne e, di là da singoli giudizi, fornisce un materiale difficilmente reperibile altrove sulle principali lotte operaie e delle masse popolari.
Per una lettura anti-stalinista delle vicende qui trattate rimandiamo ad Antonio Moscato, Sinistra e potere. L'esperienza italiana, 1944-1981 (Sapere 2000, 1983): ai saggi di Moscato abbiamo fatto riferimento in vari casi per questo testo. Per altri testi utili dell'autore (storico e dirigente per decenni del Segretariato Unificato e di quanto resta oggi del gruppo italiano) si veda il suo sito
http://antoniomoscato.altervista.org/
Tra i rarissimi libri dedicati alle opposizioni nella Resistenza (cui abbiamo fatto riferimento nel capitolo 6 del presente saggio) risultano indispensabili alcuni libri pubblicati da piccole case editrici: il testo più completo è sicuramente quello (di taglio bordighista) di Arturo Peregalli, L'altra Resistenza. Il Pci e le opposizioni di sinistra, 1943-1945 (Graphos, 1991); poi Silverio Corvisieri,Bandiera Rossa nella Resistenza romana (Samonà e Savelli, 1968) e Maurizio Lampronti, L'altra Resistenza, l'altra opposizione. Comunisti dissidenti dal 1943 al 1951 (Antonio Lalli editore, 1984).
Sul trotskismo italiano (di cui abbiamo parlato nel capitolo 7) rinviamo alla lettura di questi testi: Aa.Vv., All'opposizione nel Pci con Trotsky e Gramsci (1977, ristampato da Massari Editore, 1994) e Lev Trotsky, Scritti sull'Italia (Massari editore, 1990). E ancora: Paolo Casciola, Il trotskismo e la rivoluzione in Italia (1943-1944), nei Quaderni del Centro Studi Pietro Tresso; e, dello stesso autore, medesime edizioni, anche: Appunti di storia del trotskismo italiano (1930-1945). Sugli atti di nascita del trotskismo italiano è prezioso Diego Giachetti, Alle origini dei Gruppi Comunisti Rivoluzionari 1947-1950. Una pagina di storia del trotskismo italiano (Quaderni del Centro Studi Pietro Tresso, novembre 1988).
Su Pietro Tresso, ucciso dagli stalinisti, si può leggere Paolo Casciola, Guido Sermasi, Vita di Blasco. Pietro Tresso dirigente del movimento operaio internazionale (Odeonlibri-Ismos, 1985).
 
(questo saggio è stato pubblicato sul n. 4 di Trotskismo oggi, settembre 2013.

mercoledì 29 aprile 2015

Caro Matteo

Luciano Granieri

Caro  Matteo, dovrei darti del “Lei” visto che sei il Presidente del consiglio,  ma so che  per te è meglio il tu, bisogna fare in modo che i cittadini si sentano vicine al proprio Premier! 

Dunque Caro Matteo, mi chiamo Nunzio ho 62 anni , sono un esodato in attesa di pensione. Mia moglie, Carla, è casalinga. Ho due figli Francesco, 30 anni diplomato geometra attualmente disoccupato e  Floriana, 24 anni, studentessa al quarto anno di architettura. 

Due anni fa mio figlio Francesco, grazie alla legge Fornero sui contratti a tempo determinato senza causale, è stato assunto presso un ipermercato.  Ha lavorato settimane intere, sabati e domeniche comprese, ma trascorso l’anno previsto dal  contratto è stato rimandato a casa senza giustificazioni . Nel novembre scorso, Francesco è stato chiamato da un’altra grande azienda di distribuzione,   e assunto secondo il contratto a tempo determinato  senza causale, messo a punto dal tuo Ministro del Lavoro Poletti.  Siccome il tuo Ministro ha visto bene di modificare la legge Fornero, in senso peggiorativo per i lavoratori, consentendo alle aziende di reiterare il ricorso al  contratto per 8 volte in tre anni , Francesco si è fatto il mazzo durante le feste di Natale , ma dopo soli 5 mesi (neanche l’anno della Fornero) ,  gli è scaduto il contratto.   Non   gli è stato rinnovato,  infatti da pochi giorni si ritrova ancora senza lavoro. 

Veniamo a Floriana, una ragazza che s’impegna nello studio, è in regola con gli esami,  tutti passati con il massimo dei voti. Come immaginerai, caro Matteo,  stiamo facendo i salti mortali per mantenerla agli studi, soprattutto in una situazione economica familiare come quella che ti sto descrivendo.  

Fra tasse universitarie, libri,  abbonamento per andare a Roma (è evidente che non posso permettermi una casa in affitto nella Capitale)  permettere a Floriana di studiare è veramente un’impresa. Fortunatamente mia suocera ci aiuta un po’ con la sua pur misera pensione.  

Puntualmente alla fine dell’anno mi sono fatto rilasciare dal Caf il modello ISEE per usufruire degli sconti sull’abbonamento del treno.  Pensa, l’anno scorso, il  mio reddito ISEE molto basso  mi ha permesso di  far viaggiare Floriana   con soli 70 euro . Ma grazie ad una tua trovata, quel modello ISEE, pure se in vigore fino all’ottobre del 2015 e ottenuto presentando al Caf la semplice dichiarazione dei redditi, non è più valido. 

Per ottenere  un nuovo ISEE secondo le nuove modalità da te escogitate, per contrastare l'evasione, (questa la motivazione ufficiale)  mi sono trovato a fare altri salti mortali. Ho dovuto richiedere alla mia banca   l’estratto conto e il saldo medio del 2014, del  conto corrente dove  mi veniva semplicemente accreditato  lo stipendio, quando c’era.   

Anche mia moglie Carla è andata  alla posta a chiedere la stessa documentazione per un conto che lei ha cointestato con la madre. Una contestazione  necessaria per permettere a Carla di ritirare la pensione alla genitrice. Operazione  che ormai, passati i 90 anni, mia suocera  non riesce più a fare   da sola.  

 Floriana ha dovuto presentare il suo libretto postale, dove deposita le mancette che riceve a Natale e a Pasqua, mancette che spesso vengono usate per le spese universitarie.  Poi è stato necessario  procurare il libretto della mia fiammante Fiat Punto del 1999 e allegarlo al mod.730. 

Per mettere insieme tutta sta’roba mi ci sono voluti 10 giorni, dopodiché, consegnato tutto al Caf, dovrò aspettare un’altra settimana.  Infatti non sono più i centri di assistenza fiscale ha rilasciare l’attestazione come era prima del tuo intervento, questi dovranno inviare la documentazione all’Inps, la quale entro 10-15 giorni rimetterà  (finalmente) il tanto agognato ISEE. Ma non è finita  il documento dovrà   essere consegnato all’ufficio mobilità del Comune. Quest’ufficio inoltrerà la domanda alla Regione che, dopo una settimana, si spera,  provvederà ad emettere l’abbonamento.   

Intanto il vecchio titolo di viaggio annuale, quello pagato 70 euro è scaduto.  E non essendo conclusa la procedura per ottenere quello nuovo,  che grazie al tuo presunto scrupolo di contrastare l'evasione  (quella dei popveracci?),si è di molto allungata , ho già dovuto pagare 200 euro di abbonamenti mensili. Inoltre se la soglia di reddito del vecchio Isee non verrà superata,  e di questo sono abbastanza sicuro,  il costo del nuovo abbonamento comunque  sarà di 300 euro. Infatti grazie agli ulteriori tagli che hai imposto agli enti locali, la Regione Lazio ha tolto la soglia di sconto del 70% sugli abbonamenti di viaggio per i redditi più bassi. Oggi il massimo sconto a cui si può accedere è del 50%. 

Dunque caro Matteo, grazie alla tua smania di cambiare le cose, di sbloccare il paese, l’abbonamento di Floriana, pagato l’anno scorso 70 euro, quest’anno mi costerà più di 500 (200 di abbonamenti mensili già consumati + 300 euro per il nuovo).  A questo punto ti prego con tutto il cuore,  di non cambiare più niente, la legge elettorale, il decreto fiscale, e il resto, lascia tutto così com’è.  Magari non migliorerai il Paese, ma almeno eviterai di fare ulteriori danni. 

Caro Matteo, il tuo non è il Governo del fare, ma del disfare, fidati, almeno per  i poveri cristi come me. A proposito come sta Marta? Marta, quella ventottenne incinta che ti ha ringraziato perché grazie al tuo Jobs Act è riuscita a trovare un posto di lavoro, presso un privato  nonostante sia in dolce attesa.  Ti ha più scritto?  Forse  lei, grazie al tuo intervento, starà un po’ meglio, noi, te lo posso assicurare, stiamo molto più di merda rispetto a quando tu non c’eri.  
Con rabbia

Nunzio Spaziani.

Costituzione stracciata e vilipesa

Dionisio Paglia
Presidente Comitato provinciale in difesa della Costituzione.



L'art. 72 della Costituzione italiana recita all'ultimo capoverso: " La procedura normale di esame e di approvazione diretta da parte della Camera è sempre adottata per i disegni di legge in materia costituzionale ed elettorale e per quelli di delegazione legislativa, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali, di approvazione di bilanci e consuntivi".
Il Governo Renzi vìola la Costituzione ponendo la questione di fiducia sull'approvazione della legge elettorale, che deve invece seguire la procedura normale.
Ci sono solo due precedenti nella storia del nostro Paese: la Legge Acerbo del 1923 e la Legge "Truffa" del 1953. Nel primo caso ( non vigeva ancora la Costituzione che è stata promulgata nel '48) fu il governo Mussolini a porre la fiducia sulla legge elettorale; nel secondo caso fu l'allora governo democristiano a farlo. 
Renzi da "buon democristiano" considera evidentemente "normale" porre la fiducia su una legge di rango costituzionale, che è di stretta competenza parlamentare.
Qualcuno deve fermare il "delirio di onnipotenza" di questo esecutivo, qualcuno che è preposto a farlo deve arrestare la violazione sistematica della Carta costituzionale.
Il 25 aprile di 70 anni fa ha posto le basi della nostra Repubblica, i cui valori fondativi sono stati scritti nella Costituzione, varata da un'Assemblea Costituente eletta con la "proporzionale pura". I padri costituenti hanno scritto anche le regole per poter modificare la nostra Costituzione (vedi art. 138) proprio per impedire ai governi di turno di cambiare le regole del gioco in corso d'opera.
Fin qui la questione di metodo. Nel merito invece l'Italicum prevede una sola Camera elettiva, asservita al potere esecutivo, in quanto composta in maniera preponderante da nominati, scelti dai partiti e non dagli elettori.
Sono in gioco le sorti stesse della nostra democrazia, messa a repentaglio da questa deriva autoritaria, che vede "un uomo solo al comando".

lunedì 27 aprile 2015

Se i pescecani fossero uomini

Bertolt Brecht



Bertolt Brecht:"Wenn die Haifische Menschen wären" (1948) - traduzione

"La figlioletta della padrona di casa chiese al signor K.: 'Se gli squali fossero uomini si comporterebbero meglio con i pesciolini?'

- Certo - rispose il signor K -. Se gli squali fossero uomini, farebbero costruire nel mare enormi casse per i pesciolini, con dentro ogni sorta d'alimenti, sia vegetali che animali. Si preoccuperebbero che le casse avessero sempre acqua fresca e adotterebbero ogni tipo di precauzioni sanitarie. Se, per esempio, un pesciolino morisse prematuramente, gli squali, affinché i pesciolini non si sentissero tristi, organizzerebbero di tanto in tanto delle grandi feste acquatiche, perché i pesci allegri hanno un miglior sapore di quelli malinconici. Ci sarebbero anche scuole per imparare a entrare nelle fauci degli squali. I pesciolini avrebbero bisogno di nozioni di geografia per localizzare meglio i grandi squali, che se ne vanno in giro bighellonando. L'essenziale sarebbe, naturalmente, la formazione morale dei pesciolini, si insegnerebbe loro che non c'è nulla di più grande e più bello per un pesciolino che sacrificarsi con allegria; si insegnerebbe pure ad aver fede negli squali ed a credere agli squali quando dicono che stanno preparando per i pesciolini un magnifico avvenire. Si farebbe capire ai pesciolini che tale avvenire è assicurato se impareranno ad obbedire. I pesciolini dovrebbero guardarsi bene dalle basse passioni, così come da qualsiasi inclinazione materialista, egoista o marxista. Se qualche pesciolino mostrasse similari tendenze, i suoi compagni dovrebbero comunicarlo immediatamente agli squali.

Naturalmente se gli squali fossero uomini si farebbero la guerra fra di loro per conquistare casse e pesciolini stranieri. Ogni squalo obbligherebbe i propri pesciolini a combattere in quelle guerre. E ogni squalo insegnerebbe ai suoi pesciolini che fra loro e i pesciolini degli altri squali esiste un'enorme differenza . Sebbene tutti i pesciolini siano muti, è certo che proclamerebbero che stanno zitti in molte lingue diverse e per questo non riusciranno mai a capirsi. Ad ogni pesciolino che ammazzasse in guerra un paio di pesciolini nemici, di quelli che stanno zitti in un'altra lingua, si consegnerebbe una medaglia d'alghe e si conferirebbe il titolo d'eroe. Se gli squali fossero uomini avrebbero pure una loro arte. Ci sarebbero bellissimi quadri nei quali sarebbero rappresentati i denti degli squali con colori meravigliosi e le loro fauci come veri giardini di ricreazione in cui è bello trastullarsi. I teatri sul fondo del mare mostrerebbero eroici pesciolini che entrano entusiasti nelle fauci degli squali e la musica sarebbe tanto bella che, ai suoi accordi, cullati dai pensieri più delicati, come in sogno, i pesciolini, preceduti dalla banda, si precipiterebbero a frotte in quelle fauci. Certo ci sarebbe pure una religione, se gli squali fossero uomini. Quella religione insegnerebbe che la vera vita comincia per i pesciolini nello stomaco degli squali. Inoltre, se gli squali fossero uomini, i pesciolini smetterebbero di essere tutti uguali, come sono adesso. Alcuni occuperebbero certi posti, che li collocherebbero sopra gli altri. A quei pesciolini che fossero un poco più grandi si permetterebbe pure di ingoiarsi i più piccoli. Gli squali vedrebbero questa prassi con piacere, dato che avrebbero più spesso dei grossi bocconi da mangiare. I pesciolini più grassi sarebbero quelli che occupano certi posti e s'incaricherebbero di mantenere l'ordine fra gli altri pesciolini, e diventerebbero maestri o ufficiali, ingegneri specializzati nella costruzione di casse, ecc. In una parola ci sarebbe finalmente nel mare una cultura, se gli squali fossero uomini".

domenica 26 aprile 2015

Frosinone, la resistenza della ragazze dalle guance di pesca e dalle guance d'aurora

Luciano Granieri


O ragazza dalle guance di pesca, o ragazza dalle guance d’aurora. Io spero che a narrarti riesca la mia vita all’età che tu hai ora”  
Con questi  versi, scritti da Italo Calvino,   inizia una delle più famose canzoni della resistenza “Oltre il ponte”. Nel brano un partigiano vuole narrare ad una ventenne come era la sua vita quand’egli stesso aveva vent’anni ed era impegnato nella lotta di liberazione.  Quali fossero le sue speranze e le sue aspirazioni per un mondo migliore dopo la tragedia della guerra. 

Orbene sabato scorso 25 aprile, nel corso dell’evento “25 aprile Frosinone si racconta” - organizzato dal nostro blog, in collaborazione con le associazioni “Oltre l’Occidente”, “Osservatorio Peppino Impastato”, “Federazione Provinciale Giovani Socialisti di Frosinone”, “Forming” e “Alle venti”, tenutosi presso L.go Turriziani - la ragazza delle guance di pesca con altri giovani ci  ha  rivelato le  aspirazioni della loro generazione, quale tipo di società avrebbero voluto  fosse nata  dai drammatici avvenimenti della resistenza. 

Non c’è stato modo migliore di celebrare il settantesimo della liberazione.  Dare la parola ai ragazzi, quelli di allora come la scrittrice Floriana Curti, che ha descritto in  tre libri: Caramelle e Pidocchi,  La ragazza di Via Quintino Sella e Davide il Soldato, la sua guerra di liberazione a Frosinone. Le sue  atroci sofferenze di adolescente in una  Ciociaria sferzata dalla crudeltà fascista e degli occupanti tedeschi, ma anche dalla devastazione  dei bombardamenti alleati. 

Le intense emozioni, drammatiche, ma anche pervase di speranza per un ritorno alla semplice spensieratezza di una ragazza di 14 anni, hanno preso una forma solida nel nostro immaginario liquido grazie alla voci appassionate di Francesca di Fazio, un’attrice dalla bravura sconvolgente, ed Alfonso Cardamone,  intellettuale e scrittore autore  della prefazione dei primi due   libri di Floriana. In una piazza invasa dal sole del tramonto, compresa fra l’attenzione ipnotica degli ascoltatori  e la spensieratezza dei bambini che giocavano a pallone, Francesca e Alfonso hanno riportato fra noi quella solare adolescente. 

Ma altre ragazze dalle guance d’aurora erano presenti, in carne ed ossa come Serena Vona. Una giovane che partendo dal racconto della nonna ha elaborato la sua idea di resistenza, e ha rimarcato come le narrazioni a lei giunte fino ad oggi non siano state decisive e sufficientemente finalizzate ad una giusta comprensione degli eventi storici. L’intervento di Daniele Riggi, un altro splendido ragazzo,   è stato potentissimo. In due parole ci ha spiegato, come e perché le guerre sono devastanti, ci ha spiegato come siano le mire , le arroganze, le prepotenze di pochi ricchi burocrati a gettare l’intera umanità nella disperazione. 

Poi  siamo intervenuti noi, con le nostre rivendicazioni, le nostre grida  sacrosante, ma da sempre inascoltate: il sottoscritto, lo storico Maurizio Federico, il vecchio compagno di tante battaglie Francesco Notarcola, Paolo Iafrate, che da anni sta conducendo una lotta con i suoi colleghi della Multiservizi per riottenere il   posto di lavoro, drammaticamente sottrattogli dalle mire consociative ed affaristiche del  sindaco “Podestà” di Frosinone. 

Ma le nostre  puntuali  denunce  sul tradimento di quello spirito resistenziale da cui nacque la Costituzione, pur se legittime e sacrosante, sono state sovrastate, in quel frangente  dai ragionamenti e dalle idee dei ragazzi e delle ragazze dalle guance di pesca e dalle guance di aurora. 

In verità non credevamo che la celebrazione del settantesimo della liberazione,  da noi organizzata in modo avventuroso, frettoloso, senza un’adeguata campagna informativa, potesse riscuotere un tale successo. E’ il segno che quando si stabilisce una vera condivisione fra partigiani, di ieri, di oggi e le nuove generazioni, forse dalla celebrazione della resistenza  può nascere una nuova e forse definitivamente  vittoriosa lotta di liberazione.




Foto dell'evento tratte dal sito di Oltre l'Occidente

Video tratto da "Oltre l'Occidente

Affissioni abusive Royal Circus

Alessandro Barbieri Presidente Consulta dell'Ambiente    

A seguito dell'esposto/denuncia presentato l'8 febbraio 2015 dalla Consulta dell'Ambiente di Piedimonte San Germano ai Comuni di Villa Santa Lucia, Piedimonte San Germano, Aquino e Cassino, circa il volantinaggio e manifesti abusivi del Royal Circus attendato nel Comune di Villa S.L. dal 5 al 10 febbraio scorso, nella mattinata del 24 aprile si è svolto l'incontro con il Comandante della Polizia Locale di Cassino Alessandro Buttarelli, con il quale è stata approfondita la vicenda dell'affissione abusiva dei manifesti pubblicitari, precisando che già da qualche mese sono stati intensificati i controlli sui trasgressori e che per il caso in questione verranno applicate le dovute sanzioni amministrative. La Polizia Locale - riferisce il neo-comandante - sarà più vigile soprattutto in materia di reati all'ambiente e agli animali. Quest'incontro è stato anche motivo per conoscere e farci conoscere - spiega il presidente della Consulta Alessandro Barbieri - dove lo stesso Comandante si è reso molto disponibile per una fattiva collaborazione avvalendosi di associazioni ambientaliste come la nostra. Silenzio, invece, dai Comuni di Aquino, Piedimonte S.G. e Villa S. L. La prossima settimana, in mancanza di sanzioni, saranno intraprese le dovute azioni legali del caso.