Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

giovedì 29 settembre 2016

DEF 2016, un fallimento certificato

Sbilanciamoci

Nella manovra preannunciata il governo continua a intestardirsi in politiche economiche liberiste senza futuro, di riduzione fiscale e di incentivi alle imprese, solo addolcite da mancette elettoralistiche. Un quadro a tinte fosche, che ben giustifica il desiderio di rifugiarsi nell’immagine di un bel ponte sullo stretto.


Il- tentativo è quello di tirare il pallone in tribuna. O, meglio ancora, di alzare un polverone per sviare l’attenzione da quello che è l’atto più importante all’esame del governo, l’Aggiornamento del DEF 2016, preludio della stagione di bilancio. Non si spiegherebbe altrimenti come un Presidente del Consiglio così attento comunicatore, proprio nel giorno del varo di un provvedimento così centrale decida di spararla grossa che più grossa non si può, dichiarandosi pronto alla ripresa dei lavori per il ponte sullo stretto e annunciando che ciò creerebbe la bellezza di 100mila posti di lavoro. In effetti, tutti i media hanno aperto sull’annunciata ripresa e le associate roventi polemiche, con l’Aggiornamento del DEF che ha mancato di catturare l’attenzione che meriterebbe. Una cosa impensabile negli anni scorsi, quando il premier, presentando i documenti di bilancio, si spendeva in entusiastiche descrizioni delle prospettive di un Italia finalmente e saldamente guidata dal cerchio fiorentin-bocconiano.
Il fatto è che l’Aggiornamento del DEF 2016 segna il punto forse più basso finora raggiunto da questo governo. Partiamo da quello che è forse l’unico dato positivo: come ha notato un autorevole esponente dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio, il deficit strutturale, quello corretto per l’andamento economico, non peggiora così tanto rispetto alle previsioni… ma solo perché la crescita è risultata talmente bassa che la correzione ciclica assorbe il peggioramento dei conti pubblici. In effetti, la crescita, che nel DEF di aprile il governo prevedeva a 1,2% e 1,4% rispettivamente nel 2016 e 2017, viene fissata nell’Aggiornamentorispettivamente a 0,8% e 0,6%. Il deficit, previsto quest’anno e l’anno prossimo al 2,3% e 1,8% viene confermato al 2,3% quest’anno per salire al 2,4% l’anno prossimo. Di fatto, il cosiddetto processo di risanamento della finanza pubblica italiana si è arrestato: il deficit previsto nel 2017 è sostanzialmente quello del 2016, con la Commissione Europea che non sa più cosa inventarsi per accordare ulteriori margini ad un governo Italiano che, in un momento così cruciale per l’Europa e in vista del referendum costituzionale, non può essere stigmatizzato, ma si vuole anzi sostenere, anche, se necessario, prestandosi al solito gioco nel quale la Commissione recita il ruolo di punginbool.
Certo, di per sé, l’arresto del processo di risanamento non sarebbe notizia negativa, anzi, piacerebbe interpretarla come inversione dell’orientamento di politica economica e il superamento, finalmente, dell’austerity. Non è così, purtroppo, e la realtà è ben più tragica. Partiamo dalla flessibilità nell’interpretazione del Patto di stabilità, tanto agognata e pretesa dal nostro paese: essa servirà esclusivamente, insieme a tutto l’aumento del deficit 2017 rispetto all’obiettivo, per neutralizzare le clausole di salvaguardia da 15 miliardi inserite nella Legge di stabilità dell’anno scorso, che prevedevano in automatico un aumento di IVA e accise nel 2017 se non si fossero realizzati equivalenti risparmi di spesa. Poco o nulla è stato fatto e l’Italia si ritrova adesso a utilizzare tutti i margini di flessibilità cui può aspirare non per rilanciare sviluppo, economia, redditi e occupazione, bensì solo per evitare la drammatica recessione che verrebbe innescata dall’aumento dell’IVA.
Tolti questi 15 miliardi, la prossima manovra di bilancio sembra ridursi a poca cosa: 7-8 miliardi di maggiori spese, compensati da altrettanti miliardi di minori spese o maggiori entrate. Un’inezia rispetto a quanto il nostro paese avrebbe disperatamente bisogno. Si arriverà forse a stanziare 2 miliardi per le pensioni e il sostegno – in prospettiva elettorale – dei loro redditi, ma compensate da un corrispondente calo della spesa sanitaria. Qualche centinaio di milioni in più verranno destinati al rinnovo dei contratti nel pubblico impiego, finanziati con tagli lineari, o semi-lineari alla spesa dei ministeri. Si arriverà forse a definire una riduzione dell’IRPEF, ma solo a partire dal 2018, anno nel quale, comunque, opereranno altre clausole di salvaguardia da neutralizzare. Qualche soldo verrà destinato alla lotta alla povertà estrema, ma niente allo sviluppo dei servizi sociali e degli altri istituti del welfare. Gli unici interventi di una qualche rilevanza economica sembrano quelli destinati alle imprese, i superammortamenti, la riduzione delle imposte per lei imprese piccole, le garanzie pubbliche sugli investimenti, il programma del ministro CalendaIndustria 4.0. Nulla di sostanziale, invero, ma si deve tener presente che le imprese godranno nel 2017 di due dei più costosi interventi realizzati dal governo: la decontribuzione, totale sugli assunti nel 2015 e parziale sugli assunti nel 2016, che ha un costo di almeno 7 miliardi l’anno e almeno 20 miliardi nel quadriennio 2015-2018; la riduzione dell’imposta sulle società, l’IRES, dal 27,5% al 24% che scatterà il prossimo primo gennaio, con un costo per l’erario di almeno 3,5 miliardi l’anno. Sono interventi estremamente costosi, perché si tratta di misure indirette e non selettive, che beneficiano tutte le imprese indistintamente, non solo quelle che investono, crescono e creano occupazione e reddito.
Servirebbe altro: investimenti diretti, piccole e medie opere in grado di assicurare in breve tempo e a costi contenuti un effettivo miglioramento delle condizioni produttive e di vita; assicurare le migliori condizioni per lavorare e partecipare, garantendo trasporti, servizi sociali inclusivi e flessibili, reti. Bisognerebbe perseguire non una riduzione fiscale ma una redistribuzione del carico dai poveri ai ricchi, dal lavoro alla rendita, da chi – singoli o imprese – paga a chi non paga. Servirebbero, ancora, interventi di stimolo non a pioggia, bensì selettivi.
Nulla di tutto ciò sembra ritrovarsi nella manovra preannunciata dal governo che, nel lasciare il paese senza più margini di libertà, continua ad intestardirsi in politiche economiche liberiste senza futuro, di riduzione fiscale e di incentivi alle imprese, solo addolcite da mancette elettoralistiche. Un quadro a tinte fosche, che ben giustifica il desiderio, pur infantile, di rifugiarsi nell’immagine di un bel ponte sullo stretto.

mercoledì 28 settembre 2016

Intimamente Miles

Luciano Granieri



Ci sono musicisti che hanno percorso da protagonisti il firmamento musicale, e ci sono  musicisti che, oltre ad aver segnato la storia  della musica hanno inciso profondamente sulla vita delle persone. Miles Davis, è stato un artista che oltre ad rivestire un ruolo di assoluta preminenza nella musica, ha segnato la mia vita di appassionato di jazz. 

Questa riflessione mi  è balzata in mente come un flash  grazie   alla  mia amica e compagna di lotte Marina.  In una    sua nota su facebook,  nel quale commemora Miles scomparso il 28 settembre del 1991, Marina  ricorda un suo momento particolare vissuto nell’ assistere ad un concerto del trombettista dell’Illinois: 28 settembre 1991, muore il dio miles....due anni prima a roma un suo concerto memorabile....ho i brividi solo a ricordarlo....e sono passati venticinque anni... venticinque anni appena....:  Così scrive Marina, parla di brividi. Gli stessi brividi che ho provato e provo ancora oggi  a sentire i fraseggi ipnotici di quella straordinaria tromba. 

Grazie all’input della mia amica ho realizzato  come  Miles Davis sia  stato  un musicista che ha riempito e continua a riempire la mia vita culturale e per certi versi politica.  In verità l’ultima volta che ho visto    Davis,  a Pescara jazz nel 1986 , non ne ricavai una grande impressione, nonostante ogni nota uscisse dal suo strumento, per quanto consunta e precaria, avesse il potere di entrarti nella pelle, si notava in lui  una certa stanchezza. Di  tutta la sua band, attrezzata con sintetizzatori, e ammennicoli elettrici vari , apprezzai l’efficacia del chitarrista Robben Ford e l’abilità dello splendido Bob Berg al sax tenore.  

Lo ammetto ero nel periodo dell’intransigenza politica che si riverberava in quella musicale. Miles Davis aveva tradito il sacro spirito del jazz nero quello del Black Panther Party, aveva buttato a mare la sperimentazione di Kind of Blue con John Coltrane, per cercare il successo commerciale attraverso  le diavolerie elettroniche. Il mio fondamentalismo di allora offuscava le sinapsi musicali e non mi faceva comprendere la grandezza di un album come Bitches Brew. Non era quella un’operazione commerciale, ma l’ennesima sperimentazione di sonorità e suggestioni straordinarie sviluppatesi attraverso l’uso degli strumenti elettrici. 

Grazie a quella svolta denominata jazz-rock  si imposero  all’attenzione del pubblico, musicisti straordinari come,  i pianisti Chic Corea, Joe Zawinul,  il sommo Keith Jarret , i batteristi Jack De Johnette e Billy Cobham , i chitarristi John Mc Laughlin, Pat Metheney e molti altri ancora. Del resto da  Miles Davis non si poteva pretendere un grande impegno dal punto di vista politico. Non era figlio del sottoproletariato nero cresciuto nelle vie del ghetto, era un prodotto dell’alta borghesia. Il padre era un ricco e affermato dentista di Alton nell’Illinois. 

Come non ricordare le discettazioni contrastanti, fra musica e politica sociale,  su un altro disco fondamentale per la storia del jazz come Birth of the Cool. Da un lato c’era l’oggettivo valore artistico e innovativo di quelle incisioni realizzate da Davis negli studi della Capitol fra il 1949 e il 1950 insieme a gente come Gerry Mulligan,  Lee Konitz, John Lewis, Max Roach, fra gli altri, dall’altro c’era il disappunto per una sorta di anestetizzazione che la nuova musica,  sgorgante  di quei microsolchi, arrecava alle  esuberanze  rivendicative del Be Bop. 

Ma su tutto imperava il Miles divino, quello di Kind of Blue,  e del  quintetto con George Coleman  al sax tenore ( poi sostituito da Wayne Shorter), Herbie Hancock,  al pianoforte, Ron Carter al contrabbasso  , Tony Williams alla batteria.  Quel Miles ha riempito molte delle mie giornate. Ho passato pomeriggi e notti intere a volare sulle note di Esp, My funny valentine, Seven  steps to heaven, Four   e altre straordinarie esecuzioni. Davis nel giradischi, una fumata di pipa,  un bicchiere di grappa o di vino,  qualcosa di alcolico insomma, discussioni con i tre o quattro amici di allora, così scorreva la mia vita di adolescente,  senza trascurare le ragazze ovviamente  che in verità non sono state molte. Non c’è dubbio,  Miles Davis è diventato ed è  una presenza nella mia quotidianità passata e presente . 

Qualche mese fa trovai in cantina alcune fotografie di quegli anni . Scatti di reflex che allora   consideravo creativi, sperimentali, ma per lo più erano foto uscite male. Decisi di digitalizzare quelle immagini e ricavarne una  video clip. Indovinate quale musica ho scelto per accompagnare lo scorrere di quegli scatti?  Proprio un brano di Miles Davis, Eighty One per la precisione. Lo pubblico qui sotto, proponendolo all’attenzione di quei naviganti un po’ sognatori, appassionati di musica e utopia. Ringrazio la mia amica Marina per aver fatto scattare, questa sequenza di ricordi, e ringrazio ovviamente Miles Davis.


  

martedì 27 settembre 2016

Coerenza cositutente

Luciano Granieri





Per i comitati del No alla riforma Costituzionale è veramente complicato  mettere a punto  e divulgare i messaggi  in difesa della Costituzione, minacciata dalla deforma Renzi-Boschi-Verdini . 

Oltre alle difficoltà costituite dal limitato spazio concesso dai media, è stato  necessario modificare  continuamente il contenuto dei messaggi. Nella scorsa primavera, subito dopo l’approvazione definitiva della riforma in Senato, Renzi  affermò che se avesse perso il referendum avrebbe lasciato, non solo il governo, ma la politica. Tale posizione fu subito contestata  dai comitati del No e dagli altri  movimenti contrari alla riforma. Fiumi di inchiostro e dichiarazioni denunciavano la personalizzazione del referendum sul Presidente del Consiglio, il quale,   concentrava l’attenzione  sulla sua persona  piuttosto che sui temi riformatori. Dopo un po’ lo stesso Renzi sostenne che era sbagliato trasformare il quesito referendario  in un giudizio sul premier e sul suo governo. Una giravolta non da poco.  Iniziò un lavoro titanico per i responsabili  della comunicazione dei comitati del No, impegnati  a cambiare il tono dei messaggi, cancellando il tema della personalizzazione, con gli annessi e i connessi. 

Quando sembrava che si fosse raggiunta una certa stabilità e chiarezza sul “cosa” e “come” comunicare per contrastare la deforma Renzi-Boschi, et voilà , altra giravolta. Quell’Italicum considerato da Renzi, come la migliore  legge elettorale possibile, un dispositivo approvato a colpi di fiducia, norma intoccabile e indiscutibile, all’improvviso diventava modificabile. A detta  dello stesso Premier  l’Italicum  si poteva cambiare. Apriti cielo! Tutti i discorsi, i dibattiti  e le disquisizioni  sull’antidemocratico  “combinato disposto” fra legge elettorale e  riforma costituzionale,   andavano a farsi friggere. Pensare che su quel  famoso “combinato disposto” ci siamo stati per l’intera estate. Niente da fare, tutta la comunicazione da riscrivere un’altra volta. 

Per la data del referendum, fortunatamente non ci siamo cascati. In ogni comunicazione dei comitati del No non era indicata alcuna data, anzi si denunciava il fatto che il Governo la tirasse per le lunghe nel decidere la giornata della votazione.  La definizione del 4 dicembre come data definitiva per la  consultazione referendaria dovrebbe aver messo fine a tutte le giravolte. 

Forse. 

Non è che dopo tanto casino i novelli costituenti si renderanno conto che,  così come la personalizzazione del referendum, l’Italicum,  anche la riforma in toto è una grande vaccata?  C’è da attendersi  l’ennesimo dietro front? Non è dato sapere. Una fatto è certo, ormai è troppo tardi per un ripensamento pre- referendum, quindi se qualcuno dirà: scusate ci siamo sbagliati, sarà difficile  cambiare una riforma, che modifica  47 articoli della Costituzione,  una   votata dai cittadini . Sarà necessario attivare la procedura  prevista dall’art.138, per cui campa cavallo! Se fino ad ora porre rimedio alle vaccate governative potrebbe essere relativamente semplice, rimediare alla vaccata più grossa sarà difficile se non impossibile. Per cui vediamo di non farla passare la “grande vaccata” , di bocciarla, senza  se e senza ma, votando No il 4 dicembre prossimo.

Bagnoli a Roma: quando il gioco si fa duro, i potenti cominciano a tremare

Agenzia Stampa – Partito dei Comitati di Appoggio alla Resistenza per il Comunismo.




Ci hanno provato in tutti i modi a impedire che i comitati, le associazioni e le masse popolari del quartiere di Bagnoli, della città di Napoli potessero portare la propria voce a Roma, nel cuore del potere politico del paese, la città eterna di papi, politici e affaristi di ogni forma e specie, il centro della Repubblica Pontificia, del nostro paese. Già dai giorni precedenti alla manifestazione il balletto di permessi e divieti si era fatto oggetto di contrasto tra i movimenti e le autorità di polizia della capitale. “Potete venire, anzi no. Facciamo che venite ma a un patto…” questa la cantilena, a cui risposta non è stata altra che “noi veniamo, voi regolatevi di conseguenza”. Dopo di ciò si è aperta la trattativa, permessi e percorsi definiti a ribasso ma con la certezza che il 23 settembre Bagnoli sarebbe andata a Roma e così è stato.
Anche in virtù di questo, al varco d’ingresso autostradale della capitale, camionette, blindati e volanti accolgono le centinaia di persone venute da Napoli con un “seguiteci”. Ma prima di questo una protesta curiosa. Qualcuno fa pipì davanti a ispettori e volanti. Non deve aver retto all’emozione nel vedere un tal dispiegamento di forze. Uno sberleffo per sottolineare quanto fosse ridicola quella messa in scena da parte delle forze di polizia. Uno sfottò, un po’ alla partenopea, per affermare quale servizi pubblici dovrebbero essere aumentati ai cittadini, più che militarizzare i territori e criminalizzare chi altro non fa che difendere un diritto, il diritto alla vita. La forza pubblica diviene quindi attrice e protagonista di una farsa ridicola e alquanto vergognosa, quel “perquisiamoli tutti” che sa di provocazione infantile, goffa e prepotente tipica di chi vuole solo intimidire.
Parte la provocazione: un lungo corteo di pullman e camionette (alternati) si dirige in una zona isolata, in mezzo alle campagne romane. Tutti questi cittadini e attivisti che si battono per la bonifica del territorio di Bagnoli – e questa è impossibile non interpretarla come una provocazione – vengono condotti nei pressi di un fetido ed esteso sito di sversamento di rifiuti industriali, amianto e altri materiali di risulta. Per ovviare al puzzo si dice a tutti di restare sui pullman, ma il caldo, l’afa e la puzza (che era effettivamente insopportabile) porta tutti a fiondarsi con la forza giù dai pullman. Ecco allora che la provocazione individuale dell’urinante solitario al cesello, diviene collettiva “tutti a fare pipì”, la campagna circostante diviene un immenso orinatoio con i poliziotti disorientati nel cercare di comprendere come arginare il fenomeno, una sorta di incontinenza improvvisa e collettiva che diviene poi rabbia e contestazione per quei metodi da polizia cilena.
Tra altre piccole provocazioni e perdite di tempo nessuno viene identificato e la forza pubblica lascia i pullman senza aver trovato le armi di distruzione di massa, le bombe chimiche o al fosforo che si aspettava di trovare. La farsa non è però finita. I pullman vengono scortati fin dentro la città, fino al nastro di partenza di un corteo lungo circa trecento metri (questi i patti definiti) che è culminato con un’assemblea pubblica. Il giro scortato per la città a sirene spiegate, manco si trattasse del trasporto di criminali incalliti, è un ulteriore intimidazione e pressione per far sentire il fiato sul collo a chi si pone come esempio per l’intero paese nel rompere con il governo Renzi e le autorità della Repubblica Pontificia.
Su quanto accaduto rispetto alle forze dell’ordine ci sarebbe molto da scrivere e tanti ragionamenti da sviluppare con tutti i compagni dei movimenti, dei comitati e delle varie esperienze di autorganizzazione della città. L’assunto principale sta nel rapporto da tenere con il braccio armato della “controparte”. Riconoscerne l’autorità, trattare fino all’ultimo per ottenere permessi o concessioni, chiedere di essere rispettati o rivendicare loro diritti, è un approccio in ogni caso codista che porta a paradossi come quelli del 23 settembre. Su questo punto va intesa la disobbedienza e l’insubordinazione alle pubbliche autorità come momenti di conflitto non certo alieni alla lotta generale che si conduce, come elemento, quindi, che alimenta l’ingovernabilità per la borghesia e come strumento che alimenta lo sviluppo, dall’altro lato, della nuova governabilità, quella delle masse popolari organizzate.
Otto sono le vie per alimentare l’ingovernabilità che dobbiamo puntare a sviluppare in questa fase. Posto che ingovernabilità vuol dire sia ribellione e disobbedienza alle misure, alle decisioni, alle leggi e alle regole delle autorità borghesi (distruzione del vecchio) sia mobilitazione e organizzazione delle masse popolari a gestire parti crescenti della loro vita associata (attività e relazioni, soluzioni ai problemi, ecc.) come centro autorevole diverso e contrapposto alle attuali autorità centrali e locali della borghesia (costruzione del nuovo). Cosa fare per alimentare l’ingovernabilità dal basso? Si tratta anzitutto di capire per quali vie si sviluppa.

Le otto vie principali sono: 
1.la diffusione della disobbedienza e dell’insubordinazione alle autorità; 
2. Lo sviluppo diffuso di attività del “terzo settore”: le attività di produzione e distribuzione di beni e servizi organizzate su base solidaristica locale; 
3. L’appropriazione organizzata di beni e servizi (espropri, “io non pago”, occupazioni, espropriazioni dei ricchi, spese proletarie nei supermercati, uso gratuito dei servizi, ecc.) che assicura a tutta la popolazione i beni e servizi a cui la crisi blocca l’accesso; 
4. Gli scioperi e gli scioperi alla rovescia, principalmente nelle fabbriche e nelle scuole; 
5. Le occupazioni di fabbriche, di scuole, di stabili, di uffici pubblici, di banche, di piazze, ecc.; 
6. Le manifestazioni di protesta e il boicottaggio dell’attività delle pubbliche autorità; 
7. Il rifiuto organizzato di pagare imposte, ticket e mutui, bollette, imposte, multe, pedaggi, tickets, affitti della case delle immobiliari, della Chiesa e di capitalisti; 
8. Lo sviluppo (sul terreno economico, finanziario, dell’ordine pubblico, ecc.) di azioni autonome dal governo centrale da parte delle Amministrazioni Locali d’Emergenza sottoposte alla pressione e sostenute dalla mobilitazione delle masse. Ogni ALE è un centro di riferimento e di mobilitazione delle masse, dispone di impiegati e di esperienza, di locali, di soldi e di strumenti: tutte armi importanti per mobilitare le masse in uno sforzo unitario per far fronte agli effetti della crisi, in primo luogo per attuare la parola d’ordine “un lavoro utile e dignitoso per tutti”.

 Bisogna imparare dall’esperienza a praticare e combinare a un livello superiore le otto vie.
Sviluppare queste otto vie significa rendere sempre più ingovernabile la città al governo Renzi. Tutti e otto questi punti si sviluppano, avanzano e si accendono, progressivamente, con qualità nuova nella città di Napoli. Anche quella che abbiamo definito Amministrazione Locale d’Emergenza, ha nel capoluogo partenopeo delle potenzialità importanti ed elevate, con quanto le masse popolari organizzano sui territori e quanto l’amministrazione si muova verso di loro. Il motivo della militarizzazione massiccia al NO Renzi day del 6 aprile, così come i pestaggi da “polizia politica” davanti al San Carlo delle scorse settimane o le intimidazioni palesi fatte prima, durante e dopo l’organizzazione della manifestazione del 23 settembre a Roma è molto chiaro se lo inquadriamo nel processo messo in campo negli ultimi anni. Perché tutto questo nervosismo da parte di Renzi e suoi? Perché tutto quest’accanimento a Napoli e contro la mobilitazione che ha portato Napoli fuori da Napoli? Perché nei suoi organi di informazione pubblica e privata la borghesia imperialista non parla dell’esperienza dell’assemblea popolare di Bagnoli, della VIII Municipalità o dell’organizzazione nascente in tutti gli altri quartieri della città?
Il motivo è semplice, il potere trema. Napoli può diventare l’esempio più pericoloso per le masse popolari del nostro paese a come su come fare fronte agli effetti più gravi della crisi a partire dal criterio dell’organizzarsi e coordinarsi per costruire Nuove Autorità Pubbliche; può diventare l’esempio per tutti i sinceri democratici, esponenti della società civile, del mondo dei sindacati e della cultura che godono ancora della fiducia delle masse popolari su cosa possono e devono fare qui ed ora per mantenere quella fiducia e per assumere il ruolo cui oggi la storia li chiama, dare norma di legge alle misure che le masse popolari indicheranno sia in qualità di “amministratori locali di nuovo tipo” che di ministri di un “governo centrale di nuovo tipo”, un Governo di Blocco Popolare, l’unico in grado di applicare concretamente le parti progressiste della Costituzione; può diventare il terreno di battaglia prima, durante e dopo la campagna referendaria durante la quale le parole d’ordine “difendere e applicare la Costituzione” fanno tremare i polsi a palazzo Chigi se le potenzialità di quanto si muove nel paese in termini mobilitazione, organizzazione e coordinamento imbocchi la via del contendere il potere, salti dal rivendicare al governare, dal chiedere incontri per accettare piani alternativi all’applicazione diretta di quei piani, progetti o procedure.

Questa la battaglia che c’è da combattere oggi. Non solo la rabbia per la repressione intimidatoria, quindi; non solo la lotta e la rivendicazione di diritti sacrosanti ed essenziali come l’aria che ci serve a respirare; non solo la difesa della Costituzione ma l’applicazione delle sue parti progressiste, la costruzione di un potere realmente popolare e realmente autogestito dal basso, la ricostruzione da parte delle masse popolari di un paese che le classi dominanti hanno distrutto e devastato, riducendolo nelle condizioni che oggi abbiamo davanti agli occhi. Questa la battaglia, questa la strada, questa la prospettiva – la costruzione di un potere e di un governo che metta al centro il protagonismo reale delle masse popolari – oggi più praticabile poste le condizioni che ci si parano innanzi quotidianamente; prova inconfutabile e inscalfibile del fatto che non sono i padroni ad essere forti, sono le masse popolari che ancora non fanno valere la loro forza. 

ANPI Frosinone: una giornata piuttosto intensa e di mobilitazione su più fronti

Associazione Nazionale Partigiani d’Italia

Comitato Provinciale di Frosinone


Venerdì 23 settembre è stata una giornata piuttosto intensa e di mobilitazione su più fronti da parte dell’ANPI provinciale.


Al mattino abbiamo presenziato all’intitolazione del giardino antistante la biblioteca comunale di Serrone ad Antoio Roazzi, Partigiano serronese di Bandiera Rossa caduto alle Fosse Ardeatine.
Dopo lo svelamento della targa a ricordo da parte del Sindaco e del Presidente provinciale dell’ANPI,  alla presenza delle autorità cittadine, del parroco e di alcuni parenti del Partigiano, la commemorazione è continuata incontrando i ragazzi e le ragazze delle Terze Medie della scuola statale locale, una trentina di giovani cui va il nostro ringraziamento per l’accoglienza e l’apprezzamento per l’attenzione che ci hanno riservato.
Studenti interessati, sebbene si trattassero argomenti a loro ancora in gran parte ignoti, visto che il loro corso di studi prevede di affrontarli nella prossima primavera.
A questo proposito, su proposta di una delle insegnanti che accompagnava le classi, si è deciso di organizzare un nuovo incontro per la giornata della Memoria o per il 25 Aprile prossimi, in modo da interloquire meglio con i ragazzi, opportunamente preparati allo scopo.
Serrone ha dato alla lotta di Liberazione anche altri suoi figli, e con il Sindaco e l’Assessore Damizia si lavorerà per onorarne degnamente la memoria e farne conoscere il sacrificio ai cittadini più giovani.
Ringraziamo quindi il Sindaco e l’Assessore Antonietta Damizia, che ha svolto un lavoro davvero encomiabile augurando loro nuovi successi e restando a disposizione per ogni battaglia di civiltà e di democrazia.



Nel pomeriggio si è tenuta una partecipata conferenza sulle ragioni del NO al referendum sulla riforma costituzionale voluta dal governo.
Ha aperto i lavori una relazione del Presidente provinciale dell’ANPI sulle origini ed il cammino della nostra Carta costituzionale sul piano storico-sociale, che ha messo in luce, sia pure nel breve spazio di una relazione, il rapporti di forza che l’hanno materialmente prodotta e quelli che l’hanno invece minacciata nei decenni successivi, fino ad oggi. Sono stati affrontati dalla relazione i nodi dello sviluppo sociale e delle condizioni politiche sia interne che internazionali di una Costituzione “conquistata”, non elargita, e quindi suscettibile di tentativi di suo superamento da parte di diverse forze che via via si sono consolidate nello sviluppo economico successivo, soprattutto dagli anni ’80 (finanziarizzazione dell’economia, perdita di importanza del lavoro, fine della rappresentanza e demolizione o trasformazione delle strutture della partecipazione effettiva quali le cooperative, il sindacato, i partiti e tutti i corpi intermedi).
Il tema delle riforme – non solo costituzionali – non è quindi asettico, ed assume nella sua declinazione attuale, almeno a partire dall’inizio degli anni ’80, una connotazione regressiva nei fatti, registrando e potenziando l’arretramento dei diritti diffusi, a partire da quelli del lavoro per allargarsi a quelli delle condizioni materiali di vita delle fasce subalterne della società (sanità, trasporti, scuola, servizi).
La riforma Boschi rappresenta quindi, anziché la novità taumaturgica strillata ai quattro venti con slogan ritagliati su quelli della pubblicità consumistica più che presentata con una chiamata alla riflessione cosciente, null’altro che la fase avanzata (e purtroppo è facile prevedere non terminale) di un lavoro che parte da lontano ed è perseguito con impegno e costanza degni di ben altra causa.
A partire da Licio Gelli e dal suo “Piano di Rinascita democratica”, che prevedeva ad esempio la cancellazione del contratto nazionale collettivo di lavoro (CCNL) e dell’art. 18, il bipartitismo, la differenziazione delle funzioni delle camere, la sottomissione del CSM al governo, in sostanza il disarmo dei lavoratori e la fine dei contrappesi istituzionali per l’inaugurazione di un semipresidenzialismo con poteri pressoché assoluti, ma che non arrivava a teorizzare i livelli di aggressione alla rappresentanza che invece questa riforma prevede sia in sé che in combinato con la legge elettorale Italicum.
Questi elementi sono stati dettagliati e messi in relazione non certo ad una presunta “cattiveria” di un ceto dominante o di una spuria e raccogliticcia maggioranza governativa, ma di processi storici ed economici ben definiti e chiaramente leggibili, a patto che lo si voglia.

lunedì 26 settembre 2016

Il referendum fake

Luciano Granieri



Il- 4 dicembre prossimo si voterà per questo benedetto , o maledetto, referendum costituzionale.  Lo ha deciso il consiglio dei ministri nella serata di ieri. Le opposizioni si sono scandalizzate per non essere state consultate.  Una lamentazione  del tutto inutile.  Dovrebbe essere  ormai chiaro che tutta le vicenda relativa alla riforma costituzionale è cosa "loro",   del Governo ,  del Presidente del Consiglio e delle lobby finanziarie, compresa la  data del referendum.  Renzi  aveva stabilito  il giorno della votazione già da tempo.  Ha  preparato l’annuncio con  estrema  puntigliosità  mediatica, facendo precedere la sospirata decisione con il colpo ad effetto della  presentazione della scheda referendaria in televisione. Nella trasmissione otto e mezzo  davanti alla Gruber e a Marco Travaglio il “bomba” ha tirato fuori un fake bello e buono,  lo slogan per  il si trasformato nel  quesito referendario. E’ l’ennesima mistificazione,  l’ultimo strappo di una storia che è costellata di forzature procedurali, dalla sostituzione dei membri contrari alla riforma  in commissione affari costituzionali  al Senato,  al super canguro per evitare la discussione in aula. Ora è il momento della scheda fake.  Un fake come la legge elettorale. Quella legge che tutti ci invidiano, ma che oggi appare, anche a colori i quali l’hanno imposta a colpi di fiducia,  una brutta copia del porcellum bocciato dalla Corte Costituzionale. Un fake è stato anche il proposito sbandierato dal Presidente del Consiglio di ritirarsi dalla vita politica in caso di vittoria del No al referendum. Non è tutto. La  campagna sul Fertility Day promossa  maldestramente dalla ministra della salute  Lorenzin è un altro grossolano fake  .  Come  il jobs act che ha  regalato milioni alle grandi aziende  con ricadute risibili, se non nulle,  sull’occupazione. Un altro fake clamoroso è l’algoritmo della buona scuola  che spedisce un professore di Canicattì ad  insegnare   a Cividale del Friuli. Non c’è da meravigliarsi perché  lo stesso Governo  è un fake colossale. E’ il prodotto di un Parlamento fake   in quanto eletto con una legge elettorale bocciata dalla Corte Costituzionale.  La situazione è chiara. Il 4 dicembre dovremmo votare su una scheda elettorale fake  per approvare, o bocciare, una riforma costituzionale fake, scritta da un Governo fake espressione di un Parlamento fake. Votare No al referendum è dunque vitaòe per togliere di mezzo un po’ di fake e ripristinare una serie di verità. La prima, la più grande è quella scritta nella Costituzione Italiana antifascista del ’48.  

domenica 25 settembre 2016

Facebook e Israele annunciano ufficialmente una collaborazione per censurare i contenuti sui social media

Whitney Webb  di Activist Post

Dopo le polemiche seguite alla censura che Facebook ha fatto di una fotografia famosa in tutto il mondo della guerra del Vietnam, Facebook ha accettato di “lavorare insieme” al governo di Israele per censurare contenuti che funzionari israeliani ritengano essere impropri. Facebook ha annunciato ufficialmente l’accordo di “cooperazione”, dopo un incontro che ha avuto luogo l’11 settembre tra ministri del governo israeliano e alti funzionari di Facebook. La spinta frenetica del governo israeliano a monitorare e censurare i contenuti di Facebook che ritiene inadeguati è conseguenza del successo virale di BDS, Boicottaggio Disinvestimento Sanzioni, un movimento non violento globale che lavora per denunciare le violazioni dei diritti umani israeliani.



Il- successo di BDS ha colpito un nervo scoperto di Israele tanto da portare il suo governo ad approvare una legge che permette di spiare e deportare attivisti stranieri che operano in Israele e Palestina. Israele ha minacciato anche la vita di sostenitori BDS ed ha esercitato pressioni perché in tutto il mondo vengano prese misure legislative contro il BDS. Ora cercano di arginare ogni ulteriore successo BDS controllando direttamente il contenuto degli utenti di Facebook.
fb2Tuttavia il riconoscimento formale da parte di Facebook del suo rapporto con il governo di Israele è solo lo sbocco finale di un accordo su cui si è lavorato per mesi. Nel giugno di quest’anno l’ufficio israeliano di Facebook ha assunto come capo della politica e delle comunicazioni Jordana Cutler. Cutler è consulente di vecchia data di Netanyahu e, prima del suo recente ingaggio in Facebook, è stata Capo di Stato Maggiore presso l’ambasciata di Israele a Washington, DC. Facebook potrebbe aver ricevuto intimidazioni, affinché prendesse tale decisione, da Gilad Erdan, ministro israeliano di Pubblica Sicurezza, Affari Strategici e Informazione, che ha minacciato di adottare una legislazione, in Israele e all’estero, che avrebbe scaricato su Facebook la responsabilità di attacchi “di incitamento” da contenuti sui suoi mezzi di comunicazione sociale. Erdan precedentemente aveva detto che Facebook “ha la responsabilità sia di monitorare la piattaforma che di rimuovere i contenuti.”
Inoltre, come in giugno ha riportato Intercept, Israele passa attentamente in rassegna il contenuto dei post palestinesi su Facebook e ha arrestato alcuni palestinesi per i post sul sito di social media. Ha poi inoltrato le richieste di censura a Facebook che nel 95% delle volte ha accolto le richieste.
In quella che è un’evidente e preoccupante disparità, i post su Facebook che incitano alla violenza contro i palestinesi sono sorprendentemente diffusi, ma Facebook raramente censura questi post. Secondo il giornalista vincitore del premio Pulitzer, Glenn Greenwald, questa disparità sottolinea “i gravi pericoli di ritrovare il nostro discorso pubblico sopraffatto, regolato e controllato da un piccolo numero di irresponsabili giganti tecnologici”.
Con Facebook che probabilmente funziona come forza dominante nel giornalismo si ha, come conseguenza, che il suo controllo sul flusso delle informazioni diventi importante. Il fatto che una società privata con una tale enorme influenza abbia collaborato con un governo nel censurare i suoi oppositori è un innegabile passo verso il fascismo social media. Anche se una volta i social media sono stati salutati come un’opportunità rivoluzionaria per permettere alle persone normali di condividere le informazioni a livello mondiale e organizzare politicamente un cambiamento dal basso, con il permettere ai governi di censurare le loro opposizioni si minaccia di trasformarlo in qualcosa di completamente diverso.