Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

domenica 16 ottobre 2016

Il "bleus"

Luciano Granieri




Qualcuno ricorderà la parodia del “bleus” di Tony Santagata.  Il cantante pugliese si affannava a dimostrare  come il “bleus” fosse nato a Bari. Si esibiva con la chitarra suonando il gospel,   Oh, when the saints go marching in, cambiando però  le parole, per cui il pezzo  diventata Ti si  magnete  li strascenete  culi cim de rep.  

Quella di Santagata è una bouatade, ma non del tutto campata in aria. Può sembrare strano ma il blues, chiamiamolo col suo nome vero,  si basa su un  forte caposaldo culturale.  Quell’influenza musicale arabo-mussulmana,  che mise le sue prime  radici  nell’area del Mediterraneo e in particolare nel meridione d’Italia, fra  il 690 e il 1072 dc.  Quella stessa influenza  era radicata in molte etnie musulmane che popolavano la savana sub-sahariana .  I negrieri , inglesi, portoghesi e olandesi, all’epoca della tratta degli schiavi  con l’America,   spesso preferivano comprare gli schiavi,  da mercanti arabi, i quali, attingevano in quella zona d’Africa che comprendeva Mahli, il nord del Ghana e della Nigeria, il Gambia il Senegal e il sud del Niger. Le razzie dei negrieri in realtà colpivano anche le etnie residenti nella porzione costiera, corrispondente agli attuali stati della  Liberia, Sierra Leone, Costa D’Avorio, Ghana, Togo, Nigeria e Camerun sudoccidentale. Queste  popolazioni avevano un altro tipo di costruzione  musicale. Esse si esprimevano essenzialmente con la forza delle percussioni, a differenza delle etnie  di influenza arabo-musulmana che privilegiavano forme vocali, una delle più tipiche era il maqam-saba. 

Secondo il musicologo inglese Paul Oliver ad influire sul jazz vero e proprio furono le poliritmie tipiche delle popolazioni costiere, mentre a   dar forma al blues furono litanie, canti  e  musiche delle popolazioni sub-sahariane dell’interno, quelle di influenza musulmana.  Molte cronache sudiste dell’epoca riferiscono della massiccia presenza  di schiavi musulmani. Questi avevano  portato  dall’Africa numerosi strumenti musicali  della tradizione araba come  liuti  e   fiati. Gli stessi strumenti che si suonavano nell’Italia meridionale ben prima dell'anno mille . Ciò fu determinante per la diffusione, nel sud d’Italia   degli stessi capisaldi armonici presenti nell’Africa sub-sahariana.  Quindi  arriviamo, più o meno, alla stessa conclusione  suggestiva di Tony Santagata  per cui il folklore musicale calabrese, napoletano, pugliese, siciliano è molto più simile a quello afroamericano di quanto non si creda. In molti jazzisti italo-americani si nota infatti, epidermicamente, una tendenza alla bemollizzazione delle note,  alle intonazioni calanti,  in definitiva  al blues, che non può essere casuale. 


In realtà gli schiavi africani, una volta sbarcati in America venivano privati dei loro strumenti, per cui l’espressione musicale delle etnie musulmane rimaneva esclusivamente vocale.  Gli schiavi , che erano riusciti a reperire qualche  strumento o a costruirne dei poveri surrogati, provavano  ad  esprimere il proprio atavismo utilizzando la metrica musicale di bianchi. Ma ciò era  impossibile, o quanto meno complicato. Perché le intonazioni oscillanti, l’iterazione cantilenante del canto di derivazione araba potevano essere espresse strumentalmente utilizzando la scala pentatonica africana,  anziché quella diatonica tipica della tradizione europea.  Si crearono in tal modo le caratteristiche note blues che, per convenzione, si indicano nella bemollizzazione del mi e del si. La  “bemollizzazione” è una definizione  musicale europea  non proprio esatta per descrivere il fenomeno delle “note blues”, di fatto note “di mezzo” assai vaghe e strascicate, con un’intonazione influenzata dalle spiccate caratteristiche di “parlato”.  

Queste  espressioni armoniche si contaminarono con la vasta gamma di soluzioni ritmiche proprie delle popolazioni deportate dalle zone  africane costiere, dando origine ad una forma originale, quale il blues arcaico.  Una musica dalle forti rivendicazioni  sociali.  Longstreet e Dauner ne “il dizionario del jazz” (Il saggiatore) scrissero: “Il blues è ironico, sarcastico, tragicomico, di accusa, ma non è mai lacrimevole, nostalgico e ancor meno sentimentale. Temi preferiti sono la donna  e l’uomo abbandonati, la povertà, la posizione sociale, la discriminazione razziale. Soprattutto in questo ultimo caso ci si serve di una satira mordace con frequenti allusioni a problemi di attualità e politici.” 

Sapere che forti elementi costitutivi del blues erano presenti nel Mediterraneo e nell’Italia meridionale, è l’ennesima dimostrazione di come la cultura, la musica, non conosca confini. Non ci sono steccati che possano fermarla.  E per tutti coloro che pretendono di impedire, attraverso muri e barriere, l'approdo in Europa   delle migliaia di persone che scappano  dalla  guerra, o  dalle zone  flagellate dagli interessi del capitalismo finanziario, questa è una brutta notizia, perché come dimostra la storia del blues , l’integrazione è un processo irreversibile. Si può rallentare a prezzo di sanguinosi  e criminali genocidi, ma non si può fermare.

Il brano che segue può essere indicativo di come agiscano le influenze arabe sull’armonia blues. Si tratta di  Empty Bank, un pezzo tratto dalla colonna sonora del film di Dennis Hopper,  The Hot Spot,   realizzato nel 1990. Non una pellicola  memorabile, ma la colonna sonora, composta da Jack Nitzsche ,  vede protagonisti  musicisti e blues man eccezionali. L’immenso Miles Davis alla tromba ,  Joe Lee Hooker, chitarra e voce, quindi  i  chitarristi Taj Mahal e Roy Rogers, straordinario con la slide guitar, il bassista Tim Brown, il batterista Earl Brown .

Good Vibrations


sabato 15 ottobre 2016

Aria di Golpe

Il filmato che segue, tratto dall'Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico, è il nostro modo per ricordare Dario Fo e con lui Franca Rame.
Luciano Granieri.



ARIA DI GOLPE


Abstract: 1973. Il 27 ottobre, al Palazzetto dello Sport di Torino, Dario Fo e Franca Rame, con la compagnia teatrale La Comune, rappresentarono, in prima assoluta, lo spettacolo: "Guerra di popolo in Cile".

Una produzione militante, messa in scena in pochi giorni, per sottolineare l'urgenza di un impegno di forte testimonianza politica, contro il colpo di stato realizzato poche settimane prima (11 settembre) dai militari in Cile contro il legittimo governo Allende.
Lo spettacolo intendeva anche richiamare l'attenzione su analoghi pericoli che potevano presentarsi in Italia.
E' in questa atmosfera che Dario Fo e Franca Rame andarono in scena quella sera del 27 ottobre del 1973, coinvolgendo i diecimila spettatori presenti al Palazzetto dello Sport di Torino, in uno straordinario e indimenticabile "coup de theatre" finale.
Dario Fo e Franca Rame, con tutta la compagnia, finsero, all'insaputa di tutti, un intervento repressivo, di tipo "cileno", da parte della polizia. Tra le urla e i fischi di un pubblico che non si era accorto dell'inganno, si svolgeva un'altra rappresentazione, ammonitrice di un pericolo incombente forse anche in Italia.


Il materiale sul golpe in Cile è conservato presso l'Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico.
Lo spettacolo è "Guerra di popolo in Cile" del collettivo teatrale La Comune con: Dario Fo, Franca Rame, Piero Sciotto, Cicciu Busacca, Carpo Lanzi.
La canzone "Hanno fucilato una chitarra" è di Dario Fo.
Le riprese del 1973, al Palazzetto dello Sport di Torino, sono state effettuate da Armando Ceste per il Collettivo Cinema Militante di Torino, con una videocamera portatile Shibaden da 1/2"

Regia: Armando Ceste
Casa di produzione: Index, Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico, A.C. Cinema & Video

Consiglio Popolare dell'acqua

Severo Lutrario



Si scrive acqua si legge democrazia!


Gridavamo questo dopo la vittoria referendaria del 2011. 
Oggi, in Italia si affronta un'altra battaglia referendaria, non voluta dal basso ma imposta dal Governo per avallare le sue politiche liberiste e liberticide. 
Ma questa sfida non può essere solo difensiva e proprio per il suo carattere, ci impone di partire da quella vittoria, per la conquista di quei diritti troppo spesso citati ma non concretizzati. 

Il diritto all'acqua, ad esempio, che una petizione firmata da 230.000 persone chiede di inserire in Costituzione. 

Un diritto violato dalle leggi di mercato che, nonostante i referendum 2011, i governi continuano ad imporre ad acqua e servizi pubblici locali. 
Un processo non solo legislativo, che vede nei decreti Madia il coronamento della privatizzazione dei servizi pubblici, ma anche aziendale e commerciale, che vede le aziende muoversi nell'attuale quadro normativo per stravolgere la volontà popolare. Una strategia che in particolare ACEAsta perseguendo con l'obiettivo di rafforzare la propria influenza su tutte le sue partecipate, soprattutto nel centro Italia. 
Una delle protagoniste del grande risiko dell'acqua è proprio ACEA, nata come azienda del comune di Roma durante la giunta Nathan proprio per garantire i servizi essenziali in una città in espansione e che oggi, ormai privatizzata e quotata in borsa, è responsabile di migliaia di distacchi idrici e di veri processi di " colonizzazione" nel Lazio, Campania, Toscana, Umbria, in altre parti d'Italia e all'estero, anche attraverso partnership “criminali” come quella con la società israeliana Mekorot. 


C’è un'altra strada, ostinata e contraria che in tante e tanti possiamo tracciare, una strada che passa per la legge 5 della Regione Lazio, voluta da comitati e comuni proprio per rispettare i referendum 2011 e che la Giunta Zingaretti finge di aver dimenticato. 

Una strada che passa per la ripresa di parola e di decisione di cittadini e utenti dei servizi pubblici, superando la retorica del "degrado" e mettendo in moto energie e competenze preziose. 

Una strada che passa riconsegnando ai territori e a coloro che lo abitano il diritto a decidere della loro vita e dei servizi, che della vita determinano la qualità, a cominciare dall’acqua che della vita è madre. 

Una strada che passa per gli spazi liberati nelle nostre città, spesso veri presidi di democrazia reale e oggi sotto attacco da quella stessa legalità che permette ad ACEA di fare profitto, vessando i cittadini sino a staccare l'acqua, e a Caltagirone e Suez di giocare in borsa con un bene comune. 

Una strada che passa per la messa in discussione del debito illegittimo e del patto di stabilità imposto ai comuni, a partire da quello gigantesco di Roma, in mano a poche banche con interessi da usura. 


Una strada che passa per la ripresa di potere decisionale delle comunità locali, umiliate dal Governo attraverso la "riforma" Madia e le proposte di modifica degli artt. 57 e 117 della Costituzione, che svuotano di competenze sindaci e consigli comunali, privando i cittadini di ogni controllo democratico sul governo dei territori. 

Una strada che passa per la valorizzazione delle competenze dei lavoratori, fuori dalle tecniche di fidelizzazione dei dipendenti e da logiche di esternalizzazione e precarizzazione di un'azienda che nasce per fornire servizi essenziali e nella quale interessi dei lavoratori e degli utenti devono andare di pari passo. 

Una strada che passa per una necessaria scelta di campo della Giunta Raggi: con Suez e Caltagirone o con i cittadini e con la prima stella, quella dell'acqua pubblica. 

Ma che cosa vuol dire ripubblicizzare un servizio? Non e' solo una formula matematica o un investimento finanziario. E' un'idea differente di gestire le relazioni all'interno della società e valorizzare la ricchezza collettiva. E' un'ipotesi di un nuovo modello per vivere le città e garantire nuovi diritti. 
E uno dei pilastri di questo processo è la partecipazione diretta. La possibilità di conoscere, intervenire e decidere. 

Questo e' un invito a realtà sociali, lavoratori, cittadini e amministratori di Roma, del Lazio e di tutti i territori ed Enti Locali coinvolti. 

Per questo vogliamo lanciare il primo consiglio popolare dell'acqua, il 27 ottobre a Roma, sotto la sede ACEA di Piazzale Ostiense, in cui illustrare la piattaforma per ACEA: una proposta concreta per ripubblicizzare e invertire la rotta. 

Per costruire insieme l'iniziativa un primo appuntamento aperto a tutte le realtà interessate sarà il 19 ottobre, alle 18.30 presso Communia (Via dello Scalo di S.Lorenzo).

I comuni nella trappola del debito

Marco Bersani

Secondo l’ultimo rapporto Ifel (Istituto per la Finanza e l’Economia Locale) dell’Anci, sono 84 i Comuni italiani in stato di dissesto.


 Quando si dice che gli enti locali sono uno dei luoghi di precipitazione della crisi, perché è soprattutto su di essi che si sono scaricate nel tempo le misure liberiste di austerità previste dai vincoli finanziari di Maastricht, non si sta facendo una considerazione astratta: secondo l’ultimo rapporto Ifel (Istituto per la Finanza e l’Economia Locale) dell’Anci, sono 84 i Comuni italiani in stato di dissesto e 146 gli enti locali (10 Province) che, in stato di pre-dissesto, hanno aderito alla procedura di riequilibrio finanziario pluriennale. Si sta parlando di un trend in ascesa: se nel 2011 erano 3 i Comuni finiti in default, sono diventati 21 nel 2014.
Ma cosa significa per un Comune entrare in pre-dissesto o in default? «Sono da considerarsi in condizioni strutturalmente deficitarie gli enti locali che presentano gravi ed incontrovertibili condizioni di squilibrio», dice il Testo unico degli Enti locali (Tuel).
Se il deficit è in qualche modo recuperabile con un piano di sacrifici che la Corte dei conti approva si può accedere alla «procedura di riequilibrio finanziario pluriennale», il pre dissesto. Ma se «l’ente non può garantire l’assolvimento delle funzioni e dei servizi indispensabili» o se i creditori vantano crediti cui non si può far fronte con mutui o entrate proprie, allora scatta il dissesto (art. 244 del Tuel).

Ma cosa significa per i cittadini? In questo caso è molto facile da capire: tagli drastici alla spesa corrente, dismissione dei servizi, tariffe alle stelle e aliquote massime sulle imposte. Di fatto gli abitanti di un territorio dismettono i panni di membri di una comunità con dei diritti garantiti per diventare singoli individui il cui accesso ai servizi è determinato dalle proprie capacità economiche nell’orizzonte della solitudine competitiva.
Ma chi ha provocato questa esplosione di dissesti finanziari? In parte la colpa è dei molti amministratori che, dentro la crisi della democrazia rappresentativa, hanno utilizzato la macchina pubblica per favorire interessi personali, di casta e di clan, con bilanci allegri basati su entrate presunte a cui corrispondevano uscite certe da scaricare sulle amministrazioni successive. Ma pochi affrontano il nodo strutturale delle politiche liberiste e di austerità che sono state scientificamente applicate agli enti locali, all’unico scopo di metterli in difficoltà e costringerli alla privatizzazione dei servizi pubblici locali, alla vendita del patrimonio pubblico, alla messa a disposizione del territorio per grandi opere, grandi eventi e grandi speculazioni finanziarie. Anche su questo punto sono i dati a confermare: nonostante la quota parte del debito pubblico attribuibile ai Comuni corrisponda solo al 2,4%, il contributo richiesto agli stessi – tra tagli ai trasferimenti e patto di stabilità – è passato dai 1.650 miliardi del 2009 ai 16.655 miliardi del 2015.

Quanto sopra scritto evidenzia come la delega della gestione del debito e della finanza locale ai tecnocrati e agli amministratori comporti la riproduzione di un ciclo che, dai vincoli dell’Unione Europea, a cascata viene scaricato sulle condizioni di vita delle persone e delle comunità locali.
La pratica dell’audit del debito, ovvero un’indagine indipendente e autonoma da parte degli abitanti di un territorio sul debito dell’ente locale, è il percorso da avviare per smascherare la trappola del debito e del patto di stabilità, per riprendere in mano il destino delle comunità territoriali, per riappropriarsi della democrazia. Che, ogni volta che antepone gli interessi delle lobby finanziarie e immobiliari all’incomprimibilità della spesa necessaria a garantire servizi adeguati e di qualità, smette di essere tale.
fonte "il manifesto del 15/10



venerdì 14 ottobre 2016

Il quadro sindacale e gli scioperi dell'autunno

Fabiana Stefanoni
 
"Si possono spiegare quotidianamente le idee più semplici alle masse contadine e arretrate senza provare il minimo senso di stanchezza: in questo caso si tratta di far progredire strati ancora freschi. Ma che fatica dover spiegare le idee fondamentali a gente col cervello appiattito dalle falsità burocratiche!". Potrà sembrare fuori luogo iniziare un articolo sull'attuale quadro sindacale in Italia con questa citazione di Trotsky, scritta in un contesto molto differente e riferita all'atteggiamento della burocrazia staliniana. Eppure pensiamo che queste parole conservino una straordinaria attualità. Anche oggi riscontriamo una resistenza quasi perversa - controrivoluzionaria, direbbe Trotsky - alle esigenze evidenti (e quasi banali) dello scontro di una classe contro un'altra classe: la necessità della costruzione di un ampio fronte unico di resistenza e di lotta.
Con una crisi economica che nulla ha da invidiare a quella di altri Stati europei, l'Italia rimane uno dei Paesi con il livello di lotte più basso. Non che le azioni di resistenza e gli scioperi manchino: sono però frammentati e divisi e stentano a tradursi in un'azione di massa di ampie dimensioni (come è invece avvenuto ad esempio recentemente in Francia con le mobilitazioni contro la Loi Travail).
Il fenomeno è sicuramente frutto di una combinazione di fattori, che non qui è possibile indagare nel dettaglio. Ma pensiamo che ci siano due elementi, in particolare, che contribuiscono a spiegare l'arretratezza del livello di scontro di classe nel nostro Paese: da un lato, il ruolo di controllo sulla classe che ancora riescono a esercitare i grandi apparati sindacali burocratici (Cgil, Cisl e Uil); dall'altro, la debolezza del sindacalismo conflittuale e "di base", sempre più prigioniero di atteggiamenti autoreferenziali e settari. Ne è un esempio la decisione da parte delle sigle del sindacalismo conflittuale di proclamare due giornate di sciopero generale separate - e di fatto in competizione - a distanza di pochi giorni.
 
I grandi apparati burocratici sempre più proni al capitale Per comprendere quale sia il ruolo che si apprestano a svolgere i grandi apparati burocratici di Cgil, Cisl e Uil nella prossima fase basta segnalare che il 1° settembre hanno stilato, nella foresteria di Confindustria, un documento comune con le associazioni degli imprenditori, presentato al governo come proposta condivisa di gestione delle crisi industriali. Un'intesa che, secondo la Camusso, apre "finalmente" una stagione diversa, perché dimostra "che le parti sociali sono in grado di fare accordi e proposte, rivendicando un'interlocuzione col governo".
Se non fosse tragico, un accordo di questo tipo parrebbe quasi una barzelletta. E' come se i capponi presentassero al cuoco, insieme ai commensali, una ricetta per essere meglio cucinati al pranzo di Natale. Al cuoco - in questo caso il governo - tocca solo decidere i dettagli: potrà valutare se cuocerli a fuoco lento oppure no, ma la sorte dei poveri capponi è scontata.
Fuor di metafora, è evidente che ormai anche mimare il conflitto è diventato qualcosa di sconveniente per i dirigenti di Cgil, Cisl e Uil. Per conservare i privilegi acquisiti e preservare gli interessi della burocrazia, preso atto che non esistono più spazi di riformismo e che i padroni non intendono mollare nemmeno poche briciole, hanno accettato di abbandonare qualsiasi velleità di opposizione per dedicarsi esclusivamente al ruolo che da sempre riesce loro meglio: quello di pompieri del conflitto di classe.
La decisione dell'apparato Fiom, Landini in testa, di acconsentire all'accordo della vergogna (1) contribuisce a spiegare perché, in questo autunno di feroci attacchi padronali, sul sito del sindacato dei metalmeccanici della Cgil la parolasciopero non compaia quasi mai, se non per citare miseri sciopericchi di un'ora (come quello proclamato dopo l'omicidio dell'operaio a Piacenza) o per richiamare all'ordine gli operai dell'Fca (ex Fiat) che hanno deciso di scioperare contro Marchionne (2). Rispettare l'accordo della vergogna ha delle implicazioni ben precise: significa rinunciare all'azione conflittuale per relegare lo sciopero a un'innocua azione rituale. Un accordo, va precisato, alla fine accettato anche dalla sinistra interna ("Il sindacato è un'altra cosa") che ha presentato propri candidati alle elezioni rsu, deponendo le armi e rinunciando a creare una vera opposizione in Cgil. 
 
Al di fuori dei grandi apparati: cosa non funziona
Il fatto che stenti a decollare un'azione conflittuale di massa richiede una riflessione anche sul sindacalismo alternativo, riferendoci con questa espressione alle tante sigle del sindacalismo "di base" (utilizziamo non a caso le virgolette perché, come vedremo tra un po', spesso la base in questi sindacati conta molto poco).
Nate su stimolo di importanti e radicali conflitti nei luoghi di lavoro, le sigle sindacali alternative non godono certo di buona salute. Il fatto stesso che esistano innumerevoli sigle sindacali "di base", anziché essere indice di vivacità delle lotte, è spesso, al contrario, sintomo della progressiva affermazione di logiche e deviazioni burocratiche che producono infinite scissioni ai vertici.
Non vogliamo, in questo articolo, fare di tutta l'erba un fascio, né negare il fatto che il sindacalismo di base vede impegnati migliaia di onesti e combattivi attivisti nel tentativo di costruire un'alternativa sindacale ai grandi apparati burocratici. Tuttavia pensiamo che esista un fenomeno generalizzato - e per questo non citeremo nessuna sigla in particolare - che proviamo a spiegare così: l'assenza di attenzione alla democrazia operaia e alle sue esigenze, in un contesto di riflusso della lotta di classe, ha trasformato le strutture dirigenti di tanta parte del sindacalismo alternativo in strumenti di conservazione di logiche di appartenenza e di apparato, con scarsissima effettiva partecipazione della base alle decisioni politiche.
Uno degli aspetti più drammatici della degenerazione del sindacalismo alternativo è la capitolazione di alcuni settori all'accordo vergogna sulla rappresentanza: ciò significa, nel settore privato, svolgere di fatto il medesimo ruolo di Cgil, Cisl e Uil (con l'aggravante che il confronto è perso in partenza in ragione di evidenti rapporti di forza). Alcuni sindacati "di base" hanno deciso di firmare questo accordo liberticida senza nemmeno convocare un congresso straordinario, approvandolo in una riunione ordinaria di apparato. E' una scelta gravissima che avrà delle conseguenze pesanti sulla futura evoluzione di queste organizzazioni, che, se non rivedranno questa decisione, probabilmente saranno destinati a convertirsi in "piccole Cgil".
Ma la firma dell'accordo della vergogna non è l'unico limite che riscontriamo nel sindacalismo alternativo. Sono molte, e purtroppo spesso tollerate senza battaglia interna, le storture burocratiche: liderismo estremo, con autoproclamati capi che gestiscono il sindacato come fosse un'impresa di famiglia, promuovendo dirigenti e funzionari sulla base della fedeltà; espulsioni sommarie di operai e attivisti cui non viene nemmeno lasciato il diritto di difesa (e che magari vengono a sapere dal padrone, nel corso di una lotta o di uno sciopero, di non essere più "riconosciuti" dal proprio sindacato...); atteggiamenti maschilisti (e persino aggressioni) all'interno del sindacato, di cui ci si rifiuta persino di parlare perché "non sono questioni sindacali"; mancata solidarietà ad attivisti che subiscono violenze padronali; legittimazione di aggressioni fisiche ai danni di lavoratori di altri sindacati; congressi farseschi, convocati una tantum, in cui non esiste il diritto di presentare posizioni alternative a quelle dei dirigenti in carica o in cui gli statuti vengono cambiati da un giorno all'altro senza coinvolgere la base nella discussione; nomina dall'alto dei dirigenti e dei delegati con esclusione intenzionale di tutte le voci critiche; congressi organizzati senza nessun rispetto delle norme statutarie; delegittimazioni (con tanto di diffide o minacce) di realtà sindacali di fabbrica o territoriali che organizzano lotte "non approvate dai vertici"; e così via.
Il quadro complessivo che ne esce è quello di un universo di piccole sigle in perenne competizione tra di loro, in cui la base - quella vera - conta veramente poco e, per questo, trionfano le logiche autoreferenziali dei leader. Ne consegue l'incapacità, che a tratti assume dei tratti patologici, di mettere in campo azioni unitarie di classe, nonché di comprendere una verità banale della lotta di classe: è necessario assicurare alla classe lavoratrice la possibilità di un fronte unico nella lotta contro il capitale, malgrado le divisioni. Più si accentuano le deviazioni burocratiche nelle organizzazioni sindacali "di base", più gli apparati si rinchiudono su sé stessi e attaccano le altre sigle finendo così per lasciare i lavoratori in balia degli attacchi feroci di padroni e governo: uno stato di guerra di tutti contro tutti in cui alla fine nessuno sopravvive.
 
Gli scioperi generali in programma per l'autunno
Quest'autunno si caratterizza, dal punto di vista sindacale, per due fatti degni di nota: il silenzio assordante da parte dei grandi apparati burocratici (Cgil e Fiom incluse) sulla necessità di uno sciopero generale e l'ennesima prova di divisione da parte del sindacalismo "di base". Dopo molti mesi dall'ultimo sciopero generale, le sigle del sindacalismo alternativo hanno infatti deciso di dividersi ancora una volta e proclamare due date di sciopero generale a distanza di due settimane: una il 21 ottobre (Usb, Usi, Si.Cobas e altri: il 22 ottobre è prevista a Roma una manifestazione contro Renzi) e una il 4 novembre (Cub, Usi-Ait, Sgb).
Non accusiamo nessuna di queste sigle di avere la "principale" responsabilità in questa divisione, se non altro per risparmiarci il solito coro penoso di autodifese e accuse reciproche. Ci limitiamo a constatare quello che sta avvenendo in questi giorni nei luoghi di lavoro: attivisti sindacali che si trovano in difficoltà davanti agli operai del loro sindacato che chiedono straniti perché dovrebbero scioperare un giorno e non l'altro; lavoratori che fanno confusione tra le sigle e non capiscono più, esattamente, a quale sindacato sono iscritti e a quale sciopero dovrebbero aderire; operai che fanno collette di soldi per poter scioperare due giorni non volendo apparire come crumiri davanti ai colleghi che scioperano nell'altra data; persino, purtroppo, lavoratori delusi che rinunciano a scioperare...
Intendiamoci: la proliferazione di date di sciopero generale sarebbe ottima cosa se derivasse da una fase di ascesa della lotta di classe. Ma oggi sappiamo che le cose non stanno così. Sono purtroppo ancora poche le realtà operaie in sciopero e in lotta prolungati. La verità è molto più triste: le sigle del sindacalismo conflittuale, per ragioni di miopia settaria e in contrasto con la volontà unitaria della loro base, hanno deciso di anteporre gli interessi di sigla e di perdere un'importante occasione di rilanciare un'azione di sciopero e di lotta incisiva contro il governo e contro le loro politiche.
Le compagne e i compagni di Alternativa comunista saranno in piazza al fianco dei lavoratori e della lavoratrici in sciopero sia il 21/22 ottobre sia il 4 novembre. Al contempo, critichiamo con forza la scelta di aver frammentato le iniziative di sciopero e di lotta e, per questo, sosteniamo la campagna del Fronte di Lotta No Austerity - una delle poche esperienze unitarie e organizzate democraticamente in controtendenza col quadro fin qui descritto - per la costruzione di un vero e unitario sciopero generale:
http://www.frontedilottanoausterity.org/index.php?mod=none_News_bkp&action=viewnews&news=top_1474929349 .
Uniti si vince, si gridava una volta in piazza: uno slogan che pensiamo conservi oggi tutta la sua validità.
 
Note
(1) Per ricapitolare gli aspetti peggiori di questo accordo rimando a questa mia intervista:
http://www.alternativacomunista.it/content/view/2219/78/
(2) Ricordiamo che la direzione della Fiom ha deciso di sanzionare i propri delegati di fabbrica in Fca (Ex Fiat) per aver partecipato alla costruzione di un coordinamento tra i delegati di diverse fabbriche Fca del centro-sud e per aver proclamato gli scioperi dello straordinario comandato nelle loro fabbriche.
 

Due milioni di firme contro la legge 107 non sono bastate

Comitato referendario contro la legge 107 



La Corte di Cassazione ha comunicato al comitato referendario che per i quattro quesiti referendari contro la Legge 107 sono state raccolte poco meno delle 500.000 firme valide. Poche migliaia di firme in meno non consentono di giungere alla prova referendaria.

E' stata comunque straordinaria esperienza di confronto e che ha dato voce a centinaia di migliaia di cittadini/e, lavoratori/trici, pensionati/e e studenti che con la loro firma hanno manifestato contrarietà per i contenuti di una legge che snatura il valore costituzionale della scuola pubblica.
L'avvio dell'anno scolastico in corso ha evidenziato le contraddizioni, ha messo a nudo tutti gli aspetti, negativi, confusi e anticostituzionali della cosiddetta "Buona scuola": contenziosi legali infiniti, cattedre vuote, alunni disabili ancora senza sostegno, uffici nel caos, tutto per l'arrogante pretesa di poter fare a meno di ogni serio confronto con il mondo della scuola, con i lavoratori, con gli studenti e chi li rappresenta.
Il consenso alle nostre battaglie sostenuto dai quasi due milioni di firme, indica una direzione, ci invita ad andare avanti, non arretrare. Le associazioni e le organizzazioni sindacali che hanno dato vita alla campagna referendaria proseguiranno nel contrasto alla legge 107 e alle sue nefaste conseguenze per la scuola della Costituzione.

E' RISOLUZIONE...QUASI

Comitato provinciale acqua pubblica Frosinone

Risolutamente irrisoluti

All'Assemblea dei sindaci di ieri 13 ottobre è mancato il classico soldo per fare una lira.
Ma come? Per stabilire 3 o 6 mesi di tempo da concedere ad Acea per eliminare le inadempienze, per definire la tariffa del 2016, il fronte dei sindaci anti - Acea si è premunito della necessaria mozione per far prevalere il proprio punto di vista mentre quando si è dovuto decidere se procedere o meno alla risoluzione se ne sono dimenticati?

Sgomberiamo immediatamente il campo alle cialtronate con cui gli uomini di Renzi e Scalia tentano di giustificare l'ingiustificabile.
E' la STO che ha formulato contestazioni parzialissime e nonostante il Comitato provinciale acqua pubblica abbia a più riprese sollecitato l'integrazione delle stesse, questa STO, vero e proprio cavallo di Troia di Acea in seno all'ATO, se ne è guardata bene provvedendo solo a redigere il compitino di comodo che chiunque, non completamente ingenuo, si aspettava.

Per quanto riguarda, invece, il parere legale: è mai possibile che in Italia non esistesse un altro avvocato a cui rivolgersi che non svolgesse il proprio compito per l'Autorità idrica toscana, dove i sindaci e le comunità locali non contano praticamente nulla e a dettare legge è Acea S.p.a che controlla tutte le società meno una della regione? Un avvocato di quella Firenze di Renzi e di quella Publiacqua (controllata di Acea) deputata alla gestione del S.I.I. su tutto il territorio controllato da Acea S.p.a?

Quello che conta è, però, che la risoluzione per colpa del contratto non sia stata archiviata ed ora senza ulteriore indugio deve essere formalmente disposta.
Siamo stanchi di sentire i lamenti sui possibili rischi legali, e crediamo che la soluzione di questa vicenda sia tutta politica.

Per questo il 27 ottobre saremo a Roma, insieme agli altri territori, per partecipare al primo Consiglio popolare dell'acqua per chiedere all'amministrazione Raggi di tener fede agli impegni elettorali assunti che prevedono la ripubblicizzazione di Acea S.p.a. Questo significa che il Comune di Roma che detiene il 51% di Acea S.p.a. deve liberare i territori occupati dai soci privati di Acea, Caltagirone e Suez, e, quindi, impedire ad Acea di opporsi alla risoluzione contrattuale dell' Ato 5!

In queste settimane chiederemo conto alla Regione Lazio della Legge n. 5 "Tutela, governo e gestione pubblica delle acque", strumento indispensabile perché a decidere di un bene indispensabile come l'acqua tornino ad essere i consigli comunali e i cittadini.

Saremo di fronte al Parlamento perché il decreto Madia che obbliga alla privatizzazione dei servizi pubblici sia ritirato e non ci accontenteremo di quanto già annunciato sull'esclusione da esso della sola gestione dell'acqua.


Ci aspettiamo che anche gli amministratori che a parole dichiarano di essere preoccupati e di agire nell'interesse dei cittadini siano al nostro fianco ed assicuriamo che questo sarà l'unico riconoscimento da tenere in considerazione anche sul piano elettorale.