E’ un anno maledetto questo per la musica rock. A pochi mesi
dalla scomparsa di Keith Emerson un’altra colonna degli Emerson Lake&
Palmer ci ha lasciato. A 69
anni, dopo aver a lungo combattuto contro il cancro, si è spento Gregory Stuart “Greg” Lake. Il
bassista, chitarrista, compositore del magmatico gruppo, che ha fatto la storia
del progressive, è passato in quella categoria di personaggi che già ci
mancano. Il progressive. Fu quello strano stile per cui ad un certo punto alcuni
musicisti decisero di anteporre la tecnica musicale alla valenza
commerciale. Il bello che sono riusciti pure
venderli i loro dischi. Greg Lake, prima
di approdare agli Emerson Lake&Palmer,
aveva militato nel gruppo considerato progenitore del prog-rock. Quei
King Crimson che, già alla fine degli anni ’60 con “In the court of the Crimson King”, avevano delineato le
caratteristiche della nuova musica. Nel mondo del rock, la sfrontatezza tecnica
degli EL&P si dimostrò spiazzante, infatti
per fare quella roba bisognava saper
suonare e bene. Molti dissero che li profluvio di sfoggio tecnico soffocava la
passione, il sentimento, si suonava in
sostanza una musica fredda. Quei tre ragazzi ebbero l’ardire perfino di azzannare il mondo classico,
reinterpretando l’opera di Mussorgski in “Pictures
at an Exhibition” , proponendone una versione tecnicamente straripante. I
detrattori sostenevano che si trattasse di manierismo fine a se stesso. La mania di suonare pop e rock, sfoggiando la
propria maestria tecnica prese piede pure in Italia. Gli antesignani Osanna, la P.F.M., il
Banco del Mutuo Soccorso, le Orme, a molti altri gruppi straordinari resero il movimento prog. nostrano
estremamente fecondo . Al Greg Lake produttore, quei musicisti italiani che
si dannavano sui loro strumenti piacevano molto. Quando fondò l’etichetta Manticore,
mise sotto contratto anche la P.F.M e il Banco di Mutuo Soccorso. Ma la grandezza di Lake come musicista,
risiedeva nella sua eleganza, nella sua sensibilità armonica. In mezzo alle incalzanti
rullate di Carl Palmer e ai fulminei
arpeggi di Keith Emerson, era necessaria la magia riunificatrice del basso di Greg, delle sua
chitarra, così ipnotica, della sua voce dalla carica emotiva imponente, altro
che musica fredda! Caro Greg, anche tu come Keith e molti altri musicisti ci mancherai e tanto.
Le rovine
"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"
Buenaventura Durruti
venerdì 9 dicembre 2016
Se ne va Greg Lake l'anima di una pura emozione prog.
Luciano Granieri
mercoledì 7 dicembre 2016
La vittoria del No è solo l'inizio Cacciamoli tutti con la lotta!
Dichiarazione del Comitato Centrale del Pdac
Il governo Renzi è stato sconfitto soprattutto (anche se non unicamente) dal voto dei lavoratori e delle masse popolari che hanno sofferto i colpi congiunti della crisi, delle leggi anti-operaie e dei tagli alla spesa sociale di Renzi.
Una maggioranza di 19 milioni di persone, circa il 60% dei votanti, ha detto «No» alla riforma costituzionale, un «No» che di fatto ha seppellito il progetto politico di Renzi, progetto in cui i settori principali della grande borghesia italiana vedevano l’unica soluzione per uscire dalla crisi. Il voto è stato chiaramente un voto contro il governo padronale di Renzi e le sue politiche anti-operaie.
Non escludiamo che Mattarella possa ridare l’incarico a Renzi, ma difficilmente questi potrà continuare con il suo programma di governo: la borghesia dovrà trovare un nuovo progetto politico che la rappresenti, e la cosa non sarà così semplice, perché la crisi economica lascia pochissimi spazi di manovra ai padroni che devono recuperare il loro tasso di profitto e i lavoratori non sembrano più intenzionati a credere alla propaganda governativa o ad accettare in silenzio gli attacchi ai loro diritti e ai loro salari. Sicuramente vi sarà ora un periodo più o meno lungo di instabilità parlamentare e di ricerca di un nuovo equilibrio, di cui le lotte sociali dovranno saper approfittare.
Aver vinto una prima battaglia contro Renzi non basta per salvaguardare gli interessi dei lavoratori e delle masse sfruttate.
La vittoria del «No» non deve essere consegnata passivamente alle forze politiche borghesi che hanno avversato la contro-riforma istituzionale per i loro interessi di palazzo: i vari Berlusconi, Salvini, Grillo, Bersani, D’Alema ecc…
È necessario affermare con forza che quei sindacati che hanno detto un «No» di facciata (come la burocrazia Cgil), ma non hanno organizzato né una propaganda reale, né tantomeno uno straccio di lotta contro la contro-riforma, lo hanno fatto per accordarsi sottobanco con governo e padroni su questioni altrettanto importanti per la classe lavoratrice, come ad esempio il rinnovo dei contratti (statali, metalmeccanici, netturbini…), su cui proprio in queste ore hanno capitolato vergognosamente agli interessi padronali. I lavoratori devono utilizzare questa prima vittoria per rilanciare la lotta per respingere i contratti imposti dalle burocrazie sindacali, coagulando attorno alle loro lotte il sostegno di tutti quei settori sociali che si sono opposti alla riforma costituzionale e al governo Renzi.
Non basta aver mandato a casa Renzi: nessuna delle altre forze politiche presenti in parlamento rappresenta un progetto politico qualitativamente alternativo a quello del Pd, nessuna intende fare gli interessi dei lavoratori colpendo gli interessi di banche e padroni. La lotta deve continuare fino al ritiro di tutte le leggi anti-operaie e anti-sociali degli ultimi governi, dalla legge Fornero, al Jobs act, alla Buona scuola ecc.
I lavoratori possono fidarsi solo delle loro forze e delle loro lotte: non basta mandare a casa Renzi, dobbiamo lottare per mandarli a casa tutti! Solo così, con le lotte, possiamo porre le basi perché al governo Renzi non succeda un altro comitato d’affari della grande borghesia, perché finalmente governino i lavoratori negli interessi dei lavoratori stessi.
Costruiamo in ogni città dei Comitati dei lavoratori e delle masse sfruttate per proseguire ed estendere la lotta!
Roma 11/12 Ricominciamo dal NO(i) per una politica in comune
Le città in comune La politica di tutt@
E’ un sollievo sentirsi ancora felicemente protetti e difesi dalla Costituzione. Con la soddisfazione dei giusti, ci sentiamo protagonisti della vittoria referendaria di domenica scorsa e guardiamo con maggiore fiducia al nostro futuro. Ci siamo schierati per il No non solo per salvaguardare la Costituzione, ma soprattutto per valorizzare la sua preziosa cultura giuridica, riproporre la sua sensibilità sociale, impegnarci ad attuarla compiutamente. Non un riflesso di retroguardia, dunque, ma uno slancio, una tensione che siamo sicuri aiuteranno il paese a diventare migliore.
Con un risultato squillante sono state sconfitte le oligarchie liberiste e le centrali finanziarie, strapazzato il conformismo interessato e gli istinti rassegnati. In quel voto si scorge soprattutto una rivolta sociale, che ha largamente oltrepassato bacini elettorali e indicazioni di partito. E’ stata l’Italia sfruttata, impoverita, precaria, deprivata a vincere il referendum. Un’Italia sfinita e sfiduciata che ha tuttavia trovato la forza di chiedere un cambiamento, un’alternativa che tuttavia la politica non sembra in grado di raccogliere e rappresentare né, tanto meno, di imprimere. Ed è esattamente a questa furente domanda che dovremmo provare a offrire un’adeguata risposta. Superando le incertezze e le cautele che ci imprigionano, abbandonando movenze e liturgie consunte e inutili, se non proprio impedienti.
Ci siamo serenamente ritrovati in una battaglia che non era scontato potesse vederci tanto uniti e motivati. Associazioni, partiti, sindacati, movimenti, intellettualità, civismo. Ed è innanzitutto per questa ragione che il nostro contributo è risultato così prezioso: per vincere il referendum, ma anche per dimostrare, intanto a noi stessi, quanto sia proficuo ed efficace lottare insieme.
Sentiamo pertanto l’esigenza di mettere a disposizione un’occasione d’incontro collettivo, dove poter valorizzare il protagonismo dei tanti che hanno partecipato alla battaglia referendaria, chiamando tutti noi a riflettere, discutere, ragionare, progettare. Riteniamo necessario un confronto politico che raccolga le nostre energie e le nostre intelligenze, per provare a comporre nuovi percorsi da condividere, in grado di poter incidere sullo scenario politico, sociale e culturale, che si sta delineando con la vittoria del No.
Con lo stesso sentimento unitario con cui abbiamo lottato in questi ultimi mesi, abbiamo promosso l’assemblea dell’11 dicembre a Roma, un’assemblea che vorremmo fosse ancora più inclusiva e partecipata. Con la speranza che tutti i nostri No possano trasformarsi in una “politica in comune”.
RENZI E’ STATO SCONFITTO. ORA DOBBIAMO SCONFIGGERE IL LIBERISMO
Marco Bersani (Attac Italia)
Le prossime dimissioni di Renzi sono il primo importante
risultato di un voto referendario che ha dimostrato come la società italiana
abbia sviluppato al proprio interno profondi anticorpi di democrazia, in grado
di intervenire di fronte ai tentativi di imporre una svolta autoritaria al
Paese.
L’esito referendario è tanto più importante perché la
categoria sociale che lo ha determinato con forza è stata la componente
giovanile, proprio quella a cui Renzi –dietro l’ideologia della rottamazione,
della modernità, delle slides e dei twitt- maggiormente si era rivolto.
Ma la sconfitta di Renzi è solo un primo passo,
seppur fondamentale per interrompere un ciclo che solo tre anni fa sembrava
inarrestabile.
La società italiana, che con il voto referendario lo ha
finalmente mandato a casa, è la stessa che in questi anni ha subito il Jobs
Act, la Buona Scuola, lo Sblocca Italia e una cultura politico-economica
interamente impostata sulla trappola del debito, sulle politiche monetariste
imposte dalla Ue e sulla progressiva consegna dei diritti e dei beni comuni ai
grandi interessi delle lobby finanziarie e bancarie.
Tutto questo è ancora in campo, come dimostrano le prime
dichiarazioni da Bruxelles, che annunciano richieste aggiuntive di austerità e
rigore per l’Italia: una puerile vendetta verso il voto democratico dei
cittadini italiani, che richiama l’arguta critica al socialismo reale di
Bertolt Brecht, quando diceva: “Il popolo
ha votato contro il Comitato Centrale. Cambiamo il popolo”.
La vittoria referendaria può dunque divenire uno spartiacque
e il primo segnale di un’inversione di rotta solo a tre importanti e
complementari condizioni.
La prima è che il NO delle urne passi da strumento di difesa e
di “scampato pericolo” a fattore di propulsione per una nuova stagione di
mobilitazione sociale contro tutte le politiche liberiste.
In questo senso e con le dovute proporzioni, la battaglia
vinta per il ritiro del decreto Madia che voleva privatizzare definitivamente
l’acqua e i servizi pubblici rappresenta un primo importante indicatore di
percorso.
Renzi se ne sarà veramente andato solo quando si
interromperà la precarietà del e sul lavoro, quando la scuola tornerà ad essere
buona davvero, quando i territori potranno liberamente autodeterminare le
scelte strategiche che li riguardano.
La seconda condizione è che il conflitto sociale risalga da
valle a monte e metta radicalmente in discussione l’ideologia dell’economia a
debito, con le sue trappole fatte di patto di stabilità e pareggio di bilancio,
di rigore monetarista e di austerità senza fine, ponendo con forza il diritto
all’insolvenza ogni qualvolta questa pregiudichi i diritti fondamentali
individuali e sociali (un solo dato, più che esplicativo: nell’Italia del
funambolo di Rignano, 11 milioni di persone hanno rinunciato alle cure
mediche).
La terza condizione è che il sonoro NO a Renzi si trasformi non
nell’ennesima delega al prossimo prestigiatore (mestiere molto frequentato nel
nostro Paese), bensì in una forte, radicata e reticolare battaglia per la
riappropriazione della democrazia, dentro percorsi di autogoverno solidale
delle città e dei territori, come in diverse realtà e conflitti sociali si sta
cercando da tempo di sperimentare.
Lo straordinario voto referendario del 4 dicembre
rappresenta un segnale importante: non solo perché dimostra ancora una volta la
saggezza del popolo ogni volta che gli si permette di pronunuciarsi, bensì
perché, interrompendo la narrazione dell’individualismo autoritario, può
riaprire la strada della cooperazione solidale.
Ai movimenti sociali, ai comitati e alle persone il compito
di agirla con determinazione per impedire che la domanda di cambiamento venga
interrotta dall’ennesima illusione.
martedì 6 dicembre 2016
4 dicembre 2016. Una giornata particolare
Luciano Granieri
Per un marxista-romanista come il sottoscritto il 4 dicembre
scorso è stata veramente una giornata particolare. Derby Lazio-Roma, referendum
costituzionale. Un marxista-romanista, per sua natura è uno che, tanto nella
vita politica, che in quella da tifoso è abbonato
a scoppole epocali. Ci abbattiamo, cediamo
allo sconforto, ma sempre elaboriamo la sconfitta e ripartiamo lancia in resta
nella nostra lotta, incuranti della
possibilità di prendere un’altra tranvata.
La vittoria lazziale in un derby ha il potere di
prostrarmi per molti giorni. Sul
referendum è inutile dire che la sconfitta del no, oltre a distruggere la Costituzione, avrebbe
vanificato mesi di lotta politica entusiasmante, ma anche faticosa. Lotta che
mi ha visto impegnato con molti amici e compagni, pancia a terra in difesa
della Carta del ’48 contro la deriva autoritaria che la riforma avrebbe imposto. Le
aspettative erano quelle di evitare una Caporetto totale, salutando almeno una vittoria. Gioire da pazzi per entrambi i trionfi non sarebbe stata roba per marxisti-romanisti. Per noi vincere è
quasi illegale.
Le premesse non erano buone. In quanto al derby, la Roma veniva da una vittoria per 3 a 2 contro
la matricola Pescara offrendo una prestazione discontinua, permettendo alla squadra abruzzese
di segnare due gol tutti insieme, fatto assolutamente eccezionale, e attirandosi una marea di
critiche. Una “stecca” rimediata in allenamento metteva fuori causa anche Momo
Salah affollando ulteriormente un’infermeria giallorossa già piena . La Lazio
invece era reduce da una striscia
positiva lunghissima, esaltata e osannata dalla critica. Insomma una vittoria dei
biancocelesti era considerata molto probabile. Per il referendum gli ultimi
sondaggi davano il no avanti di 7 punti, ma la grande massa degli indecisi
(27%) , le ultime notizie sul voto degli italiani all’estero, dato
massicciamente a favore del si, e l’occupazione
totale delle televisioni da parte del Presidente del Consiglio non mi rendevano propriamente ottimista.
Sotto questi
auspici arriva la mattina del 4 dicembre. Vado a votare presso la mia sezione, poi dopo una
rapida colazione arrivo al seggio dove sono rappresentante di lista. La
situazione è tranquilla, l’affluenza è stranamente numerosa. Arriva una
telefonata, bisogna andare alla sezione 28 dove una pasdaran piddina pare stia
accompagnando elettori ed elettrici fino alla soglia della cabina elettorale,
sfrantumandogli gli attributi , ovaie comprese, per convincerli a votare si.
Arrivo sul luogo del misfatto, la signora in questione, avvolta in una sontuosa
pelliccia (ma non erano proletari?) mi
vede arrivare, saluta con indifferenza e se ne va. Tornerà mi dico, passa un po’
di tempo e la pasdaran non si vede . Avrà preso paura? Eppure noi comunisti
eravamo famosi per mangiare i bambini non i piddini. Me ne torno tranquillo al
mio seggio. Arriva a votare il figlio di una mia carissima amica. Sta studiando
per diventare dirigente Pd. Ci salutiamo cordialmente, del resto siamo amici.
Il ragazzo s’informa se sono rappresentante di lista, poi mi chiede se c’è
qualcuno che rappresenti il si. Non c’è, la cosa lo mette di malumore, e non lo
nasconde. Evvabbè che ci posso fare io, vallo a dire al tuo segretario
provinciale. Ora di pranzo su quasi 1500
votanti si sono espressi
oltre 500 persone. Ottima affluenza superiore a quella nazionale che si attesta
al 21% Sarà un bene, un male? Il solo pensarci mi fa venire il mal di testa.
Vista
la situazione tranquilla decido di farmi del male e vedere la partita prima di
ritornare al seggio. I laziolotti se la sentono “calla”, giocano in casa, sono
più di 35mila noi, si e no, 6mila.
Diserzione di protesta per le barriere che dividono la curva, non entro nel
merito. Fanno volare una povera aquila spaurita con drappo biancoceleste attaccato
alla zampa. Sarebbe da chiamare la protezione animali. Sventolano le bandiere lazziali.
Comincia la partita nel tripudio biancoceleste. Loro partono forte, tanto che
Immobile arriva due volte al tiro, ma spara alto. Piano, piano però cominciamo a
prendere campo. Bruno Perez, il nostro laterale destro, viene abbattuto vicino all’area. Non è rigore, si è rigore, no non è rigore,
pare che il fallo sia avvenuto fuori
dall’area. E’ solo una punizione
peraltro infruttuosa.
Secondo tempo. Il vento sta decisamente cambiando, la palla la
teniamo solo noi, ma tiri in porta nisba. Colpo di testa di Dzeko, Marchetti
para con difficoltà . Ad un certo punto un loro difensore, tale
Wallace,brasiliano di nascita ma non di gamba, pretende di fare un tunnel di
tacco a Strootman. Kevin lo uccella, gli toglie la palla, e si proietta
verso la porta, sembra voglia spaccare tutto, invece con un delizioso colpo
sotto scavalca Marchetti. Uno a zero per noi. Manca ancora mezz’ora, e per come
gioca di solito la Roma un gol di vantaggio è assolutamente insufficiente. Abbiamo pareggiato partite che stavamo vincendo tre a zero. Non ce la faccio
decido di andare al seggio, ma non riesco a staccarmi dalla sedia. Loro non
sembrano essere pericolosi. Così, com’è, come non è, De Rossi apre per
Nainggolan a metà campo, il Ninja fa un po’ di passi e tira in porta. Lo shoot non è irresistibile, tant’è che li per li mi
incazzo, ma che straccio bagnato è! Inaspettatamente
la palle prende una traiettoria strana, Marchetti
ci mette tre ore a tuffarsi. Gol due a zero per noi. Insomma fra patemi e
sofferenze, più dovuti all’apprensione tipica dei marxisti-romanisti, che ai pericoli portati dalla Lazio alla
nostra porta, finisce la partita. Il derby è stato un trionfo.
E il referendum?
Non so perché ma mi prende un certo ottimismo. Abbiamo vinto
sicuramente la medaglia d’argento, ora puntiamo all’oro. Torno al seggio la
situazione continua ad essere tranquilla tanto che mi siedo in macchina a
godermi i commenti del post derby per radio. Ore 23,00 comincia l’altra
partita. Davanti a me e al rappresentate di lista del M5S, si apre l’urna. No,
no,no, no, si, no, no. Insomma i no escono da ogni dove, i si fanno capolino
ogni tanto dopo quaranta minuti il risultato definitivo è
352 a 128 per i no. E… ma questo è un seggio notoriamente berlusconiano la
vittoria del no è scontata.
Mi avvio verso
casa. In macchina l’autoradio diffonde il quarto exit poll ponderato, 59 a 41
per il no. Sono exit poll ma la forchetta è così ampia che si prevede quasi con
certezza la vittoria del no. Faccio gesti scaramantici pesanti, tanto dalla
macchina chi mi vede! A casa in
tv su rai due Gasparri sta litigano con una del Pd, ed esulta per la vittoria del no. Cominciano a parlare
di proiezioni, 6540 sezioni su oltre
65mila, no al 57 e spicci, si al 43 e spicci. Non ce la faccio a continuare
nello stillicidio, cambio sulla Domenica Sportiva.
Poi mi viene in mente di
vedere come va lo spoglio nella nostra Provincia. Metto su Teleuniverso e con
mia sorpresa anziché la faccia di Alessio Porcu esce l’abbacchiata figura di
Renzi. Anche la TV locale è sintonizzata sulla conferenza stampa del Premier
che sta annunciando le sue dimissioni a seguito della sonora sconfitta subita
dalla sua riforma. Allora è vero i no hanno vinto, anzi hanno stravinto!
Abbiamo conquistato la medaglia d’oro,
quasi mi commuovo. E’ raro un trionfo del genere per noi marxisti-romanisti. E’
una goduria intensa, straripante. Vado a
letto contento e felice, ormai sono le tre di notte. L’idea di risvegliarmi
senza dover metabolizzare sconfitte, mi fa godere come “UN GUFO” e concilia un sonno profondo e beato. Hasta la
victoria siempre e forza Roma.
lunedì 5 dicembre 2016
Vince la Costituzione
Luciano Granieri
L’abbiamo salvata. Dieci anni dopo l’assalto berlusconiano
al cuore democratico partecipativo della Costituzione, il popolo sovrano ha
respinto l’ennesimo attacco, questa volta ordito dalla impresentabile
accozzaglia Renzi-Verdini-Marchionne-J.P Morgan -Nazisti per il Si.
La domanda che ricorre da ieri sera sui media “rosiconi”
è la seguente: “Ha perso Renzi, ma chi ha vinto?” Il quesito è ipocritamente
fuorviante, riferendosi,in malafede, all’eterogeneo blob partitico che ha alchimicamente incorporato destra, variamente declinata, M5S,
lega, nebulosa riformista . Ebbene, io
affermo che ha vinto la Costituzione del
’48.
E’ un fatto che le modifiche alla Carta, realizzate in passato, sono state
approvate per via parlamentare o
governativa. Quando, in base all’art.138, le riforme costituzionali, hanno
coinvolto il giudizio del popolo questo le ha sonoramente bocciate. Dunque la
Costituzione vince perché ha sempre
goduto e, come dimostra l’attuale manifestazione referendaria, gode
tutt’ora, del favore della gente.
E’ subdolo
e malsano dirottare una questione seria sulle
dinamiche costituzionali, verso un’insignificante
e volgare contrapposizione, fra partiti
e correnti. Infatti se il piano sovversivo di Renzi, emanazione diretta della
P2, e dei poteri economico-finanziari, è
fallito, lo si deve soprattutto all’instancabile
e tenace azione dei comitati per il il No. I partiti, quelli che stanno nei Palazzi, contrari
alla riforma, ma per lo più animati da spirito vendicativo verso Renzi, non
si sono mai visti nelle piazze, nei convegni
, nei luoghi di condivisione sociale, a parte l’ultima parte della campagna del
M5S.
I partiti per il No hanno per lo più animato
stucchevoli contese televisive contro le truppe cammellate del Partito di Renzi.
A condurre la battaglia sul territorio
sono stati quasi esclusivamente i comitati supportati, per lo più, da formazioni comuniste o di
stampo socialista, escluse dall'assemblea parlamentare . Aggregazioni animate dall’unico
scopo di preservare i diritti democratici e di partecipazione che il combinato
disposto fra riforma Renzi-Boschi e legge elettorale Italicum, stava
pesantemente minando.
Volantinaggio, attacchinaggio, comizi in piazza, sono
arnesi della vecchia comunicazione politica,e poco spendibili mediaticamente, ma
in questo caso, coadiuvati da un’area
estremamente libera come il web, si sono
rivelati determinanti per la vittoria del No. Se della grande massa di indecisi
il 60% si è convinto a bocciare la riforma e solo il 13% ad approvarla la maggior parte del merito
spetta ai comitati . Inoltre proprio dai movimenti per il No è scaturita una esauriente
e autorevole campagna informativa
supportata da giuristi e costituzionalisti sul merito fuorviante della deforma e sulle
ragioni per cui bocciarla.
Il massiccio rifiuto popolare della riforma,
indica inoltre come fosse sentita la necessità di porre un freno alla continua
espropriazione di partecipazione a danno dei cittadini. Votazioni di fiducia su leggi delega, come il
Jobs Act, i decreti Madia sui servizi pubblici a rilevanza economica, strappi
procedurali sull’approvazione dell’Italicum e sulla stessa promulgazione della
riforma Costituzionale, hanno trovato
robusti contrappesi nelle dinamiche costituzionali: Il Jobs Act sarà oggetto di
referendum abrogativo, i decreti Madia sono stati smontati pezzo per pezzo da
un Corte Costituzionale ancora indipendente, Consulta che probabilmente boccerà anche l’Italicum ,
mentre l’art.138 della Costituzione ha assicurato il netto rigetto di una
riforma della Carta impresentabile. A questi anticorpi democratici il popolo ha
mostrato senza tentennamenti di non voler rinunciare.
Queste tematiche,
purtroppo sono state completamente ignorate dall’informazione mainstream, la
quale ha puntato tutto sulla personalizzazione della riforma nella persona di Matteo
Renzi e su una sorta di giudizio di dio sull’operato del premier. Operazione
imbastita e gestita dello stesso Presidente del Consiglio, il quale, non
riuscendo a promuovere una riforma
concepita e scritta male, ha dovuto obbligatoriamente spostare il tiro
sulla sua persona, fino a dimettersi in presenza della sonora bocciatura della sua riforma. Una decisione
giustificata con l’assunzione di responsabilità per una sconfitta cocente,
fingendo di dimenticare che il voto del 4 dicembre era per una riforma costituzionale e non per un
plebiscito presidenziale.
Non a caso la
stampa e i media, tappetino del premier, immediatamente si sono affrettati a
vaticinare scenari catastrofici a fronte delle dimissioni di Renzi e del suo
governo, lamentando un’eterogeneità litigiosa del fonte del No, incapace di
offrire un’alternativa all’attuale stato di cose. Detto che, comunque la
responsabilità delle dimissioni governative sono tutte di Renzi, il quale non era
obbligato a lasciare Palazzo Chigi, anche a fronte della sonora scoppola
ricevuta, e che dunque l’eventuale instabilità non è addebitabile a chi
ha votato No, resta da affermare che il
futuro del governo interessa il giusto.
Se non si sposa decisamente la prospettiva di una definanziarizzazione
della politica, con gli intereessi dei cittadini posti al di sopra degli interessi
economici, così come costituzione comanda, o Renzi ,o qualcun altro, il quadro
cambia poco. Non c’è legge elettorale, governo tecnico o di scopo che tenga.
Dal pantano dell’attuale ingiustizia sociale si esce solo prefigurando l’assoluto
predominio delle istanze sociali sugli interessi speculativo-economici. Questa
è un’altra storia, che comunque potrebbe essere scritta partendo proprio dall’ennesimo
salvataggio della nostra Costituzione.
La battaglia vinta dai comitati del No
non si basava sulla cacciata di Renzi, ma sulla difesa della Carta pesantemente
minacciata dalla riforma. Ora a fronte di questo straordinario successo è
necessario battersi affinchè questa possa essere applicata indipendentemente
dai governi che si succederanno a Renzi. Cominciamo da qui, e poi se sono rose….
Costituzione del '48 si rinnova la partecipazione popolare
Comitato Provinciale per Il No di Padova
Il Comitato provinciale per il NO di Padova nell'esprimere la più grande soddisfazione per il grande risultato ottenuto in difesa e promozione della Costituzione fa propria la frase di Leopoldo Elia scritta dieci anni orsono: questo referendum si è rivelato la «legittimazione popolare che finalmente ha coronato la Costituzione del 1947».
La partecipazione popolare che ha caratterizzato questa consultazione speriamo sia l'inizio di un cammino che porti finalmente all'attuazione dei valori, dei principi e degli obiettivi che la Costituzione ci indica.
Ringraziamo per questi risultati tutti i cittadini padovani che hanno consentito la vittoria del NO.
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