Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

venerdì 24 marzo 2017

Giovani Comunisti contro l'UE.

Luciano Granieri




Il Fronte della Gioventù Comunista,  in un’assemblea   organizzata presso la sala consigliare del palazzo della Provincia a Frosinone, ha spiegato la propria  linea politica nei confronti dell’Unione Europea. L’incontro, svoltosi ieri sera, aveva lo scopo di aprire un ampio  dibattito  sulla necessità  di uscire dall’ UE. Il tavolo dei  relatori, invitati da Gianluca Evangelisti del Fronte della Gioventù Comunista di Frosinone, era composto da Tiziano Censi, responsabile regionale della formazione giovanile comunista, già candidato Presidente del VII Municipio all'Assemblea capitolina per il Partito Comunista, Fabio Massimo Vernillo componente del comitato centrale del Partito Comunista. 

Al saluto di  Gino Rossi, portavoce di disoccupati ex VDC costituiti  nel movimento “Vertenza Frusinte”  - riuniti  in assemblea permanente per rivendicare oltre che il posto di lavoro, il prolungamento degli ammortizzatori sociali - è seguito l’intervento di Tiziano Censi.   La relazione del giovane dirigente comunista è stata lucida  e rigorosa. Ha inquadrato perfettamente la situazione, svelando ciò che si nasconde dietro la menzogna dell’Europa dei Popoli. Un  enorme terreno predatorio   in cui i grandi monopoli e le  lobby speculativo-finanziarie, mietono le loro vittime fra i lavoratori e gli studenti, depredando ulteriormente quel popolo del 99% di sfruttati che possiede una ricchezza pari al restante 1% di super ricchi.  

Censi  ha spiegato come la burocrazia di Bruxelles sia manovrata direttamente da queste mega entità economiche, le quali,  possiedono parte dei  loro uffici vicino ai palazzi delle Istituzioni Europee. Ciò al fine  di indirizzare, controllare e condizionare, per il proprio profitto,  le politiche riguardanti  tutti i cittadini. Politiche che incidono quotidianamente sulla carne viva delle persone non solo del vecchio continente ma di tutto il mondo globalizzato. Il jobs act rientra nella logica, imposta dall’UE tesa a rendere il lavoro una variabile da sacrificare sull’altare della competitività. Come non rilevare che l’abolizione dell’art.18 rende i lavoratori schiavi, destinati ad accettare ogni sopruso pur di non essere licenziati. Stesso dicasi per la Buona, si fa per dire, Scuola, altro mostro  renziano emanazione diretta dei diktat europei, dove l’alternanza scuola-lavoro non produce altro che mano d’opera gratuita per le grandi multinazionali, Mc Donald’s in primis. 

L’analisi è stata condivisa dall’altro relatore, Fabio Massimo Vernillo, il quale ha messo in risalto  che nessun correttivo è possibile per un’ Unità Europea concepita in funzione del pieno sviluppo capitalista e liberista. L’unica alternativa è rigettare questo disegno e ripensare le dinamiche dei rapporti sociali e politici mondiali nell’ottica di un’organizzazione in cui il potere sia nelle mani dei lavoratori e di coloro che oggi sono sfruttati. Per fa ciò, ha aggiunto Vernillo, è necessario  riorganizzare   una  stretta collaborazione e condivisione fra studenti e lavoratori. Un sodalizio che fra gli anni e ’60 e ’70, grazie alle grandi lotte ingaggiate sui temi dei diritti sociali, era riuscito ad ottenere   importanti conquiste sui diritti  del lavoro, sulla sanità e  sull’istruzione pubblica. 

Il dibattito è proseguito con interventi e domande. Un ragazzo di chiara estrazione riformista, ha riproposto  la  tesi mainstream basata su un’Unità Europea, sicuramente  da correggere, ma  indispensabile a  combattere le derive antidemocratiche dei cosiddetti populismi, e  necessaria a difendersi in modo più incisivo dal terrorismo. Evidentemente le basi di questo ragionamento non contemplano le ragioni liberiste su cui è stata pensata un’unione che è solo economica. Marina Navarra, dirigente provinciale di Rifondazione Comunista, portando il saluto del segretario, Paolo Ceccano,  e dei militanti,  ha condiviso le posizione del Fronte della Gioventù Comunista. Temi compresi anche nella seconda mozione, da lei votata,  presentata al congresso nazionale di Rifondazione. Un documento  nel  quale si auspica la rottura con questo modello di Unità Europea. Una visione  che si differenza da quanto espresso nella prima mozione, quella maggioritaria, favorevole ad ampi correttivi in senso politico e sociale delle dinamiche europee, piuttosto che  il  rifiuto  del processo unitario. 

Un ragazzo ha posto il problema di come attuare azioni più immediate contro le derive liberiste, considerando il processo di  percezione e condivisione della natura anticapitalista dell’UE lungo e complicato. Un tema che ha ripreso anche il sottoscritto suggerendo come, un’ uscita dall’euro, la conseguente nazionalizzazione delle banche, il rifiuto da parte dei Paesi del sud Europa di pagare il debito, il rigetto del  fiscal compact, possano costituire prime azioni di sabotaggio al vorace ingranaggio capitalistico-finanziario.  

Al di la delle posizioni emerse,  e delle varie appartenenze, è scaturita  la volontà di costruire una casa comune su questi temi. Una costruzione in cui, partendo dalla condivisione del rifiuto di un’ Unione liberista,  si  avvii  un percorso condiviso  per l’ottenimento di una comunità   internazionale anticapitalista e liberista.  

In termini numerici, la partecipazione si è rivelata  in linea con tutte le iniziative politiche che di solito si tengono nel Capoluogo, una città, assolutamente dormiente sulle questioni sociali e politiche. Un fatto nuovo è però emerso: l’età media dei partecipanti abbondantemente al di sotto dei  venticinque anni. Se non avesse partecipato, oltre al sottoscritto, Marina Navarra ,Fabio Massimo Vernillo,  militanti sulla cinquantina, l’età media avrebbe potuto essere anche più bassa. Pure  gli inviati del quotidiano “l’Inchiesta” di Frosinone, Luca Claretti e Matteo Ferazzoli, sono ragazzi, giovani e pieni di speranze rivoluzionarie (è una mia valutazione non  me ne vogliano Matteo e Luca). 

Dunque non è vero che la passione politica non si addice al mondo giovanile. E’ una pericolosa e ingiusta semplificazione considerare i giovani una massa  disinteressata e nichilista. Il dibattito di ieri dimostra come  importante sia la militanza di  ragazze e ragazzi consapevoli, informati , e combattivi. E’ una presenza che lascia ben sperare in un futuro dove la lotta sociale potrà avere un’importante evoluzione . Sta però a noi, vecchi militanti , fare un passo indietro, lasciare che questa nuova generazione possa trovare un suo spazio importante, predominante. 

Forse uno dei tanti errori compiuti  è stato proprio quello di soffocare, in virtù di un protagonismo comune a molti di noi, il sottoscritto in primis, l’affacciarsi di nuovi soggetti. Non si tratta di passare la mano e ritirarsi in buon ordine, ma è necessario mettere a diposizione la nostra esperienza con il suo portato di sconfitte e vittorie, alle  forze giovani che si stanno affacciando nel panorama politico, e aprire con loro un nuovo capitolo  di lotta decisamente più incisivo.




mercoledì 22 marzo 2017

Quella sera che Miles fu aggredito dalla polizia.

Luciano Granieri



Continuiamo a stupirci per i provvedimenti razzisti adottati dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, tale stupore segue allo sbigottimento provocato dall’elezione stessa di Trump, giudicato dai più, inadatto alla presidenza della più grande potenza mondiale. In realtà non c’è  nulla da stupirsi perché l’America che ha scelto Trump ha una tradizione razzista secolare. In  un quadro di nichilismo e sfiducia, determinato dalla delusione per le politiche sociali promesse da Obama, solo parzialmente realizzate, e dal fallimento generale del partito democratico  , la scelta di Trump era nelle cose. 

L’aspetto profondamente reazionario, classista e razzista americano emerge con forza nella  storia della musica jazz.  La discriminazione non riguarda solo il colore della pelle, ma anche la disponibilità economica, il credo politico. Il  jazzista nero povero, e magari comunista,  era l’icona del nemico numero uno per la società statunitense. Talmente radicato era l’odio della società ortodossa americana per i neri, che gli strali razzisti colpirono anche colui il quale, senza tema di smentita, è da considerarsi uno dei più famosi, se non il più famoso, jazzista del mondo, Miles Davis. 

Miles proveniva da una famiglia borghese, il padre era un dentista. A differenza di altri musicisti della sua età, che faticavano a sbarcare il lunario, Davis percepiva  dai genitori  una somma mensile che gli consentì dal ’45 al ‘47  di vivere a New York, comodamente nonostante la sporadicità dei primi ingaggi. Egli  non aveva particolari propensione alla rivendicazione politica, se non l’atteggiamento supponente ed irridente verso il pubblico, retaggio ereditato dalle esibizioni sostenute  affianco dei boppers. Un artista , dunque,  dotato di tutte  quelle caratteristiche indispensabili per  essere accettato dalla società borghese americana, tranne il colore della pelle. 

Probabilmente fu il primo jazzista  la cui notorietà travalicò l’ambito musicale. Nel 1958 la rivista Time pubblicò un servizio dedicato alla sua carriera. Life International lo inserì in un elenco di quattordici  personalità di colore che avevano “recato un significativo contributo nel campo   della scienza, della legge,  degli affari, dello sport, del divertimento, dell’arte, della letteratura, del mantenimento della pace fra gli uomini”. Nel marzo del 1959, Esquire, una sofisticata rivista dedicata ad una platea  d’èlite,  pubblicò un lungo articolo su di lui a firma di Nat Hentoff. Il suo sestetto era il più richiesto ed il più pagato. Miles era diventato una vera star, paragonabile alle più grandi stelle del rock. La gente lo venerava, quando suonava Miles non si andava ad un concerto di jazz ma  ad un concerto di Miles Davis. Il trombettista di Alton poteva permettersi vestiti firmati e girare in Ferrari. 

Nonostante ciò la furia razzista della polizia americana si abbattè anche su di lui. Nell’agosto del 1959  era di scena con il suo sestetto al Birdland a Brodway. Era una serata afosa e durante una pausa dell’esibizione accompagnò una ragazza fuori dal locale per chiamale un taxi. Disgraziatamente per lui la ragazza era bianca e un nero che accompagnava  una bianca, per la polizia, era un fatto poco ortodosso. Il taxi fece accomodare  la passeggera e Miles rimase fuori dal locale a prendere una boccata d’aria. Un poliziotto di ronda lo avvicinò minaccioso gli intimò di andarsene: “Lavoro qui” replicò Miles aggiungendo  che voleva semplicemente prendere un po’ di fresco e presto sarebbe tornato nel locale. Il poliziotto, non credendo a ciò   che il presuntuoso negro gli stava dicendo,   domandò a Miles se si riteneva “un tipo intelligente” e insistette: “se non ti muovi ti caccio dentro”. “Avanti cacciami dentro” fu la risposta di Miles. 

Mentre i due stavano discutendo un secondo poliziotto  piombò alle spalle di Davis e iniziò a picchiarlo selvaggiamente alla testa con il manganello. Coperto di sangue Miles fu portato in prigione e gli venne sequestrata la tessera temporanea di lavoro. A New York non si poteva lavorare senza quella tessera. Una piccola folla aveva assistito alla scena arrivando a bloccare il traffico. Più tardi la gente si raccolse davanti al 54mo distretto dove era stato condotto l’arrestato. Miles fu rilasciato il giorno dopo dietro il pagamento di una cauzione di mille dollari. Le contusioni gli costarono cinque punti di sutura in testa. “Mi hanno picchiato come un tamburo” osservò. Un testimone oculare commentò: “E’ stata la più orribile e brutale scena che mai mi sia capitanato di vedere. La gente gridava al poliziotto di non ammazzare Miles”. 

L’incidente ebbe vasta eco sulla stampa newyorkese ovunque si lessero commenti indignati e si dimostrò grande simpatia per il trombettista. L’Amsterdam News, diffusissimo giornale della comunità nera, diede risalto alla vicenda osservando che Davis aveva subito una violenza di “stampo sudista”. Miles fu accusato di condotta turbolenta e di aggressione. I due poliziotti sostennero che era stato lui  a fare la prima mossa violenta: “Davis aveva impugnato un bastone e si accingeva ad aggredire  il mio collega, per quello sono stato costretto a colpirlo sulla testa ” fu la versione del secondo poliziotto. Miles si difese dicendo di aver cercato di proteggere la sua bocca dalle percosse per non riportare danni alle labbra  e quel movimento forse aveva dato l’impressione che egli volesse prendere un bastone. 

A seguito di un telegramma inviato dalla sezione 802 della Federazione musicisti d’America al commissariato di polizia, nel quale si chiedeva un’indagine esauriente, a Miles Davis fu restituita la tessera del lavoro. Solo nell'ottobre  del 1960 Miles Davis fu scagionato  dall’accusa di aver tenuto un comportamento turbolento, ma rimase imputato del  reato di aggressione. Qualche tempo dopo cadde anche quest’ultima imputazione. Emblematiche la parole del giudice che emise la sentenza: “Sarebbe una falsa giustizia quella che considerasse la vittima di un arresto illegale colpevole di aggressione nei confronti di chi procede all’arresto”. 

Questo aneddoto, dalla notevole rilevanza perché capitato ad uno dei più famosi musicisti d’America e mondiale, dimostra che la violenza verso i neri e l’odioso humus razzista, non ha mai abbandonato buona parte della società americana. Con l’avvento di Trump la lotta per i diritti civili diventa più difficile e aspra. Speriamo che movimenti come “black lives matter”, grazie all’appoggio di altre organizzazioni sociali  e   di una consistente parte di società  non imbarbarita possano continuare la loro battaglia per una convivenza più civile non solo in America ma in tutto il mondo. E’ una lotta difficile e dura perché combatte un pregiudizio, ma non continuare a lottare anche con l’aiuto dei musicisti e del mondo della cultura sarebbe delittuoso.

Good vibrations.

APPELLO per manifestare il 25 marzo contro il vertice romano per i 60 anni della UE.

Rilanciamo l’appello della Piattaforma Sociale Eurostop, a cui abbiamo aderito, invitando tutti alla massima partecipazione alla manifestazione nazionale indetta per il 25 marzo 2017 a Roma. Appuntamento h. 14.00 a Porta San Paolo.
Per dire NO all’UE, all’euro e alla NATO

                            Associazione
                     Scintilla Onlus


Il prossimo 25 Marzo verranno "festeggiati" al Campidoglio i 6o anni dalla firma del "Patto di Roma" del '57, con la partecipazione di 28 capi di Stato, che ha dato vita al processo che ha condotto nel tempo alla nascita della Unione Europea. In realtà questa non è affatto una ricorrenza da festeggiare in quanto la nascita della UE e l'introduzione dell'euro come moneta continentale hanno prodotto:
  • Un peggioramento netto e diffuso delle condizioni di reddito e di vita dei lavoratori, dei settori popolari e dei ceti medi spesso portati a livelli di povertà, soprattutto nei paesi dell'Europa meridionale.
  • Una restrizione degli spazi di democrazia con l'applicazione di trattati che centralizzano le decisioni economiche e politiche più rilevanti riducendo la sovranità dei popoli europei. La riforma costituzionale proposta da Renzi, sottoposta a referendum e bocciata dagli italiani andava esattamente in questa direzione.
  • Un interventismo militare che ha moltiplicato i conflitti dall'Ucraina fino alla sponda sud del Mediterraneo, in particolare in Siria e Libia, ed amplificato le drammatiche migrazioni dei popoli coinvolti dalle guerre.
 
Questi sono gli effetti di una costruzione istituzionale che oggi si sta dimostrando per di più incapace di fare i conti con una profonda crisi economica e sociale dimostrando l'inadeguatezza delle classi dirigenti del continente.
Tutto ciò avviene in un clima di crescente competizione economica e militare internazionale che oggi viene sostenuta dalla presidenza Trump negli USA, che si impegna nel riarmo nucleare, alla quale l'UE risponde da un rinnovato protagonismo anche militare, come è stato rivendicato nella 53ma edizione della Conferenza sulla Sicurezza tenutasi in Germania dall'Alto Rappresentante per la sicurezza Federica Mogherini.
Per questo pensiamo che il 25 Marzo non sia una giornata di festa ma deve divenire una giornata di lotta e mobilitazione contro il vertice che si terrà nella città di Roma.
Per questo il 25 marzo manifesteremo a Roma per ribadire il nostro NO sociale a Euro, UE e NATO, per la democrazia e i diritti sociali.
Primi firmatari:
Piattaforma Sociale Eurostop, USB, UNICOBAS, Movimento No TAV Val di Susa, Forum Diritti Lavoro, Contropiano, Carovana delle periferie Roma, Noi Restiamo, Militant Roma, Centro Sociale 28 Maggio Brescia, Rossa, Rete dei Comunisti, Partito Comunista Italiano, FGCI, Circolo Agorà Pisa, Fronte Popolare, P101, Economia Per I Cittadini, Collettivo Genova City Strike, Piattaforma Comunista, Scintilla Onlus,  Collettivo Putilov, Collettivo Politico Porco Rosso (Siena), Movimento "Noi mediterranei", Confederazione per la Liberazione Nazionale,  Collettivo Comunista (marxista-leninista) Nuoro, CS Corto Circuito, CS Spartaco, Circolo ARCI "Best" Osimo (AN), Circolo Prc "Dolores Ibarruri"-Valdelsa fiorentina, Rete No War Roma, Lista No Nato, Circolo Vegetariano Calcata, Cobas Siena, La Comune di Bagnaia, Rivista "valori" Basilicata, Laboratorio Comunista Casamatta Napoli, ALP CUB Pinerolo.
 
Nicoletta Dosio, Umberto Lorenzoni (partigiano Eros), Valerio Evangelisti, Dino Greco, Franco Russo, Giorgio Cremaschi, Eleonora Forenza, Mario Agostinelli, Angelo Ruggeri, Aboubakar Soumahoro, Fabrizio Tomaselli, Luciano Vasapollo, Carlo Formenti, Ernesto Screpanti, Ugo Boghetta, Sergio Cararo, Manuela Palermi, Mauro Casadio, Paolo Leonardi, Emiddia Papi, Paola Palmieri, Guido Lutrario, Carlo Guglielmi, Moreno Pasquinelli, Stefano d’Errico, Bruno Steri, Walter Tucci, Francesco della Croce, Stefano Zai, Francesco Piccioni, Ferdinando Imposimato, Mimmo Porcaro, Luigi di Giacomo, Ezio Gallori, Claudia Candeloro, Sergio Cesaratto, Giovanni Bacciardi, Massimo Grandi, Simone Grecu, Nico Vox, Beppe De Santis,   Giuseppe Aragno,  Alfonso Gambardella, Nello De Bellis Maurizio del Grippo e Francesco Maggio, Angela Matteucci, Paolo Loconte, Roberto Garaffa, Salvatore Mannina, Renzo Scalia, Vito Matranga, Gaetano Santoro, Giuseppe Di Martino, Giuseppe Lo Verde,Guido Sorge, Fabio Giovannini, Cataldo Godano, Pietro Attinasi, Giuseppe Rampulla,  Simone Gimona,  Sandro Targetti, Edoardo Biancalana, Carlo Candi, Maria Grazia Da Costa, Matteo Bortolon, Leonardo Mazzei, Nicola Andriola, Chiara Pollio, Marco Nebuloni, Nicolò Martinelli, Adele D'Anna,  Fabrizio Poggi,

martedì 21 marzo 2017

L'Unità europea. Un'utopia disonesta.

Luciano Granieri.


Invito tutti a partecipare all'evento organizzato dal fronte della gioventù comunista sul futuro fuori dall'UE. L'incontro si terrà giovedì 23 marzo alle ore 16,00 presso il palazzo della Provincia.



Di seguito qualche mia riflessione sull'argomento.


"Serve più Europa contro i populismi". Questa la litania che sentiamo recitare , un giorno si e l’altro pure, dalle forze riformiste e liberali che governano le Nazioni e le  Istituzioni Europee. Come si esplica il plus di Europa auspicato? "Meno burocrazia e più libertà" continuano  a ripetere l’ex presidente del consiglio Matteo Renzi e i suoi sodali. Dove la burocrazia è identificata nel giogo dell’austerity e la libertà corrisponde  ad un avvicinamento ai concetti espressi da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni e Ursula Hirschmann nel manifesto di Ventotene. In verità non so se Renzi volesse intendere proprio questo o  se, dietro  l’efficace slogan “meno burocrazia e più libertà”, rimanga il vuoto di una profonda ignoranza, ma ciò non ha alcuna rilevanza per il prosieguo del discorso. 

E’ un fatto che quell’Europa prefigurata dal documento,  redatto nel 1941 presso l’isola antistante le coste pontine, è  pura utopia. Ignoro  se Spinelli e i suoi compagni ne avessero avuto  una vaga percezione, penso che il loro progetto sia stato pensato in assoluta buona fede. Però è impossibile non constatare come gli Stati Uniti d’Europa,  un largo stato federale con una Costituzione ed un  ordine comuni , in un regime capitalistico, sia  impossibile. 

Lo capì già nel 1915 Lenin  quando affermò:  Dal punto di vista delle condizioni economiche dell'imperialismo, ossia dell'esportazione del capitale e della spartizione del mondo da parte delle potenze coloniali "progredite" e "civili", gli Stati Uniti d'Europa in regime capitalistico sarebbero o impossibili o reazionari.” Infatti l’unico elemento oggi realizzato  di quell’ordine comune prefigurato da Spinelli è la moneta unica. Cioè l’ultima delle cose necessarie. Nell’ottica dell’Europa libera e unita descritta nel manifesto di Ventotene, molto prima della moneta si sarebbe dovuto realizzare, una comune legislazione a  difesa dei diritti dei lavoratori con salari  e tutele comuni a tutti i Paesi, un’armonizzazione fiscale, dove i regimi tributari fossero omogenei per ogni Regione dell’Unione, la costituzione di un   fondo di solidarietà dove gli Stati, in momentanea difficoltà economica avrebbero potuto  attingere, per assicurare la sopravvivenza dei propri  cittadini. 

Si tratta di principi solidaristici lontani anni luce dalla concezione predatoria del capitale. Perché il solo elemento comune dell’Unione europea di oggi è   la moneta? Per una ragione tutta economia e  cioè, spostare la base fondante della  competitività commerciale e finanziaria  dalla svalutazione monetaria alla svalutazione della dignità umana. La competitività è un obbiettivo tutto capitalistico. Realizzarlo  attraverso la svalutazione dei salari e dei diritti dei lavoratori - grazie alla possibilità di trasferire mano d’opera in  Paesi dove il lavoro è ridotto a forma di schiavismo  - oppure consentendo ai grandi capitali di allocarsi in quelle Nazioni in cui il regime fiscale è più favorevole,  determina una feroce dinamica di depredazione del proletariato o, se si vuole usare un espressione più moderna, di quel 99% della popolazione che tutta insieme non raggiunge la ricchezza del rimanente 1%. 

Non a caso, a parte la Carta dei Diritti Fondamentali , documento mai applicato, il cosiddetto processo di unificazione si è sviluppato attraverso accordi economici. Il trattato di cui si festeggia il sessantesimo il 25 marzo  prossimo a Roma sancisce un’ unità economica. Parlare di unità europea è assolutamente fuori luogo. Ciò che di comune  si è realizzato fino ad oggi  è l’area dell’euro.  Uno  smisurato fronte commerciale-speculativo arricchito dal   debito degli Stati più poveri . Un mega  territorio  dove la libera circolazione dei capitali e della forza lavoro, produce l’ulteriore impoverimento del 99% rispetto all’1%. Alla luce di ciò si può definire  l’idea dell’Europa Unita come  un’utopia disonesta tesa a nascondere,  dietro la costruzione ideale di una luogo comunitario foriero di pace  e prosperità,  una delle più odiose operazioni speculative e predatorie che il capitale abbia mai concepito. 

Viene  da sorridere quando quelli come noi vengono accusati di essere inguaribili utopisti. Noi che crediamo alla dittatura del 99% sull’1% , perché la storia ci rimanda a periodi in cui ciò si stava realizzando,   dalla Repubblica Romana nel 1849, alla Comune di  Parigi del 1871, dalla Rivoluzione Russa del 1917 , alla stagione della democrazia partecipativa di Porto Alegre  nel 2001.  Ci riferiamo ad utopie oneste, perché avrebbero potuto concretizzarsi, a differenza dell’unità Europea. Talmente reali si dimostrarono tali  utopie da costringere l’establishment borghese capitalistico  a reprimerle nel sangue, prima che  potessero  diffondersi in tutto il mondo.  

E' più realistico, quindi, pensare che l’adozione e l’internazionalizzazione  dell’insegnamento  dei comunardi, dei soviet,   del movimento dei movimenti, sia ancora possibile, piuttosto che credere nella fandonia dell’Europa sociale  dei popoli, il velo ipocrita che nasconde l’Europa della finanza e delle banche. 

Dunque che fare? Intanto cominciamo a togliere dalle mani del capitalismo predatorio la potente arma della moneta unica, poi lavoriamo affinchè si possa realizzare una nuova rivoluzione socialista. E che questa possa estendersi a tutta l’Europa e a tutto il mondo. E’ un’utopia?  Forse, ma almeno è un’utopia onesta.

Viva la Comune di Parigi, primo governo Operaio.

Piattaforma Comunista – per il Partito Comunista del
Proletariato d’Italia


Per quale motivo noi proletari rivoluzionari che rivolgiamo lo sguardo al futuro nutriamo un così grande interesse per un avvenimento della seconda metà dell’800, a mala pena citato nei libri di storia? Cosa c'è nella vicenda della Comune di Parigi, durata appena due mesi, che ci spinge oggi – a 146 anni da quell’evento e a un secolo dalla Rivoluzione Socialista d’Ottobre – a studiarla con il più grande interesse, ad afferrarne il significato, a fare nostra la sua lezione e le sue "vecchie verità"? Per dare una risposta, seppure parziale, a queste domande e comprendere l'importanza storica e politica della Comune dobbiamo ripercorrere brevemente gli avvenimenti, soprattutto a beneficio dei giovani proletari e di tutti quei lavoratori sfruttati che non hanno avuto finora la possibilità di conoscerli.

Lo sfondo storico. Nella seconda metà dell'ottocento il nazionalismo autoritario francese, che rifletteva le ambizioni della borghesia arricchitasi a spese degli operai e il parassitismo della corte imperiale, aveva spinto il popolo in una serie di guerre per estendere i confini della Francia. Cominciò una sanguinosa guerra con la Prussia, governata da Bismark, potenza europea in ascesa che doveva ancora completare la sua unificazione nazionale e che vedeva nella Francia l'ostacolo ai suoi progetti. Il 2 settembre 1870 l'imperatore Napoleone III, sconfitto nella battaglia di Sedan, si arrese ai prussiani. Due giorni dopo i repubblicani di Parigi con una rivoluzione incruenta decretarono la fine dell'impero e proclamarono la nascita della Terza Repubblica. Sotto la guida di un governo provvisorio resistettero al nemico sino al gennaio del 1871, quando la capitale fu costretta a capitolare dopo un assedio di quattro mesi. I parigini avevano resistito combattendo con un corpo di volontari armati, la Guardia Nazionale, in cui gli operai erano in maggioranza. Nelle elezioni del febbraio '71 vinsero i conservatori eleggendo Adolphe Thiers, tipico rappresentante della Francia moderata, che voleva riappacificarsi con la Prussia accettando le durissime condizioni di Bismark (che prevedevano l'ingresso delle truppe tedesche nella capitale). La borghesia però non aveva fatto i conti con gli operai che non volevano farsi mettere il piede sul collo, considerandosi solo in stato di armistizio con i prussiani. Dopo il crollo dell'impero e la resa alla Prussia di Bismark, la Guardia Nazionale infatti aveva conservato il suo armamento ed eletto un Comitato centrale. Lo scontro fra Parigi rivoluzionaria e patriottica e la borghesia conservatrice e traditrice era inevitabile. La rottura definitiva con Thiers si ebbe quando il governo, che aveva sede a Versailles, pretese la consegna delle armi e, in particolare, dei cannoni installati sull'altura di Montmartre. Nel marzo del 1871, mentre il governo di Thiers stava ancora negoziando una pace ingiusta con Bismark, gli operai parigini, che avevano acquistato una determinazione e una autonomia politica assai più elevata che nel passato, insorsero. Ponendosi alla testa degli altri strati popolari dettero l' assalto al potere borghese prendendo nelle loro mani il potere politico. Il 18 marzo 1871 la bandiera rossa sventolava sull’Hotel de Ville, sede del Comitato centrale della Guardia Repubblicana. E’ l’inizio simbolico della Comune di Parigi, primo governo operaio, che nel giro di poche settimane concretizzò il più radicale e avanzato esperimento di democrazia rivoluzionaria fino ad allora realizzato, un atto di sfida all'ordine politico e sociale della borghesia che dominava incontrastata in Europa. Composizione di classe e programma. Da chi era composta la Comune? Il movimento parigino era composto quasi esclusivamente di operai o di rappresentanti degli operai e degli strati popolari più poveri. Gli abitanti dei quartieri ricchi avevano infatti abbandonato i “quartieri bene" della capitale. Il Consiglio della Comune era un governo composto di semplici operai, piccoli impiegati e artigiani, i “diseredati” come si definivano, assolutamente sconosciuti ai più. Non c'erano personaggi famosi, professionisti affermati, imprenditori, alti ufficiali, politici di professione. Erano cittadini che non si subordinavano alla volontà dei capitalisti, dei preti, dei ricchi ma obbedivano soltanto alla volontà del popolo, e lavoravano per affermare gli obiettivi decisi dalle masse. I suoi membri appartenevano a diverse correnti politiche. La maggioranza era costituita seguaci del rivoluzionario Louis-Auguste Blanqui, socialisti più per istinto di classe che per coscienza scientifica. La minoranza era invece composta prevalentemente da seguaci di Pierre-Joseph Proudhon, membri della sezione francese dell'Associazione internazionale dei lavoratori. Altri erano giacobini, altri erano ancora erano rivoluzionari indipendenti, o radicali. La Comune non fu un organismo di tipo parlamentare come quelli che siamo abituati a vedere negli stati borghesi. Essa riuniva in se l' aspetto legislativo e quello esecutivo.

Il programma. Nei suoi primi giorni di vita la Comune propose misure a beneficio dei lavoratori e votò provvedimenti quali:
· l'abolizione dell'arruolamento obbligatorio e dell'esercito permanente e la sua sostituzione con una struttura armata popolare, la Guardia Nazionale, composta da tutti i cittadini abili alle armi;
· l'elezione per tutti gli impieghi amministrativi, giudiziari, educativi con suffragio generale degli interessati e diritto permanente di revoca;
· la retribuzione di tutti gli incaricati di un servizio pubblico con uno stipendio non superiore al salario di un operaio qualificato;
· la completa separazione della Chiesa dallo stato, l'abolizione dei versamenti statali a scopi religiosi, l'esproprio di tutti i beni ecclesiastici e la proibizione di crocefissi, preghiere e immagini sacre nelle scuole;
· la collettivizzazione delle fabbriche abbandonate dai padroni, che dovevano essere riunite in società cooperative;
· l'occupazione degli appartamenti liberi, la sospensione delle sentenze di sfratto e morosità ed il condono di tutti gli affitti dall'ottobre 1870 fino all'aprile 1871, stabilendo che quelli già pagati valevano come acconto per il futuro;
· la radicale riforma dell'insegnamento, che prevedeva l'istituzione dell'istruzione gratuita, laica ed obbligatoria e la diffusione di scuole femminili e professionali;
· l'abolizione del lavoro notturno dei fornai, l' abolizione delle multe e delle riduzioni dei salari;
· l'abolizione dei "caporali" dell'epoca, cioè di sensali nominati dalla polizia che effettuavano la registrazione degli operai e li sfruttavano;
· la rimessa ai depositanti di tutti gli oggetti del Monte di Pietà che non avessero un valore superiore ai 25 franchi e la sospensione delle vendite;
· l'abolizione del giuramento politico e professionale.
Questi provvedimenti, che avevano un chiaro carattere di classe e mantengono per molti aspetti una straordinaria attualità, furono adottati in poche settimane e per giunta in una città assediata da due eserciti. Ad essi si aggiunsero altri decreti concernenti i servizi pubblici, l'approvvigionamento di Parigi assediata, le ambulanze, l'assistenza pubblica, la direzione dei musei e della biblioteca. La Comune fu volta verso l'emancipazione completa delle donne che ebbero un ruolo molto importante in quel periodo di lotta. Fu tra l' altro soppressa ogni distinzione tra figli legittimi e naturali, tra sposati e conviventi. La Comune prese anche iniziative simboliche come l'incendio della ghigliottina sotto la statua di Voltaire, la distruzione della cappella costruita a "riparazione" dell’esecuzione di Luigi XV, la conferma di tutti gli stranieri eletti nelle loro cariche, per sottolineare il carattere internazionalista della insurrezione. Fu deciso l'abbattimento della colonna Vendome, costruita con il bronzo fuso dei cannoni di Napoleone, simbolo dello sciovinismo e della istigazione all'odio fra i popoli. Certo, la Comune non fu che un inizio, poiché mancò il tempo per il suo sviluppo. Ma che inizio! Ancora oggi il suo esempio positivo ci indica quali devono essere i caratteri dello stato e del programma operaio, quali enormi potenzialità ha il proletariato nel momento in cui crea un potere nuovo, diverso e superiore rispetto al corrotto potere borghese.

La repressione. Di fronte al primo "assalto al cielo" degli sfruttati, la classe dominante, terrorizzata da tanta consapevolezza e volontà di lotta preparò e attuò la sua vendetta, per infliggere una punizione furiosa e crudele a chi aveva osato levarsi in piedi contro il suo potere con obiettivi e rivendicazioni indipendenti. Per prima cosa Il governo Thiers ottenne dal vecchio nemico Bismark la restituzione dei prigionieri di guerra e li riorganizzò in vista della repressione, procurandosi di poter passare sul territorio controllato dai prussiani. Per sei settimane, a partire dal 2 aprile, Parigi fu bombardata dalle forze borghesi che fino a poco prima avevano strepitato contro la profanazione della città. Le sue difese furono piegate all'inizio di maggio. Alla fine del mese di maggio, decine di migliaia di soldati comandati dal generale Mac Mahon, gli stessi che si erano arresi ai nemici prussiani, sferrarono un attacco decisivo contro Parigi e in una settimana (21 - 28 maggio), ricordata come la "Settimana di sangue", riuscirono a sconfiggere i comunardi. Nonostante la disparità delle forze, la Comune fu difesa strada per strada, barricata per barricata. Gli eroici difensori della Comune risposero finché poterono colpo su colpo. Indietreggiando incendiarono il palazzo delle Tuileries e l'Hòtel de Ville, uccidendo gli ostaggi che più rappresentavano il potere conservatore e repressore. La controrivoluzione borghese fu spietata, anche dopo la caduta delle ultime resistenze. I versagliesi compirono un vergognoso massacro, fucilando chiunque avessero catturato, compresi donne e bambini, compiendo innumerevoli esecuzioni sommarie (circa trentamila persone vennero passate per le armi senza alcun processo). Al cimitero di Père-Lachaise circa 5000 persone furono mitragliate in un sol giorno. Diverse decine di migliaia furono i condannati e i deportati ai lavori forzati, molti dei quali poi vennero assassinati. Parigi perse almeno centomila suoi figli, tra i quali i migliori operai. Bisogna notare che dopo questa esperienza la città fu sventrata con interventi urbanistici radicali: strade larghe per rendere difficile il blocco con barricate. Tutte le altre metropoli europee adottarono in seguito simili "accorgimenti" utili alla borghesia per difendere militarmente il suo potere. La chiesa, da parte sua, costruì la cattedrale del Sacro Cuore per celebrare l'assassinio di quei "criminali che opprimevano Parigi". La repressione sanguinaria contro la Comune mostrò la volontà della borghesia (che si ricompattò nell'occasione in unico fronte internazionale) di dare un colpo definitivo al movimento rivoluzionario del proletariato. Mostrò di quali nefandezze, di quale violenza reazionaria è capace la classe dominante quando il proletariato mette in pratica i suoi diritti e le sue aspirazioni. La semplice esistenza di un governo proletario, sia pure in una sola città, ricordava a tutti gli sfruttati che il regime ingiusto ed oppressivo del capitalismo poteva essere abbattuto, che i lavoratori potevano essere i padroni della società, facendo a meno della borghesia.


I limiti della Comune. Purtroppo nel 1871 il proletariato commise il grave errore di lasciare alla borghesia l'iniziativa, rinchiudendosi entro i confini di una sola città, Parigi. Certamente i comunardi speravano che il loro esempio fosse imitato dalle altre città francesi. Ma gli appelli lanciati da Parigi agli altri comuni di Francia, affinché si associassero alla capitale in una libera federazione, caddero nel vuoto. A Lione, a Marsiglia, a Tolosa i tentativi furono repressi. Non fu possibile andare più in là con i soli appelli a causa della situazione oggettiva che c'era nella Francia di allora, occupata da truppe straniere e sottoposta alla egemonia dei moderati. Due mesi di tempo allora furono necessari alla borghesia francese per riorganizzare le sue forze e procedere alla controrivoluzione, sotto la sguardo compiaciuto dei rivali tedeschi che ovviamente lasciarono mano libera a Thiers, preoccupati del fatto che anche in casa loro gli operai avrebbero potuto seguire l'esempio. Come sarebbe stato possibile ribaltare le sorti della rivoluzione? In un solo modo. Non accontentandosi della vittoria a Parigi e passando subito all'offensiva, cioè puntando decisamente su Versailles, scatenando quella guerra civile che Thiers aveva nei fatti già cominciato; perseguendo tenacemente nel vivo dello scontro un’alleanza, sotto la direzione del proletariato urbano, con la massa dei contadini oppressi dal capitalismo (erano circa i due terzi della popolazione) sulla base un programma rivoluzionario che li liberasse dal peso delle ipoteche, delle imposte, dell'usura. Altro grave errore delle Comune fu quello di non impadronirsi delle riserve monetarie, i tre miliardi della Banca di Francia. Si lasciò così una potente arma nelle mani del governo di Versailles, che valeva più di ogni altro ostaggio. La rivoluzione è un’arte. L'indecisione, l'impreparazione, gli scrupoli, la benevolenza verso i borghesi, la mancanza di determinazione e di un attacco decisivo portato di sorpresa al nemico di classe nel momento in cui è più debole, diviso e disorganizzato, la mancanza di una serie di successi, anche piccoli, nella fase iniziale, fanno si che, una volta passato il momento propizio, non si riesca più a portare a termine i compiti rivoluzionari e ci esponga ad un pericolo mortale. Con le parole di Marx "la difensiva è la morte di ogni insurrezione armata". Quello che è valso per la Comune - in quanto singola città accerchiata - vale anche per gli stati socialisti. La storia ha dimostrato che la rivoluzione vittoriosa in uno o più paesi non può chiudersi in se stessa. La vittoria del Socialismo non può considerarsi come definitiva se non come risultato degli sforzi del proletariato internazionale e con la vittoria della rivoluzione socialista in molti paesi, per spezzare l’accerchiamento capitalistico e affermare la nuova società su scala internazionale. La lezione della Comune dimostra che per vincere la resistenza accanita delle classi sfruttatrici ed assicurare il successo della rivoluzione il proletariato deve usare fino in fondo e senza riserve il suo potere, deve usare il nuovo Stato proletario per mobilitare le masse, affrontare la guerra civile che viene scatenata dai capitalisti e liquidare ogni tentativo restauratore. Tra le cause principali della fragilità della Comune, che impedirono di procedere su questa strada furono le indecisioni e le frizioni che emersero tra le varie componenti della Comune dovuta alla immaturità politica e ideologica delle forze che la componevano. La mancanza di una precisa coscienza scientifica di classe, presente solo in pochi membri della Comune, la mancanza di un partito di avanguardia della classe operaia, la presenza di illusioni sulla borghesia, e l' inadeguatezza delle precedenti associazioni di lotta rivendicativa, incapaci di sviluppare una lotta decisa e rapida sul terreno politico, fece si i membri della Comune non riuscirono ad adottare provvedimenti efficaci ed in grado di vincere la guerra con la borghesia. Come disse giustamente Engels la Comune fu la tomba del blanquismo e del proudhonismo, cioè del rivoluzionarismo e dell'utopismo, del socialismo prescientifico.

La lezione della Comune. Malgrado la sua breve esperienza la Comune di Parigi permise ai fondatori del socialismo scientifico, Marx e Engels, di trarre una lezione luminosa che ancora oggi serve da guida per il proletariato internazionale nella sua lotta per il Socialismo. Per definire la sostanza della Comune Engels scrisse: "il filisteo socialdemocratico recentemente si è sentito preso ancora una volta da salutare terrore sentendo l'espressione: dittatura del proletariato. Ebbene, signori, volete sapere come è questa dittatura? Guardate la Comune di Parigi. Questa fu la dittatura del proletariato". In effetti la Comune ha rappresentato il primo esempio di dittatura del proletariato, strumento della rivoluzione proletaria. Fu il primo riuscito tentativo della classe operaia di rovesciare il sistema di sfruttamento e di oppressione capitalista e di impossessarsi del potere per operare una profonda trasformazione sociale. In primo luogo, la vicenda della Comune dimostra che lo stato operaio, la vera democrazia popolare, non è il risultato dello sviluppo pacifico della società, non si può costruire sulla base delle schede elettorali. Al contrario è la negazione della democrazia borghese, il suo superamento dialettico. In secondo luogo, come hanno spiegato Marx e Engels, “la Comune ha fornito la prova che la classe operaia non può impossessarsi puramente e semplicemente di una macchina statale già pronta a metterla in moto per i suoi fini.” Lenin chiarì successivamente che il proletariato deve dunque spezzare, demolire la macchina statale e non limitarsi a impadronirsene. Questo concetto – sistematicamente rimosso e cancellato da opportunisti, revisionisti e riformisti di ogni specie - esprime in modo chiaro l’insegnamento centrale del marxismo rivoluzionario sui compiti del proletariato nella rivoluzione per ciò che riguarda lo Stato. In terzo luogo, l'esperienza della Comune prova che la dittatura del proletariato non è la dittatura di qualche persona, di una minoranza, sul proletariato, e non è nemmeno un semplice cambio di governo. Essa è la dittatura di tutta la classe sfruttata sulla borghesia, la dittatura delle masse, della grande maggioranza su un’esigua minoranza. Dunque la massima democrazia possibile in una società divisa in classi. La Comune non aveva altra forza che non fosse la grande autorità morale, il consenso del popolo che per la prima volta era davvero l' unico sovrano. Tutto si faceva per strada, nei comizi, senza diplomazia segreta e senza gli intrighi parlamentari e di corridoio. I marxisti-leninisti lottano per questo tipo di dittatura, per la dittatura del proletariato, per la direzione politica dell’intera società da parte della classe operaia, alleata con le grandi masse sfruttate e oppresse. Lo Stato operaio - sebbene possa assumere le forme più varie - deve essere sempre espressione della dittatura del proletariato, del potere rivoluzionario della classe operaia. Questo nuovo tipo di stato serve a costruire il Socialismo e a ridurre all'impotenza i propri nemici di classe i quali proprio per essere stati rovesciati uniranno le loro forze e non risparmieranno alcun mezzo per cercare di tornare al potere.



La Comune vive e vivrà sempre nel cuore degli operai. Con la sconfitta della Comune la borghesia pensò che la "storia doveva essere finita". La classe dominante diffuse nei ceti medi la paura e l'odio verso i rivoluzionari. Ma il movimento socialista riprese forza e dalle ceneri della Comune, seguendo il suo eroico esempio, neanche cinquanta anni dopo sorse una nuova e più potente rivoluzione proletaria, quella sovietica avvenuta nell’ Ottobre 1917. Con l'avvento dell'imperialismo, ultimo stadio del capitalismo, e con l'acuirsi della sua crisi generale si è aperta una nuova epoca di guerre e di rivoluzioni. Le rivalità interimperialiste portano necessariamente alla guerra e questa situazione favorisce la possibilità della rottura degli anelli deboli della catena imperialista a causa della crisi interna in cui la borghesia di alcuni paesi si trova. La questione al giorno d'oggi non è più di sapere se c'è la lotta oppure no, se ci sono movimenti oppure no. La rivoluzione è una questione posta dallo sviluppo delle forze produttive e dal conseguente sviluppo delle contraddizioni di classe, è una questione da risolvere nella pratica. La classe operaia e i popoli di molti paesi hanno ripreso a muoversi. Siamo ancora in una fase difensiva, di crescente resistenza, ma è solo questione di tempo perché si affermi una più forte e combattiva organizzazione delle forze proletarie, per nuovi assalti al cielo. Mille inconfutabili evidenze ci mostrano che il capitalismo non sarà l'ultima tappa dello sviluppo sociale . Noi siamo ottimisti sull’esito dello scontro di classe. Le condizioni per la lotta rivoluzionaria degli sfruttati e degli oppressi sono più favorevoli rispetto a ieri. Lo sviluppo globale del capitalismo ha preparato alla classe operaia condizioni materiali e sociali migliori per l'organizzazione della lotta rivoluzionaria per il potere. Anche nel nostro paese vi sono le condizioni oggettive per la ripresa della lotta rivoluzionaria. Quello che ancora manca è un forte Partito comunista del proletariato che guidi le grandi masse, rendendole consapevoli del proprio ruolo storico. Noi abbiamo fiducia: il proletariato, la classe sociale più rivoluzionaria della nostra società, saprà risolvere questo problema. Il proletariato è una classe che sa imparare dalle sue esperienze, dalle sconfitte del passato. Le molteplici lezioni che abbiamo appreso dal corso degli eventi rivoluzionari che hanno caratterizzato gli ultimi secoli renderanno più sicuro e vasto il prossimo assalto al cielo. Oggi come ieri il compito dei comunisti è di organizzare e dirigere le masse alla lotta per la rivoluzione e il Socialismo. È di portare e far crescere nel seno dei movimenti di lotta quella coscienza rivoluzionaria e internazionalista senza la quale il proletariato non può conquistare e mantenere il potere. Per questa finalità lavoriamo e a essa dedichiamo tutti i nostri sforzi, chiamando i migliori elementi del proletariato a unirsi alla nostra attività, nel solco tracciato dalla Comune di Parigi, che annunciò al mondo intero l'avvento della nuova società.

lunedì 20 marzo 2017

Il Consiglio di Stato dà ragione ai Comitati contro l'Italicum. Si potevano raccogliere le firme durante la consultazione referendaria sulle trivelle

Pietro Adami.



Il Consiglio di Stato ci dà ragione.

Ricorderete la vicenda. Ci negarono la raccolta firme nel fine settimana del referendum trivelle. Ciò preludeva poi ad un diniego per le amministrative (primo e secondo turno). Quindi abbiamo proposto ricorso al TAR. Ottenemmo un decreto cautelare presidenziale che ci permise di effettuare la raccolta, e poi una conferma con sentenza. Il Ministero Interni ha impugnato (con mia grande sorpresa).

Il Consiglio di Stato ci dà ragione. vi segnalo che la sentenza contiene alcune affermazioni interessanti. Tra l'altro hanno confermato la mia tesi per cui il giorno delle elezioni una propaganda ad oltre 200 metri dai seggi è comunque consentita.

Ed ora la parte comica: il Ministero come motivo d'appello affermava di essere preoccupato di possibili scontri, nel vietarci i banchetti. A riprova diceva che Salvini aveva tenuto banchetti nei giorni 27.2.2016, 28.2.2016, 3.3.2016, 5.3.2016 e che c'erano stati incidenti fin dal giorno 27. 

Quindi ho scritto: ma come? a me che non ho mai fatto incidenti dici di no, mentre a Salvini autorizzi il banchetto del 5 marzo, dopo che già il 27 c'erano stati incidenti?

Comunque tutto il senso della vicenda processuale si incentra su questo punto: se temi incidenti non mi vieti il banchetto, così sono capaci tutti a mantenere l'ordine pubblico. Se temi incidenti mi proteggi nella mia attività di rilevanza costituzionale. 

video Luciano Granieri.

domenica 19 marzo 2017

Invito ad incontro per le prossime elezioni amministrative

Cari/e amici, amiche, compagni e compagne,

mercoledì 22 marzo alle ore 18 presso l’Azienda Agricola Giovanni Nicoli, sita in Via Cavoni, gli amici della TENDA e di alcune associazioni hanno organizzato un incontro-confronto rispetto alle prossime elezioni amministrative del Capoluogo, che si terranno l’11 giugno del c.a. La serata, accompagnata con qualcosa da bere e assaggini, prevede un impegno economico di 5 euro.


Sono passati cinque anni dal 2012, nei quali non è mancata l’ opposizione e la lotta che mai come in questi anni ha dimostrato costanza e preparazione. Alle persone “storiche” si sono avvicinate anche altre che stanno sperimentando percorsi politici differenti.

L’incredibile esperienza dei 1000 giorni della TENDA in Piazza VI Dicembre, che ha visto protagonisti i lavoratori della Multiservizi, sostenuti dalle associazioni e dai cittadini, ha svolto non solo una vertenza di natura sindacale ma anche una puntuale dura documentata opposizione politica alla giunta Ottaviani, mentre le sedicenti opposizioni consiliari si ritiravano senza difendere la città.

 Le vicende legate alla democrazia, alla legalità, al bilancio, ai rifiuti,  alla sanità, alla salvaguardia del patrimonio storico e culturale di Frosinone,  sono state sostenute e promosse dalla operosità dei lavoratori della tenda e dall’associazionismo. La tenda stessa è stata teatro di interventi di tanti di noi sottolineando la necessità di una dura e continuativa lotta in città.

 Alla fine del 2016  sono stati organizzati  una serie di incontri volti a ragionare sulle elezioni amministrative nel tentativo di costituire un polo di forze democratiche e progressiste  per arginare la deriva e lo sfascio della città. Ciò per uscire dall’ambito della sola e pura testimonianza, praticata e sperimentata dalle forze della sinistra radicale  negli ultimi 20 anni, senza risultato alcuno.  

Il possibile rinnovo della esperienza di Frosinonebenecomune, del 2012, non ha incontrato il consenso e le adesioni necessarie. senza considerare che i gruppi, le associazioni e le persone  a cui ci siamo rivolti, sono stati coloro che hanno promosso e animato la battaglia politica in questi cinque anni.

 I lavoratori della tenda, nel frattempo, avanzavano l’ipotesi di costituirsi in lista richiamando la necessità di mandare a casa il sindaco Ottaviani e la sua giunta, prima di ogni cosa, tentando di coniugare, invano,  le diverse esigenze in un unico raggruppamento.  La tenda ha avuto incontri con Fabrizio Cristofari, candidato sindaco appoggiato dal PD e oggi anche dai socialisti, che ha comunicato  ai lavoratori l’intenzione di dare risposta a molte delle loro richieste e che appare appare l’unico che possa contrastare Ottaviani.

Senza togliere niente ad alcuno, anzi sperando che tutti i compagni di strada di questi anni possano avere un non rinviabile successo elettorale, le forze politiche oggi in campo rischiano di competere per testimonianza e nulla più, per scelte comprensibili ma non temporalmente condivisibili. Si rischia, per l’ennesima volta, di non conquistare alcuna rappresentanza  in Consiglio comunale: ciò  sarebbe, ancora, un limite politico serio,  probabilmente decisivo, per gli impegni e le prospettive del futuro.

 Nonostante le difficoltà incontrate, i lavoratori della tenda insieme ad altri gruppi e associazioni, hanno continuato a interloquire con tutte le forze riscontrando positivi scambi nell’incontro ristretto, ma negativi approcci al momento di decidere. Sono continuate, altresì, le interlocuzioni con Cristofari per stabilire alcune condizioni per garantire la  pari dignità di presenza, la  valorizzazione dei  punti programmatici, e anche per la gestione di una eventuale vittoria. Le riserve e le perplessità non sono ancora del tutto sciolte.

 Per questo chiamiamo tutti a un confronto amichevole e fraterno,  volto alla chiarezza e al rispetto di tutte le posizioni. La difesa di gruppi, associazioni e cittadini  che hanno dato un rilevante contributo al confronto politico ed alla partecipazione,  rimane una risorsa per le forze democratiche e per ‘intera città, decisiva domani quando, ad elezioni avvenute, rimarranno sul tappeto tutti i problemi irrisolti da sempre. 

RINNOVANDO L'INVITO PER MERCOLEDì SI PREGA CORTESEMENTE DI COMUNICARE LA PROPRIA ADESIONE ENTRO LE ORE 22 DI MARTEDI' 21 C.M.

Frosinone 19/3/17

Francesco Notarcola e Paolo Iafrate