Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

mercoledì 30 marzo 2011

BASTA CON I VELENI DI STATO

da Rete per la Tutela per la Valle del Sacco
da Il coordinamento Nazionale Bonifica armi chimiche


NASCE IL COORDINAMENTO DEI COMUNI CONTAMINATI DAGLI
ARSENALI SEGRETI

Testo unitario del Coordinamento

Il conflitto in Libia rilancia l’allarme sullo spettro delle armi chimiche, accumulate da Gheddafi in grande quantità. Ma ci sono molti comuni italiani che da almeno settant’anni sono vittime degli stessi veleni. Dalla Tuscia alla Lombardia, dalle Marche alla Campania, dal Lazio alla Puglia terreni, stabilimenti e discariche sottomarine continuano a ospitare l’eredità del colossale arsenale di armi chimiche creato dal fascismo e nascosto dai governi della Repubblica. Adesso un gruppo di associazioni e comitati ha deciso di riunirsi per chiedere che questa scia di morte venga spezzata, invocando che venga finalmente fatta chiarezza sui rischi di questa bomba sepolta nel mare e nel terreno del nostro paese.
Il Coordinamento Nazionale per il monitoraggio e la bonifica dei siti contaminati da ordigni bellici chimici inabissati o interrati durante e dopo il secondo conflitto mondiale si è riunito la scorsa  settimana nella sede laziale di Legambiente.

Il Coordinamento è formato da rappresentati di associazioni e comitati operanti nelle zone più colpite in Italia: Lago di Vico, Molfetta, Colleferro, Ischia, Pesaro e Cattolica. Presto entreranno a far parte del Coordinamento nuove realtà in rappresentanza di altre aree fortemente colpite in Lombardia, Piemonte, Lazio e Abruzzo.

Il problema di questi residuati bellici ha origini lontane ma effetti ancora attuali. L’arsenale chimico venne creato dal regime fascista all’inizio degli anni Trenta ed è stato il cuore di un programma industriale di armamento colossale, con impianti per distillare gas letali come iprite, arsenico e fosgene in decine di fabbriche costruite dalla Puglia alla Lombardia.
Durante la guerra a questa sterminata riserva di ordigni mortali, solo in minima parte usata nelle spedizioni coloniali di Libia ed Etiopia, si aggiunse una scorta mostruosa di bombe chimiche trasferita in Italia dagli Alleati. Alla fine del conflitto queste armi sono state nascoste e dimenticate, senza bonificare i siti dove si producevano o le discariche dove sono state sepolte. Una quantità colossale di ordigni è stata gettata in mare dagli americani davanti alle coste di Ischia e a quelle di Molfetta, dai tedeschi davanti a quella di Pesaro mentre l’esercito italiano ha continuato a custodire e sperimentare i gas letali nei boschi del Lago di Vico e persino nel centro di Roma, a pochi passi dalla Sapienza.

Queste armi sono state progettate per resistere nei decenni e mantengono ancora oggi i loro poteri velenosi, soprattutto l’arsenico che si è disperso nei suoli come dimostrano le analisi condotte dalle forze armate nella zona del Lago di Vico o gli esami degli organismi sanitari a Melegnano (Milano). Perché solo una minuscola parte delle strutture militari attive nel dopoguerra è stata parzialmente bonificata: la gran parte degli ordigni è stata nascosta in mare e in terra dal segreto.

Questa realtà è stata svelata nel volume-inchiesta “Veleni di stato” del giornalista Gianluca Di Feo, pubblicato da Rizzoli nel 2009, che porta a conoscenza documenti inediti e secretati e dà voce a denunce inascoltate e testimonianze dirette.
Grazie a questa pubblicazione, scrupolosa e mai smentita, molti comitati locali che avevano già iniziato un lavoro di ricerca e di denuncia sui danni ambientali e sulle conseguenze per la salute dei cittadini, hanno trovato la conferma a quanto sostenevano da tempo. Ma soprattutto hanno preso coscienza del carattere nazionale di questo enorme problema, tuttora nascosto alla maggior parte delle persone, e hanno deciso di unirsi in un Coordinamento Nazionale per rafforzare le azioni e le richieste di monitoraggio e bonifica portate avanti dalle singole realtà, tuttora eluse da laconiche risposte del Ministero della Difesa che continua a negare informazioni e collaborazione.

Testo locale

Per quanto riguarda Colleferro, attraverso documenti recuperati nei National Archives inglesi e considerati nei rapporti internazionali delle Nazioni Unite, è stato recentemente evidenziato che la Snia BPD, azienda madre bellica sul territorio, offriva negli anni Ottanta a paesi importatori di armamenti definiti “convenzionali” le modifiche affinché potessero essere trasformati in armi di distruzione di massa attraverso successivo inserimento di sostanze chimiche.
In particolare ciò è dimostrato per il regime di Saddam Hussein.
Gli armamenti in questione con ogni probabilità sono stati esportati anche in paesi della penisola arabica, del Nord Africa e dell’area mediterranea.
Posto che è ormai di dominio pubblico che in anni non lontani sono state prodotte a Colleferro mine antiuomo e cluster bombs, nuove verità, quelle sulle armi chimiche, suggellano ulteriormente l’inserimento della città, con il suo percorso industriale e i suoi disastri ambientali, in una scia di infamia nazionale e internazionale.





Due eventi

Giovedì 31 marzo presentazione del libro
1711-2011
La Fontana Livio De Carolis, Storia e Restauro
FROSINONE
presso cassa edile
Via Tiburtina n.4
Ore 9,30




Giovedì 31 marzo 2011
Rassegna il cinema e la memoria
proiezione del film
IL SORPASSO di
Dino Risi
FROSINONE
Cinema Nestor 
ore 20,30


martedì 29 marzo 2011

Come si deve fare un giornale rivoluzionario

Di Petr Alekseevic Kropotkin



I giornali socialisti hanno spesso la tendenza a diventare nient’altro che una raccolta di lamentele sulle condizioni attuali. Si parla dell’oppressione dei lavoratori nelle miniere, nelle fabbriche, nei campi; si dipingono dal vivo le miserie e le sofferenze degli operai durante gli scioperi; si insiste nel dire come non abbiano armi con cui lottare di fronte ai loro padroni; e questo seguirsi di disperate lotte di settimana in settimana, ha sul lettore un effetto molto deprimente. Come rimedio chi scrive confida soprattutto nelle parole ardenti con le quali cerca di infondere nei suoi lettori slancio e speranza. Io pensavo invece che un giornale rivoluzionario deve dare resoconto di tutti i segni che dovunque preannunciano l’avvento di un’era nuova, il nascere di nuove forme di vita sociale, la rivolta crescente contro le istituzioni antiquate. Questi sintomi devono essere analizzati, confrontati, studiandone i rapporti più profondi e raggruppati in modo da dimostrare all’animo dubbioso dei più come le idee più avanzate incontrino dovunque un favore invisibile e spesso inconscio, quando nella società si verifica un risveglio dei pensieri. Fare che si senta di partecipare al palpito del cuore umano in tutto il mondo, alla sua ribellione contro le ingiustizie secolari, ai suoi sforzi per elaborare nuove forme di vita, questo dovrebbe essere il compito essenziale di un giornale rivoluzionario. E’ la speranza e non lo sconforto che porta alla vittoria una rivoluzione. Gli storici dicono spesso che questo o quel sistema filosofico ha prodotto un certo cambiamento nel pensiero umano, e in seguito nelle istituzioni, ma questa non è la storia. I maggiori filosofi studiano la loro società non hanno fatto che affermare  gli indizi dei futuri mutamenti , ne hanno capito i rapporti intimi e, aiutati dall’induzione e dall’intuizione ì, hanno predetto quel che sarebbe avvenuto. Anche i sociologi hanno tracciato degli schemi di organizzazione sociale partendo da alcuni principi e sviluppandoli nelle loro conseguenze logiche , così come da pochi assiomi in geografia si arriva a una conclusione; ma questo non è sociologia.  Non si può fare una giusta previsione sullo sviluppo di una società se non si tengono d’occhio i più tenui indizi di una vita nuova, separando i fatti fortuiti da quelli organicamente essenziali e costruendo la generalizzazione su queste fondamenta. Era questo il sistema di pensiero al quale cercavo di abituare i nostri lettori – servendomi di parole chiare e comprensibili, in modo da abituare i più umili a giudicare da sé  la direzione in cui cammina la società e a correggere da sé il pensatore se costui arriva a conclusioni false. Quanto alla critica delle condizioni presenti , ne feci solo quando era  necessario per mettere a nudo le radici dei mali e per mostrare che le ragioni prime di tutti i mali sociali sono un feticismo vivo e profondo per le sopravvivenze antiquate di fasi già superate dall’evoluzione sociale e una grande inerzia del pensiero e della volontà .


Da Memorie di un rivoluzionario , 1899 (Feltrinelli II edizione 196), dove Kropotkin ricorda la sua esperienza di giornalista in Svizzera per le riviste Avant Garde, Le rèvoltè (poi Temps Nouveaux)

Strasburgo non è Berlino

di Giuliano Giuliani




Giuliano Giuliani

Ascoltare i commenti "politici" alla brutta sentenza di Strasburgo offre una ulteriore chiave di lettura della situazione del nostro Paese.
Senza dignità la beceraggine della destra, che si riduce a parlare ancora di violenti e di "Genova messa a ferro e fuoco", come se non sia stata in ogni caso la conseguenza della strategia repressiva decisa a tavolino dal governo di destra insediato da poco, come se quelli che hanno rotto un po' di vetrine e di bancomat e incendiato un po' di automobili non fossero stati guidati dalle infiltrazioni dei servizi e lasciati indisturbati nelle loro scorrerie (non ne hanno fermato neppure uno per sbaglio: come mai?).
Assordante il silenzio dell'opposizione parlamentare. D'altra parte non ci sarebbe da aspettarsi molto da quelli che (leggi Violante e il dipietrista) si fecero in quattro per impedire la commissione d'inchiesta al tempo del governo Prodi, e anche allora con l'aiuto dell'immancabile radicale (e si sono viste recentemente altre imprese di questa poco credibile pattuglia scelta dai dirigenti del PD). D'altra parte, alla festa genovese del PD, chi riscosse calorosi applausi è stato il neo-difensore della legalità Fini, che si è ben guardato dal ricordare che cosa faceva a Genova nel luglio 2001 nei luoghi nei quali si verificava l'applicazione della strategia decisa.
Le uniche voci si sono levate da rappresentanti della sinistra, che oggi è diventata extraparlamentare, forse anche per debolezze proprie, sicuramente a causa degli accordi bipartisan che produssero una legge elettorale che non ha uguali, per fortuna loro, nei paesi civili. C'è comunque una parte sana del Paese che ha espresso indignazione per la sentenza assolutoria di ogni responsabilità dello Stato italiano e solidarietà a Carlo; quella parte sana che tornerà a Genova quest'anno, che non si arrende, che continua a pretendere almeno la verità. Che ci aiuta a farlo.
Proveremo ad usare l'unico strumento che l'ordinamento ci consente: una causa civile, i tempi ci sono tutti. Lo scopo, ovviamente, non sarà quello di rivalerci sull'ex carabiniere che dice di aver sparato, ma di ottenere finalmente un dibattimento in un'aula di tribunale, visto che l'uccisione di Carlo non è stata ritenuta degna neppure di un processo. Insomma, la possibilità di produrre in un'aula di tribunale tutta la documentazione che conferma la responsabilità dello Stato, della catena di comando, delle decisioni assunte, del disordine pubblico provocato da chi avrebbe avuto invece l'obbligo di garantire ordine e rispetto dei diritti.
E' utile leggere le ragioni in base alle quali sette giudici della Grande Chambre di Strasburgo hanno motivato il loro dissenso rispetto alla decisione assolutoria sostenuta dagli altri dieci. Ne ricordo qui alcune.
Hanno detto che un carabiniere, giudicato dai suoi superiori non più in grado di svolgere il servizio, invece di essere sfiltrato è stato lasciato sulla camionetta in possesso di un'arma letale.
Hanno rilevato che l'organizzazione ha il dovere di sovrintendere alla preparazione di quelli che devono garantire l'ordine pubblico e accertarne costantemente l'attitudine.
Hanno ricordato che lo stesso carabiniere ha dichiarato di non vedere nessun aggressore davanti a sé (cosa che mette in discussione il principio della legittima difesa).
Hanno rilevato che una jeep senza grate protettive non è un mezzo da impiegare in azioni violente contro i manifestanti che potrebbero giustamente reagire. Lo ha sfacciatamente dichiarato in uno dei processi genovesi (quello contro venticinque manifestanti) il capitano responsabile del reparto di carabinieri: sfacciatamente perché si era ben guardato dall'allontanare i due mezzi nell'azione repressiva, durata per altro meno di un minuto e conclusa con una fuga precipitosa che si configura come una vera e propria trappola.


Hanno persino sottolineato che per allontanare i possibili aggressori il carabiniere avrebbe potuto sparare in aria invece di fare fuoco ad altezza d'uomo come ha fatto. Sparare in aria davvero, e non come si sono inventati quattro imbroglioni, abusivamente consulenti del pubblico ministero (ricordate, il proiettile che incontra un calcinaccio che vola nel cielo di Genova e viene deviato verso il basso sotto l'occhio di Carlo!).
Sono solo alcuni spunti che dimostrano come sette giudici su diciassette si siano documentati, abbiano controllato le dichiarazioni, esaminato filmati e fotografie. Cosa che dubito abbiano fatto gli altri dieci, così come non l'hanno fatto il pm e la gip che decretarono l'archiviazione dell'omicidio.
Di queste cose si dovrà discutere in un'aula di tribunale. E di un'altra vergogna. E' accettabile che, per tentare un depistaggio (ricordate anche quel filmato: "l'hai ucciso tu, col tuo sasso"), un carabiniere spacchi la fronte di un ragazzo colpito a morte da un proiettile? Forse, per la gentaglia della destra è accettabile anche questo.
Per la dignità di un Paese che voglia pretendere di essere civile, no.


Da Gaza a Gerusalemme aumenta l’escalation di violenza

Cecilie Surasky
Jewish Voice for Peace


Dear Luciano,
Please feel free to share this statement with your friends, loved ones, and colleagues. We hope it will inspire heartfelt conversations, debates, and questioning. And most of all action- no matter how big or small- for a better and more just world that values all lives equally.
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Any act of violence, especially one against civilians, marks a profound failure of human imagination and causes a deep and abiding trauma for all involved. In mourning the nine lives lost in Gaza and the one life lost in Jerusalem this week, we reject the pattern of condemning the deaths of Israelis while ignoring the deaths of Palestinians. We do not discriminate. One life lost is one life too many--whether Palestinian or Israeli.Within the context of 44 years of the Israeli occupation of Gaza, the West Bank, and East Jerusalem, in the past two years (January 31, 2009 to January 31, 2011, starting just after Operation Cast Lead), over a thousand Palestinians have been made homeless by home demolitions, hundreds have been unlawfully detained, and over 150 men, women and children have been killed by the IDF and settlers, according to the Israeli human rights group B’tselem. Many acres of Palestinian land have been taken and orchards uprooted by armed settlers. Countless hours have been lost at checkpoints, often fruitlessly, while Palestinians attempted to get medical care, jobs, and access to education. One and a half million Gazans have been living with a limited food supply, lack of electricity and dangerously toxic sewage.
This is occupation: daily, persistent acts of structural violence. All in the service of a government that constantly expands illegal Israeli settlements on land that rightfully belongs to Palestinians.

These acts don't reach our headlines because they are so habitual, so we learn not to see them. But Palestinians live them and their profound consequences everyday, and we must keep that in mind, even as we ponder the terrible events of the past few weeks:

  • A person or persons, (we don't know who), bombed a bus stop in Jerusalem, injuring 30 and killing 1 Israeli civilian;
  • An Israeli bombing killed 3 children and an older man in Gaza;
  • A person or persons, (we don't know who), murdered 5 members of a family, including three children, in Itamar, an Israeli settlement in the West Bank;
  • The Israeli government suddenly tightened the siege of Gaza and escalated military attacks, killing a total of 11 Palestinians and injuring more than 40 since mid-March;
  • Palestinians fired over 50 shells and rockets from Gaza into civilian areas in southern Israel.
These terrible acts of violence remind us that to end the Israeli occupation our best hope is supporting the inspiring nonviolent Palestinian movement for change, in the form of unarmed protests every Friday in places like Bil’in, Ni'lin, Sheikh Jarrah, and the Global Boycott, Divestment and Sanctions movement. This is a movement that respects life, that is part and parcel of the nonviolent democratic people's movements we have been inspired by throughout the Arab world, that welcomes the solidarity and support of Israeli and international believers in equality and universal human rights.

This is a movement that fundamentally subverts the logic of armies, revenge-fueled “price tags”, and armed struggle. 
And it is a movement that may well do what no other government to date has done-- pressure Israel to be accountable to international law and therefore help create conditions for truly meaningful negotiations.

Because it is so powerful, it is no surprise that the right to engage in nonviolent resistance, a foundational component of any functioning democracy, is under attack in Israel.
Human rights activists are being detained or imprisoned. Bills to criminalize the BDS movement, or harass human rights organizations, are working their way through the Knesset.


Just this week:

  • The very act of publicly commemorating the Nakba, a crucial nonviolent act of Palestinian remembrance, was essentially criminalized in Israel by the Knesset. The Knesset also passed a law allowing small communities in the Galilee and Negev to discriminate against anyone wanting to reside there who does not fit in with the community’s “socio-cultural” character.
  • The Knesset also held hearings to assess whether the “pro-Israel, pro-peace” group J Street was sufficiently pro-Israel.
  • The IDF announced a new military intelligence-gathering unit solely dedicated to monitoring international left-wing peace and human rights groups that the army sees as a threat to Israel. The department will work closely with government ministries. 
  • Dozens of Israeli soldiers raided the home of Bassem Tamimi, Head of the nonviolent Nabi Saleh Popular Committee , and beat his wife and daughter while arresting him presumably on charges of "incitement" and "organizing illegal demonstrations."

As the Israeli government increasingly deploys anti-democratic measures and military repression, we at Jewish Voice for Peace are redoubling our efforts to support the best hope- a nonviolent Palestinian-led resistance movement in which we all work together to nurture life, justice and equality. We invite you to join the movement


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Non esitare a condividere questo messaggio con i tuoi amici persone care e colleghi. Ci auguriamo che possa inspirare conversazioni  di cuore  dibattiti e domande. E soprattutto produca azioni non importa se grandi o piccole per un mondo migliore e più giusto che valuti uguali  tutte le vite delle persone

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Ogni atto di violenza  soprattutto contro i civili  segna un profondo fallimento  della immaginazione umana e provoca un trauma profondo e costante  su tutte le vittime coinvolte. Siamo in lutto per le nove vite perse in Palestina e per quella persa in Gerusalemme la settimana scorsa. Ma rifiutiamo la consuetudine per cui  si condannano le morti degli israeliani e non quelle dei palestinesi. Nel contesto dei 44 anni di occupazione israeliana a Gaza,Gerusalemme est West Bank, e  negli ultimi due anni  (dal 31 gennaio 2009 al 31 gennaio 2011  subito dopo l’operazione piombo fuso),secondo il gruppo per i diritti umani B’tselem, oltre un migliaio di palestinesi sarebbero diventati dei senza tetto a causa della  demolizione delle loro case, altre centinaia di persone sarebbero stati detenuti illegalmente, ed oltre 150 fra uomini donne e bambini sarebbero stati uccisi dall’esercito israeliano e dai coloni. Molti ettari di terre palestinesi sarebbero state occupate e molti  frutteti sarebbero stati sradicati da coloni armati. Diverse  ore sono state perse ai check point spesso inutilmente mentre i palestinesi tentavano di ottenere cure mediche, lavoro e accesso all’educazione. Un milione e mezzo di abitanti di Gaza devono vivere con un approvvigionamento alimentare limitato, in mancanza di elettricità e circondati da liquami tossici.
Questa è l’occupazione: Ogni giorno persistono atti  di violenza sistematici. Tutti al servizio di un governo israeliano che si espande costantemente e illegalmente  su territori che di diritto appartengono ai palestinesi. Questi atti non si trovano mai sulle prime pagine dei giornali perché sono molto comuni così abbiamo imparato a non vederli più. Ma i palestinesi vivono ogni giorno questi soprusi e le loro terribili conseguenze. Noi dobbiamo tenere ciò bene in mente nel analizzare gli eventi di queste ultime due settimane.

  • Una o più persone , (non sappiamo chi) ha fatto saltare una bomba presso una fermata del bus a Gerusalemme ferendo 30 civili e uccidendo un israeliano.
  • Un bombardamento israeliano ha ucciso tre bambini e un anziano a Gaza  
  • Una o più persone, (non sappiamo chi) ha assassinato 5 membri di una famiglia , compreso tre bambini a Itmar, un insediamento israeliano nell West Bank
  • L’esercito israeliano ha subito inasprito  l’assedio a Gaza intensificando gli attacchi militari uccidendo complessivamente 11 palestinesi ferendone più di 40 fino alla metà del mese di marzo.
  • Palestinesi hanno sparato più di 50 granate e razzi verso aree civili nel sud di Israele.

Questi terribili atti di violenza ci ricordano che per porre termine all’occupazione israeliana la nostra più grande speranza è sostenere i promotori dei movimenti non violenti palestinesi per il cambiamento, con manifestazioni pacifiche ogni venerdì in piazze come Bil’in, Ni’Lin,  Sheikh Jarrah, e il boicottaggio su scala mondiale organizzato dal movimento : boicottaggio, disinvestimento  sanzioni (Boycott Divestment and Sanctions) . Questo è un movimento che rispetta la vita, che è parte integrante dei movimenti del popolo  democratico e non violento. Siamo stati ispirati da tutto il mondo arabo  che accoglie il sostegno e la solidarietà di coloro Israeliani e Stranieri  che credono nell’eguaglianza e nei diritti umani universali . Questo è un movimento che fondamentalmente sovverte la logica delle armi alimentata dalla vendetta dalla logica del profitto e dalla lotta armata. Ed è un movimento che può svolgere al meglio il compito che ad oggi altri governi non hanno saputo fare. Ossia fare pressione su Israele, affinché diventi responsabile verso le leggi internazionali e naturalmente affinché agevoli le condizioni per una negoziazione veramente significativa.  Dal momento che è così potente non è una sorpresa se il diritto di attuare una resistenza non violenta , componente fondamentale di qualsiasi democrazia funzionante, sia sotto attacco in Israele . Attivisti per i diritti umani  sono stati trattenuti o imprigionati . Leggi  per criminalizzare il movimento BDS e per ostacolare le organizzazioni per i diritti umani, stanno per essere approvata dal parlamento israeliano

Solo in questa settimana:
·        L’atto stesso di commemorare la Nakba pubblicamente, un atto fondamentale e non violento della memoria palestinese è stato essenzialmente criminalizzato in Israele dal parlamento. Il parlamento ha anche approvato una legge che consente a piccole comunità in Galilea e nel Negev di discriminare  chi vuole stabilirsi nei loro territori,  ma non è in sintonia con il carattere socio culturale della comunità stessa.
·        Il Parlamento ha inoltre svolto audizioni per valutare se il gruppo J. Street pro-Israele e pro-pace fosse sufficientemente  pro Israele
·        L’esercito israeliano ha annunciato la formazione di una nuova unità militare esclusivamente dedicata alla raccolta d’informazioni  relative al monitoraggio dell’ala sinistra dei movimenti per la pace e per la difesa dei diritti umani, gruppi che l’esercito vede come una minaccia per Israele. Il reparto lavorerà a stretto contatto con i ministeri del governo
·        Decine di soldati israeliani hanno fatto irruzione nella casa di Bassem Tamimi capo del comitato popolare non violento  Nabi Saleh ed hanno picchiato suo figlio e sua moglie mentre procedevano al suo arresto presumibilmente con l’accusa di incitamento all’organizzazione di  manifestazioni illegali

Mentre il governo israeliano inasprisce sempre più le misure anti democratiche  e la repressione militare noi di Jewish Voice for Peace stiamo raddoppiando gli sforzi per sostenere al meglio un movimento non violento  di resistenza a guida palestinese in cui noi tutti lavoriamo insieme per alimentar  la vita, la giustizia e l’eguaglianza . Invitiamo tutti ad aderire al movimento. 


lunedì 28 marzo 2011

Presidio contro la guerra in Libia. (Parole e musica)

di Luciano Granieri & Luc Girello



Eccoci a riferire del  presidio contro la guerra in Libia. Aut-Frosinone, insieme con il circolo di Rifondazione  Comunista Spartacus di Frosinone e i giovani comunisti, ha ritenuto opportuno, nonché doveroso, lanciare un segnale forte e deciso contro l’ennesimo conflitto organizzato dalle forze imperialiste per appropriarsi delle risorse dei paesi in cui si  pretende di portare la democrazia. Speriamo che la nostra azione possa destare, dallo strano torpore in cui sono sprofondate, le forze pacifiste e che i movimenti pacifisti tornino a occupare la scena conflittuale da protagonisti. Perché le bandiere della pace non sventolano più dai balconi? Sarebbe opportuno che i vessilli multicolori tornino ad addobbare la città.  Durante il presidio che si è svolto ieri mattina  presso il parcheggio antistante l’ascensore inclinato a Frosinone, si è dibattuto delle questioni che negli ultimi giorni hanno animato lo scenario del Nordafrica e in particolare della Libia. Ma non è tanto sul merito che vorrei porre l’attenzione, quanto sul metodo. Le ragioni che hanno mosso le forze occidentali e parte delle nazioni  della lega araba a inviare le proprie macchine di morte sono note ma  le riassumiamo: Al primo posto c’è la necessità, ora più che mai, di appropriarsi delle risorse energetiche libiche visto che il nucleare per colpa dei tristi eventi del Giappone sta andando in malora. In secondo luogo si vuole controllare e indirizzare le forze nuove, che hanno deposto o stanno deponendo i vecchi dittatori, affinché   queste continuino ad assicurare le politiche di assoggettamento alle potenze imperialiste. La presa del potere da parte di quel popolo  di giovani che per primo ha iniziato le rivolte chiedendo semplicemente la libertà di vivere una vita dignitosa costituirebbe un evento drammatico per le forze occidentali e per il loro mastino da guardia in Medio Oriente: Israele. Nel metodo, il presidio di ieri mattina si è svolto secondo le giuste modalità per ottenere che queste discussioni, anziché rimanere confinate nelle sezioni di partito e nelle sedi dei movimenti, arrivino alla gente comune, a quel grande bacino di persone che sono in completa balia di scempiaggini mediatiche. Scendere nei luoghi di aggregazione come piazze e parchi pubblici, parlare con intere famiglie, padri e madri che sono li a far divertire i propri figli, con anziani pensionati, o con studenti che stanno cazzeggiando sui loro motorini, è fondamentale. Perché se si vuole iniziare un processo di contro informazione e condivisione su alcune dinamiche sociali, cercando di aggregare più figure sociali possibili  è fondamentale andare fra le gente. Questa è l’unica arma che abbiamo per scalfire  , se non proprio abbattere, il muro mistificatorio edificato sulla menzogna   per cui  la vita vera è quella che si vede in televisione.  Forse sarà un’illusione  ma pensare che le parole di Andrea Cristofaro - segretario del circolo di Rifondazione di Frosinone - quelle di Giuseppe Sacco  - segretario provinciale di Rifondazione-  e le mie  - possano essere arrivate, anche solo  in minima parte, a chi era li per rilassarsi o accompagnare i propri ragazzi a giocare a pallone o ad andare a cavallo, ci dà la speranza che forse ancora non è tutto perduto.





No alla sinistra dei Tornado

da Associazione Politico-culturale 20 ottobre


“L’Associazione Politico Culturale “20 Ottobre” aderisce e sarà presente alla manifestazione contro la guerra in Libia e contro tutte le guerre promossa dal Emergency per il prossimo due aprile in Piazza San Giovanni a Roma”.
A rendere nota l’adesione e la partecipazione dell’Associazione è il suo maggiore esponente, Oreste Della Posta.
“Riteniamo che nessuna guerra è inevitabile. Le guerre appaiono a un certo punto  inevitabili quando non si è fatto nulla per prevenirle. Nessuna guerra è necessaria- dice Della Posta. La guerra è sempre stata una scelta, non una necessità. È la scelta criminale e assurda di uccidere, che esalta la violenza, la diffonde, la amplifica, che genera “cultura di guerra”.
“Siamo anche contro quella sinistra che in Parlamento ha acconsentito che i nostri Tornado partissero- attacca Oreste Della Posta. Siamo contro la sinistra dei Tornado, una sinistra guerrafondaia. Alla fine di questa guerra il risultato sarà chiaro: alla Francia andrà il petrolio ed il gas, all’America sarà consentito di localizzare il Libia il centro di controllo di tutta la regione africana e l’Italia sarà lasciata da sola a fronteggiare l’inevitabile emergenza umanitaria che le bombe stanno innescando”.
“Per questo – dice- faccio un appello a tutti i partiti, i movimenti, le associazione, agli uomini ed alle donne pacifiste di venire il prossimo due aprile a Roma a dire no alla guerra ed alla sinistra dei Tornado. La guerra – come ha detto Albert Einstein – non si può umanizzare, si può solo abolire. Noi dobbiamo abolirla dalla nostra cultura- conclude Oreste Della Posta. È assurdo esportare la democrazia con le armi.”