Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

lunedì 31 ottobre 2011

PER IL RISPETTO DELL'ESITO REFERENDARIO, PER UN'USCITA ALTERNATIVA DALLA CRISI

IL 26 NOVEMBRE IN PIAZZA PER L’ACQUA. I BENI COMUNI E LA DEMOCRAZIA


Promuove: Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua


Il 12 e 13 giugno scorsi la maggioranza assoluta del popolo italiano ha votato per l’uscita dell’acqua dalle logiche di mercato, per la sua affermazione come bene comune e diritto umano universale e per una
gestione pubblica e partecipativa del servizio idrico. Un voto netto e chiaro, con il quale 27 milioni di donne e uomini, per la prima volta dopo decenni, hanno ripreso fiducia nella partecipazione attiva alla vita politica del nostro paese e hanno indicato un’inversione di rotta rispetto all’idea del mercato come unico regolatore sociale. Ad oggi nulla di quanto deciso ha trovato alcuna attuazione: la legge d’iniziativa popolare per la ripubblicizzazione dell’acqua continua a giacere nei cassetti delle commissioni parlamentari, gli enti locali - ad eccezione del Comune di Napoli - proseguono la gestione dei servizi idrici attraverso S.p.A. e nessun gestore ha tolto i profitti dalla tariffa. Non solo. Con l’alibi della crisi e dei diktat della Banca Centrale Europea, il Governo ha rilanciato, attraverso l’art. 4 della manovra estiva, una nuova stagione di privatizzazioni dei servizi pubblici locali, addirittura riproponendo il famigerato”Decreto Ronchi” abrogato dal referendum. Governo e Confindustria, poteri finanziari e lobbies territoriali, resisi conto che il popolo ha votato contro di loro, hanno semplicemente deciso di abolire il popolo, producendo una nuova e gigantesca espropriazione di democrazia.
IL RISULTATO REFERENDARIO DEVE ESSERE RISPETTATO
E TROVARE IMMEDIATA APPLICAZIONE




Per questo, il movimento per l’acqua si prepara a lanciare la campagna nazionale “Obbedienza civile”, ovvero una campagna che, obbedendo al mandato del popolo italiano, produrrà in tutti i territori e con tutti i cittadini percorsi auto organizzati e collettivi di riduzione delle tariffe dell’acqua, secondo quanto stabilito dal voto referendario. Quello che avviene per l’acqua è solo il paradigma di uno scenario più ampio dentro il quale si colloca la crisi globale. Un sistema insostenibile è giunto al capolinea. I poteri forti invece di prenderne atto invertendo la rotta, ne hanno deciso la prosecuzione, attraverso la continua restrizione del ruolo del pubblico a colpi di necessità imposte dalla riduzione del debito e dai patti di stabilità, la consegna dei beni comuni al mercato, tra cui la conoscenza e la cultura, lo smantellamento dei diritti del lavoro anche attraverso l'art. 8 della manovra estiva, la precarizzazione dell’intera società e la conseguente riduzione degli spazi di democrazia  Indietro non si torna. Dalla crisi non si esce se non cambiando sistema, per vedere garantiti: il benessere sociale, la tutela dei beni comuni e dell’ambiente, la fine della precarietà del lavoro e della vita delle persone, un futuro dignitoso e cooperativo per le nuove generazioni. Un altro modello di società è necessario per l’intero pianeta. Insieme proveremo a costruirlo anche nei prossimi appuntamenti internazionali, come la conferenza sui cambiamenti climatici di Durban di fine
novembre e a Marsiglia nel Forum Alternativo Mondiale dell'acqua a Marzo 2012. Siamo vicini ai popoli che subiscono violenze, ingiustizie e vengono privati del diritto all’acqua come in Palestina, di cui ricorre il 26 novembre la Giornata internazionale di solidarietà proclamata dall’Assemblea della Nazioni Unite. Per tutti questi motivi il popolo dell’acqua tornerà in piazza il prossimo 26 novembre e invita tutte e tutti a costruire una grande e partecipata manifestazione nazionale. Vogliamo che sia il luogo di tutte e di tutti, da qui l’invito a costruirlo insieme, come sempre è stata l’esperienza del movimento per l’acqua. Un movimento che ha sempre praticato la radicalità nei contenuti e la massima inclusione, con modalità condivise, allegre,
pacifiche e determinate nelle forme di mobilitazione, considerando le une inseparabili dalle altre. Per questo, nel prepararci a costruire l’appuntamento con la massima inclusione possibile, altrettanto francamente dichiariamo indesiderabile la presenza di chi non intenda rispettare il modo di esprimersi di questa ricchissima esperienza. Vogliamo costruire una giornata in cui siano le donne e gli uomini di questo paese a riprendersi la piazza e la democrazia, invitando ad essere presenti tutte e tutti quelli che condividono questi contenuti e le nostre forme di mobilitazione, portando le energie migliori di una società in movimento, che, tra la Borsa e la Vita, ha scelto la Vita. E un futuro diverso per tutte e tutti.

sabato 29 ottobre 2011

Fusi gli esattori elettronici

Luciano Granieri




Scusi  quale è la strada per  l’aeroporto?”  “Allora vede qui dal semaforo?    Stia pronto 5-4-3-2-1. Go.   500 metri,  sesta  piena, si tenga stretto destra larga 6+, alleggerisca dosso ,ancora destra larga 6+ in dritto 300 mt.,  destra stretta 3 – in sinistra a chiudere 2+ ….” potremmo  continuare , ma per percorre via Armando Fabi , visto che gli autovelox  rimarranno semplice colonnine luminose  da Luna Park,  si potranno  usare le note di una prova speciale di Rally . E’ già gli esattori elettronici del comune di Frosinone NON FUNZIONANO. O meglio funzionano solo di giorno. Bisogna rifare tutto daccapo un’altra ditta provvederà ad armare  le malefiche macchinette. Nel frattempo, piloti ciociari sbizzarritevi  (attenzione!!  Dopo  la sinistra  larga con il relativo allungo da sesta piena c’è l’ospedale)  Il comune infatti avendo già buttato quattrini  in questo ulteriore sciagurato appalto, non avrà problemi a rinunciare ai soldi delle multe. Per  recuperare, basta tagliare  qualche corsa dello scuolabus ,  incassare le quote dei pasti non consumati ma pagati  dai genitori che hanno inscritto i propri figli alla mensa scolastica  o aumentare l’irpef comunale “ Tanto ci sarà sempre chi pagherà le spese in questo benedetto assurdo Bel Paese”  per dirla alla Guccini.  Ma è possibile che chi  ha sempre pagato le spese in questo assurdo bel paese cominci a stancarsi  di tale solerzia esattoriale e  continui la lotta più forte di  prima. Io  con i compagni che con me hanno condiviso più di un anno di lotte CI SAREMO.

ATTENZIONE SCOOP DI AUT.
Abbiamo ripreso la vettura del comune mentre provava la funzionalità degli autovelox. A GUIDARLA IL SINDACO IN PERSONA ANCHE SE NON SI VEDE. 

venerdì 28 ottobre 2011

Acqua Pubblica il percorso auspicato da sempre

Fulvio Pica

Cari amici e amiche,
ricevo e vi inoltro la mozione sulla gestione del S.I.I., che il comune di San Donato Val Comino, con un consiglio comunale indetto per domani alle ore 11.30 circa avvia il percorso da noi auspicato da sempre.
Si pone una questione urgente ed importante.
Considerato che fino ad oggi siamo stati inermi, difronte alla questione delle tariffe, non possiamo permettere che strumentalmente e demagoggicamente continuiamo a tacere sapendo bene come stanno le cose.



































In risposta al gruppo di maggioranza è stata presentata una mozione del coordinamento

Gli indignati buoni e i "CATTIVI"

Toni Negri : fonte  www.controlacrisi.org

Ero e sono fuori, in queste settimane, in Spagna ed in Portogallo. Non ho seguito direttamente quello che è avvenuto a Roma. Ma sono stato sorpreso, direi sbalordito, nel leggerne cronache e commenti.

1) La divisione tra gli “indignati” e gli altri, i “cattivi”, è stata fatta prima di tutto da La Repubblica, l’organo di quel partito dell’ordine e dell’armonia che ben conosciamo (per non dire degli altri media). Non sembra che il comitato organizzatore della manifestazione si sia indignato molto per ciò. C’era forse un peccato originale alla base di questo oltraggio: chi aveva organizzato la “manifestazione degli indignati” non aveva molto a che fare con le pratiche teoriche e politiche che dalla Spagna si sono estese globalmente, talora in maniera massiccia, altre volte minoritaria: il rifiuto della rappresentanza politica e sindacale, il rigetto delle costituzioni liberali e socialdemocratiche, l’appello al potere costituente. In Italia, invece, un gruppo politico al limite della rappresentanza parlamentare si è appropriato il nome degli Indignados … E ora reclamano: “Lasciateci fare politica”.

2) Ma allora, si dirà, gli indignati “veri” sono i ragazzi che incendiano le macchine e fanno quel gran casino contro la polizia a San Giovanni? Certo che no. Qui nasce tuttavia il grande, se non l’unico problema. Chi possono essere gli unificatori del movimento? Chi costruisce oggi, in Italia, l’unità degli sfruttati, degli indebitati, dei non-rappresentati?

Le risposte a questi interrogativi sono molteplici. Tanti anni fa, Asor Rosa avrebbe detto: quei ragazzi pieni di rabbia appartengono alla “seconda società”, essa è inorganizzabile, essa è la non-politica. Oggi, alcuni rappresentanti del “movimento” diranno: sono estremisti, anarchici e insurrezionalisti, quindi pericolosi, quindi inorganizzabili. È forse vero. La conseguenza sarà allora la medesima che ne trasse Asor trent’anni fa: sono irrappresentabili? Anche qui: forse sì. Ma per questo li escludiamo per principio, prima ancora di aver capito perché erano tanti e di cosa erano l’espressione? Noi non crediamo che il ritornello di Asor Rosa possa valere come pregiudizio. A chi ce lo presentasse come tale, ci rivolgeremmo allora agli Indignados spagnoli ed universali per avere un’altra risposta. Gli Indignados sono un movimento dei poveri – sono anni che andiamo indagando e parlando di precarizzazione lavorativa e esistenziale, di pauperizzazione generalizzata, di esclusione e declassamento, di espropriazione finanziaria, di emarginazione sociale. Tutto questo è prodotto dal Capitale. E a noi sembra che queste lotte debbano essere e siano innanzitutto lotte contro il Capitale.

Dobbiamo ricordarci che laddove, in altri paesi d’Europa che pur conoscono grandi tradizioni di lotta, si è data l’incapacità a mettere insieme tutte le facce della nuova povertà, la sconfitta è stata generale, anche quando i movimenti erano duraturi e forti. La Francia, per esempio, non produce più lotte vincenti da quando il movimento studentesco ha smesso di congiungersi con quello delle banlieues. In Germania, non c’è più lotta da quando i Grünen Realos-pragmatici hanno isolato e liquidato i Fundis – gli occupanti delle case, quelli che lottavano assieme ai migranti, e avevano assunto la dimensione dei quartieri per tentare la costruzione di istituzioni del comune. Dobbiamo tornare a costruire un fronte dei poveri – tutti i poveri, dalla classe media immiserita in giù.

C’è dunque una bella differenza fra stare con i poveri, anche se spaccano tutto, e non starci – considerarli intoccabili, lebbrosi. Loro – quelli che spaccano – hanno diritto a dirci di no, a rifiutarci, a preferire l’isolamento. Ma noi, non per questo li consideriamo estranei alla povertà. Il 14 dicembre, il 15 ottobre, e tante altre volte, li abbiamo visti in azione: alcune periferie della povertà sono scese in piazza. La polizia e i media le hanno immediatamente riconosciute: il potere è spesso bieco ma non è stupido. Perché i movimenti non potrebbero anche loro chiedersi chi sono, e provare a capire prima di giudicare? Forse perché dietro alla puzza al naso degli organizzatori, senti un rigetto di pelle?

3) Il colmo della cecità e della provocazione dei media (e, subito dopo, del Ministero degli Interni) è stato toccato quando hanno scelto di attaccare i movimenti NoTAV e San Precario – vale a dire le due realtà di movimento attualmente più forti. Forse le uniche che non abbiano aperture politiciste e che non siano interessate alla rappresentanza parlamentare, ma che piuttosto sono democraticamente piantate nel reale, nella società civile, e che producono effetti concreti immediati.

Dobbiamo stringerci attorno ai compagni che subiscono queste provocazioni – cosi come attorno agli incarcerati, di cui chiediamo la liberazione senza se e senza ma. Cos’altro fanno gli Indignados di Barcellona per gli arrestati dopo la tentata occupazione della Camera regionale catalana? Hanno riconosciuto che si trattava di un errore politico evidente, ma li difendono comunque in nome dell’unità del movimento. Vogliamo continuare a caricaturare i comportamenti pacifici degli Indignados spagnoli alla maniera di pecore gentili?

4) Oggi solo un progetto costituente può unificare tutti nel movimento. Non un “programma minimo” – un programma che non dia obbiettivi concreti ma solo linee di alleanza sindacale e parlamentare. Perché stupirsi che molti sentano questo programma minimo come un “opportunismo massimo”?

Centrale è invece oggi un progetto costituente che unifichi politicamente, e quindi sappia anche reagire alle eventuali componenti distruttive del movimento. In Spagna, l’elemento qualificante di questa unificazione è stato senz’altro l’acampada. Il vivere insieme nelle piazze. Poi si sono sviluppati comitati di quartiere su cui si sono assommate le funzioni dell’emancipazione concreta del proletariato moltitudinario. Si tratta di camere del lavoro metropolitano e di centri di occupazione e di autogestione delle istituzioni del Welfare ormai disertate dallo Stato.

Ma c’è ben altro. La chiave del modello costituente nella vita condivisa sta nella distruzione della “paura” che troppi ancora sentono, non appena si tratta di stare insieme. Una distruzione praticata con esperienze pacifiche, collettive, di massa – quando questo è possibile -, ma senza mai cedere alla facilità di abbandonare i poverissimi della società, i senza tetto, gli ipotecados, gli indebitati, i nuovi poveri, e tutte le altre vittime del saccheggio capitalistico odierno.

Non aver paura è resistere al potere ed esprimere potenza d’invenzione, di produzione sociale e politica. I ragazzi – quelli che hanno fatto casino – esprimono, con la loro rabbia, non la capacità ma l’incapacità di rispingere la paura del potere. Si può tuttavia probabilmente vincere gli eventuali caratteri distruttivi di alcuni settori del movimento dei poveri – a condizione che si abbia un programma positivo, maggioritario, materialmente definito. Oggi quel programma del comune si è già ampiamente manifestato nei referendum e nelle elezioni municipali, contro le macchine partitiche. Si tratta di procedere su questo terreno.

Svolgere il tema del comune costituente nella lotta rappresenta dunque oggi forza maggioritaria. A Reggio Emilia nel 1960, e a Genova nel 2001, dei compagni sono stati uccisi – ma il movimento non aveva paura, era unito, vinse perché non escludeva nessuno a priori, mise polizia e governi davanti all’evidenza di un irresistibile ostacolo. Oggi, volendo presentarsi con un programma minimo, cercando alleanze in una parte del ceto politico screditata e corrotta quanto lo è il ceto politico di destra, si è finito per rafforzare Berlusconi. Tutti dunque sembrano consapevoli che siamo giunti ad una impasse. Un’impasse di programma prima che di metodo. Ma come metterlo nella testa di coloro che vedono un insorto in ogni povero che non ha più paura?

5) Siamo infine anche di fronte ad un’impasse di metodo. Non erano stati dati obbiettivi al corteo di Roma. Di contro, a Madrid, sono stati i palazzi del potere e le banche ad essere assediate da mezzo milione di Indignados. Gli stessi che, immediatamente dopo, hanno ripreso le loro attività di quartiere, uniti da un’unica organizzazione orizzontale, usando reti, socialnetworks e twitts in modo astuto, chiamando tutti dove c’era bisogno, su uno sfratto come nelle scuole occupate, o negli ospedali autoamministrati.

A Barcellona, duecentomila persone si sono ritrovate: poi si sono formati tre cortei, l’uno ha occupato un ospedale, l’altro l’università ed un terzo un enorme magazzino per farne un centro sociale. A Piazza San Giovanni bisognava invece arrivare per ascoltare i politici di prima, seconda e terza generazione? Vi stupisce che nasca il bordello che c’è stato? Qual è stato il metodo, qual è stata la gestione politica del comune in quel caso?

Attorno al metodo – è bene sottolinearlo – i movimenti italiani conoscono un limite di fondo: mai sono stati capaci di cogliere nell’orizzontalità, nella massificazione del movimento, la singolarità della decisione – la decisione voluta da tutti, e che nasce solo quando se ne parla prima, quando se ne discute a lungo, quando se ne dibatte senza la paura di esser ascoltati, senza aver voglia di esser subito intervistati. Speriamo che quanto è avvenuto non rappresenti l’ultima avventura dei movimenti nati negli anni novanta, che riconobbero nella forma-manifestazione l’evento decisivo. C’è un nuovo movimento oggi, che considera il comune costituente come il suo orizzonte e la discussione senza paura e senza autorità come il suo metodo. Si tratta di lasciargli spazio e voce.

“Lasciateci fare politica”, dicono alcuni. Certo. Intanto, noi proviamo a costruire il movimento degli Indignados.

C'è indignazione e indignazione

Luciano Granieri

E’ stato più volte detto.  La crisi economica che sta marginalizzando parti sempre più considerevoli di cittadini non è un episodio ciclico ma è sistemico. Dunque il largo giro che compie il debito, dagli istituti finanziari alle banche, agli Stati, ai cittadini  che non lo hanno contratto ma che sono chiamati a pagarlo attraverso il dissolvimento delle tutele sociali e il  deperimento del reddito procapite,  lascia sul terreno una povertà sempre più diffusa.  E’  la prova provata che il sistema che chiamiamo capitalistico non funziona. Non  è in grado di svolgere quella funzione di promozione sociale che era stata paventata quando si volle imbrogliare la popolazione mondiale  convincendola che il mercato era l’elemento regolatore di tutto.  La parola d’ordine era  ed è:  se aumenta la ricchezza aumenta il benessere per tutti. Non ci si rese conto, e neanche oggi  lo si vuole capire  alla luce dei disastri immani cui ci troviamo di fronte, che il capitalismo avendo  come suo principale fine l’accumulazione delle risorse finanziarie, prevede un ’utilizzo di tali risorse esclusivamente finalizzato a ottenere ulteriore accumulazione. L’impiego di capitali a fini sociali o anche la minima fuoriuscita di questi dal sistema non è prevista.  Il capitalismo è  per forza di cose liberista, NON LIBERALE. E’ dunque pura illusione attribuire agli stati  o  a organismi politico-amministrativi più alti come l’unione europea compiti di regolazione politica del sistema.  Anzi la componente statuale è diventata parte integrante del ciclo capitalista, assicurando il travaso dei capitali realizzati  con il  lavoro e  necessari per il sostentamento del benessere di tutti, dallo stato sociale all’accumulazione finanziaria.  Non è  un caso che grazie alle  politiche lacrime e sangue imposte a tutti i cittadini  europei  si va costituendo il fondo salva  Stati di mille miliardi che l’unione europea  ha destinato , non al salvataggio degli Stati ma delle banche.  Le borse  volano  e gli industriali italiani, a seguito degli impegni presi sotto dettatura europea dal governo nostrano  in merito alla facilità di licenziamento, gongolano. Il tutto in nome di una crescita che è sempre e comunque a vantaggio di quell’1% che detiene la maggior parte della ricchezza mondiale e a svantaggio dell’altro 99% che per esempio nel nostro paese subisce  un’ulteriore arretramento  del  lavoro ridotto a merce in saldo . Dunque o si è contro il sistema capitalistico complessivo   finanza, e classe politica al governo o all’opposizione che ne garantisce lo sviluppo  inclusa,  o si è indignati per finta. Questo è il motivo di certa diffidenza  suscitata da alcune forze politiche e sindacali , che il 15 ottobre erano in piazza ma che non disdegnerebbero accordi  con quella classe politica oggi all’opposizione in Italia  e pronta a garantire la funzionalità del sistema  attraverso percorsi diversi dalla melma Berlusconiana ma sicuramente più efficaci nell’assicurare il veloce fluire dei capitali. E la strumentalizzazione di un grande movimento come quello degli indignati  reca molto più danno al movimento stesso che non la violenza dei black bolc.  Ma ormai il vizio di occupare le piazza e strillare contro il sistema, salvo poi favorirlo quando si tratta di votare provvedimenti nelle sedi istituzionali è molto diffuso, l’ho potuto constatare personalmente frequentando le piazze della mia città. Sapeste quante volte amministratori locali gridavano più di me fuori dalle sedi istituzionali, salvo poi cambiare opinione all’interno delle stesse e chinare la testa!


giovedì 27 ottobre 2011

Un antenato degli indignati

BIS PENSIERO

Se il regime ti permette di giocare

Se un regime ti permette di giocare è perchè sicuramente ci guadagna qualcosa. "Evito di fare "satira politica": se mi limito a dire che Andreotti è gobbo e Fanfani è corto finisco per fare il loro gioco". Prigioniero della "comicità ufficiale, di stato" cui sapeva di appartenere, si sarebbe vergognato di sfruttare la propria privilegiata posizione di visibilità, in maniera così banale, senza ottenere alcuno scopo se non quello di far guadagnare alla politica quell'immagine di democraticità che in fondo era il vero motivo per cui si permetteva un certo innocuo sfottò. Al culmine della sua carriera, poco prima di girare il suo ultimo capolavoro (Il Postino) Massimo Troisi racconta la propria visione della satira e dell'impegno politico da parte dei comici. Quanto mai attuale




Perché non ci piace la piattaforma FIOM

Rsu FIOM Piaggio



Lavoratori, in un momento in cui vengono messi in discussione diritti e conquiste fondamentali, è della massima importanza ragionare e possibilmente intervenire sugli obiettivi e i contenuti delle piattaforme che verranno presentate per il Contratto Nazionale e che necessariamente toccano questioni critiche, che avranno conseguenze importanti e durature. La FIOM sottopone in questi giorni alla valutazione dei lavoratori la sua piattaforma, che va a nostro avviso esaminata sia per quello che prevede sia per quello che non dice. 

 Quello che dice: 

 - Acconsente alla richiesta dei padroni di prevedere nel CCNL il rinvio di intere materie alla contrattazione territoriale, di filiera, aziendale.
 - Prevede la attivazione, nelle relazioni con le aziende, di procedure di confronto che includono il blocco preventivo degli scioperi, senza neppure chiarezza su chi e con quali modalità abbia titolo a stabilirle.
 - Sui contratti atipici si chiede solo la riduzione a 24 mesi per la stabilizzazione e una indennità alla fine del rapporto di lavoro, pari a tre volte il TFR
 - Le richieste salariali, 206 euro lordi in tre anni ( pari a 68 lordi l’anno, cioè 45 netti) non superano l’inflazione attuale; al Governo verrà richiesto, in concerto con i padroni, di ridurre le tasse sugli aumenti salariali ma anche i relativi contributi a carico delle aziende, con la diminuzione perciò delle entrate INPS che incideranno sulle pensioni. 
 - Si prevede il Referendum per l’approvazione degli accordi, nazionali e aziendali, ma solo su richiesta di una OS o su raccolta delle firme del 5 per cento dei lavoratori interessati (quota ben difficile da raggiungere per i contratti nazionali) 
 - Si prevede il rinnovo generalizzato delle RSU, finalizzato però anche a definire rappresentatività e certificazione degli iscritti, previsti dall’intesa del 28 Giugno per dare legittimità ad accordi separati. 
 - Si chiede alle Aziende un aumento del loro contributo per la previdenza integrativa, che non spetterà ai lavoratori che non hanno aderito.

 Quello che NON dice: 

 - Nessun elenco di materie NON RINVIABILI alla contrattazione territoriale e aziendale. 
 - Nessun limite alle QUOTE DI LAVORO ATIPICO 
 - Nessun vincolo su FLESSIBILITA’ E STRAORDINARI
 - Nessuna iniziativa seria sulla sicurezza, solo il rinvio alla legge, ignorando che la sua applicazione richiede precisi diritti di intervento delle RLS e adeguate sanzioni
 - Nessun riferimento al recupero salariale rispetto all’accordo separato del 2009 Sono soprattutto preoccupanti:

L’ ASSENZA DI IMPEGNI ESPLICITI CONTRO L’INSERIMENTO NEL CONTRATTO DEI CONTENUTI DELL’ACCORDO DEL 28 GIUGNO E AL CONTRARIO L’ACCETTAZIONE DEI RINVII AI CONTRATTI AZIENDALI L’ ACCETTAZIONE DELLA POSSIBILITA’ DI PORRE VINCOLI ALLO SCIOPERO E L’AMBUIGUITA’ SU CHI LI DECIDE, CHE RAPPRESENTA UN VERO CEDIMENTO AI PADRONI SUL DIRITTO DI SCIOPERO L’ ACCETTAZIONE DELLA VALIDITA’ TRIENNALE DEL CCLN E DEI LIVELLI SALARIALI PREVISTI DALL’ULTIMO CONTRATTO SEPARATO 

 Per questo motivi riteniamo questa piattaforma insoddisfacente negli obiettivi, del tutto inadeguata rispetto alla offensiva padronale in corso e alla pratica ricorrente degli accordi separati, e inaccettabile nella sua apertura al compromesso sui diritti fondamentali dei lavoratori.

VOTIAMO NO