Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

martedì 21 febbraio 2012

Scioperi eleganti

Giovanni Morsillo



Ci eravamo quasi dimenticati della frase pronunciata con preoccupazione da Monti, ormai universalmente noto come il miglior produttore mondiale di aforismi sbagliati, a proposito delle inevitabili rimostranze sociali che si prevedono a seguito delle sue affilatissime "riforme". Il Bocconiano auspicava che le proteste si svolgessero con modalità e toni civili, e lo si può capire. Lui abituato alla quiete degli istituti universitari, alle silenziose biblioteche dove per non disturbare i frequentatori assorti nello studio su secolari tavoli illuminati da lampade tiffany si richiedono sottovoce i testi indicando dagli elenchi quelli che interessano e ci si muove con passi felpati sugli eleganti parquet, non potrebbe che inorridire al frastuono dei tamburi di latta dei metalemccanici, degli slogan ritmati urlati da altoparlanti gracchianti, delle voci scomposte di decine di migliaia di rozzi operai poco avvezzi all'eleganza dei convegni di intellettuali. Non osiamo pensare alla fine che farebbe la sua concentrazione tanto necessaria alla Nazione, se sotto le sue finestre di un paludato ufficio in penombra del centro storico passasse un corteo interminabile di schiamazzatori adusi al rumore della linea di montaggio o della lastratura o, peggio, di una classe di ventotto o trenta scalmanati studenti in età di ribellione.
Per la verità, da tempo praticamente tutti i dirigenti politici che contano si affaticano nei talk-show televisivi (luogo deputato per eccellenza al dibattito istituzionale e politico ed alla legiferazione democratica) a proporre decine di ennesime pensate per la regolamentazione dgli scioperi e delle proteste, unica cosa che per loro va regolamentata nel mondo del libero mercato. Alcuni, come il portajella Alemanno, è perino passato ai fatti, vietando i cortei nel centro storico, marginalizzando anche fisicamente il diritto di manifestare dissensi e bisogni, rendendo cioè periferico rispetto alla centralità del potere, anche l'esercizio della lotta sindacale. Come spesso gli accade, ha rimediato una figuraccia, ed è stato smentito dalla legge, il che per inciso dimostra che la legge serve. comunque, le proposte si moltiplicano: che vorrebbe che i sindacati scioperassero di domenica (ma solo dopo l'omelia, s'intende) chi che i cortei si svolgessero di notte sulle spiagge, chi che si sfilasse in gurppi disciplinati di dieci, a file di due, chi che siano vietati ai minori di diciotto anni (venticinque se contro provevdimenti approvati in Senato), qualcuno vorrebbe che gli scioperanti pagassero un ticket per sfilare, altri che si iscrivessero ad un pubblico registro come i notai o gli ingegneri, chi che richiedessero un certificato o un patentino. Insomma, l'importante è che non si consenta questo disordine generale, che cioè ci si accrediti con tanto di titolo e si rispetti un codice come quando si guida una macchina.
Ci aspettiamo anche che si regolamentino i colori degli striscioni, le loro dimensioni, il numero delle bandiere e dei fischietti, oltre al look dei manifestanti, per porre termine anche a quelle fiere del cattivo gusto che sono i cortei, soprattutto quando infestati da giovani. Si potrebbero organizzare così mostre e sfilate di moda, dove gli stilisti detterebebro i canoni delle tendenze da portare in corteo. "Che bell'adesivo indossi, cara!", "Oh, una cosuccia, l'ho preso da un sindacato prêt-à-porter... Piuttosto, hai visto la delegazione della Fiat, che arretrati! Portano lo stesso striscione dell'anno scorso!..." Ecco, immaginiamo questi discorsi fra i manifestanti, discorsi di alto lignaggio, altro che le solite lamentele sulla terza settimana e sulle tasse universitarie dei figli!
Nella nostra modestia, consapevoli di essere poca cosa rispetto a questi personaggi degni di passare alla storia (più tardi possibile, certamente), vorremmo fare una proposta che crediamo possa essere utile a dare un tocco di eleganza alle proteste elevandole a fatto di cultura: si potrebbe inserire nella legge per la regolamentazione degli scioperi l'obbligo per tutti gli iscritti al sindacato e comunque per chiunque voglia partecipare a cortei, assemblee, sit-in, gazebo e qualsiasi altra forma di contestazione (civile) di farsi tatuare una farfalla all'inguine, proprio dove inizia la coscia destra, e di scoprire la parte durante la sfilata o il comizio. Si potrebbe anche prevedere una distinzione per i sindacalisti, obbligando costoro, in tali occasioni,  a non indossare le mutande. Forse si deciderebbero, almeno, a fare qualcosa per la loro cellulite e per i peli superflui, a tutto vantaggio di una lotta di classe all'insegna del bon ton.
 
Saluti raffinati.

lunedì 20 febbraio 2012

UNIAMO LE LOTTE E CON LA NOSTRA COLLERA CACCIAMO IL GOVERNO MONTI!

IV Giornata della collera : Cub e Comitato Immigrati.


Le soluzioni “realistiche” praticate  da Cgil, Cisl, Uil, attraverso l’accettazione di contratti a perdere e manovre devastanti sulle pelle dei lavoratori, hanno prodotto, e stanno  producendo, i loro frutti avvelenati, trasformando la vita della classe operaia e delle masse popolari che vivono in questo Paese in un incubo. Le soluzioni “realistiche” si sono rivelate per quello che sono sempre state: soluzioni accettabili per gli sfruttatori e inutili e dannose per gli sfruttati. Sfruttati che sono disorganizzati e si vedono abbandonati,  da sindacati e organizzazioni di sinistra, all’ingordigia del capitalismo in crisi.
L’attacco a vecchi e giovani proletari, ai lavoratori nativi ed immigrati
Un’intera generazione, d’uomini e donne, che ha cominciato a lavorare giovanissima si vede oggi scippare il diritto alla pensione e concluderà la propria esistenza lavorativa alle soglie dei 70 anni: una generazione che in sostanza non conoscerà il significato di una vita i cui tempi non siano scanditi dai turni di lavoro, una generazione che è costretta a consegnare la sua intera esistenza ai profitti del capitale.  Nel capitalismo la divisione in classi, e all’interno delle classi stesse, è un dogma e una necessità; se una generazione, quindi, è stata derubata del suo diritto alla pensione, un’altra generazione, quella dei giovani, non può sentirsi derubata di nulla perché nulla è stato né concesso né promesso, perché diritti, sicurezza e pensione sono parole che nulla hanno a che fare con la vita dei giovani. Parole e concetti non tutelati da chi avrebbe avuto il compito di farlo e che, invece, si è inchinato alle “soluzioni realistiche” a vantaggio del capitale. E’ così che è stata approvata la legge Treu, quella Biagi e così via, in un crescendo di “soluzioni realistiche” giustificate dai sindacati concertativi e dai loro partiti di riferimento, compresa Rifondazione Comunista che votò la legge Treu, che fece da apripista alla precarietà giovanile. Accanto ai “vecchi” e ai “giovani” proletari nativi di questo Paese, un’altra fascia di proletariato è colpita con ancora maggior forza e sono i lavoratori immigrati con le loro famiglie, su cui si abbatte la demagogia e il razzismo della Lega e la complicità dei partiti come il Pd (Partito Democratico) e Sel (Sinistra e Libertà di Vendola) che, ipocritamente, blaterano nei salotti televisivi d’uguaglianza e antirazzismo fingendosi diversi dagli altri, ma i cui rappresentanti in parlamento, insieme con quelli di Rifondazione Comunista, hanno votato, durante il governo Prodi, aumento delle spese militari e Cpt (Centri di Permanenza temporanea) oggi Cie (Centri d’espulsione e identificazione), i cosiddetti “lager per gli immigrati”. Sui lavoratori immigrati si scatena ancora l’ingordigia del capitalismo in crisi, che, con la nuova tassa sul permesso di soggiorno, aggiunge un altro anello alla lunga catena di sfruttamento subita da questi lavoratori che rappresentano la fascia più debole ed esposta  della classe proletaria.
Precarietà, licenziamenti. disoccupazione, povertà: rispondiamo con la lotta e con l’unità di classe
Il governo Monti, con l’aiuto dei grandi sindacati, sta salvando i profitti di padroni e banchieri e al contempo fa pagare la crisi ai lavoratori; mentre questo accade, sia Sel di Vendola sia  Rifondazione comunista si preparano a una futura alleanza di governo proprio col Pd, cioè con uno dei partiti che sta sostenendo il governo Monti e le burocrazie di Cgil, Cisl e Uil fanno di tutto per depotenziare la lotta e dividere la classe lavoratrice: proclamano scioperi separati di poche ore o per una sola categoria. La stessa Fiom di Landini ha, nei fatti, abbandonato la lotta e si è allineata alle posizioni della Cgil, com’è emerso dall’ultimo Comitato centrale e come emerge ogni giorno di più nella realtà delle fabbriche.  E’ urgente che il sindacalismo di base risponda al vuoto sindacale, e al tradimento della burocrazia sindacale di Cgil e Fiom, organizzando comitati di lotta unitari contro il governo Monti, criticando fra i lavoratori, non solo la Cgil, ma anche la Fiom di Landini che non rompe con la Cgil e le timidezze di Cremaschi che non rompe con la dirigenza della Fiom. E’ urgente, al contempo, che il sindacalismo di base si faccia promotore della massima unità delle lotte fra tutti i lavoratori, anche diversamente collocati, faccia appello ai settori più avanzati di Fiom e Cgil per la costruzione di uno sciopero generale prolungato che unifichi tutte le vertenze, da quelle sulle pensioni, a quelle sull’articolo 18, per respingere, non con la raccolta firme, ma con la lotta ad oltranza, il pagamento del debito da parte dei lavoratori. Una piattaforma sindacale per il ritiro delle leggi razziste, per l’occupazione delle fabbriche che chiudono e licenziano, per la parola d’ordine: lavorare tutti, lavorare meno!



Brano : Europa minor
Mario Arcari - Oboe
Luca Balbo - Chitarra
Walter Calloni - Batteria
Roberto Colombo - Polymoog
Mauro Pagani - Violino, viola, flauto di canna, mandolino

Università di Parigi nega conferenza sull'aparthaid israeliano .

da Forum Palestina

Firma ed invia la lettara di protesta  



In seguito alle pressioni ricevute il Rettore  dell' Università Paris 8 ha deciso di ritirare l'autorizzazione alla  conferenza  "Israele, uno stato di Apartheid?"
Riceviamo questo appello dal Coordinatore del BDS Movement e lo rilanciamo chiedendo alle associazioni, ai collettivi ed ai singoli di sottoscrivere l'appello e di inviarlo a zarrassi@gmail.com entro le ore 14 di domani poichè la lettera sarà consegnata alle ore 16 al rettore.

La campagna BDS è una campagna internazionale un motivo in più per dare solidarietà ai compagni francesi.
  Di seguito al testo in inglese da sottoscrivere e da inviare trovate  una traduzione fatta da Stephanie di BDS Italia



Statement regarding conference on Israeli apartheid at Paris 8

We learn with consternation that the President of the University Paris 8 has
decided to retract the authorization that had been previously granted for a
conference entitled "Israel, a state of apartheid?" This initiative, to be held on the
27th and 28th February, intended to bring together specialists from France, Italy,
the United Kingdom and Belgium in order to have a rational discussion about the
aforementioned subject matter.

Using the pretext of possible "trouble to public order", the President of Paris 8 has
retracted permission for the conference, despite there having been detailed
knowledge of the program, the speakers and a budget allocated by the
management of the university for the event.

What is clear is that the intolerable pressure exerted by the
Representative Council of Jewish Institutions of France (CRIF) has led the
President of Paris 8 to retract its permission for the event. In a recently published statement, the CRIF
denounced the conference, waving the threat of possible disturbance to "public
order".

Is it no longer possible to exercise freedom of speech in French universities in
relation to the field of the politics of Israel and Palestine? According to the CRIF and its followers,
the response is no. This buckling in the face of pressure from the CRIF is not unusual. Last
year it succeeded in shutting down a forum for discussion, which resulted in the
cancellation of a conference at the Ecole Normal Supérieur (ENS).

The cancellation of the upcoming conference and last year's at the ENS is a clear
demonstration of how the management of a public academic institution will
yield to the injunctions and threats from a corpus that presents itself as the voice
of the entire Jewish community in France but is in reality a mouthpiece for the
Israeli embassy.

We ask the President of Paris 8 to reverese this decision and permit the
conference to take place. Freedom of expression and academic liberties are far
too precious to be smothered by intimidation campaigns.

Dichiarazione sulla conferenza sull'Apartheid israeliana a Paris 8


Apprendiamo con costernazione che il Presidente dell' Università Paris 8 ha deciso di ritirare l'autorizzazione che era stata precedentemente concesso per un conferenza dal titolo "Israele, uno stato di Apartheid?" Questa iniziativa, che si dovrebbe tenere il 27 e 28 febbraio, mira a riunire esperti provenienti da Francia, Italia, Regno Unito e Belgio al fine di avere una discussione razionale sul oggetto di cui sopra.

Utilizzando il pretesto di possibile "disturbo di ordine pubblico", il Presidente di Paris 8 ha ritirato il permesso per la conferenza, pur avendo dettagliata conoscenza del programma e i relatori e un budget assegnato per la gestione dell?evento da parte dell?università.

Ciò che è chiaro è che la intollerabile pressione esercitata dal Rappresentante del Consiglio delle istituzioni ebraiche di Francia (CRIF) ha portato il Presidente di Paris 8 a ritirare il suo permesso per l'evento. In un recente comunicato pubblicato, il CRIF ha denunciato la conferenza, agitando la minaccia di possibili disturbi al "ordine pubblico".

Non è più possibile esercitare la libertà di espressione nelle università francesi riguardo il campo della politica di Israele e Palestina? Secondo il CRIF e i suoi seguaci, la risposta è no. Questo arrendersi di fronte alla pressione del CRIF non è insolito. L'anno scorso è riuscito a far chiudere un forum di discussione, che ha portato alla cancellazione di una conferenza presso la Ecole Normale Supérieur (ENS).

La cancellazione della prossima conferenza e anche quella dell'anno scorso presso l'ENS è una chiara dimostrazione di come la gestione di un ente pubblico accademico possa cedere alle ingiunzioni e minacce da un corpus che si presenta come la voce di tutta la comunità ebraica in Francia, ma è in realtà un portavoce per l?Ambasciata d'Israele.

Chiediamo al Presidente di Paris 8 di tornare sulla decisione iniziale e di permettere la conferenza ad avere luogo. La libertà di espressione e le libertà accademiche sono di gran lunga troppo preziose per essere soffocate da campagne di intimidazione.


Frosinone: la sicurezza degli studenti, secondo l'assessore Langella

Andrea Cristofaro, segretario del circolo Carlo Giuliani del Partito della Rifondazione Comunista di Frosinone.

Abbiamo letto la risposta dell’assessore Langella alla nostra nota nella quale denunciavamo una certa superficialità degli organismi competenti nella riapertura delle scuole dopo l’emergenza neve. Nel prendere atto della risposta, dobbiamo anche prendere atto della scarsa sensibilità dell’assessore nel valutare in che modo il comune debba prendersi cura della sicurezza dei cittadini. Langella dice che va tutto bene. Parla di strade libere, e questo nessuno lo mette in dubbio, ma la sicurezza degli studenti si salvaguarda con i marciapiedi liberi, assessore, non solo con le strade libere, perché oltre agli automobilisti esistono anche i pedoni. Faccia una passeggiata, l’assessore alla pubblica istruzione, in via Licinio Refice, o in via Mascagni. E spieghi ai genitori degli alunni (stiamo parlando di scuole elementari e materne) che accompagnare i bambini a scuola tenendoli per mano sulla carreggiata fra le macchine è una cosa normale, visto che i marciapiedi sono inutilizzabili in quanto ancora ricoperti di ghiaccio e di rami. Ma nel particolare probabilmente il tutto rientra nel concetto più generale che i nostri amministratori hanno della sicurezza, diversa a seconda delle zone della città: visto che ci si trova, l’assessore faccia anche un giretto nel vicino corso Lazio. L’assessore vedrà così marciapiedi ancora coperti di ghiaccio ma con la sicurezza dei cittadini assicurata dalle telecamere e dagli autovelox. E magari provi a rientrare in comune prendendo un mezzo pubblico, per vedere se ci riesce. Ah, un consiglio: visto che il pullman probabilmente non passerà, se dovesse tornarsene a piedi non passi per via valle fioretta, dovrebbe fare, da pedone, lo slalom fra macchine e cumuli di neve ghiacciata che ricoprono i marciapiedi. E poi, da assessore alla pubblica istruzione, riferisca agli altri assessori competenti. E nel salutare l’assessore ci auguriamo che il lavoro del comune non debbano farlo la pioggia ed il sole.

C’è la crisi? Riprendiamoci la Cassa Depositi e Prestiti

Marco Bersani  di Attac Italia: fonte "il manifesto" del 19/02/2012

Non è vero che «i soldi non ci sono». Sono tanti e bastano a invertire la rotta, iniziando a costruire un altro modello sociale, basato sui diritti collettivi.

A chi continua a ripetere come un mantra «i soldi non ci sono» occorre certo rispondere con l’argomentazione che una diversa finalizzazione della fiscalità generale – drastica riduzione delle spese militari in primis – renderebbe disponibili risorse oggi non utilizzabili. Ma allo stesso tempo occorre contestare l’assunto in quanto palesemente falso. Perché i soldi ci sono, sono tanti e più che sufficienti per invertire la rotta, chiudendo definitivamente con le politiche liberiste e iniziando a costruire un altro modello sociale, basato sui diritti collettivi, sulla riappropriazione sociale dei beni comuni, sulla riconversione ecologica e democratica dell’economia. Dodici milioni di persone affidano i propri risparmi a Poste Italiane, attraverso i libretti di risparmio e i buoni fruttiferi. La massa di questi risparmi viene raccolta dalla Cassa Depositi e Prestiti, che, dalla sua nascita nel 1860 e fino al 2003, la utilizzava per permettere agli enti locali territoriali di poter fare investimenti con mutui a tasso agevolato. Nel 2003, la Cassa Depositi e Prestiti è stata tramutata in società per azioni e nel suo capitale societario sono entrate (30%) le fondazioni bancarie. Da allora, la Cassa Depositi e Prestiti si è progressivamente trasformata in una merchant bank che continua a finanziare gli enti locali ma a tassi di mercato e che investe in diversi fondi con finalità di profitto. La massa di denaro mossa annualmente dalla Cassa Deposti e Prestiti è enorme: circa 250 miliardi di euro, con una liquidità disponibile di quasi 130 miliardi di euro; si tratta di gran lunga della “banca” più solida e nello stesso tempo più “liquida” del Paese. E allora alcune riflessioni diventano necessarie.
1. La natura di bene comune della Cassa Depositi e Prestiti risulta evidente dalla provenienza del suo ingente patrimonio, che per oltre l’80% deriva dalla raccolta postale, ovvero è il frutto del risparmio dei lavoratori e dei cittadini di questo Paese. Tale natura è del resto anche giuridicamente sostenuta dall’art.10 del D. M. Economia del 6 ottobre 2004 (decreto attuativo della trasformazione della Cassa Depositi e Prestiti in società per azioni ) che così recita: «I finanziamenti della Cassa Depositi e Prestiti rivolti a Stato, Regioni, Enti Locali, enti pubblici e organismi di diritto pubblico, costituiscono servizio di interesse economico generale . Il paradosso risiede nel fatto che, mentre si afferma ciò, la Cassa Depositi e Prestiti è stata trasformata in una società per azioni a capitale misto, la cui parte privata (30%) è appannaggio delle fondazioni bancarie, facendo sorgere un’inevitabile prima domanda: come possono un ente di diritto privato (tale è la SpA) e soggetti di diritto privato presenti al suo interno, come le fondazioni bancarie, decidere per l’interesse generale?
2. Pur continuando la Cassa Depositi e Prestiti a mantenere, tra i settori principali delle proprie attività, quello “tradizionale” relativo al finanziamento degli investimenti degli enti pubblici, con la trasformazione in SpA, questa attività deve avvenire assicurando un adeguato ritorno economico agli azionisti. Come recita l’art. 30 dello Statuto della società «Gli utili netti annuali risultanti dal bilancio (..) saranno assegnati (..) alle azioni ordinarie e privilegiate in proporzione al capitale da ciascuna di esse rappresentato». E la relazione annuale societaria, relativa al 2010, dichiara con soddisfazione la chiusura del bilancio con un utile netto di 2,7 miliardi di euro, nonché il fatto di aver garantito agli azionisti, dall’avvenuta privatizzazione ad oggi, un rendimento medio annuo superiore al 13%. Se l’unità di misura delle scelte di investimento è la redditività economica delle stesse, è evidente il “vulnus” di democrazia rispetto alla loro qualifica di servizio di primario interesse pubblico.
3. Altrettanto paradossale appare il fatto che, con la privatizzazione della Cassa Depositi e Prestiti, siano state proprio le fondazioni bancarie quelle chiamate a partecipare al capitale sociale della nuova società per azioni. Le fondazioni bancarie sono spesso i principali azionisti delle banche di riferimento, con le quali la Cassa Depositi e Prestiti fino ad allora competeva, fornendo agli enti pubblici risorse finanziarie a condizioni più convenienti. Sarà forse un caso che da allora, attraverso una scelta di elevati tassi di interesse sui mutui accesi, le condizioni di finanziamento privilegiato da sempre rivolte agli enti pubblici siano progressivamente svanite, spalancando le porte degli stessi all’indebitamento coi mercati finanziari?
4. Se più dell’80% delle entrate della CDP SpA deriva dal risparmio dei lavoratori e dei cittadini, si pongono problemi rilevanti di diritto all’informazione e di diritto alla partecipazione alle scelte di destinazione degli investimenti. Se infatti per 150 anni la destinazione al finanziamento degli investimenti degli enti locali territoriali era scontata (e tacitamente condivisa dai cittadini “prestatori”), con la trasformazione di Cassa Depositi e Prestiti in società per azioni nasce una questione ineludibile di democrazia partecipativa: i lavoratori e i cittadini devono avere voce sulla destinazione dei soldi prestati e partecipare all’indirizzo delle scelte sugli investimenti da intraprendere , ad esempio ponendo vincoli di destinazione a finalità sociali ed ambientali degli stessi.
5 . Appare sempre più evidente come Cassa Depositi e Prestiti SpA, pur continuando a raccogliere i fondi dal risparmio dei cittadini e dalle necessità di investimento degli enti locali territoriali, sia oggi un vero e proprio fondo sovrano , con un intervento a largo raggio nell’economia e sui mercati finanziari di tutto il mondo Quella stessa economia e finanza di mercato messa alle corde dalla crisi sistemica in corso e dalla perdita di consenso fra le persone, come i referendum sull’acqua e i beni comuni dello scorso giugno hanno pienamente dimostrato. D’altronde , i temi della riappropriazione sociale dell’acqua e dei beni comuni da una parte e di una nuova finanza pubblica dall’altra sono fra loro strettamente connessi: chiedendo la ripubblicizzazione del servizio idrico integrato, il movimento per l’acqua afferma le necessità di una nuova fiscalità generale e di nuovi strumenti di finanza pubblica; allo stesso modo, la rivendicazione di una nuova finanza pubblica rimanda immediatamente a beni comuni da affermare come indisponibili al mercato e a servizi pubblici di qualità da garantire a tutte e tutti. Sono tutte riflessioni che hanno indotto Attac Italia e molti altri soggetti singoli e associativi ad avviare lo studio di una campagna per la socializzazione del sistema creditizio e per la riutilizzazione con finalità sociali e ambientali dell’enorme quantità di soldi raccolta dalla Casa Depositi e Prestiti e oggi destinata a ben altri scopi. Riappropriarsi collettivamente di questo denaro diviene la precondizione per poter indirizzare e finanziare il cambiamento necessario, immaginare un’altra uscita dalla crisi, rendere effettiva la ripubblicizzazione di beni comuni come l’acqua, realizzando concretamente quanto deciso dalla maggioranza assoluta del popolo italiano con la straordinaria vittoria referendaria del giugno 2011.





domenica 19 febbraio 2012

"Non esistono guerre umanitarie. Giù le mani dalla Siria"

da Forum Palestina

Cresce in Italia e negli ambienti autenticamente pacifisti la preoccupazione per la sorte del popolo siriano, che potrebbe essere il prossimo obiettivo dei bombardamenti "umanitari" della NATO, oltre a subire quotidianamente, da quasi un anno, una serie di attentati che, creando disordine e disorientamento, preparano l'opinione pubblica occidentale all'idea della necessità di una nuova guerra.
Come si apprende in questi giorni direttamente da un rapporto dell'intelligence USA al Congresso, elementi dell'AQI (al Qaeda Irakeno) hanno infiltrato il cosiddetto Free Syrian Army rendendosi autori di attentati e violenze sui civili.

Alla luce di questi fatti risulta davvero inspiegabile l'adesione che alcune grandi associazioni hanno dato alla manifestazione indetta a Roma dal Consiglio Nazionale Siriano, manifestazione organizzata dal responsabile in Italia di un gruppo (il Cns) che ha stretto un patto di collaborazione con i gruppi armati che praticano violenze a danno di civili e soldati, ed è responsabile, secondo il rapporto degli osservatori della Lega Araba, di alimentare la guerra civile.

Stamattina al Circo Massimo, alla stazione Termini, su via Tiburtina, a Cinecittà e in altre zone della città i pacifisti hanno fatto sentire la loro voce attaccando striscioni che recitano: Non esistono guerre "umanitarie". Giù le mani dalla Siria.

SIRIA: E’ GUERRA CIVILE

Ronald Leon  Lega Internazionale dei Lavoratori - Quarta Internazionale
Traduzione: Fabiana Stefanoni


E’ un dato di fatto. La lotta di classe in Siria, come parte dell’impressionante processo rivoluzionario che scuote Nord Africa e Medio Oriente, è arrivata alla sua massima espressione: la guerra civile. Siamo arrivati a un momento decisivo, storico.
Come scriveva Trotsky nel 1924: “(...) la guerra civile costituisce una tappa determinata della lotta di classe, quando questa, rompendo i limiti della legalità, viene a collocarsi sul piano dello scontro aperto e in certa misura fisico tra le forze contrapposte. Concepita in questo senso, la guerra civile include le insurrezioni spontanee e parziali, la repressione sanguinaria da parte delle orde controrivoluzionarie, lo sciopero generale rivoluzionario, l’insurrezione per la presa del potere e il periodo in cui vanno contrastati i tentavi di sollevazione controrivoluzionaria. L’espressione guerra civile include tutto questo: è qualcosa di più ampio dell’insurrezione e, allo stesso tempo, di infinitamente più definito dell’espressione lotta di classe che attraversa tutta la storia dell’umanità (...) la guerra civile non è altro che il prolungamento violento della lotta di classe” (1).
La sollevazione popolare contro la dittatura di Bachar El Assad – che da dodici anni detiene in forma assoluta il potere in un regime che dura da più di quarant’anni – ha avuto inizio nel marzo 2011 in una regione remota chiamata Deraa, al confine con la Giordania. Da allora si è estesa a tutto il Paese.
Durante tutti questi mesi, le mobilitazioni popolari che chiedono la cacciata del dittatore e che rivendicano libertà democratiche sono state represse in modo spietato e brutale. Fino al mese di dicembre dello scorso anno, gli organismi dell’Onu, così come altri organismi “a difesa dei diritti umani”, registravano circa 5500 morti. I comitati locali denunciano più di 7100 morti, tra i quali 2500 si sono registrati nella sola città di Homs dall’inizio dei conflitto (El País, 1/2/2012). Dall’altro lato, il governo di Assad ha recentemente dovuto ammettere che, nella repressione delle proteste, sono morti anche almeno 2000 soldati e agenti di polizia. Assistiamo a un vero e proprio bagno di sangue.
Si rafforza l’Esercito della Siria Libera 
La forza crescente delle mobilitazioni popolari e l’impulso che le vittorie conseguite negli altri Paesi della regione – come la vittoria in Libia contro il dittatore Gheddafi – hanno dato al processo nel suo insieme, hanno finito per generare una profonda crisi e migliaia di diserzioni nell’esercito regolare siriano. E’ sorto così, alla fine del 2011, quello che è stato nominato Esercito della Siria Libera (Esl), costituito da soldati disertori e civili armati.
Nelle sue prime incursioni, questa forza ribelle ha attaccato alcune postazioni militari e della polizia, facendo appelli espliciti alla lotta armata e alla defezione degli ufficiali e dei soldati rimasti fedeli ad Assad. Sono arrivati ad attaccare perfino lo stesso centro dell’intelligence dell’esercito siriano, a Harasta, oltre a molte sedi locali del partito Baath, inclusa quella di Damasco. La sua forza è andata crescendo di pari passo con il radicalizzarsi delle proteste popolari, fino a diventare una forza combattente di grande peso.
Uno dei capi militari dell’esercito ribelle, il colonnello Riad Al-Asaad, ha recentemente dichiarato che il dittatore non controlla “più del 50% del territorio” siriano. Nonostante ciò, ha chiarito che non sono necessariamente le forze ribelli a controllare quelle regioni.
Contro un esercito regolare che mantiene ancora la superiorità numerica, l’Esl si avvale di tattiche militari simili a quelle della guerra di guerriglia. In effetti, il suddetto ufficiale ha confermato che l’Esl conta più di 40 mila combattenti e che “le operazioni realizzate dall’Esl sono caratterizzate da rapidi attacchi contro le posizioni pro-Assad, seguite da rapide ritirate verso zone più sicure”. Il colonnello dissidente ha poi affermato che “il popolo resisterà, l’Esl resisterà, continuando con la rivoluzione. Il regime deve cadere a breve” (France Presse).
L’esercito regolare siriano, che è costituito per metà dalla minoranza alaui, quella a cui appartiene la famiglia El Assad (si stima che l’80% degli alti ufficiali appartengono a questo settore della popolazione), comincia a dare segnali di affaticamento dopo mesi di ininterrotto impiego. Quanti più carri armati e mezzi di artiglieria pesanti utilizza l’esercito nelle zone urbane, tanto più si accentuano le proteste e l’utilizzo di armi da parte delle masse popolari.
Assad ha un enorme problema nella composizione delle sue forze armate. Anche se sono numerose, la schiacciante maggioranza dei 300 mila soldati effettivi sono reclute sunnite, ai quali, dubitando della loro fedeltà, non assegna di solito incarichi nella repressione. Proprio da queste forze proviene il maggior numero di diserzioni. Per questo motivo, nella repressione vengono impiegate, di solito, la Guardia Repubblicana, che conta circa 10 mila effettivi, e la Quarta Divisione Meccanizzata, che nelle sue file contra altri 20 mila effettivi. Entrambe le forze sono formate esclusivamente di soldati alaui e sono dirette da uno squallido personaggio: Maher Assad, fratello minore del presidente.
Dal punto di vista militare, Assad è in un momento di difficoltà. Il sollevamento popolare lo sta schiacciando. Si dà il caso, per esempio, che per impiegare circa 2 mila soldati e una cinquantina di carri armati nei sobborghi di Damasco, Sakba, Hamouriya e Kfar Batna, il dittatore si è visto costretto a ridurre gli effettivi in altri posti. E per questo che, nonostante la superiorità numerica dei suoi armamenti, l’esercito del regime fino ad ora non è riuscito a schiacciare la sollevazione armata delle masse popolari: mentre una città viene rasa al suolo per soffocare nel sangue la protesta, i soldati di Maher El Assad devono abbandonarla per assaltarne un’altra e poi un’altra ancora. Allora i ribelli riprendono le armi... e così ininterrottamente.
In questo modo, si lotta violentemente a Homs, Hama, Deraa e perfino nella culla della famiglia Assad, la città costiera di Latakia. Le ultime settimane si sono caratterizzate per un’acutizzazione del conflitto. Damasco, che fino a poco tempo fa era rimasta immune dallo scontro aperto tra settori armati, ha visto scontri feroci nei suoi dintorni. E’ così che il centro della guerra civile ora si trova a soli tre kilometri dalla capitale e il regime trema di fronte agli occhi attenti di tutto il mondo. Nel solo giorno del 31 gennaio sono stati denunciati più di cento morti dall’Osservatorio Siriano dei Diritti Umani con sede a Londra. Martedì 31 ci sono state altre 22 morti violente registrate in scontri armati tra le “shabiha” ("fantasmi", ndt) – le milizie leali al regime – e i ribelli armati.
La situazione è drammatica per le masse popolari: assassinii, sequestri, stupri, torture e ogni tipo di calpestamento dei diritti umani da parte del clan di Assad sono all’ordine del giorno in Siria. Più il regime vede vacillare il proprio potere, più reprime. Di fronte alla sollevazione armata, Assad si guarda allo specchio e, non senza sentire qualche goccia di sudore freddo scendere sulla fronte, vede l’immagine di Muammar Gheddafi. Per questo si aggrappa al potere, si rifiuta di negoziare, inasprisce la repressione e dichiara al mondo intero che continuerà ad usare il “pugno di ferro” e che “sarà irremovibile nell’affrontare i suoi nemici”, di fronte a quella che sarebbe una “cospirazione straniera”.
Mentre scriviamo, le truppe leali al dittatore hanno da poco bombardato Homs e attaccano con tutta la loro forza di fuoco i ribelli posizionati nella periferia di Damasco. I combattimenti arrivano fino alla città di Zabadani, vicino alla frontiera con il Libano.
Ciò che è sicuro è che il regime è appeso a un filo, tanto a livello politico che militare. Tenuto sotto scacco dalle mobilitazioni popolari e dalle azioni armate dell’Esl, deve affrontare un’altra dura realtà: l’imperialismo, che, dopo essergli stato tanto fedele, ora prende sempre più le distanze.
La nave della dittatura siriana affonda e i topi cominciano ad abbandonarla. Per l’imperialismo statunitense ed europeo Assad è diventato inutile al fine di garantire la stabilità del suo Paese e di una regione così in fermento; questa cosa lo trasforma in una pedina di cui l’imperialismo può fare a meno, proprio come è successo con Gheddafi.
La politica dell’imperialismo
L’imperialismo (statunitense ed europeo) e le borghesie arabe, che inizialmente lo hanno appoggiato totalmente, da alcuni mesi hanno cominciato a prendere distanza da Assad. Prima gli hanno lanciato degli avvertimenti, facendogli pressioni per cercare di trovare un’uscita negoziata. Assad si aggrappava al potere. Successivamente gli hanno imposto delle sanzioni economiche, di nuovo senza risultato. Alzando il tono della voce, la Lega Araba, che è un docile strumento nelle mani delle potenze imperialiste e che per mesi ha cercato in tutti i modi di trattare con Assad, ha deciso di sospenderlo come Paese membro.
Nessuna pressione è bastata. Assad non accetta di aprire nessuna valvola di sfogo per decomprimere un po’ una situazione che comincia a riscaldarsi un po’ troppo. In questo susseguirsi di cose, la Lega Araba, che recentemente ha ritirato la sua missione di osservatori in Siria a causa della recrudescenza della guerra civile, seguendo la linea dei suoi mandanti imperialisti, è passata da una linea vacillante alla richiesta diretta dell’abdicazione di Assad come requisito senza il quale non può esserci alcuna uscita dalla crisi.
La sua proposta “di pacificazione” implica la rinuncia di Assad (trasferendo il potere al vicepresidente) e la formazione di un “governo di unità” nell’ambito di un “potere condiviso” in Sira. Per questo, la Lega Araba è stata al Consiglio di Sicurezza dell’Onu e ha richiesto una risoluzione di condanna del regime. In realtà, anche l’attuale segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, ha chiesto pubblicamente ad Assad di “smettere di ammazzare la sua gente” e lo ha classificato come una “minaccia globale”.
Un altro vecchio alleato che ora volta la schiena ad Assad è l’emiro del Qatar, lo sceicco Hamad bin Jalifa al Zani. Quest’ultimo lo scorso 16 gennaio si è persino dichiarato a favore della richiesta che le truppe arabe mettano fine allo “spargimento di sangue” in Siria. Questa stessa linea è stata sostenuta, durante la recente riunione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, dal primo ministro del Qatar, Hamad Bin Jassim Al Thani, che ha aperto la sessione difendendo una linea di maggior rigore nei confronti di Assad, qualificato come “macchina assassina”. La Lega Araba e il Qatar: due duri colpi per Assad nel quadro dei Paesi della regione.
Tuttavia, il principale problema per l’attuale regime siriano, sul terreno della politica internazionale, è rappresentato dalla posizione della Francia, della Gran Bretagna e degli Usa. Tutti questi Paesi “si uniscono” alla richiesta della Lega Araba all’Onu (in realtà sono i veri ideatori di quella proposta di risoluzione), nel senso che ritengono urgente l’uscita di scena di Assad e l’avvio di una “transizione politica” verso un “sistema democratico e plurale”.
In questo quadro, il ministro francese delle relazioni estere, Alain Juppé, nel Consiglio di Sicurezza ha condannato quello che ha tacciato come “scandaloso silenzio” da parte dell’Onu in merito alla violenza in Siria. Il primo ministro britannico, David Cameron, il 31 gennaio ha sollecitato il Consiglio di Sicurezza a “non proteggere” il presidente siriano: “Bisogna fermare gli assassinii e il presidente Assad deve andarsene”, ha detto il premier britannico.
Da parte sua, l’imperialismo nordamericano sta facendo pressioni sul regime di Assad affinché questo rinunci finché la situazione gli permette di rinunciare. Susan Rice, ambasciatrice degli Stati Uniti all’Onu, ha presentato una relazione dove assicura che il numero dei morti non solo non è diminuito, ma è “più alto di prima”, con 40 morti in più al giorno, per un totale di 400 vittime da quando la sua missione ha avuto inizio.
Il direttore nazionale dell’intelligence nordamericana, James Clapper, ha dichiarato che la caduta del regime di Assad è “solo una questione di tempo”. Ha proseguito dicendo: “Io non vedo come egli potrà mantenere il controllo sul Paese”. Questa posizione di Clapper è condivisa dal direttore della Cia, l’ex generale David Petraeus (France Presse, 31/1/2012). Il governo Usa ha mandato la Segretaria di Stato, Hillary Clinton, a proporre le sue deliberazioni nella riunione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu del primo febbraio. La Clinton ha accusato Assad di avere instaurato un “regno del terrore”.
Perché questi rappresentanti dell’imperialismo statunitense, europeo e delle borghesie arabe emettono ora dichiarazioni contro Assad?
I veri motivi sono ben lontani da un presunto e improvviso sentimento umanitario nei confronti del popolo siriano che viene massacrato, o da una reale difesa delle libertà democratiche in quel Paese. Quelle potenze sono le stesse che hanno sempre sostenuto la dinastia degli Assad, la quale a sua volta fu sempre fedele nella consegna del petrolio, nell’applicazione delle ricette neoliberiste dell’Fmi e nel garantire le frontiere di Israele. Quello che sta dietro questa retorica “umanitaria” è la necessità vitale che ha l’imperialismo di sconfiggere il processo rivoluzionario in Siria e in tutta la regione; un processo che diventa più acuto con il permanere di Assad al potere. Il dittatore siriano si è trasformato in una pedina che non si può più sostenere. El Assad è attualmente un elemento di destabilizzazione, che non fa dormire sonni tranquilli all’imperialismo. Questo emerge nel progetto di risoluzione arabo-europeo sulla Siria dell’Onu, dove si sostiene che “la stabilità in Siria è un elemento chiave per la pace e la stabilità della regione (El País, 31/1/12). L’imperialismo, oltre che ipocrita, è pragmatico. Sa distinguere molto bene la tattica dalla strategia e, in questo senso, mantenere o meno questo o quel lacchè è per esso una questione meramente tattica. La linea è chiara: eliminare Assas per salvare l’essenziale del regime. Fare un passo indietro per farne poi due avanti.
Il castro-chavismo continua ad appoggiare dittatori assassini 
La verità è che a El Assad restano pochi alleati nello scenario internazionale. Li possiamo contare sulle dita di una mano e sono: Russia, Cina, Iran, Cuba, Venezuela e Nicaragua. La Russia, che è membro permanente del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, ha annunciato che porrà il veto su qualunque risoluzione che pretenda la deposizione di Assad. Il governo russo ha un interesse particolare nel mantenere El Assad al governo, perché il porto siriano di Tartus è l’unica base navale che la sua flotta ha a disposizione nel mediterraneo.
Da parte sua, Hugo Chávez ha emesso un comunicato tramite la sua Cancelleria con il quale “esprime il suo più fermo appoggio” al governo siriano “e riconosce l’ingente sforzo realizzato dal presidente Bashar Al Assad per favorire una soluzione politica alla complessa congiuntura che sta attraversando il Paese”. In questo modo, la corrente castro-chavista mantiene la propria posizione di appoggio ai dittatori sanguinari e pro-imperialisti contro la lotta delle masse di quei Paesi. Si collocano al fianco di quelle dittature e contro le masse, che vengono da loro accusate di commettere “atti terroristici”. Il tutto condito con la ben nota cantilena dell’“assedio imperialista” a un presunto leader antimperialista che rischierebbe di essere rovesciato “da forze straniere”, come si dice nel comunicato ufficiale.
L’appoggio a questi dittatori, oltre ad essere ripugnante, fortifica la posizione degli imperialisti, perché li rafforza nel loro tentativo di apparire come “i difensori della democrazia e dei diritti umani”. Tutto questo senza contare che la solidarietà castro-chavista ai tiranni del mondo arabo indebolisce la solidarietà che la giusta lotta delle masse popolari della Siria, e degli altri Paesi, necessitano con tanta urgenza.
Il problema dei problemi 
In Siria si sta sviluppando un processo abbastanza simile a quello a cui abbiamo assistito in Libia. Da un lato, ci sono le masse popolari che sono stanche delle imposizioni di una dittatura pro-imperialista, oltre che affamate, e che lottano con coraggio riuscendo a spezzare l’esercito ufficiale e ad armarsi contro il regime. Dall’altro lato, vediamo che quelle azioni delle masse sono dirette da una direzione borghese, in questo caso il cosiddetto Consiglio Nazionale Siriano (Cns), sorto negli ultimi mesi. Il Cns è composto da 190 membri, dei quali il 60% sono in Siria mentre gli altri sono in Turchia. Ne fanno parte i Fratelli Musulmani, i liberali, le varie fazioni curde, apparentemente i comitati di coordinamento locale.
Questo organismo, composto da esuli siriani, si presenta come un governo alternativo a El Assad. E’ già stato riconosciuto come governo ufficiale della Siria dal Consiglio Nazionale di Transizione (Cnt) libico e la cosa più probabile è che facciano lo stesso l’Arabia Saudita e altri alleati. Il Cns appoggia le azioni armate dell’Esl ma, contemporaneamente, chiede un intervento imperialista, fa appello ad un’“azione rapida” da parte della comunità internazionale per proteggere i civili “con tutti i mezzi necessari”.
Al contrario, un’altra piattaforma contrapposta, quella del Corpo Nazionale di Coordinamento, respinge ogni intervento straniereo. Secondo quanto riferiscono gli organi di stampa, sembra che la maggioranza degli attivisti siriani che organizzano le proteste popolari appoggino il Corpo Nazionale di Coordinamento e non vogliono saperne di soldati stranieri nel loro Paese. I sondaggi indicano che la gran maggioranza della popolazione siriana, nell’ambito della quale c’è una buona percentuale di oppositori, è contraria a qualsiasi tipo di invasione militare patrocinata dall’Onu.
Tuttavia, un grave problema sta nel fatto che il Corpo Nazionale di Coordinamento fa pressioni sull’Esl affinché si limiti a difendere le manifestazioni “pacifiche” rinunciando a offensive militari e alla conquista di territori. Questo è un grave errore che rischia di condurre la lotta in un vicolo cieco. La realtà dei fatti sta dimostrando a migliaia di giovani e lavoratori che da quasi un anno si scontrano nelle strade contro la dittatura sanguinaria di El Assad che non è solo imprescindibile organizzare l’autodifesa, ma che è urgente intensificare l’armamento generale delle masse popolari per intensificare e accelerare il processo di crisi all’interno dell’esercito regolare.
Dall’altra parte c’è Hamas, che aveva la sua sede a Damasco, dove viveva sotto la protezione di Assad. Jaled Meshalk, il massimo dirigente politico di questa organizzazione islamista palestinese, ha abbandonato la sede di Damasco e non si sa se è fuggito nel Qatar o in Egitto. Tuttavia, il grosso dell’apparato di Hamas è stato trasferito al Cairo. Hamas, lungi dall’intenzione di dirigere la giusta lotta delle masse popolari siriane contro Assad, si è limitato a una posizione di estraneità, che favorisce il dittatore.
Come Lit sosteniamo che il problema dei problemi, tanto in Siria come negli altri Paesi della regione che sono attraversati dall’ondata rivoluzionaria, è la questione della direzione rivoluzionaria. In questo senso, diciamo alle masse popolari siriane e ai combattenti e alle combattenti più coscienti di confidare solo nelle loro forze rivoluzionarie e di non nutrire nessuna aspettativa di né nell’imperialismo né nelle correnti politiche borghesi e arabo-islamiste.
E’ una questione di vita o di morte: nel vivo della lotta contro il regime di Assad, sia le masse popolari sia la classe operaia siriana devono auto-organizzarsi e autodeterminare i destini della loro lotta. Dirigenti come quelli attuali, tanto quelli del Cns che quelli dell’Esl, se momentaneamente possono collocarsi nello stesso campo militare delle masse popolari povere contro Assad, per la loro collocazione di classe prima o poi finiranno col tradire le reali aspirazioni delle masse popolari, non solo quelle economiche, ma anche quelle relative alle rivendicazioni democratiche.
L’unica via d’uscita, per una vittoria strategica, è costruire una direzione rivoluzionaria e internazionalista che prenda nelle proprie mani le redini della rivoluzione.
Pieno appoggio alla lotta delle masse siriane fino alla caduta del regime assassino di Assad! 
E’ necessario unificare le mobilitazioni in tutto il Paese e intensificare la lotta armata fino alla caduta del regime. E’ necessario approfondire la divisione delle forze armate del regime e che le masse rafforzino la loro organizzazione nella forma dei consigli popolari con funzionamento democratico; che questi, a loro volta, organizzino milizie armate, le cui azioni devono essere subordinate all’interesse generale della lotta.
In questo senso, come Lit respingiamo categoricamente – e chiediamo che venga respinto – qualunque tipo di intervento imperialista in Siria. Sono le masse popolari siriane, e solo loro, che devono decidere del loro destino. Non si può sperare che venga nulla di buono dalle potenze imperialiste né dai loro burattini, che hanno come unico obiettivo il saccheggio e lo sfruttamento dei Paesi subordinati.
Allo stesso modo, facciamo un appello a tutto il movimento sociale e alle organizzazioni politiche che si rivendicano di sinistra o che dicono di difendere i diritti umani a portare solidarietà attiva alla lotta delle masse siriane. Tramite le nostre organizzazioni dobbiamo rivendicare la rottura con il governo Assad: questa rivendicazione vale ovviamente anche nei confronti dei governi guidati da Chavez e dai Castro, fedeli difensori di questo regime, e nei confronti del governo Dilma in Brasile che, benché in forma più dissimulata, ha parimenti espresso appoggio politico ad Assad.
La lotta è per la caduta immediata di Assad e per l’instaurazione di un governo delle classi sfruttate siriane. Solo un governo operaio e popolare potrà convocare e garantire la realizzazione di un’assemblea costituente libera, democratica e sovrana per conquistare le libertà democratiche e liberare il Paese dall’imperialismo. Solo un governo operaio e popolare potrà mettere in atto uno scontro reale con lo stato nazi-sionista di Israele, enclave politico-militare dell’imperialismo nella regione, a partire dalla riappropriazione del territorio siriano corrispondente all’Alto Golan, occupato dai sionisti dal 1967.
Questo governo, fondato sulle organizzazioni e sulle milizie proletarie, dovrà inoltre processare e punire tutti i crimini di Assad e della sua cricca dittatoriale; confiscare i suoi beni e porli sotto il controllo popolare e al servizio delle masse affamate; annullare tutti i contratti relativi allo sfruttamento del petrolio e gli altri contratti stipulai da Assad che subordinano il Paese all’imperialismo; nazionalizzare subito il petrolio e tutte le risorse del Paese sotto il controllo del proletariato e al fine di mettere in atto un piano di emergenza che risponda ai bisogni più urgenti delle masse lavoratrici siriane, avanzando verso la prospettiva di una Federazione delle Repubbliche Socialiste Arabe. 

1) Lev Trotsky, I problemi della guerra civile. Trascrizione di un discorso di Trotsky alla Conferenza della Società di scienze militari di Mosca, nel luglio 1924. Prima pubblicazione sulla Pravda, 6 settembre 1924. Inedito in italiano. (Ndt)