Se ne è andata Franca Rame. Un'altro esponente autorevole, in cui la società civile, o meglio una certa parte della società civile si riconosceva ci ha lasciato. Franca, mogie di Dario Fo, aveva 84 anni ed era malata da tempo. Lascia dietro di se un vuoto incolmabile. In un panorama infestato da mezze figure,mezze calze, quaqqaraquà, che quotidianamente popolano e violentano la nostra coscienza civile, la scomparsa di persone come Franca Rame, insieme a quella di Don Gallo, va oltre la morte del corpo, costituisce la perdita di un elemento importante, fondamentale per la promozione della dignità della persona umana. Un esempio. La terribile esperienza che visse nel 1973, quando fu rapita da esponenti di estrema destra e fu costretta a subire violenze fisiche e sessuali, fu riportata da Franca non senza dolore in un monologo teatrale di denuncia, che di seguito pubblichiamo. Oggi a distanza di 40 anni gli episodi di violenza sulle donne si sono moltiplicati, diventati più crudi e selvaggi mostrando come quel monologo di denuncia sia caduto nel vuoto di una società cinica e crudele. Finalmente ieri è stata approvata dalla Camera la convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica. Ma la discussione del testo ha visto l'aula della Camera quasi deserta, tanto da suscitare l'indignazione della presidente della Camera Laura Boldrini. Appunto le famose mezze calze e quaqquaraquà che infestano il Parlamento hanno mostrato anche in questo frangente la loro indegna pochezza. Ciao Franca ci mancherai.
Le rovine
"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"
Buenaventura Durruti
mercoledì 29 maggio 2013
martedì 28 maggio 2013
Resistenza in Ciociaria, una pagina di storia negata.
Luciano Granieri
Lunedì scorso 27 maggio è stato presentato presso la saletta
centro delle arti il libro “Guerra e
resistenza a sud di Roma, Monti Prenestini e Alta Valle del Sacco, 8 settembre 1943 5 giugno 1944” scritto da
Roberto Salvatori presidente dell’ANPI
di Genazzano. L’evento organizzato nell’ambito
della campagna patrocinata dalla Coop
Unicoop Tirreno dal titolo “il maggio dei libri, leggere fa crescere” ha visto la presenza dell’autore e dello
scrittore giornalista, nonché presidente del conservatorio di Frosinone
Tarcisio Tarquini.
Il libro stampato
grazie alla generosità del comune di Bellegra, con il contributo dell’ANPI, è un
documento prezioso che illumina una parte della resistenza italiana, quella sviluppatasi a nord della provincia di
Frosinone, rimasta nel buio di un oblio scandaloso. Nella presentazione di Tarcisio Tarquini e
nella parole dello stesso autore Roberto Salvatori emerge con forza l’importanza, la centralità di molti partigiani e
combattenti che hanno contribuito, mettendo a rischio la loro vita, alla liberazione dal nazifascismo , anche in
quella parte di territorio compreso fra Roma e Frosinone.
Una pagina di
resistenza negata che Salvatori, grazie ad un paziente lavoro di ricerca
documentale, integrato dalla testimonianza di vecchi partigiani che
quella lotta avevano vissuto, ha illuminato e ha restituito alla storia. L’autore spiega anche molto chiaramente le
ragioni per cui le vicende del
comandante partigiano Enrico Giannetti o
del combattente Vitaliano Corsi, siano
rimaste nell’ombra.
E ci rivela ciò che
è sempre stato chiaro a molti, fuori da ogni retorica celebrativa. E cioè che in realtà soprattutto nelle nostre
zone la lotta resistenziale è stata sempre mal
tollerata, anzi la classe dirigente locale dei paesi e delle contrade
dell’alta Valle del Sacco, è rimasta al
suo posto anche dopo la liberazione. I
podestà dell’era fascista, spesso
rimanevano sindaci dei propri paesi anche dopo la liberazione.
Il sacrificio di tante vite umane purtroppo
non è servito a cambiare la classe dirigente
riciclatasi dal regime fascista alla democrazia repubblicana. Ecco dunque che il passato criminale dei
podestà divenuti sindaci, non doveva e non poteva venire alla luce in tutta la
sua nefandezza . In un territorio ad alta densità cristiana, democristiana e nostalgico-monarchica le poche azioni resistenziali
messe in risalto dalla storia erano quelle compiute dai cattolici piccolo borghesi.
Dei
combattenti comunisti nulla si seppe, eppure
questi ebbero grandi meriti nel condurre la lotta partigiana nei nostri
territori. Un lotta che, pur combattuta da forze non così organizzate come le
brigate attive sull’Appennino, ha ottenuto risultati notevoli grazia proprio
alla sapiente azione militare e politica dei partigiani comunisti. Ma, ad esempio, Il
memoriale scritto dal partigiano Remo alias Vitaliano Corsi di Zagarolo
e proposto alla Rai perché lo rendesse pubblico, non fu neanche preso in considerazione dai
vertici di Viale Mazzini, i quali erano
poco interessati alle gesta di un povero eroe combattente di paese.
Questo libro è l’ennesima testimonianza di come
in realtà il legame con l’orrore fascista non si sia mai spezzato del tutto, già a partire dal
primissimo dopo guerra. Salvatori
ricorda come grande fu la tentazione del
maresciallo Badoglio, un volta divenuto primo ministro dopo l’esautoramento di
Mussolini, di liberare dalle carceri
solo gli antifascisti cattolici e liberali, lasciando in galera comunisti e anarchici.
Se ciò non avvenne fu per la minaccia di sollevazione che le formazioni anarchiche e comuniste rivolsero
al neo capo del governo, nel caso avesse dato seguito ai suoi propositi. Su questa pratica mai chiusa con il passato
fascista si sono innestati i diversi
processi revisionistici che hanno riscritto la storia in modo fallace e hanno
nascosto molti capitoli di quelle vicende sanguinose che hanno portato alla
liberazione.
Il non riconoscimento che le
battaglie partigiane oltre ad essere lotta di liberazione dalla dittatura e dall’occupazione straniera, svolsero
la funzione di puro conflitto di classe
e lotta di liberazione dal capitalismo, rende
parziale il racconto di quei fatti . Le riflessioni che ho sopra riportate non
sono che una minima parte dei ragionamenti che il libro sollecita.
Purtroppo il
testo pubblicato grazie al comune di Bellegra che ne è di fatto l’editore, è consultabile solo presso le biblioteche
della Valle del Sacco e la biblioteca provinciale di Frosinone. Non è ancora in
vendita, ma si spera che grazie all’interessamento della casa editrice “Alegre”
presto questo documento che fa luce su una vicenda storica rimasta volutamente
nascosta, possa essere acquistato anche
in libreria.
«Tu sei chi escludi» (Don Andrea Gallo).
Don Andrea Gallo
La scelta irrinunciabile della non-violenza attiva, la lotta contro tutti gli imperialismi possibili, l’amore incondizionato per l’altro. «Restiamo Umani!». Don Gallo legge (e rilegge) «Vik» Arrigoni Testimonianza esclusiva raccolta da Fulvio Renzi il 28 settembre 2012 presso la Comunità San Benedetto al Porto a Genova, durante le riprese di Restiano Umani – The Reading Movie (www.restiamoumani.com), il film della lettura integrale dei 19 capitoli del libro Gaza – Restiamo Umani scritto da Vittorio Arrigoni e a cui Don Gallo ha partecipato nella lettura di uno dei capitoli.
«Restiamo Umani»: per me è diventato proprio un motto, vuol dire riconoscere la nazionalità unica di tutti gli esseri umani: noi abbiamo tutti nazionalità umana. Questo è fondamentale. Ormai per me è una specie di deformazione professionale, è la mia prima giaculatoria, come prete cattolico (sai che i preti usano molto le giaculatorie….) Ovunque io vada, e ormai giro l’Italia, e non solo, mi invitano e io incomincio e dico: «Vi dò intanto la mia giaculatoria: Restiamo Umani!». E ne faccio seguire un’altra, imparata per strada, sostituendo quel vecchio proverbio molto noto, «Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei», con quello che mi è stato suggerito per strada: «Dimmi chi escludi e ti dirò chi sei». Ecco quindi il mio motto, è fondamentale. Se ciascuno di noi riconosce la sua appartenenza a questa umanità, senza nessuna distinzione di razza, di religione, di sesso, superando tutte le discriminazioni, allora diventiamo veramente «uomini» e camminiamo insieme verso l’obiettivo comune di una civiltà che, grazie all’impegno personale, rendiamo a misura d’uomo.
Intanto vorrei fare una piccola premessa: quando io parlo di Vittorio Arrigoni, rivedo la mia storia, perché io a 16 anni, al termine della tragica seconda guerra mondiale, grazie a mio fratello maggiore, tenente del Genio Pontieri, disertore che aveva formato una brigata partigiana, io divento partigiano, cioè entro nella Resistenza. Ti dirò che allora la nostra era una resistenza armata, e approvata addirittura dalle gerarchie cattoliche; ma dopo gli anni ’50 ho incontrato i partigiani della Selva Lacandona, i Sem Terra, le cooperative indiane, in Africa il Burkina Faso, il Frelimo… Tutti han fatto la loro resistenza e io mi inchino… Pensa alla rivoluzione cubana! Ma la svolta epocale – e questo è Vittorio – è la scelta della non violenza. Altrimenti si andrebbe in contraddizione anche con il grande grido «Restiamo Umani». La scelta della non violenza è la svolta fondamentale dell’umanità, ma una non violenza che vuol dire pacifismo attivo; ripercorrendo le antiche radici dell’uomo, via via nei secoli, ecco che arriva Gesù di Nazareth, arrivano altri profeti, arriva Gandhi… E arriva anche la scelta dell’autentica non violenza.
Il potere ormai è onnipresente, il potere è di per sé crudele, i poteri sono diventati così (crudeli) per difendere il loro modello di sviluppo imperialistico – basato sull’assenza e sulla brama del lucro, quindi le uccisioni, gli esuberi… È chiaro che ormai il potere schiaccia tutti e poi oggi il monopolio dei mass media ha causato una perdita di coscienza, ed ecco che si accentuano le divisioni. E allora qual è l’unico valore,la sola speranza di questo nuovo terzo millennio? È la non violenza. L’umanità stessa. Però dev’essere contagiosa, cioè si deve allargare.
La democrazia è l’unico limite per un sistema economico ancora così – come dire? – da genocidio, che ricorre a tutti i mezzi, comprese le armi, per far prevalere l’imperialismo occidentale (ma il discorso vale anche per altre forme di imperialismo che si potrebbero creare); l’imperialismo si sconfigge con la democrazia partecipata, la partecipazione democratica – e pertanto anche libera, indipendente e pacifica. È un cammino duro, difficile, è un cammino faticoso, ma è questa secondo me la strada.
Qui devo citare il mio Papa Giovanni XXIII, che lascia l’ultima sua lettera del ’63, e dice: «Chi sostiene di portare la democrazia con le armi è pazzo!». Il testo latino dell’enciclica papale dice alienum est a ratione: è pazzo! Quindi la non violenza è proprio guarire da tutte le nostre malattie mentali. È chiaro che per diventare come Vittorio, e come tantissimi altri in tutto il mondo, è necessario, alla greca, una metànoia, cioè bisogna non solo migliorare, approfondire, avere sempre altre motivazioni, no: bisogna tagliare la nostra testa e metterne una nuova… Il termine greco intende proprio questo.
Devo ricordare il mio incontro con i Sem Terra del Brasile. Essi, per sopravvivere, decidono di coltivare gli immensi campi abbandonati dai padroni terrieri, e lo fanno, restando fedeli alla non violenza. Il succo di questo incontro qual è stato? «Vedi Don Gallo, noi in questi anni abbiamo avuto già 3000 morti tra i nostri ragazzi, uccisi dagli squadroni paramilitari» e, qui in questa stanzetta, ho visto brillare gli occhi di questi Sem Terra, orgogliosamente… Sì, era vero. «…almeno 3000 ce ne hanno uccisi, però noi abbiamo già 3000 iscritti alle università brasiliane, il futuro del Brasile!» Vedi, questa fiducia immensa, come dire, quasi una certezza che la non violenza è l’unica strada per vincere… Cioè praticamente dice: «Il male grida forte e tutti si accorgono della realtà, ma la speranza in un mondo migliore è ancora più forte e proprio attraverso l’umano, donando la propria vita. Perché si rischia…»
Donare la vita: io la chiamerei proprio – se così si può dire – una religione universale, che racchiude tutte le altre, nel senso che a un certo momento uno si alza la mattina, è uscito fuori dalla società dello spettacolo, dove tutto è dovuto e allora nascono nuovi consumismi e garantismi. No! Il pacifista umano si alza la mattina e dice: «Cosa posso fare per gli altri?». A cominciare dalla propria famiglia fino ad allargare lo sguardo al mondo intero.
Da Il manifesto del 28/05/2013.
lunedì 27 maggio 2013
Bologna. Scontri tra studenti e polizia. Gli agenti si ritirano
Radio Città del Capo
27 mag. – Scontri violenti tra polizia, carabinieri e studenti in piazza Verdi per un’assemblea indetta dal Collettivo Universitario Autonomo. Dopo le cariche la reazione degli studenti è stata tale, con violenti lanci di bottiglie, da fare arretrare le forze dell’ordine.
Poco dopo le 18 i carabinieri avevano chiesto agli studenti non utilizzare il megafono per l’assemblea ed hanno cercato di impedire l’ingresso della piazza agli attivisti del collettivo. Dopo mezz’ora di fronteggiamento la situazione è degenerata: dopo vari tentativi di far retrocedere gli studenti a colpi di manganello, carabinieri e poliziotti sono arretrati, correndo, colpiti da bottiglie lanciate dagli studenti. Agenti e militari si sono rifugiati dentro i blindati parcheggiati sotto al portico del Teatro comunale. La folla di studenti è avanzata dietro di loro e sono state lanciate bottiglie e altri oggetti contro i blindati. Diversi gli scudi rotti, via Zamboni è una distesa di vetri rotti.
Anche prima, durante le azioni di respingimento, erano volate bottiglie, anche a caso, e molte persone presenti in via Zamboni e piazza Verdi hanno cominciato a correre spaventate.
Un fotografo, Mario Carlini, è stato ferito alla testa da una bottiglia e ci sono almeno 5 feriti tra le forze dell’ordine, soccorsi dall’ambulanza. Il Cua parla di tre ragazzi e una ragazza feriti che sarebbero andati al Pronto soccorso.
Santa Rita, Gigione e il "Maligno"
Luciano Granieri
Il maligno alla festa di Santa Rita. Frosinone 26 maggio. Durante l'esibizione di Gigione per le celebrazioni in onore della Santa presso il santuario Madonna della Neve, il famosissimo cantante nazional - popolare, come folgorato, inizia a cantare con la voce di DEMETRIO STRATOS e si produce in una eccellente esibizione di Luglio Agosto e Settembre nero. Il pubblico, prima si mostra disorientato poi spaventato. Teme l'intervento del maligno. Alcuni esorcisti immediatamente convocati accorrono. Ma quando Gigione riavutosi attacca "O' ballo ro cavalle" passa lo spavento. Rimane comunque l'inquietante dubbio. Il maligno sarà intervenuto o no durante la festa di S.Rita a Frosinone?
sabato 25 maggio 2013
Tam-tam d'ultimora- Sabato 25 maggio 2013
Oreste Scalzone
Rompo il silenzio-''stampa'' (silenzio provvisorio, da troppo
di ''parole in
corso'', che per ora almeno – poi che ''tutto'' è 'in corso d'opera',
semi-lavorato, anacoluto, parolazione 'a fondo perduto', 'a somma zero', al
vento, ''pieno a perdere'' – si risolve in nulla-di-fatto [e finito]...), per
far 'rimbalzare' un'informazione, e un appello.
''Cass'integrati''
della Fiat di Pomigliano d'Arco e 'deportati' nel reparto-confino di Nola
stanno facendo un picchetto nella piazzetta attigua alla Villa comunale di
Pomigliano d'Arco antistante il caseificio «SanGennaro».
Lì, la settimana
scorsa avevano occupato uno spazio, una specie di stanzone da anni dismesso e
inutilizzato, per farne un centro di discussione e azione sociale.
Naturalmente, le
forze di polizia erano prontamente intervenuti a sgomberarli, a sbaraccare
quella piccola infrastruttura d'intelligenza, resistenza e lotta sociale.
Naturalmente, i
varî Letta/Alfano & relativi complici, servi, padroni, servopadroni,
giullari, pagliacci, sbirri e teppa – in senso salamoviano – varia ; prosseneti
sociali, sicofanti, comparse di batracomiomachìe, cortigiani, 'bravacci',
affaristi, giovinsignori, tenori e soprano, baritoni e bassi di cospirazionismi
antiterroristi, forcajoli peraltro 'a corrente alternata', micro-despoti,
Caligola, cavalli, Rodomonti parvenus del politicantismo... –, naturalmente
quest'armata Brancaleone, demenziale e decerebrata/decerebrante, moralista
an-etica, coi relativi cap'in testa, a cominciare ''r'o megli'e tutt'' , il
Presidente della Repubblica [fondata sul Lavoro sfruttato], il Capo dello Stato
Napolitano, con i relativi mèntori tipo Citizen-Scalfari e via degradando,
naturalmente questo nauseabondo 'generone' senza scuorno spande chiacchiere,
nel mentre che tiene naturaliter bordone al Signor Fiat del momento, il
vampirico Marchionne. Naturalmente, i sensali e 'faccendieri' sindacali, in
prim'ultima analisi ruffiani della padronalità e fabbricatori di
servo/padronilità, assordano col loro silenzio-assenso.
Così, 'alla fine
della fiera', davanti allo stanzone alla Villa comunale di Pomigliano c'erano
dalle 8 di stamattina decine di poliziotti, carabinieri ed elementi della
polizia municipale, pronti a impedire una ri-occupazione del luogo.
Naturalmente,
LorSignori ci tengono a che la vera e propria guerra sociale scatenata
dall'alto che sta sotto tutto il florilegio di vaniloqui su crisi, baratri, «
crescite » e « Lavoro » [Valore del-], possa proseguirsi con un belligerante
solo, e col « nemico » disarmato, inerme e quanto più è possibile reso abietto,
servile anzi servo/padronile, anestetizzato e dirottato su diversivi,
'specchietti per allodole', spaventapasseri e
fantasmi varî.
Naturalmente,
questa larga oligarchia si presenta nella forma più volgarmente demagogica, in
un legame di doppia dipendenza democrato-crazìa/oclocrazia [da oclos, folla],
dove, per dirla con Walter Benjamin, la nozione di « classe » si decompone, e
le genti sono 'formattate' come 'popolaccio', segnato da « desiderio mimetico
», vuoi nella forma concorrenziale che nel grande malinteso della ritorsione.
Ridotti a ''proprietarî
d'identità'' (legittimista, vittimaria, avvelenata dalla nuvola di fiele del
risentimento, e basta) come massimo di ''ribellione'' – sfogatoio ad una
indignazione rinfocolata e attizzata a condizione che non si traduca in
consapevolezza critica e azione comune indipendente, comune autonomia –, come
orizzonte del sogno riescono a pensare solo
e soltanto alla
galera. Galera per qualcuno, tirato fuori dal mazzo e agitato come uno
spaventapasseri – è relativamente secondario chi sia in questione, il dato
rilevante è che l'orizzonte mentale e affettivo di tanta gente è divenuto un
orizzonte, esclusivamente o quasi, giudiziario-carcerario. Come dire :
l'indignazione si traduce in niente di più che « cazzimme » [Cfr. Dizionario
italiano-napoletano]...
Coi mezzi tecnici
già a disposizione e a venire, questo, questa risoluta mutazione antropologica,
questa ''controrivoluzione, controinsurrezione preventiva'' può, certo,
realizzarsi sempre più ; ma non è detto che il 'corso delle cose' non possa
essere arrovesciato (per ora, dato che time's out, rinvierei in proposito – e
ci torneremo in seguito – ad alcuni passaggi di un'ultima intervista di Gunther
Anders...).
Per ora ci fermiamo
qui, invitando chi si trova nell'area napoletana e dovesse per avventura leggere
in quasi-tempo reale queste righe, a raggiungere Pomigliano già oggi, o nelle
prossime scadenze che verranno indicate.
[Un piccolo
poscritto strettamente personale e anche un po' imbarazzantemente sentimentale
: inchiodato (finalmente ?) ad esser ''cavia'' in un protocollo sperimentale di
terapia contro il virus dell'epatite C, più che trentennale ricordo di
trasfusione in Centro clinico penitenziario, 'stavolta non posso 'essere della
partita', non ho potuto raggiungere compagni & compagne ''della tenda
rossa'' davanti ai cancelli della fabbrica di Pomigliano, come tante altre
volte, compresa la 'trasferta' a Taranto-Ilva contro il doppio vincolo ''pane
& veleno''... Se qualcuno/a ci va, oggi o nelle prossime scadenze, lo fa un
po', se gli va, anche da parte mia].
Un saluto
''comunàuta''* libertario
[* comun'autonomo,
per l' accomunazione, 'comunardo'
– anzi, tenendoci
all'autodefinizione, «comunalista»],
o.s.
Paris, 25 maggio
2013
Se salutamo adesso? (Roma-Napoli 2-1)
Kansas City 1927
“L’ultima volta che so venuto allo stadio così scarico era er derby der cuore e c’avevo 12 anni”. So le crude parole de uno dei compagni de spalti a sintetizzà co spietata efficacia il mortale tasso de scojonamento che ce conduce all’ultima de campionato.
E’ vero è già successo in passato de arivà in fondo senza più niente da giocasse, ma il fatto che quest’anno nse stia già in mentalità infradito e ombrellone è straniante.
De oggi nte ne frega niente, ma de sta stagione te frega ancora tantissimo, troppo, male.
Ma a domenica prossima tocca arivacce in qualche modo, e il modo de oggi è passà sti 90 minuti in compagnia della rappresentativa Anni Azzurri, 11 ragazzi venuti in soggiorno premio a Roma a fa na bella scampagnata de quelle da facce un album “Scampagnata a Roma” su Facebook.
Che poi grossomodo i titolari ce stanno, anche se uno se stucca praticamente subito, e il match perde un possibile protagonista quando Pandev accusa un risentimento ar flessore dell’attaccatura dei capelli. Al posto suo entra Elca Ddueuri, ragazzo che reca ner cognome er valore che je se assegna in sede de calciomercato, El meno famoso tra gli El, co Sciaraui che l’ha messo mpo nell’ombra.
Dei titolari nostri invece manca IL titolare, che gode de na mezza ferie a causa del saluto vigoroso impartito a Mexes su a Milano, domenica scorsa. Ma in campo c’è qualcuno che pensa comunque sempre e solo a Lui, e che pe l’ultima volta dentro a sto campionato je vorebbe fa vedè che je assomìa, che so simili, che ponno esse one love one life when it’s one need in the night.
“Sta punizione è pe te Ercapitano”
“Ma non te può sentì scusa...”
“STA PUNIZIONE E’ PE TE ERCAPITANO”
“Ma non sta qui, non è che se strilli...”
“Dici mejo se je mando un whatsapp?”
“Evita. Fidate. Tira sta punizione.”
"Ma love is a temper, love is a highlight law..."
"Fa come te pare, poi se cambia numero e nte dice niente non piagne co me eh?"
Miralem traccia un tracciante che grida vendetta, meraviglia e amore ai tempi dell’iphone, ma Rosati quello na volta che sta in campo je la voi fa fa na parata? So tre giorni che sta a chiamà tutta la rubrica e a mandà messaggi pe dì che domenica gioca, s’è messo er mysky a registrà dalle 14 alle 18 nsia mai che lo intervistano prima o dopo, se può pure capì no?
L’artri trotterellano come se fossero circondati da trentadue trentini e stessero alle porte der capoluogo natìo, condividendo co tutti noi l’unico vero retropensiero che ce tiene vivi nella paura: non corete, non allungate, non sudate, non piate colpi d’aria, santissimiddio NON VE ROMPETE.
Il tutto a costo de rompese noi, non ner senso de riportà lesioni ma de non assiste alla più entusiasmante delle partite, però va bene, va bene tutto, basta preservà er patrimonio tecnicotattico che batte er cuore ci fa, e der quale tentamo de indovinà le percentuali de impiego ner futuro prossimo immediato.
“Se sta a giocà Destro vordì che ar derby mette Osvardo”
“O vedi quanto sei ingenuo? Guarda beato a te che ncapisci mai un cazzo, se vive bene così vè?”
“Ma che voi oh”
“Ma scusa se gioca Destro vordì che o vole tenè caldo pe domenica prossima no? Che fai er turnover co sette giorni de anticipo”
“Aaaahh me stai a dì che te sei così aretrato che non tieni conto daa strategia. Quello che dici te è quello che pensano tutti, allora Aurelio che fa, o fa giocà così pare che poi gioca lui e invece a sorpresa poi imbocca Er Cipolla!”
“Nte ce facevo così scartro”
“Ma perché Nico Lopez che t’ha fatto?”
E in attesa de capì chi c’avrà ragione tra le scuole de pensiero, Dexter saa gioca e sgomita e sportella e sgrugna e core e s’agita e scarcetta e insomma come se dice fa movimento e fa salì la squadra. Noi semo sicuramente contenti de tutte ste prerogative dell’attaccante moderno eh, però ecco ogni tanto, noi nostargici de un carcio che nce sta più, noi aggrappati a riti vetusti e ormai mandati in soffitta dale statistiche e dale grafiche interattive, ecco a noi ogni tanto ce piacerebbe pure vedè il repertorio dell’attaccante antico: er tiro in porta, pe nun parlà der gò.
L’occasione ce sarebbe in chiusura de primo tempo quando il Marquinho che finice senza s costringe Rosati a fa na bella parata e quindi a fallo distrarre pe preparà le risposte a Ilaria ner dopopartita (che poi nse capisce perché una come Ilaria a st’ora non stia a Formentera ma a aspettà de invervistà Rosati), lasciando la porta mezza vuota. La palla sta là ballerina sbarazzina birichina in mezzo all’areina come a dire “edddddaaaiii madonna ma che ce vo’, se c’avevo na zampa me la davo da sola sta bottarella, daje su, daje che me nvecchio, daje che me sgonfio, daje che me scuoio”. Ma Dexter oggi s’è scordato er vocabolario Italiano-Pallonese a Ascoli Piceno e quindi capisce che deve prima pià er palo e poi tentà ninutile palombella moscia, e per quanto la richiesta possa sembrà strana, uno che pe mesi ha portato quei capelli c’ha un senso dello strano diverso dar comune, dunque esegue. Er primo tempo se chiude così come la palo bella: moscio e strano, nse intuisce come se possa smoscià sto match.
Ma come se riscende, l'inerzia se vizia e se spezia e succede così che un crossetto senza pretese arivi dorce sur petto glabro der Coco che stoppa, appizza e chiama a sé tutti i fotografi der monnonfame oriundo e non, pe immortalà la siusta che lui, mancino de fino, tirerà di lì a pochi secondi verso Rosati, il quale Rosati, come amichetto ar mare in posa tra le onde, se tufferà macho e gaglioffo pe fasse bello co le ragazze sur bagnasciuga, che ormai l'andazzo pare esse questo.
Ma tra tanta beltate e complicitate metrosexual subentra un omo che pur nela caciara e nell'ingobbimento medio delle sue gesta un pregio vanta rispetto agli imberbi partner de giornata: a tratti più frequenti de quanto non accada agli altri, a Marquinho je puzza er culo, ner senso che ce tiene, dice no al fronzolo e tramite nota arma letale porta sovente a casa nanalisi dele urine dai risultati soddisfacenti.
Pertanto, vista la palla a rimbarzella, Marquinho coje l'infinito attimo che separa lo stop de petto der Coco dar tiro de collo der Coco, quell'attimo utile ar Coco a pià gel e pinzetta pe pettinà e spuntà capello e sopraccija, e utile a lui pe trova la prima busta de piscio nei paraggi, quella sbajata perché de destro ner senso der piede, e scajalla co insana violenza verso la porta artrui, realizzando il più classico dei gò spettacolari fatti cor piede sbajato. Perché er manuale der carcio che Artafini non lesse mai, narra che più er piede con cui se tira è consapevolmente e umilmente quello impedito, meno saranno le pretese a gli arzigogoli der gesto, più la sostanza arriderà all'impresa, al coraggio, ar basso profilo e alla fantasia. Busta ar volo de destro der mancino Marquinho, palla sotto l'incrocio, uno a zero pe noi, panzata de Rosati che fa splash.
Ma er Piceno c’ha ancora da fasse perdonà quella mezza roba de fine primo tempo, al che decide de fa mber discorsetto ar dirimpettaio avversario deputato alla di lui marcatura: “Rolando, senti, o sai da quant’è che non fanno più ride ardogiovanneggiacomo? Mo te pare che io posso sta ancora appresso a miiiinoncipossocredereeee? Lo capisci da te, essi bono, sei superato, sguarcito da anni de pubblicità imbarazzanti de la Wind, le videocassette dei corti l’amo consumate, se le semo imparate a memoria, acquacassatacarcanellaaaa, basta adesso, fatte da parte, fai spazio alle nuove leve der cabaret, guarda se ste scansi nattimo come li faccio soride a tutti questi, guarda eh. Ah nte voi scansà? Allora movvedi, movve.”
Dexter riceve palla e ricevendo se gira, e girandose se porta appresso Rolando, e co un solo accenno de contromovimento lo adagia culo sur prato, je mette in mano 2 euro, lo manda a comprà er latte, je impartisce il Sacro Ammonimento Dei Compratori De Latte “riporta il resto, nte fa fregà co le Goleador”, ma intanto sta già oltre, co solo un portiere de riserva tra lui e il gò che se merita pe quanto s’è sbattuto oggi.
Rosati, Morettianamente, se interroga “me se nota de più co na parata o co na mezza quaja?”, l’istinto je suggerisce la seconda, ergo sbandiera na mano senza vita, opposizione solo parziale, smanacciamento utile solo a rallentà ma non a devià il corso degli eventi che puntualmente prendono forma: gò, dueazzero, Destro sotto la curva. Bello de casa lui, famo che quest’anno te sei preparato, hai fatto er corso de cucina, te sei comprato tutti i feri der mestiere e poi c’hai dato l’antipasto, che pure c’è piaciuto parecchio, ma l’anno prossimo ce devi ingozzà, volemo l’indigestione. Noi ce credemo un sacco, stamo già carichi de acquolina, mo poi ciai pure i capelli tagliati normali, capace che prima o poi diventamo tutti mpo più normali, aiutace pure te.
Partita finita? Boh. Pensamo ar futuro? Mah. Quello là per esempio, quello che sta sula panchina loro, l’omo che sussurava alle fratte e le fratte je rispondevano “stamo qua, sula testa tua”, che cazzo ha deciso? So du settimane che stamo a fa opera de autoconvinzione a suon de “Maaaaa che te devo dì, non è COSI’ antipatico, ala fine ognuno c’ha er carattere suo, so spigoli della personalità che rendono interessante er personaggio, poi non è che proprio piagne sempre sempre sempre, io so abbastanza sicuro che na volta nel 95 ho sentito n’intervista dove nse lamentava de niente, nsarebbe malaccio dai, e poi se ce l’hai contro te sta sur cazzo ma come se mette la tuta tua diventa er mejo gladiatore der monnonfame, orgojo de Roma e unico erede de tutti li mortaccinostra”. Tutte argomentazioni che se sarebbero sciolte di lì a poco come neve sotto l’inchiostro de na firma co l’Inter. Quindi partita finita? No.
Mo. Alla Roma de quest'anno tutto je se po dì. Ma tutto tutto, compresa quella vasta gamma de espressioni valevoli querele multiple e inimicizia dei più svariati culti, dai più diffusi ai meno noti, senza trascurà sette e logge massoniche. Se narra che qualcuno in Sud a un gò sbajato abbia esclamato "Mannaggia la quota associativa de Scientology e l'anima de tutti gli ufo raeliani", va a sapé. Fatto sta che je so può dì tutto, ma non che non sia coerente. Perchè na costante è stata tale dall'inizio alla fine, e anche quando il risultato l'ha smentita, lei è stata comunque con noi: la certezza granitica che nessun vantaggio te possa mette al sicuro dalla beffa finale. E pe esse coerenti fino in fondo sta partita mpo fa eccezione, pure questa ce deve avè il suo Calvario, e chi po esse er protagonista der Calvario se non l’atleta de Cristo?
Quello, mai pago de tuffi carpiati e luciferini utili solo a fornì laici alibi a chiunque dovesse ritrovasse di lì a poco a pronuncià er Nome dell’Allenatore de Cavani invano, ignorando ogni compensazione woytiliana che mai se la sarebbe presa con un rappresentante a caso dell’est europeo liberato dal comunismo, lesto s’avvede dela quaja rumena impegnata nell’ennesima respinta a jab e a cazzo de cane sula testa de un napoletano de passaggio, e ingordo s’approfitta, a porta vòta insacca, senza pietà né carità alcuna addirittura esurta.
“Te se potesse arugginì l’apparecchio” pensamo ritrovandose all’improvviso a guardà er cronometro che sdegnato ce risponde “ah mo me guardate eh? sete stati fino a mo a favve l’affari vostra e mo me guardate eh? allora o sai che c’è? mo vado lento apposta, così a prossima vorta vemparate a damme attenzione”.
E così, de na partita de cui non ce ne fregava gnente, passamo l’urtimi cinque minuti a digrignà e strigne manco fosse utili a chissà che.
Ma invece è finita. La partita, mica la stagione. E, dentro ar mondo nostro tutto ar contrario, non ce stupisce manco mpo il fatto che de 38 partite la più importante de tutte sia la trentanovesima, quella che qualche mese fa manco sapevi de dové giocà. Ar pallone je piace de fatte le sorprese. Pure quelle che non sai se auguratte de vive o non volé vive mai. Pe ritrovasse presto co na cicatrice in più dentro ar còre. Che sia de gioia, comunque per amore.
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