Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

domenica 8 settembre 2013

LA RIVOLTA DI S.BASILIO E IL SACRIFICIO DI FABRIZIO CERUSO

Confederazione Cobas



L'8 settembre nella memoria storica non testimonia soltanto l'impari e iniziale Resistenza romana di Porta S.Paolo all'occupazione nazista del 1943, all'indomani della rovinosa caduta del fascismo e della precipitosa fuga della monarchia a Bari.


Nel cuore e sui muri di Roma, l'8 settembre, trova posto la figura del compagno Fabrizio Ceruso, ucciso a 19 anni dalla violenza dello Stato, mentre era a S.Basilio a sostenere la resistenza popolare per il diritto alla casa.

Era l'8 settembre 1974, il terzo giorno di un'estenuante resistenza opposta da una molteplicità di compagni/e agli sgomberi delle case occupate da centinaia di famiglie.

Quando l'enorme schieramento di Polizia tentò l'affondo con inusitata violenza, una proletaria, da una casa popolare di fronte a quella occupata,, imbracciato un fucile da caccia, sparò un colpo in aria con l'intento partecipe di fermare la bestialità dello sgombero.

Le cariche poliziesche non cessarono, anzi, i comandanti dettero l'ordine di sparare ripetutamente contro i manifestanti.

Il piombo di Stato uccise Fabrizio Ceruso alle 5 della sera dell'8 settembre 1974, aveva 19 anni, veniva da Tivoli, militava nei Comitati Autonomi Operai.

Immediatamente la ribellione serpeggiò per tutto il quartiere di S.Basilio, i lampioni vennero abbattuti e le strade abbuiate, migliaia di proletari si aggregarono ai manifestanti, assediando e colpendo con svariate armi la polizia assassina, che si era rifugiata nel campo di calcio della parrocchia.

Nella borgata rimbombava il grido: " pagherete caro, pagherete tutto!"; la rivolta di S:Basilio fece battere in ritirata le forze dell'ordine e conquistò il diritto alla casa.

Sono trascorsi 39 anni, la lotta per il diritto alla casa non è mai cessata perché grande e insoddisfatto è il bisogno, a fronte delle migliaia di sfratti, della tradizionale speculazione immobiliare e della piratesca politica abitativa delle amministrazioni locali.

Ad ogni nuova occupazione, al percorso faticoso e vincente di altre sanatorie, alle battaglie contro le cartolarizzazioni e il caro affitti, il ricordo va a Fabrizio Ceruso, a quel giovane rivoluzionario divenuto il simbolo stesso della lotta per il diritto alla casa.

Colleferro: la Procura prosegua le indagini sulla discarica di Colle Fagiolara.

Rete per la Tutela della Valle del Sacco e Comitato Residenti Colleferro

Il re è nudo: le discariche di mezza Italia, dopo la circolare del Ministro dell’Ambiente, Orlando, del 6 agosto 2013, sono da considerarsi fuorilegge. Approfondisce la questione Andrea Palladino sul numero de l’Espresso del 5 settembre 2013, riportando le dichiarazioni di alcuni dirigenti del Ministero, oltre a ripercorrere storicamente l’ iter sui conferimenti di rifiuti in discarica.
Nel 2009 l’allora Ministro Prestigiacomo per aggirare la normativa europea, che non permetteva il conferimento indifferenziato,emanò una circolare che introduceva il sistema della tritovagliatura - semplice sminuzzamento dei rifiuti per irdurne la volumetria - in luogo della separazione per il riciclo. Il trucco fu scoperto e l’Italia venne ammonita con il pagamento di una ammenda fortettaria e giornaliera di milioni e milioni di Euro, pagati dai cittadini contribuenti.
Finalmente, dopo quattro anni, il 6 agosto 2013, il Ministro dell’ambiente, Andrea Orlando, ha emanato una nuova circolare (U.prot.GAB -2009-0014963), con la quale vieta, in termini netti, il conferimento in discarica del rifiuto “tal quale”.
Il metodo furbetto della tritovagliatura, come unico trattamento prima del conferimento in discarica, è molto diffuso in Italia, ma oggi, dopo la nuova circolare del Ministro Orlando, questo sistema non è più a norma.  
Secondo gli stessi dirigenti del Ministero, le Procure possono agire in qualsiasi momento contro i gestori, mentre la Corte dei conti – fatto nuovo non contemplato nella Circolare – può condannare Sindaci ed Assessori.
Come è noto, anche la discarica di Colle Fagiolara, di proprietà del Comune di Colleferro e in gestione alla società regionale Lazio Ambiente SpA, utilizza il sistema della tritovagliatura: nell’immediato, quindi, essa dovrebbe cessare la sua attività, perché dal 6 agosto 2013, in base alla circolare del Ministro Orlando, il sito è illegale, anche per Lazio Ambiente SpA, (subentrata al gruppo Consorzio Gaia SpA),incaricata della gestione della discarica.
Per tutti i Sindaci e Assessori con delega all’ Ambiente dei Comuni conferitori, si delinea invece un’altra ipotesi di reato.

QUALE? 

Il fatto rilevante che deve preoccupare gli amministratori locali sono le conclusioni della  sentenza “storica” della Corte dei Conti, sezione giurisdizionale della Liguria, del 29 maggio 2013.
Per la prima volta in Italia sono stati condannati al pagamento di danni erariali amministratori del Comune di Recco per mancato raggiungimento della  percentuale di raccolta differenziata dei rifiuti prevista dalla legge italiana e della quota fissata dall’Unione Europea.

Una condanna pesante che delinea un effetto a catena nei confronti di altre amministrazioni, Sindaci ed Assessori all’Ambiente o con delega, che possono essere citati in giudizio da associazioni e comitati di cittadini per danno erariale e patrimoniale, di cui rispondono personalmente in termini economici,qualora abbiano privilegiato l’utilizzo della discarica “tal quale” invece di rendere efficiente la raccolta differenziata,nel rispettodelle percentuali dettate dalla legge 152/2006.

La situazione di Recco sembra riprodurre quella degli amministratori localidei Comuni partecipatinell’exgruppo Gaia SpA, nei quali la raccolta differenziata è ben al di sotto dei termini di legge, eccetto qualche Comune virtuoso che ha avviato il sistema di raccoltaporta a porta, in alcuni casi con risultati soddisfacenti, in altri meno.
Nel caso di Colleferro vi è un ulteriore aggravante, perchè lex gruppo Gaia SpA, che effettuava i servizi di raccolta e spazzamento rifiuti, era anche gestore della discarica, quindi con un interesseeconomico maggiore a non incentivare pratiche virtuosecomplici i Comuni consorziati, e a realizzare ulteriori impropri profitti.

Il risultato di decennali politiche dei rifiuti nella Regione Lazio, dannose per ambiente e salute, hanno generato flussi economici esorbitanti: vedi l’intera vicenda dell’ex gruppo Gaia SpA, i livelli di inquinamento ambientale della Valle del Sacco e le conseguenze sanitariesubite da un’intera comunità accertate dal rapporto epidemiologico ERAS, specifico sulle compromissioni sanitarie da presenza di impianti per la gestione dei rifiuti, la situazione eclatante di Malagrotta, quelle simili a Colleferro di Albano, Guidonia e Borgo Montello, il delirio del conferimento dei rifiuti di Roma e Latina a Colfelice.
Per tutto questo non può esistere stima di risarcimento, ma solo condanne giudiziarie.

Le Associazioni, i Comitati, i Cittadini, l’Opinione pubblica, la Società civile, nelle loro  diverse espressioni guardano all’affidabilità del sistema giustizia e  alla prosecuzione dell’operato della Procura della Repubblica di Velletri per la situazione di Colleferro,  mentre cresce il sentimento di insoddisfazione e sfiducia verso i rappresentanti politici.


Colleferro, 8 settembre 2013

sabato 7 settembre 2013

Da una scarpetta rossa può nascere un fiore

Luciano Granieri


“L’arte contro il femminicidio” è l’evento organizzato dalla rete la Fenice con Bonaviri, l’Associazione Collettivocinque con Maccotta, e  il contributo di altre realtà associative, intellettuali, artiste-i. Nel dettaglio domenica 22 settembre  presso la Villa Comunale di Frosinone, si svolgeranno nel corso di tutta la giornata  una serie di eventi culturali  e artistici legati al tragico tema del femminicidio.

E’ un primo passo quanto mai necessario per sensibilizzare un’opinione pubblica che per retaggi culturali è refrattaria alla corretta comprensione di un vero e proprio allarme sociale. L’iter di conversione  del decreto legge sulla materia  inviato alle camere dal consiglio dei ministri, con la Camera dei deputati semi deserta nella convocazione del 20 agosto,   e  gli insulti volati da esponenti della lega, del Movimento 5 Stelle all’indirizzo del  presidente della Camera Laura Boldrini,  danno la dimensione di quanto spinosa sia la questione.

Quando si tende a minimizzare un problema ad esorcizzarlo, significa che se ne ha paura, si mette in atto quasi una campagna negazionista. Ma perché a parole il femminicidio è aborrito da tutti poi, nei fatti, quando si prova a chiedere un impegno concreto contro tale orrendo crimine, proliferano distinguo e titubanze?  La risposta è quanto mai semplice, perché la questione investe il problema mai risolto della differenza di genere. La pari dignità umana fra uomo e donna esiste solo in teoria, ma nella pratica sconta pregiudizi culturali sedimentati in millenni  di organizzazione patriarcale della società. A questa si è sovrapposto il pesante fardello costituito  dalla ferrea determinazione dei ruoli specifici fra generi  insiti nella famiglia borghese.

E’ infatti l’organizzazione familiare classica  della borghesia cattolica  che, in virtù della sua funzione di organizzazione sociale intermedia fra il potere e i cittadini ,  ha definitivamente sancito nel corso dei decenni  la differenza di genere, condannando la donna a soccombere rispetto al maschi e a subirne la tirannia.
Sin dalla nascita certi ruoli sono già ben definiti come riproduzione dell’ideologia dominante  borghese maschilista. Se nasce un  maschio il papà si riempie di orgoglio perché la sua schiatta può sopravvivere, il seme non si perde, sull’erede    sono riposte le speranze affinchè raggiunga quei traguardi che il  genitore  non è riuscito ad ottenere. Se nasce una femmina ci si consola pensando che le donne restano in casa, si occupano dei figli e su di loro si può contare per l’assistenza nella vecchia.

La scelta di giocattoli è predeterminata, al maschio si regaleranno, pistole, robot, finti arnesi da lavoro e auto modelli, la femmina dovrà invece giocare con bambole, pentoline, piccoli articoli per toilette. La famiglia ha la necessità di assegnare ai nuovi nati ruoli funzionali al rispetto del modello imposto dall’ideologia dominante,  che nel secolo scorso, ma anche oggi, pur con le diverse declinazioni imposte dalle accelerazioni ultra liberiste è quello borghese.
In realtà l’ingresso prepotente della tirannia del mercato nell’organizzazione della società, ha prodotto ancora più sconquassi nella determinazione della condizione femminile. La sottomissione della attività umane alla dittatura del Pil, ha determinato la necessità per la donna di trovarsi un lavoro retribuito, ossia di diventare soggetto produttivo, oltre  che riproduttivo.

Nel contempo però, le attività inerenti alla cura dei figli, della casa, sempre in nome del retaggio culturale borghese, pur in presenza di una organizzazione familiare maggiormente rarefatta,  non sono mai passate di mano, sono sempre rimaste prerogativa del genere femminile il quale si è ritrovato ad assolvere compiti produttivi e riproduttivi insieme con un’imponente aggravio di stress fisico e mentale. Oppure a subire lancinanti sensi di colpa nel caso in cui l’attività lavorativa retribuita, sostituisse completamente l’attività di cura delle persone. Come se il lavoro anziché elemento di emancipazione per la donna  fosse causa di vergogna perché  la distoglie   dai ferrei compiti a lei assegnatigli dal modello borghese.
Inoltre la stagione ultra liberista, iper -consumista ha spostato i valori di stima della persona, dalla qualità del soggetto alla quantità degli oggetti che  possiede,  di conseguenza  gli oggetti acquistano valore in quanto strumento di esaltazione della propria autostima. Si vale per ciò che si ha e non per quello che si è.

In questa ottica, grazie a  martellanti operazioni di mistificazione culturale orientate alla mitizzazione del possesso, si è spacciato un processo di oggettivizzazione della donna come emancipazione femminile. Ossia se la donna per i motivi che ho descritto prima non può essere stimata come soggetto, può sicuramente essere apprezzata come oggetto. In pratica viene valorizzata come mezzo utile all’autostima del maschi che la possiedono.  
Essa si apprezza secondo un valore puramente commerciale che spesso costa molto, anzi più costa e più esalta le doti di chi la possiede. Da qui   si realizza  il successo anche economico di una donna che vende il suo corpo all’uomo, come fosse merce. Questa  non è emancipazione, è ulteriore deterioramento della dignità umana che si sminuisce   attraverso il degradarsi da soggetto a oggetto.Tale dinamica purtroppo è ormai acquisita, è sedimentata,  è divenuta senso comune anche per colpa di  molte donne che  hanno accettato il nuovo stato e anzi cercano il successo attraverso questa dinamica, che è assurta ad entità valoriale all’interno della stessa famiglia. Quanti genitori  spingono le figlie a mostrarsi, a partecipare ai provini delle immonde trasmissioni televisive che hanno inquinato e devastato lo sviluppo culturale della società’.

Ma un oggetto, per quanto prezioso possa essere, è sempre un oggetto, un entità  completamente succube della persona che lo possiede. Un oggetto non si ribella, un oggetto si può buttare via quando non serve più e la cosa non è immorale. Ecco perché l’uomo che riceve un rifiuto da una donna, percepita come oggetto di sua proprietà,  non lo accetta. Una donna oggetto, può essere buttata via quando diventa obsoleta, quando stanca. La cosa non è immorale. Ecco quindi la reazione violenta al rifiuto.

Infine a questi aspetti si aggiunge una profonda modificazione dei rapporti relazionali interpersonali.  Ovvero la consuetudini di affermare le proprie ragioni non dimostrandone, secondo logica,  la bontà, ma semplicemente urlando più di chi queste ragioni contesta e ne propone di alternative. Negli scambi dialettici  si impone, non chi riesce a dimostrare la giustezza delle proprie idee,  ma chi urla di più, chi sovrasta gli altri con i decibel   dalla propria voce, chi di fatto usa atteggiamenti prevaricanti e violenti. E qui si chiude il cerchio.
Su un’atavica concezione di inferiorità femminile imposta dal retaggio patriarcale e dall’organizzazione borghese della collettività , si sovrappone l’oggettivizzazione mercificante del corpo femminile frutto avvelenato della società consumistica, e l’uso sistematico e acquisito della violenza come unico modo di imporre la propria volontà.

In questo quadro l’approvazione di una legge, pur sacrosanta, non è sufficiente. Le azioni da mettere in campo dovevano essere assolutamente rivoluzionarie.   Lasciare liberi i bambini di scegliere con quali giochi trastullarsi. Forse ad un maschio poteva capitare di divertirsi più con le pentoline e a una femmina di preferire le automobiline. Non sminuire le attività riproduttive rispetto a quelle produttive. In una società basata sul benessere e non sul pil, la cura delle persone e dell’ambiente  è altrettanto importante se non più importante dell’acquisizione di un reddito.  Entrambi  i generi debbono essere ritenuti in grado di espletare con un uguale dignità sia l’una che l’altra funzione.  Combattere l’individualismo sfrenato tipico delle società ultra liberiste. Un individualismo che coinvolge in maggior misura l’egolatria e il machismo maschile, a fronte della mercificazione del corpo femminile. E infine ricondurre i rapporti interpersonali nel solco del reciproco ascolto e del reciproco rispetto.


E’ utopia? Forse si, intanto cominciamo a promuovere e ad aderire a manifestazioni come quelle di domenica prossima alla Villa Comunale organizzata dalla rete la Fenice e dal Collettivocinque, chissà dalle scarpette rosse può nascere un fiore.

Brasile, sciopero del 30 agosto

Dalla Redazione di Opiniao Socialista
(settimanale del Pstu, sezione brasiliana della Lit-Quarta Internazionale)



La giornata nazionale di sciopero avrebbero potuto avere effetti ancora maggiori se non ci fosse stato il boicottaggio della Cut [il sindacato legato al Pt di Lula e al governo, ndt].
La giornata nazionale di lotta e paralisi indetta dai sindacati per il 30 agosto ha scosso il Paese. Paralisi, totali o parziali, blocchi di strade e viali, manifestazioni pubbliche hanno caratterizzato la giornata, mostrando che, quasi tre mesi dopo l'esplosione delle proteste di giugno che sorpresero il Brasile, persiste la disponibilità delle masse popolari alla lotta, soprattutto tra i lavoratori. La giornata di sciopero si pone dunque in continuità con quella dell'11 luglio, che mostrò l'ingresso in scena della classe operaia nelle manifestazioni, con le sue organizzazioni e i suoi metodi di lotta, facendo registrare una ascesa delle lotte.
Il 30 agosto è stato caratterizzato da mobilitazioni di settori di peso come i metalmeccanici, i minatori, i lavoratori dell'edilizia civile, del petrolio, gli impiegati pubblici e i giovani. L'adesione dei lavoratori del trasporto pubblico è riuscita a fermare, per almeno qualche ora, sette capitali [il Brasile è una federazione di Stati, ndt]: Fortaleza, Salvador, Natal, Belo Horizonte, Porto Alegre, Sao Luis e Palmas. A São José dos Campos, importante polo industriale all'interno dello Stato di San Paolo, si sono fermati almeno 27000 operai di 25 fabbriche, tra cui i lavoratori della General Motors. Hanno incrociato le braccia anche i lavoratori metalmeccanici della zona di Minas, e i minatori del complesso Csn (Compagnia Siderurgica Nazionale).
I lavoratori del petrolio hanno fermato le raffinerie, come la Cubatão (San Paolo) e la Comperj (Complesso Petrolchimico di Rio de Janeiro).  A Santos, i manifestanti hanno bloccato l'ingresso della città, e l'autostrada Anchieta. I lavoratori dell'edilizia civile hanno svolto un ruolo importante, come a Belem e Fortaleza. Il 30 ha fatto inoltre registrare importanti mobilitazioni fra i dipendenti pubblici, tanto federali quanto statali e locali, provenienti da diverse zone, soprattutto lavoratori dell'istruzione.
La giornata di mobilitazioni non ha unificato soltanto le diverse categorie, la maggior parte delle quali sta cominciando o ha già cominciato una battaglia per il salario, ma anche diversi processi di lotta in atto in varie parti del Paese. Nel Rio Grande del Nord, ad esempio, i lavoratori della sanità, dell'istruzione e della pubblica sicurezza hanno fatto uno sciopero massiccio confluito nel movimento " Via Rosalba!", finalizzato alla cacciata della governatrice, che sta facendo sprofondare lo Stato nel caos più totale.
Qualcosa di simile si è verificato anche a Río de Janeiro, dove una massiccia mobilitazione del settore dell'educazione si è unita alla serie di manifestazioni contro il governatore Sergio Cabral (Pmdb) e la violenza della polizia, espresse principalmente nello slogan che si è diffuso per il  Paese: "Dov'è Amarildo?" [Abitante di una favela arrestato e fatto sparire dalla polizia, nda].

Giugno è ancora vivo
Proprio come è avvenuto l'11 luglio, è quasi impossibile che qualcuno in questo Paese non abbia percepito, o almeno letto sulla stampa, le conseguenze di questa giornata di mobilitazioni. Esse mostrano che l'impegno alla lotta continua più forte che mai, a quasi tre mesi dall'ondata di manifestazioni che aveva interessato il Paese. E rivela inoltre come i problemi per cui si scese allora in piazza persistano .
"I lavoratori sono scesi in piazza, in questa giornata, per esigere il cambio di questo modello economico, la fine dei tagli allo Stato sociale, l'accantonamento del progetto legislativo 4330 [precarizzazione del lavoro, ndt], la fine delle concessioni petrolifere, in breve, un cambiamento completo della politica attraverso cui il governo soddisfa tutte le richieste delle banche e del padronato peggiorando le condizioni di vita del proletariato brasiliano", dice José Maria de Almeida (Zé Maria), dirigente della Csp-Conlutas [il principale sindacato di base del Brasile e dell'America Latina, in cui hanno un ruolo di primo piano i nostri compagni del Pstu, ndt] e nota figura pubblica del Pstu [la sezione brasiliana della Lit-Quarta Internazionale, di cui il Pdac è sezione italiana].

Il boicottaggio della Cut
Purtroppo, la direzione della Cut, che aveva già impresso una frenata alle manifestazioni, in seguito a una manovra del governo federale che aveva promesso l'apertura di una trattativa intorno ad alcune rivendicazioni, per deviare e fare estinguere le proteste, non ha mobilitato la sua base e in alcuni luoghi ha boicottato gli scioperi e le manifestazioni. Nella regione dell'Abc, il sindacato non si è mobilitato a supporto dello sciopero dei lavoratori del settore metallurgico. Anche a San Paolo, dove dirige la categoria dei bancari, non ha indetto alcuna assemblea per promuovere un blocco nel settore. A Rio de Janeiro, la Cut ha boicottato la manifestazione unitaria, che ha coinvolto 3000 persone.
Purtroppo, questa posizione della Cut, volta ad evitare ulteriori problemi al governo federale, ha impedito che il 30 agosto potesse avere effetti ancora maggiori.

Il ruolo della Csp-Conlutas
D'altra parte, è impossibile analizzare questa giornata di mobilitazioni senza parlare del ruolo svolto dalla CSP-Conlutas. Anche se minoritaria, è stata di fondamentale importanza in questa giornata di lotta, avendo bloccato non solo i settori che dirige, come gli operai dell'edilizia civile di Fortaleza e Belem, o i lavoratori del settore metallurgico di São José e di Minas, ma dando sostegno alla mobilitazione dei lavoratori, come nel caso ad esempio di Recife, dove ha contribuito a paralizzare i trasporti stradali.
E ' importante adesso puntare alla continuità della lotta, mettendo alla prova le dirigenze sindacali affinché mobilitino le loro basi, senza accettare accordi al ribasso, così come quello che il governo vuole imporre in ambito pensionistico. E' inoltre essenziale, in questo processo, rafforzare le reali alternative di lotta, come la CSP-Conlutas e Anel (Assemblea Nazionale degli Studenti Liberi, uno dei principali sindacati studenteschi del Brasile, federato alla Csp Conlutas, ndt), la cui importanza è risaltata in questo 30 agosto.

(traduzione dallo spagnolo di Mauro Buccheri)

Mobilitiamoci in difesa della Costituzione

ANPI – Comitato provinciale di Frosinone

L’ANPI di Frosinone esprime forte preoccupazione per l’ennesimo tentativo di riduzione della Costituzione a semplice terreno di tattica politica che ravvisa nelle proposte di deroga all’art. 138 della Carta in chiave autoritaria.
Ancora una volta la Carta costituzionale, unica garanzia del permanere di un sistema di poteri democratico e bilanciato nell’Italia risorta dalle macerie della dittatura, è fatta oggetto di assalti poderosi con obiettivi dichiarati di destabilizzazione dei suoi dispositivi di tutela. Si tenta nuovamente di demolirne l’impianto e la sicurezza attraverso meschini giochi di aritmetica parlamentare, non in funzione di una visione lungimirante, sia pure alternativa a questa democrazia, bensì in conto ad un disperato tentativo di autosalvataggio di una classe dirigente screditata e senza più raccordo alcuno con le istanze concrete e reali della società che domina senza rappresentare.

Questi giochi, oltre che meschini e per quanto pericolosi, sono in tutta evidenza anche miopi per quei settori – che auspichiamo ridottissimi – della parte progressista della società e del Parlamento, che sembrano ipnotizzati dalla paura di perdere posizioni di forza nelle Istituzioni e di conseguenza rischiano di cedere alla tentazione di atrofizzazione dei dispositivi di garanzia costituzionale.

L’ANPI di Frosinone ha lanciato pertanto, insieme all’allarme per la nuova ondata reazionaria che si profila, un appello alla partecipazione attiva di tutti coloro che hanno a cuore la difesa delle condizioni che hanno permesso lo svolgimento della dialettica politica e del progresso civile italiani nonostante le forti, massicce e continue offensive sferrate dai suoi avversari nel corso di tutta la vita repubblicana. Una partecipazione che deve vedere impegnate tutte le forze disponibili nelle scuole, nei luoghi di lavoro e di ritrovo, nelle piazze, nei mercati e dovunque la gente si incontri e discuta, per informare, mobilitare, formare e sviluppare la coscienza critica collettiva del pericolo che corriamo e della necessità di fermare, ancora una volta, gli aggressori della Costituzione.

Il nostro popolo ha dato innumerevoli prove di presenza ed è riuscito molte volte a scongiurare il pericolo involutivo, basti pensare alle leggi truffa e via via fino al terrorismo, fino alle risposte referendarie sui precedenti tentativi di controriforma costituzionale (ultimo lo strabiliante risultato del referendum del 2006). Tuttavia oggi molti fattori giocano a favore della sfiducia e della rinuncia, primi nemici della partecipazione democratica: la crisi provocata dalla finanziarizzazione dell’economia, la sfiducia generale in una classe dirigente che ha dato spettacoli indegni di un paese appena normale, il moltiplicarsi del livello del disagio sociale, possono far crescere il disinteresse nelle grandi battaglie ideali e politiche, possono cioè concimare la pianta della rassegnazione.

Tutto questo richiede uno sforzo collettivo, unitario, trasversale, fondato non sulla pur legittima rivendicazione di parte delle singole forze e dei singoli soggetti, ma sullo spirito nazionale e – vorremmo dire senza essere fraintesi – patriottico, nel rispetto delle radici della nostra democrazia e della nostra libertà per proseguire nella costruzione di una vera democrazia compiuta.
Contattate l’ANPI di Frosinone attraverso la sua pagina Facebook, o l’indirizzo anpifr@libero.it, organizzate nei vostri luoghi di vita riunioni e iniziative, anche piccole, dove tutto questo possa diventare politica.
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Di seguito un video relativo alla manifestazione in difesa della costituzione che già si tenne a Roma  nel Marzo del 2011
Luciano Granieri.

venerdì 6 settembre 2013

Nasce il Coordinamento Comuni Attivi per l’Acqua Pubblica

Coordinamento Provinciale Acqua Pubblica Frosinone


Gli amministratori presenti all’assemblea proposta dal Coordinamento Provinciale Acqua Pubblica di Frosinone svoltasi in data 5 settembre c.a. presso la sala di rappresentanza dell’Amministrazione Provinciale, nell’auspicare che la Conferenza dei Sindaci di lunedì 9 settembre c.a. deliberi senza ulteriori dilazioni la risoluzione del contratto con il gestore Acea Ato5 spa, ritengono indispensabile che i Comuni dell’Ato si diano una struttura di coordinamento volta non solo a seguire la vicenda dell’attuale gestione ma anche ad
individuare ed affrontare le problematiche connesse al percorso di ripubblicizazzione del servizio che è, e deve restare, l’obiettivo ultimo che deve essere conseguito.
In questo senso si è costituito il Coordinamento denominato Comuni Attivi per l’Acqua
Pubblica che si pone come primi obiettivi:

la raccolta al suo interno di tutte le Amministrazioni a prescindere dai diversi
orientamenti politici

‐ l’effettiva risoluzione del contratto per colpa del gestore Acea Ato5

‐ l’approvazione da parte del Consiglio Regionale del Lazio della nuova legge di riassetto del Sistema Idrico Integrato proposta col meccanismo del referendum propositivo dai Comitati della Regione Lazio e da decine di Comuni tra cui il Comune di Cassino.

Al Coordinamento Comuni Attivi per l’Acqua Pubblica hanno già aderito i sindaci e gli amministratori dei comuni di:
Cassino
Torrice
Cervaro
Veroli
e il Comune di Fiuggi rappresentato dalla minoranza.
Gli Amministratori di tutti i comuni sono vivamente invitati ad inviare la loro adesione al seguente indirizzo mail caap.frosinone@gmail.com

 Frosinone, 05/09/2013


giovedì 5 settembre 2013

Siria L’intervento militare è un déjà vu che chiama altra violenza

Luisa Morgantini: AssoPacePalestina 

“Facciamo nostro l'appello di Papa Francesco e aderiamo alla giornata di mobilitazione e di digiuno del 7 settembre per dire il nostro no alla guerra.
 
L’intervento militare in Siria è un déjà vu che non avremmo voluto veder ripetere. Libia, Iraq, Afghanistan, Kossovo, Vietnam: come in quei casi, il copione sembra già scritto.
 
Si creano ad arte situazioni di panico e orrore, in alcuni casi sulla base di episodi realmente accaduti ma viziati per la difesa dei propri interessi geopolitici.
 
Come in quei casi, anche per la Siria, chi paga sono i civili, uomini donne e bambini, costretti a lasciare le loro case per riversarsi in campi profughi già strabordanti, come quelli palestinesi in Libano, o trucidati sotto gli occhi di tutti e con le stesse armi vendute da chi ora si mostra scandalizzato per i crimini commessi, e ancora una volta i palestinesi vengono abbandonati alla politica coloniale israeliana" è quanto dichiara Luisa Morgantini, già Vice Presidente del Parlamento Europeo, tra le fondatrici delle Donne in nero contro la guerra e la violenza e Presidente di AssoPacePalestina
 
“Il fatto che quello di Assad, così come quello di Saddam o Gheddafi, siano stati regimi dittatoriali – continua la Morgantini – non si discute. Ma invece di cercare una soluzione politica, con la partecipazione della popolazione, ancora una volta in nome delle difesa dei diritti umani si sceglie la strada militare e si commettono crimini.
 
La pace e la democrazia non si fanno con le armi.
 
Dobbiamo agire per far si che prevalgano posizioni di buon senso, come quelle che il governo italiano ha espresso finora.
 
Il movimento per la pace e la nonviolenza  è certamente indebolito e frammentato,  ma vale la pena continuare a impegnarsi nella costruzione della cultura della nonviolenza, per la pace e la giustizia, come quotidianamente ci insegnano i palestinesi, gli israeliani e gli internazionali che si oppongono all’ occupazione militare della Palestina”.