Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

mercoledì 4 marzo 2015

La Grecia può salvare l’Europa?

Joseph Stiglitz   fonte:http://www.sbilanciamoci.info/


Chi pensava che l’euro non avrebbe potuto sopravvivere si è sbagliato. Ma i critici hanno ragione su una cosa: o ci sarà l'Europa politica - gli Stati uniti d'Europa - o non ci sarà l'euro. Un articolo del premio Nobel per l'economia, in collaborazione con Mauro Gallegati
Secondo i dati economici più recenti, sia gli Stati Uniti che l’Europa stanno mostrando segnali di ripresa, anche se è presto per dichiarare la fine dalla crisi. Tuttavia, nella maggior parte dei Paesi dell’Unione Europea, il Pil pro capite è ancora inferiore al periodo precedente la crisi: un intero decennio perduto. Dietro alle fredde statistiche, ci sono vite rovinate, sogni svaniti e famiglie andate a pezzi (o mai formatesi), un futuro quanto mai precario per le generazioni più giovani, mentre la stagnazione – in Grecia la depressione – avanza anno dopo anno.
L’Ue vanta persone di talento e con un alto grado di istruzione. I suoi Paesi membri contano su forti quadri giuridici e società ben funzionanti. Prima della crisi, la maggior parte aveva persino economie ben funzionanti. In alcuni Paesi, la produttività oraria – o il suo tasso di crescita – era tra le più alte del mondo.
Ma l’Europa non è una vittima di errori altrui, come spesso si legge. Certo, l’America ha mal gestito la propria economia, ma il malessere dell’Ue è in massima parte auto-inflitto, a causa di una lunga serie di pessime decisioni di politica economica, a partire dalla creazione dell’euro. Sebbene l’intento sia stato quello di unire l’Europa, alla fine l’euro l’ha divisa: i Paesi più deboli (quelli che già nel 1980 in un lavoro per l’Ocse, Fuà individuava nei Paesi europei di più recente sviluppo – tutti con alta inflazione, dualismo territoriale, deficit della bilancia dei pagamenti e di bilancio pubblico, alta disoccupazione e notevole quota di economia sommersa - e che ora sono con malcelata arroganza indentificati come Piigs) sono riusciti, per ora, a rimanere nell’euro a prezzo di disoccupazione e deflazione salariale, crollo della domanda interna e aumento del “sommerso”. In assenza della volontà politica di creare istituzioni in grado di far funzionare una moneta unica - innanzi tutto una politica fiscale unica - nuovi danni si aggiungeranno ai danni già prodotti. Gli squilibri in Europa sono aggravati dalla divergenza nelle esportazioni nette, e solo una politica fiscale comune può far in modo che i flussi commerciali del Portogallo verso l’Olanda diventino simili a quelli dell’Oregon verso il Missouri o del Brandeburgo verso la Baviera.
La Grande Recessione deriva in parte dalla convinzione che il liberismo di mercato avrebbe riportato le economie su di un sentiero di crescita “adeguato”. Tali speranze si sono rivelate sbagliate non perché i Paesi dell’Ue non siano riusciti a realizzare le politiche prescritte, ma perché i modelli su cui hanno poggiato quelle politiche sono gravemente viziati. In Grecia, ad esempio, le misure intese a ridurre il peso debitorio hanno di fatto lasciato il Paese più indebitato di quanto non fosse nel 2010: il rapporto debito-Pil è aumentato a causa dello schiacciante impatto dell’austerità fiscale sulla produzione. Il Fondo monetario internazionale ha ammesso questi fallimenti politici e intellettuali. Verrà anche quel tempo per la Troika. Speriamo non, come si dice in Italia, “a babbo morto”.
I leader europei restano convinti che la priorità debba essere la riforma strutturale. Ma i problemi che menzionano erano evidenti negli anni precedenti la crisi, e non avevano fermato la crescita allora. All’Europa serve più che una riforma strutturale all’interno dei Paesi membri. All’Europa serve una riforma della struttura dell’eurozona stessa, e l’inversione delle politiche di austerity, che non sono riuscite a riaccendere la crescita economica.
Condividere una moneta unica costituisce ovviamente un problema poiché così facendo si rinuncia a due dei meccanismi di aggiustamento: i tassi di interesse e il cambio. Se si aderisce a una moneta unica, la rinuncia ad alcuni strumenti di politica economica può essere compensata sostituendoli però con qualcosa d'altro, come una politica fiscale comune e condivisione dei debiti, mentre ad oggi l'Europa non ha messo in campo altro che il fiscal compact. Serve un cambiamento strutturale dell'Eurozona se si vuole che l'euro possa sopravvivere: o ci sarà l'Europa politica (Stati Uniti d'Europa) o non ci sarà l'euro. Coloro che pensavano che l’euro non avrebbe potuto sopravvivere si sono ripetutamente sbagliati. Ma i critici hanno ragione su una cosa: a meno che non venga riformata la struttura dell’Eurozona, e fermata l’austerity, l’Europa non si riprenderà.
Il dramma dell’Europa è ben lungi dall’essere concluso. Uno dei punti forza dell’Ue è la vitalità delle sue democrazie. Ma l’euro ha lasciato i cittadini – soprattutto nei Paesi in crisi – senza voce in capitolo sul destino delle loro economie. Gli elettori hanno ripetutamente mandato a casa i politici al potere, scontenti della direzione dell’economia – ma alla fine il nuovo governo continua sullo stesso percorso dettato da Bruxelles, Francoforte e Berlino.
Ma per quanto tempo può durare questa situazione? E come reagiranno gli elettori? In tutta Europa, abbiamo assistito a un’allarmante crescita di partiti nazionalistici estremi, mentre in alcuni Paesi sono in ascesa forti movimenti separatisti. E potranno le economie dei paesi periferici sopravvivere ad una unione monetaria incompleta e asimmetrica?
Ora la Grecia sta ponendo un altro test all’Europa. Il calo del Pil greco dal 2010 è un fattore ben più grave di quello registrato dall’America durante la Grande Depressione degli anni ‘30. La disoccupazione giovanile è oltre il 50%. Il governo del primo ministro Alexis Tsipras ha ottenuto che venga abbandonato l’insano obiettivo – assunto dal precedente governo Samaras – di triplicare l’avanzo primario, anche recuperando parte dell’evasione fiscale. Forse Syriza aveva acceso aspettative diverse sul piano interno. Ma l’Europa tutta deve ora cogliere l’occasione greca per completare il disegno dell’euro.
Il problema non è la Grecia. È l’Europa. Se l’Europa non cambia – se non riforma l’Eurozona e continua con l’austerity – una forte reazione sarà inevitabile. Forse la Grecia ce la farà questa volta. Ma questa follia economica non potrà continuare per sempre. La democrazia non lo permetterà. Ma quanta altra sofferenza dovrà sopportare l’Europa prima che torni a parlare la ragione?
(in collaborazione con Mauro Gallegati)

Parziale copyright Project Syndicate, traduzione di Simona Polverino


martedì 3 marzo 2015

Dalle analisi del sangue alla troika

Luciano Granieri

Stamattina ho sperimentato  la spiacevole esperienza di capire cosa significa farsi prelevare il sangue al centro prelievi della Asl di Frosinone,nella vecchia struttura di Viale Mazzini. Oggetto dell’analisi :”emocromo”. Ritiro del biglietto di  prenotazione, ore 7,50 prelievo ore 10,49. Cioè per lasciare una goccia di sangue necessaria a determinare quanti corpuscoli circolassero in giro per le vene , ci sono volute tre ore. 

Tre soffertissime ore  passate in un sotterraneo, malsano, affollato di gente che non sta benissimo, se sta lì a farsi tirare il sangue o lasciare boccette d’urina.  Per vecchi, bambini, donne incinte, anche se fruitori di una procedura d’urgenza, non è sano rimanere così a lungo  in quel sotterraneo dall’aria viziata . Girava la testa a me che stavo decentemente, figuriamoci a loro. 

Ma la sorpresa più sgradita è stata all’atto del pagamento. La prestazione erogata a seguito di ricetta del medico,  quella rossa per intenderci, è rivolta ad una persona 53enne. Una fascia d’età che non prevede agevolazioni, cioè   il ticket si paga per intero. Sulla ricevuta fiscale rilasciata dalla Asl, si leggeva che dei 19,75 euro pagate  3,17 erano per l’emocromo, 2,58 per il prelievo. Totale 5,75 e gli altri 14,00 euro? Oneri aggiuntivi  c’era scritto. Quali oneri !  Semmai l’onere di restare tre ore in piedi ad aspettare per farsi levare una goccia di sangue l’ho sopportato io.  

Poi leggo meglio e apprendo che tali oneri fissi sono previsti dal D.P.R. n.42 del 17/11/2008 e dal D.L. n. 98  del 06/07/2011. Dal momento che non è male sapere perché assieme al sangue ti vengono succhiati altri 14 euro senza colpo ferire , vado a vedere cosa prevedono le leggi in base alle quali si definiscono questi oneri fissi. Il D.P.R n.42 del 17/11/2008, non è altro che il provvedimento emanato in conseguenza del commissariamento della sanità regionale,  avvenuto perché questa non era riuscita a ripianare il debito accumulato , credo fossero i famosi 10 miliardi di Storace, entro il dicembre del 2006. Quindi per rientrare dei buffi viene inserito un contributo fisso da aggiungere al normale ticket.

 E veniamo all’altra legge il D.L. n.98 del 06/07/2011. Ve la ricordate la storia del pareggio di bilancio in costituzione? E ricordate  la solerzia con cui Tremonti, per riparare i danni d’immagine internazionale che il suo capo continuava  mietere in giro per il mondo, si affrettò a far approvare la modifica costituzionale per cui all’art.81 si obbligava l’Italia a raggiungere il pareggio di bilancio entro il 2014? Non vi sarà sfuggito che anche il Pd votò quella sciagurata riforma Costituzionale. Ecco  si tratta di quella roba li. Per cui “Al fine di garantire il rispetto degli obblighi comunitari e la realizzazione degli obiettivi di finanza pubblica”, così inizia la norma, ad ogni analisi clinica , o  prestazione diagnostica in base al D.L. n.98 del 06/07/2011, pantalone deve sempre pagare.  Il fatto che ci abbiano concesso due anni in più per raggiungere questo dannato  traguardo, il limite è stato spostato dal 2014 al 2016, l’onere europeo costituzionale sulle analisi cliniche  si paga lo stesso e pure di corsa. 

La cosa simpatica è che se la stessa analisi viene effettuata presso una struttura privata, non c’è bisogno di rispettare la Costituzione , i  buffi fatti di Storace e dagli altri come lui  non risultano. Cioè si paga solo la prestazione, i 5 euro e dispari per intenderci. Domanda: ma perché devo pagare io i debiti che hanno accumulato prezzolati ed inetti amministratori?   Altra domanda perché è cosi necessario raggiungere un pareggio di bilancio, tanto da mettere il proposito  in Costituzione, sapendo che non è praticamente possibile raggiungerlo?  Perché così o prima o dopo finiamo nell’abbraccio della troika?  Probabilmente si, ma soprattutto perché la sanità pubblica è un bancomat per soddisfare appetiti, strategie di potere, clientele. E ancora di più perché in questo modo si stanno aprendo le porte degli  affari che la sanità procura ai grandi potentati privati. Diamine pure il sangue ci chiede l’Europa!


Difendiamo la sanità pubblica fra condivisione e divulgazione.

Luciano Granieri


Condivisione e divulgazione, questi sono  i due fattori  su cui si è snodato l’evento “Difendiamo la sanità pubblica” organizzato dal Coordinamento provinciale per la sanità sabato 28 febbraio e domenica primo marzo, 2015 presso l’auditorium Colapietro di Frosinone. 

Condivisione e divulgazione con,  e per,  i cittadini del letale combinato disposto fra il disastro della sanità provinciale,  il degrado ambientale della città di Frosinone e dell’area del Fiume Sacco. Infatti il disfacimento del diritto di difesa dell’salute pubblica non determina solo tempi di attesa biblici per esami diagnostici urgenti, o i gironi infernali  dei pronto soccorso, o viaggi della disperazione in altri presidi ospedalieri fuori dal territorio  all’inseguimento di cure che i siti sanitari di questa Provincia non possono assicurare , ma è anche e soprattutto la criminale esposizione dei cittadini alle crudeli aggressioni dell’inquinamento. 

Come hanno lucidamente illustrato il chimico Riziero Concetti  e il Pneumologo Profeta Zangrilli, nel dibattito  moderato dal  medico Dott. Giovanni Magnante dal titolo “L’insostenibile pesantezza delle polveri” Gli abitanti del Capoluogo, città al primo posto in Italia per l’inquinamento da PM10, sono esposti, oltre che ad aggressioni alle vie respiratorie, anche a vere e proprie modificazioni chimiche all’interno delle proprie cellule.   In un contesto simile, con l’altissima presenza di fattori di rischio per la contrazione di malattie polmonari e diversi tipi di tumore, è criminale che nell’ospedale di Frosinone non sia  presente il reparto di pneumologia. 

Altri preziosi elementi   divulgativi, da condividere fra tutti i cittadini, sono venuti dalla trattazione successiva, moderata da  Aniello Prisco    dal titolo “La Valle del Sacco  fra inquinamento ambientale e crisi sanitaria, quale futuro?” Nell’esposizione, Alberto Valleriani della Rete per la Tutela della Valle del Sacco, l’ingegnere ambientalista Roberto Passetti, l’architetto ambientalista Anita Mancini e il medico Dott. Giovanni Magnante, hanno descritto la genesi del modello di sviluppo che ha distrutto economicamente e socialmente  la Valle e avvelenato il fiume Sacco , le gravissime ripercussioni sulla salute degli abitanti della zona che percorre da nord (Colleferro) a sud (Ceccano), la Regione.  

Un area in cui  si registra un eccesso di mortalità per tutte le malattie secondo uno studio condotto e finanziato, nell'Ambito del Programma Strategico Ambiente e Salute, dal Ministero della Salute. Una pezzo di territorio che,  per il suo riconosciuto degrado ambientale, dovrebbe usufruire di un potenziamento del sistema sanitario pubblico, anziché subirne il dissolvimento. Ciò anche in base all’accordo  Health 2020,   predisposto  dall’Organizzazione Mondiale della Sanità,  firmato da 53 nazioni, fra cui l’Italia. Ma dal dibattito sono giunte anche proposte per un diverso sviluppo eco-sostenibile, attraverso attività economico sociali orientate al turismo, alla green economy alla valorizzazione di tutte le ricchissime peculiarità storico culturali di cui la zona è depositaria. Un sistema di risanamento tutela e sviluppo  della  valle e del Sacco  che prevede l’attuazione di un programma quadro (Il contratto di fiume) i cui attori sono tutti coloro che hanno interesse alla salvaguardia del posto dove vivono, ossia singoli cittadini, associazioni, movimenti ed enti (Regione, Provincia, Comune). Un esteso progetto di gestione partecipata del territorio che rimette al centro il tanto vituperato e offeso concetto di democrazia. 

Ma nell’evento di sabato e domenica scorsa, condivisione e divulgazione  hanno abbracciato anche la cultura e la tradizione. La condivisione del concetto di musica popolare si è realizzata con le performance del quartetto di clarinettisti  denominato Evenos Quartet  e il gruppo folk i Bifolk. La musica di tradizione orale rurale, il folk, si è confrontata con la musica di tradizione orale urbana, espressione di alcuni brani di jazz tradizionale proposti  dal  repertorio degli  Evenos Quartet. Non poteva mancare, evidentemente, l’elemento massimo della condivisione e della convivialità, la cena con la degustazione di prodotti tipici ciociari. 

Tutto ciò ha avuto luogo sabato. La domenica, si è voluto condividere e informare sulle lotte e le azioni che cittadini e movimenti hanno organizzato  durante il lungo processo di degrado della sanità pubblica messo in atto dalle varie amministrazioni regionali che si sono succedute dal 2001 ad oggi, anno in cui, grazie alla riforma del titolo V della Costituzione , la sanità è passata alle competenza delle Regioni. La proiezione del video : “Sanità ciociara ,  cronaca di una morte annunciata” a cura del sottoscritto, ha ripercorso le tappe  di una protesta sociale snodatasi nel tempo fra alti e bassi. Video che prossimamente i naviganti di Aut potranno vedere a puntate sul blog. 

Si è andati avanti apprezzando le voci poetiche dialettali, attraverso le poesie di Ercole Marino Martire. Un’ espressione autentica , disincantata, anche un po’ cinica della percezione popolare del disastro della sanità. Testimonianze di gravi episodi di malasanità  avvenute nel nostro territorio, raccolte sui social network  e riportate da Maria  Letizia Dello Russo, hanno reso ancora più brutale una realtà drammatica. 

Ultima condivisione quella dei sindaci di Frosinone, Ottaviani e Di Giorgi di Latina.  A dire il vero si è trattato di una condivisione asimmetrica, perché il sindaco del capoluogo ciociaro, essendo arrivato in ritardo,  ha avuto solo il tempo di salutare il suo dirimpettaio pontino che stava andando via.  L’alleanza contro il “romano-centrismo sanitario” è stato l’auspicio condiviso. Frosinone non ha il Dea di II livello, e  non l’avrà mai checché ne dica il sindaco Ottaviani, Latina ha solo il cartello “Dea di II livello ” posto all’ingresso dell’ospedale ma non ha i servizi propri di un presidio con questa qualificazione. Le lamentazioni dei sindaci e qualche protesta indirizzata  a Nicola Ottaviani hanno concluso l’evento. 

Da ricordare che in entrambi i giorni la sala è stata adornata dalle opere pittoriche e fotografiche  dei volontari dell'associazione Forming, e del centro Interarte pubblica e popolare.  In conclusione non sappiamo la valenza di consapevolezza  sulla drammaticità della situazione appresa da chi ha partecipato, forse le aspettative su una maggiore partecipazione sono andate un po’ deluse. Ma certo questa è la strada giusta. Rendere i cittadini più consapevoli è un impegno gravoso ma utile e necessario, per veder rispettati i diritti della collettività. “Er popolo se svejerà, nun se sevejerà? Noi contunuamo a pija a serciate le sue finestre chiuse” . Così faceva dire Gianni Magni a Nino Manfredi (Pasquino) nel film “In nome del popolo sovrano”. Noi  pure continuamo a tirà i serci. Er popolo se svejerà?






lunedì 2 marzo 2015

Riforma della scuola. Quando imporre il crepuscolo fomenta l'alba

mai come ora scuola pubblica e democratica


“non temere il proprio tempo è un problema di spazio 
geniali dilettanti in selvaggia parata 
ragioni personali una questione privata 
la facoltà di non sentire 
la possibilità di non guardare 
il buon senso la logica i fatti le opinioni le raccomandazioni 
occorre essere attenti per essere padroni di se stessi

occorre essere attenti”

“Linea Gotica”
Consorzio Suonatori Indipendenti




Noi la scuola la facciamo tutti i giorni. Senza dichiarare riforme o assunzioni. Ogni giorno riformiamo il nostro agire in classe, adattiamo la programmazione alle esigenze dei ragazzi, riflettiamo e ci autovalutiamo, da soli e coi colleghi. Senza retorica alcuna.
Ogni giorno, prendiamo atto delle potenzialità e dei limiti che abbiamo come insegnanti singoli, come comunità, come scuola tutta. Perché valutare e auto-valutarci è parte del nostro “work in progress”. Solo questa considerazione sarebbe sufficiente a bloccare i progetti di “stigmatizzazione meritocratica” che il governo utilizza... al fine di differenziare i salari degli insegnanti e i finanziamenti alle scuole.
Siamo contrari al “sistema Invalsi” e alle sue emanazioni culturali quali il “rapporto di autovalutazione”. Consideriamo dannoso il sistema di premialità che il governo ha messo in cantiere per gli “innovatori naturali”, la formulazione e pubblicazione dei curricula dei “crediti professionali, didattici, formativi”, le procedure di “mobilità orizzontale dei docenti mediamente bravi”.

I primi a volere una scuola di qualità siamo noi. Pertanto, abbiamo il dovere di muovere critiche e costruire mobilitazioni al fine di tutelare e migliorare la scuola.
Il governo ha dichiarato di aver ascoltato il mondo della scuola attraverso la -fallita- consultazione on-line. Ha mostrato piena sordità verso le centinaia di mozioni critiche provenienti dai collegi dei docenti. E ha ostentato soggezione e mutismo verso le richieste di chiarezza piovutegli addosso dal mondo della scuola, dai sindacati, dall'opinione pubblica.
Ma il dado è tratto.
Temiamo un blitz sulla scuola analogo a quello -disastroso e autoritario- mosso per varare il “Jobs Act”. Sappiamo che il governo vuole incassare una riforma che stravolgerà il modo di “fare” e di “essere” scuola.
Tutto questo eleva la riforma della scuola a “questione” di carattere nazionale che deve stimolare il dibattito e mobilitare i cittadini.

Il paese ha bisogno di un dibattito che superi l'ormai celebre “annuncite” del governo e rimetta al centro le proposte provenienti dai cittadini. 
Pertanto, sosteniamo la Lip(ora Ddl 1583 al Senato e 2630 alla Camera) che, in contrasto radicale con la controriforma di Renzi: l’investimento nella scuola del 6% del Pil nazionale (in linea con quanto in media investono i paesi UE); l’obbligo scolastico a 18 anni; il ripristino del tempo pieno e del tempo prolungato classi di non più di 22 alunni (numero che diminuisce in presenza di alunni con disabilità); l'abrogazione della "riforma" Gelmini; una scuola finanziata interamente dallo Stato, per evitare la creazione di scuole di serie A e B, la garanzia della libertà di insegnamento.

La centralità della libertà dell'insegnamento e del dibattito a scuola va rispettata poiché la scuola è il luogo della formazione culturale e civile dei cittadini futuri.
L'ingresso di capitali, interessi e di discutibili pratiche di tirocinio in imprese private ci pare poco utile al processo educativo degli alunni e si delinea come potenzialmente dannoso agli equilibri di gestione interna delle scuole e, ancor più grave, alla libertà di insegnamento.

Abbiamo sempre denunciato i deficit di qualità della scuola provocati dalla spirale della precarietà che affligge la scuola e gli insegnanti. Consideriamo positivo l'intervento della Ue e le conseguenti dichiarazioni a favore dell'assunzione dei precari.
Ribadiamo la necessità di assumere tutti i precari sui posti che si verrebbero a creare con la restituzione dei fondi tagliati dalla Gelmini, con l'abrogazione della legge Fornero.
Dubitiamo fortemente che il governo assuma i 148 mila precari delle Gae. E sappiamo che non è in cantiere l'assunzione, necessaria e dovuta, di tutti i precari di II e III fascia che ogni giorno si spendono per mandare avanti la scuola italiana. Sappiamo che è giusto riconoscere -con l'assunzione- i saperi e la professionalità di migliaia di insegnanti che vivono una costante fase di specializzazione sul campo e che dobbiamo lasciare aperti i cancelli delle scuole a quegli studenti che hanno il desiderio di investire la loro vita nel mestiere dell'insegnamento.

Consideriamo fondamentale il rispetto della parte normativa del contratto collettivo nazionale di lavoro. A partire dai nuovi assunti.
Le nuove assunzioni non devono essere il cavallo di troia per un nuovo modello di sfruttamento del lavoro nella scuola e nel settore pubblico. Così come non devono essere soggette a tagli salariali di ogni tipo, va anzi riconosciuto a tutti i lavoratori un immediato aumento salariale di 200 euro e, soprattutto, va rilanciata immediatamente una fase di contrattazione che riconosca al mondo della scuola un nuovo contratto.

Siamo convinti che la scuola può essere il terreno su cui aggregare una moltitudine di soggetti interessati alla difesa della democrazia, della cultura, della dignità del lavoro in questo paese.




Per questo chiamiamo tutti alla mobilitazione

giovedì 12 marzo
ore 15.30

al Miur di Viale Trastevere e nelle piazze delle città italiane

Maschere Orride

Oreste Scalzone


C'è una specificità dell'oggi. Salvini, la Meloni... sono le maschere orride di qualcosa che non è 'rottame del passato', e dunque «contraddizione arretrata». Sono i ''carissimi oppositori'' del regime sociale che informa l'intera vita di relazione, dell'utilitarismo reale arrivato a dar luogo a scenarî distopici che fanno pensare all'agonìa della specie.
Sembra di poter dire che sono una sorta di ''piano B'', di soluzione di riserva, verso la quale 'dalle regìe' (nel 'caso-Italia' di oggi, in primis quella della governalità ''renziana'') si sospingono quanti fra gli umani sono 'spremuti/buttati', schiacciati, asfissiati dalla corsa assurda dei delirî, delle addiction all'accumulazione, al denaro/comando, nelle diverse figure, tra costanti e variabili, ''teoremi'' e corollarì'', delle logiche tecno-economico-politiche, della triade capitalismo-Stato- «società civile» incessantemente 'cyborgizzata' e cyborgizzantesi.
Un riscontro evidente (sfrontato, visibile ad occhio nudo) è dato dai dispositivi di produzione di soggettività a mezzo di Spettacolo : non c'è chi non possa vedere la volata che ogni giorno gli Opinion-makers del panorama mass-mediatico tirano a questi personaggi. 
Altrove hanno investito, anche leccando-il-culo-dei- ''Paperoni'' petrodollarosi wahabiti, su processi ad effetto teratogeno, di cui i loro, obiettivamente, colleghi in 'statismo' dello «Stato islamico» sono al momento l'esito più spettacolare. Qui, una majeusi infame lavora a produrre una mutazione di settori quanto più larghi possibile di proletariato, in teppa reclamante Law and Order, scatenata contro gli ancor più poveri, lanciata dietro offe di cospirazionismo ipnotizzato da diversivi, e contro migranti, fuggiaschi, 'miserabili del mondo e di sotto-casa'.
Tutto va bene contro il fantasma, foss'anche il più remoto e attenuato, dello spettro della rivolta sociale contro i fondamenti, le radici, i rapporti costitutivi dell'ordine sociale e del suo correre assurdo.

domenica 1 marzo 2015

Sulla Palestina vergognosa sceneggiata alla Camera

Sergio Cararo

Pensiamo che nella storia parlamentare di questo paese – che pure ne ha viste tante – non sia mai accaduto che il governo appoggi due mozioni diverse sullo stesso argomento. Probabilmente la fregola di togliersi dalla scatole e dall’agenda la seccatura palestinese e la richiesta di riconoscimento dello Stato di Palestina, già approvata dall’assemblea plenaria delle Nazioni Unite e da diversi governi europei, ha provocato un pastrocchio senza precedenti. In aula il governo è riuscito ad approvare due diverse mozioni: una presentata dal Pd (sul quale sono convenuti i voti di Sel e del Psi che hanno rinunciato alla propria mozione e www.contropiano.org francamente non se ne comprende l'utilità), l’altra presentata dagli alleati di governo del Ncd/Sc completamente appiattita sulla posizione israeliana. Anche la mozione del Pd, nei fatti, non riconosce lo Stato Palestinese ma si limita ad invitare al riconoscimento a patto che l’Olp riprenda i colloqui con Israele e costringa Hamas al riconoscimento dello stato israeliano. In pratica un nulla di fatto. La mozione migliore era quella del Movimento Cinque Stelle che però è stata bocciata. Ma le curiosità, se così possiamo definirle, non sono finite qui. L’ambasciata israeliana appena cinque minuti dopo la votazione esprimeva la propria soddisfazione per l’esito del voto parlamentare e per la posizione del governo israeliano. “Accogliamo positivamente la scelta del Parlamento italiano di non riconoscere lo Stato palestinese e di aver preferito sostenere il negoziato diretto fra Israele e i palestinesi, sulla base del principio dei due Stati, come giusta via per conseguire la pace” recita un comunicato dell’ambasciata israeliana. Anche l’ambasciata palestinese, in una nota molto ma molto sintetica ringrazia l’Italia. Ma alcuni fonti rivelano che da Ramallah, capitale dell’Anp, i giudizi sul voto italiano siano assai meno lusinghieri, ritenendo molto più avanzate le mozioni approvate da paesi come Francia o Gran Bretagna, “Il Presidente Abu Mazen è l’estremo baluardo negoziale, le ha provate tutte prima di rivolgersi alle Nazioni Unite e all’Europa, da mesi Israele lo delegittima in tutti i modi costruendo colonie in barba agli accordi e rendendo la sua azione inefficace”.
La mozione di Pd, Sel, Psi ha ottenuto 300 voti favorevoli, 40 contrari, 59 astenuti e impegna il governo a sostenere la costituzione dello Stato palestinese. La posizione del governo, però, ha subito scatenato la reazione della minoranza del Pd. Stefano Fassina ha definito "ridicolo" il placet fornito a due documenti "in contrapposizione". L’altra mozione, quella del Ncd, Scelta Civica e centristi ha ottenuto 237 sì (tra cui i parlamentari del Pd che avevano votato anche l’altra mozione) 84 no e 64 astenuti antepone invece la ripresa del dialogo tra israeliani e palestinesi e la fine della violenza al riconoscimento, quale condizione per il riconoscimento dello Stato di Palestina. La mozione del M5S, decisamente quella più coincidente con i diritti dei palestinesi, è stata respinta. Difficile non condividere in questo caso la valutazione del M5S su quanto accaduto in Parlamento: "Abbiamo assistito a un bluff vergognoso da parte del governo, che ha votato due mozioni dal significato e dal valore diametralmente opposto sul riconoscimento dello Stato di Palestina, negando ancora una volta il sacrosanto diritto di esistere ad un popolo che da 67 anni attende giustizia” dicono in una nota i parlamentari del M5S, “Per questo riteniamo deliranti e infondate le soddisfazioni espresse da parte di Pd, Sel e maggioranza. Non c'è stato alcun riconoscimento dello Stato di Palestina e a confermarlo è la stessa nota diffusa in queste ore dall'ambasciata di Israele".
Insomma una sceneggiata che rimuove ogni impegno concreto dell’Italia per far si che possa nascere un legittimo Stato Palestinese. In compenso da Israele fanno sapere che l’Italia si conferma il loro migliore alleato in Europa. Una prova ulteriore di questo servilismo delle autorità italiane verso Tel Aviv è l’enorme padiglione assegnato a Israele al prossimo Expo di Milano. Sarà collocato a fianco di quello italiano, ossia del cuore dell’esposizione. Una vergogna in più per chi ha ancora un minimo di senso della giustizia e della dignità dei popoli. Una occasione in più per i movimenti di solidarietà con il popolo palestinese per dimostrare che esiste un'altra Italia, migliore del suo governo e del suo parlamento e che attraverso la campagna di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni può attuare quello che le istituzioni non intendono fare.

sabato 28 febbraio 2015

La marcia dei ricchi

Nadia Urbinati  fonte: http://www.sbilanciamoci.info/

Oligarchi/La convergenza delle forze nel campo sociale e in quello economico ha vinto sulle resistenze e come esito abbiamo una massa di senza-potere senza organizzazioni di resistenza. Perciò è ipocrita gridare allo scandalo contro il populismo, che non fenomeno scatenante ma sintomo, retto sull’illusione data ai senza-potere di mutare la loro sorte

Per i classici, la tirannia era il solo vero rischio anti-democratico, nella forma individuale o di piccoli gruppi (di oligarchi). La licenza e l’ingordigia per il potere erano le passioni a rischio di sovvertire l’ordine, spesso con il sostegno del più poveri, mesmerizzati dai demagoghi. Lo scenario che ci possiamo attendere oggi è diverso: non masse anarchiche e in ebollizione, non guerrieri e oligarchi di ceto; ma masse di individui isolati negli stati-nazione e oligarchi della finanza nei villaggi globali. Una società divisa tra subalterni dentro i confini statali e plutocrati dentro i confini del loro potere globale.
Alla base, una convergenza di tutti i poteri che originariamente operavano separatamente, secondo il modello liberale classico: il potere economico, quello religioso e quello politico. Sheldon Wolin ha chiamato questa nuova società un “totalitarismo invertito”, nel quale pubblico e privato diventano simbiotici e perdono la loro specifica distintività. “Invertito” non significa che una sfera prende il posto dell’altra (come col patrimonialismo). Significa che l’una e l’altra sono in un rapporto di integrazione totale (come la scuola statale e quella privata parificata che sono dette appartenere a un sistema pubblico integrato). Convergono e danno luogo a qualche cosa di nuovo, una incorporazione di forme che erano separate. E questo spiega il lamento per il declino dei corpi intermedi: una società totalizzante.
Mentre alle origini della modernità, l’economia di mercato aveva promosso decentralizzazione e frantumato i monopoli (Adam Smith) stimolando la libertà economica e indirettamente l’espansione dei diritti, civili e politici, nella nostra società assistiamo a un processo molto diverso. Qui, imprenditori e capitalisti finanziari alimentano il loro potere nella misura in cui cancellano la decentralizzazione e creano una società organica e incorporata, sia a livello nazionale che internazionale.
Si tratta di un ritorno al monopolio, non più nella forma di un bisogno tirannico di accumulo, come nel passato, ma nella forma organizzata da norme e abiti comportamentali che generano una classe di ricchi globali; una società a sé stante di persone che stilano tra loro contratti matrimoniali, che non hanno nazione e vivono nelle stesse città e negli stessi grattacieli. Che si monitorano a vicenda, cercando di captare i mutamenti di fortuna. E creano istituzioni internazionali loro proprie con le quali determinare la vita degli stati, ovvero della classe dei senza-potere, che vivono dentro gli stati e se varcano i confini lo fanno per emigrare andando a rioccupare la stessa classe nel nuovo paese; una classe di milioni di disaggregati, illusi di essere liberi perché parte di social network.
Questa lettura mostra la traiettoria della modernità dall’individualismo all’olismo, da una società che riposava sul conflitto tra eroi individuali o di casato, e poi tra le classi organizzate in partiti, a una società che è un vero corpo omogeneo e unitario, sia negli strati bassi che in quelli alti. E se e quando i conflitti esplodono, si tratta di eventi periferici (alcune fasce di precariato, questa o quella regione contro il centro, ecc.) che non cambiano il carattere dell’ordine globale e non ne incrinano l’organicità.
A provarlo basta pensare a questo: molte delle strategie sviluppate nella società moderna per rendere possibile la resistenza individuale a questa logica olistica stanno producendo l’effetto opposto. Per esempio, i partiti di sinistra del ventesimo secolo avevano lo scopo di rivendicare i diritti dei molti contro l’abuso del potere dei pochi potenti; e usavano la sola arma che i deboli hanno da sempre: l’alleanza, l’unione, l’integrazione delle forze sparse. In questo modo riuscivano a resistere all’oligarchia industriale.
Ma il risultato, che sta sotto i nostri occhi, è molto diverso dalle aspettative o dalle intenzioni originarie: i partiti che si nominano di sinistra operano contro i diritti sociali e la dignità politica delle moltitudini mentre svolgono il ruolo di convincere i senza-potere che quel che occorre fare è assecondare la logica del sistema, quindi lavorare nel rischio e senza diritti e procurarsi una formazione funzionale alla loro oggettiva precarietà. La favola del merito è il nucleo di questa ideologia della subalternità.
La convergenza delle forze nel campo sociale e in quello economico ha vinto sulle resistenze e come esito abbiamo una massa di senza-potere senza organizzazioni di resistenza. A questo punto resta ai deboli il populismo, che ripropone il vecchio mito collettivo del vox populi vox dei, salvo usarlo, come facevano gli antichi demagoghi, per attuare un cambio di leadership che non cambia la condizione dei molti. È ipocrita gridare allo scandalo contro il populismo, che non è il fenomeno scatenante ma il sintomo, retto sull’illusione data ai senza-potere di mutare la loro sorte.