Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

martedì 17 novembre 2015

Tutto l'appoggio alla lotta palestinese, verso una Terza Intifada

Segretariato della Lit-Quarta Internazionale *


La storica resistenza delle masse popolari palestinesi, da alcuni anni, mostra di muoversi in direzione di una nuova Intifada (sollevazione popolare). Potremmo essere all'inizio di una terza Intifada (la prima tra il 1987 e il 1993, la seconda tra il 2000 e il 2004). È necessario che i sindacati, i partiti di sinistra ed i movimenti di massa di tutto il mondo appoggino decisamente questa lotta.  
   Il fallimento degli Accordi di Oslo  
Da più di 67 anni  - dalla nakba (catastrofe) palestinese, con la creazione dello Stato di Israele il 15 maggio del 1948 -, le masse popolari palestinesi subiscono quotidianamente una pulizia etnica, con ordini di demolizione delle loro case, espulsioni, apartheid, colonizzazione ed occupazione.
La vittoria del primo ministro Benjamin Netanyahu alle ultime elezioni israeliane ha esposto con maggior chiarezza la politica da sempre espressa da Israele: garantire Israele, in tutta la Palestina storica, come un Stato sionista omogeneo e, pertanto, senza palestinesi.
Per darsi un'aria "democratica" di fronte al mondo, Israele non può sterminare tutti i palestinesi. Così, cerca di mantenere una minoranza senza diritti, in ghetti, come faceva il regime dell'apartheid in Sud Africa, per servire da manodopera economica. Ma lo sterminio continua, o attraverso i bombardamenti periodici su Gaza e gli attacchi di coloni in Cisgiordania, o con l'avvelenamento dei carcerati nelle prigioni israeliane e la pulizia etnica nei campi di rifugiati - con la collaborazione dei regimi arabi, come quello di Bashar al Assad e la monarchia giordana – oppure attraverso l'imposizione di una vita di miseria.
La politica dell'imperialismo per la regione si esprime negli Accordi di Oslo, firmati nel settembre del 1993 tra il governo di Israele ed il presidente dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), Yasser Arafat. Oggi è evidente di fronte al mondo il fallimento di questa politica. L'oppressione sui palestinesi è aumentata, la miseria anche. Più di 20 anni dopo, i risultati sono: più di 7.000 palestinesi morti, più di 12.000 case distrutte. Tra il 1993 e il 2000, il numero di insediamenti israeliani costruiti è raddoppiato, ed oggi è di 600.000. Quegli insediamenti sono occupazioni di territori palestinesi da parte di israeliani armati fino ai denti ed appoggiati dall'esercito sionista. Israele devia l'acqua dei palestinesi verso quegli insediamenti. La chiusura delle frontiere ai lavoratori palestinesi, che vengono sostituiti da nuovi immigrati russi, determina effetti catastrofici per l'economia palestinese. Dal 1993, come scrive la giornalista Naomi Klein, il PIL pro capite nei territori occupati è caduto quasi del 30 percento. La povertà tra i palestinesi ha raggiunto il 33 percento. Nel 1996, il 66 percento dei palestinesi era in condizione di disoccupazione o sottoccupazione. Oslo ha rappresentato meno lavoro, meno libertà e meno terra.
I palestinesi vivono oggi una situazione simile a quella che gli ebrei soffrivano nel ghetto di Varsavia oppressi dai nazisti. Si tratta di un crimine contro i palestinesi e contro l'umanità.  

La gestazione di una nuova Intifada  
Per affrontare il governo di Netanyahu - che palesa una politica di apartheid e alimenta gli attacchi dei coloni contro i palestinesi - ed il fallimento degli Accordi di Oslo, l'eroica gioventù palestinese diventa protagonista di un processo che si muove in direzione di una nuova Intifada.
I sintomi di questa terza Intifada si manifestano dal 2011, come uno dei segnali di ascesa del processo rivoluzionario nel mondo arabo. In quell'anno, il 15 maggio (anniversario della nakba), migliaia di rifugiati - soprattutto, giovani - marciarono dai campi di Giordania, Siria, Libano ed Egitto verso le frontiere della Palestina occupata, mostrando al mondo come dalla creazione dello Stato di Israele sia stato loro negato il legittimo diritto al ritorno nelle terre dalle quali furono espulse le loro famiglie. Il movimento fu soffocato violentemente dai governi arabi. Dopo, la lotta palestinese ha accompagnato le ascese e i riflussi del processo rivoluzionario nel mondo arabo, restando a volte in stallo.
Nel 2014, la risposta alla nuova offensiva israeliana a Gaza fu la resistenza eroica espressa non solamente in quello specifico territorio. Grandi mobilitazioni in Cisgiordania, a Gerusalemme Est e nei territori occupati dallo Stato di Israele dal 1948, mostrarono che il processo verso una nuova Intifada non si era placato.
Nella notte del 24 luglio 2014 e nel corso della giornata seguente, 25.000 palestinesi scesero nelle strade in Cisgiordania. Il canto più popolare tra i giovani era "O Qassam, O, habib, Bombardi Tel-Aviv", manifestazione di un morale alto e di una carica combattiva (Ezzedine al-Qassam è il nome delle brigate militari di Hamas, responsabili della maggioranza dei razzi lanciati contro le aree occupate da Israele dal 1948).
La manifestazione principale raccolse 10.000 persone a Kalandia (cittadina tra Ramallah e Gerusalemme che abbraccia un campo di rifugiati palestinesi ed anche il più importante posto di blocco dell'esercito israeliano). L'esercito israeliano aprì il fuoco contro i manifestanti, assassinando cinque palestinesi. Anche in altre città si registrarono dei morti. Due manifestanti furono assassinati ad Hawara, vicino a Nablus, ed altri tre a Beit Omar, vicino ad Al Khalil (nome arabo di Hebron).
Mustapha Barghouti, deputato palestinese e segretario generale dell'Iniziativa Nazionale Palestinese, affermò che era stata la più grande manifestazione palestinese in tutta la storia della Cisgiordania.
Quella mobilitazione fu preceduta da altre, quasi ogni giorno dopo l'assassinio del giovane palestinese Mohammad Khdeir, bruciato vivo a Gerusalemme da tre sionisti, e i due bombardamenti contro Gaza cui seguì l'invasione terrestre.
Nel 2015, l'impulso verso una nuova Intifada prese nuovo alito. Il giornalista palestinese Ahmad Melhem, nel reportage per il sito Al-monitor, descrive le manifestazioni sviluppatesi nei giorni 11 e 12 luglio e represse dalle forze israeliane in 30 città e cittadine palestinesi, tanto in Cisgiordania come a Gerusalemme e nei territori occupati nel 1948. Gli scontri furono particolarmente violenti a Betlemme, Al Khalil (Hebron), Gerusalemme e Ramallah. Il posto di blocco tristemente celebre a Kalandia fu attaccato con pietre e bombe molotov, ed i manifestanti lo presero per un breve periodo.
Nei territori occupati nel 1948, le prime manifestazioni si svilupparono nella Galilea, con scontri con la polizia israeliana a Nazareth, Arara, Umm al-Fahem, Taybeh e Qalanswa. La polizia usò gas lacrimogeni e pallottole di gomma mentre i manifestanti bruciavano pneumatici e cantavano in arabo "il popolo vuole la fine di Israele". In seguito, le manifestazioni si estesero verso altre città e cittadine palestinesi, come Haifa e Jaffa, e nel Nagab (Negev).
Il 3 Luglio poi, nella città di Duma, nel governatorato di Nablus, un colono israeliano diede fuoco alla casa di una famiglia palestinese, bruciandola viva. Un bimbo di 18 mesi, suo fratello di quattro anni e la mamma morirono. L'intensificazione negli ultimi mesi degli attacchi di coloni israeliani contro i palestinesi e la violazione di uno dei principali luoghi sacri per musulmani, la Moschea di Al Aqsa, a Gerusalemme, hanno accelerato quel processo verso la Terza Intifada.
Esiste la possibilità che questa Intifada, nel caso in cui si realizzi, raggiunga una dimensione maggiore, per vari motivi, rispetto a quelle precedenti. In primo luogo perché dai suoi inizi sta raggiungendo i territori palestinesi occupati nel 1948, e non solo Gaza e la Cisgiordania, annessi nel 1967, come nelle due intifade precedenti.
In secondo luogo perché può incorporare - oltre alle eroiche azioni della gioventù palestinese - anche la mobilitazione diretta dei lavoratori palestinesi. Lo sciopero generale di un giorno dei lavoratori di Al Khalil (Hebron) lo scorso ottobre è stata un'espressione di questa possibile dinamica.
In terzo luogo perché l'isolamento politico di Israele a livello mondiale aumenta, nonostante tutto l'appoggio dato dall'imperialismo e dalla grande stampa borghese. Durante l'ultima invasione a Gaza, per esempio, lsraele perse la battaglia a causa della consapevolezza delle masse nel mondo. Le dichiarazioni di Netanyahu, che attribuiscono ai palestinesi le responsabilità per la soluzione finale realizzata da Hitler e rifiutata persino dai suoi alleati, dimostrano non solamente le bugie di questo dirigente assassino ma anche che niente ci si può aspettare da questo Stato. Al lato di Netanyahu si contendono la popolarità dirigenti come Lieberman, che propone apertamente l'espulsione sommaria di tutti i palestinesi dai loro territori. Il carattere nazi-fascista di questo Stato si sta rivelando con crescente evidenza.
Per questi motivi, è possibile che una Terza Intifada abbia un peso maggiore, rispetto alle precedenti, in quella regione ed in tutto il mondo.  

Rivoluzioni arabe e resistenza palestinese, una sola lotta
Non è possibile dissociare questo movimento dal processo rivoluzionario nel mondo arabo. I poderosi nemici della causa palestinese, denunciati dal rivoluzionario palestinese Ghasan Kanafani analizzando la rivoluzione del 1936-1939, continuano ad essere gli stessi: la borghesia palestinese, i regimi arabi e l'imperialismo/sionismo.
La maggior parte della sinistra in tutto il mondo ha dichiarato che la rivoluzione araba è finita, per l'impasse e i riflussi congiunturali che esistono in tutti i processi rivoluzionari. Si tratta di un errore, come dimostrato ulteriormente da questa nuova Intifada.
Nella ricerca della stabilità nella regione, che garantisca la sicurezza di Israele, si cerca di soffocare la rivoluzione in Siria ad ogni costo. Dopo la rapida caduta di quattro dittatori - in Tunisia, Egitto, Yemen e Libia - con la Primavera Araba iniziata alla fine del 2010, l'imperialismo interviene direttamente o indirettamente per contenere l'effetto domino. Lo Stato Islamico è un elemento controrivoluzionario che finisce per fare il gioco dell'imperialismo e facilitarne l'intervento militare. In Siria, la rivoluzione che cerca di abbattere il dittatore sanguinario Bashar al Assad, si trasformò in guerra civile nel 2011. Il pretesto utilizzato dall'imperialismo, di voler combattere lo Stato Islamico, adesso è servito affinché la Russia e gli altri alleati del regime siriano possano bombardare le aree libere dal giogo di Bashar al Assad.
La Russia e gli Stati Uniti hanno realizzato fra loro un accordo militare per "coordinare" l'uso dello spazio aereo in Siria, una divisione di compiti sulla base dei quali “voi bombardate qui e noi lì". [1] Russia, Stati Uniti ed Israele si coordinano militarmente in Siria per soffocare la lotta contro il dittatore Assad.
Qui si rivela la farsa della sinistra castro-chavista che difende il dittatore siriano Assad spacciandolo per "antimperialista". Il genocida Assad che sta distruggendo il Paese, ammazzando ed espellendo milioni di persone per mantenersi al potere, viene sostenuto dall'alleanza militare di Stati Uniti e Russia, con l'appoggio anche di Israele. Lo stesso Assad che ha accerchiato e vuole distruggere il campo di rifugiati di Yarmuk (bastione storico della resistenza palestinese in Siria). Lo stesso Stato di Israele che massacra i palestinesi, offre sostegno ad Assad.
Ora, una nuova Intifada deve rappresentare una nuova ascesa nel mondo arabo, e può aiutare a riattivare la resistenza in tutta la regione. Avrebbe un'enorme importanza, data l'autorevolezza politica dei palestinesi in tutto il mondo arabo. I segnali si moltiplicano, come quello relativo al 16 ottobre in Giordania: in diverse città ci sono state grandi manifestazioni per esigere la fine degli accordi con Israele. 
Per un unico Stato palestinese, laico e democratico  
A differenza delle due Intifade palestinesi precedenti, adesso il movimento verso una nuova sollevazione popolare si sviluppa senza alcun leader e, indirettamente, mette in discussione soprattutto la collaborazione dell'Autorità Nazionale la Palestina, ANP, con Israele. I giovani non si vedono rappresentati da nessun partito tradizionale.
La gioventù, alleata alla classe lavoratrice, deve costruire, all'interno di questo processo, una direzione rivoluzionaria per portare avanti la lotta per la liberazione della Palestina.
È nel caldo della lotta contro l'occupazione che si sviluppano le condizioni affinché si possa forgiare una nuova direzione per il movimento palestinese, una direzione che respinga la conciliazione col nemico ed unifichi le masse popolari palestinesi nella prospettiva della liberazione di tutte le terre palestinesi, dal fiume al mare.
La soluzione per venire incontro alla totalità dei palestinesi, la cui maggioranza vive fuori dalle sue terre, è un Stato unico palestinese, laico e democratico, con diritti uguali per tutti e tutte coloro i quali vogliano vivere in pace coi palestinesi. Questo implica la distruzione dello Stato nazi-fascista di Israele. La convivenza di un Stato palestinese con lo Stato di Israele – come fu definito negli Accordi di Oslo - si è dimostrata impossibile, così come sosteniamo da sempre.
Non si può convivere col fascismo, è necessario distruggerlo. Non si riuscì a vivere col nazismo, fu necessario annientarlo. Non si tratta di un conflitto religioso bensì della necessaria distruzione dello Stato di Israele, bastione militare dell'imperialismo nel mondo arabo. È possibile che gli ebrei ed i musulmani convivano pacificamente in un Stato palestinese laico e democratico, come già fecero nel passato.  

Solidarietà  La solidarietà internazionale è un elemento fondamentale. È necessario che tutti i sindacati e i partiti di sinistra denuncino le atrocità dello Stato israeliano. È necessario costruire giornate internazionali di lotta articolate con le mobilitazioni palestinesi. È fondamentale la più ampia unità d'azione in solidarietà con la lotta palestinese.
È possibile e necessario discutere le differenze programmatiche tra tutti i settori, democraticamente, senza che queste ostacolino la più ampia unità d'azione contro lo Stato israeliano.
Inoltre, si possono rafforzare campagne come quella del BDS, Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni, nei confronti di Israele. È importante unirsi in una campagna globale per impedire la sua presenza alle Olimpiadi del 2016, nel Brasile. Con l'appoggio del governo brasiliano, è previsto che un'impresa di sicurezza israeliana opererà nell'ambito del grande evento.
La LIT si schiera incondizionatamente dalla parte della resistenza palestinese e si unisce in tutto il mondo alle azioni in appoggio a questa lotta. 
Nota
* Dal sito della Lit-Quarta Internazionale: www.litci.org

(traduzione dallo spagnolo di Mauro Buccheri)

lunedì 16 novembre 2015

Frosinone e il Frosinone fra i primi a commemorare le vittime di Parigi

Luciano Granieri


Sabato scorso, 14 novembre,   una nutrita  rappresentanza  della squadra di calcio del Frosinone, insieme al sindaco Ottaviani  e ai cittadini , ha commemorato le vittime delle stragi parigine. A neanche  ventiquattro ore dalla mattanza scatenata dal Califfato nella capitale Francese, calciatori, istituzioni, gente comune  hanno dato vita, presso piazzale Vittorio Veneto,   ad una cerimonia commemorativa molto suggestiva. 

Il capitano giallazzurro Alessandro Frara ha letto un messaggio di cordoglio e vicinanza alla popolazione francese,  a cui si è aggiunto  il contributo del sindaco. Dopo un minuto di raccoglimento palloncini bianchi rossi e blu si sono levati in cielo,  seguiti  da  una nuvola di altri palloncini bianchi al cui interno era posizionata una minuscola lampadina a led tale da renderli  visibili in aria  per molto tempo.   Intanto  il palazzo della prefettura veniva illuminato con i colori della bandiera francese.

 Molto  toccante, ma c’è da precisare che tutto era già stato organizzato,  pur  non potendo immaginare ciò che sarebbe successo la sera prima in Francia. Infatti l’happening  era nato come l’apice di un mega evento promozionale dalla durata di tre giorni  imbastito  da una grande azienda distributrice di   energia elettrica e gas  sponsor del Frosinone Calcio. L’impresa aveva messo in piedi la kermesse  per promozionare i suoi dispositivi di energia pulita, fotovoltaico, solare termico etc. Massiccio il coinvolgimento,  come testimonial, degli atleti canarini,  a completa disposizione di appassionati e tifosi ospiti sotto il grande igloo di plastica allestito per l’occasione. 

Non c’è voluto molto a modificare il programma , aggiungendo i palloncini bianchi rossi e blu,  e facendo tenere  discorsi commemorativi dai calciatori e dal sindaco. Al cordoglio, ovviamente si è aggiunto anche il management dell’impresa  organizzatrice dell’evento il cui nome è stato più volte ripetuto. 

Lontano da me il sospetto che lo sgomento non abbia coinvolto l’azienda , il sindaco e i calciatori. Certamente tutti avrebbero preferito lasciare i palloncini con i colori della bandiera francese a  terra. Ma è un fatto che la prontezza sulla commemorazione ha aumentato enormemente  l’efficacia   del marketing,   della promozione e  del consenso  . Del resto le regole del mercato sono universali e uguali per tutti. Le modalità necessarie a realizzare  profitti sono le stesse  sia per chi deve vendere un servizio di distribuzione dell’energia, sia per chi vende  armi all’Isis. Ovviamente è da sottolineare con forza che  le finalità di tali commerci sono ben diversi . Un conto è vendere energia, anche pulita,  un conto è vendere strumenti di morte.   

I commercianti d’armi dell’Arabia Saudita, degli Emirati Arabi, dell’Inghilterra, della Russia, della stessa Francia , hanno realizzato profitti enormi vendendo le armi al Califfato.  Gli   attentati di Parigi sono una convincente dimostrazione di come bene funzionino quegli ordigni.  Altri Paesi invece, come la Turchia, che  affermano di impegnarsi strenuamente contro lo Stato Islamico, non si fanno scrupoli nell’approvvigionarsi di petrolio sottobanco ,proprio dai giacimenti siriani e iracheni gestiti dai jihadisti, finanziando così la loro cieca  follia. E'  il mercato bellezza!  La commemorazione di sabato è stata per certi versi surreale, un corto circuito per cui  in  un evento di “mercato”, si è condannato  un obbrobrio che lo stesso mercato ha generato .  

Retorica e un pizzico di ipocrisia hanno accomunato la commemorazione di Frosinone con quelle succedutesi  in tutto il mondo.  La solita denuncia, trita e ritrita,   dell’attacco al nostro civile stile di vita,  alle semplici  libertà  di poter assistere ad una partita di calcio, o partecipare ad un concerto, o semplicemente frequentare un bar, un ristorante,  ha riempito etere e giornali.  Non sarà che chi vive nelle periferie, nelle banlieu  - proprio perché impossibilitato a partecipare a quello stile di vita o a mangiare tutti i giorni,  per colpa  della povertà e della precarietà che la profonda disumanità della tirannia  liberista gli impone -decide di ribellarsi affidandosi a chi almeno gli offre spiragli di rivalsa anche se malsani? 

Ed infine come mai gli stessi palloncini non sono volati in cielo  per commemorare le 224 vittime dell’aereo russo precipitato nel Sinai, abbattuto dall’Isis il 31 ottobre scorso? Eppure i colori della bandiera russa sono gli stessi di quella francese bianco rosso  e blu.  Come si può ciarlare di integrazione culturale e religiosa se la nostra civiltà superiore non rende   uguali neanche i morti, oltre chi i vivi?

domenica 15 novembre 2015

Abbiamo fatto qualcosa per evitare tutto ciò?

Simonetta Zandiri


Abbiamo fatto qualcosa? No. 
Abbiamo provato a tagliare qualche canale tra l’Isis e i suoi padrini? No. 
Abbiamo provato a svuotare il Medio Oriente di un po’ di armi? No, 
al contrario l’abbiamo riempito, con l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti ai primi posti nell’importazione di ARMI vendute (a loro e ad altri) dai cinque Paesi che siedono nel Consiglio di Sicurezza (sicurezza?) dell’Onu: Usa, Francia, Gran Bretagna, Cina e Russia.
Solo l’altro giorno, il nostro premier Renzi (che come tutti ora parla di attacco all’umanità) era in Arabia Saudita a celebrare gli appalti raccolti presso il regime islamico più integralista, più legato all’Isis e più dedito al sostegno di tutte le forme di estremismo islamico del mondo. E nessuno, degli odierni balbettatori, ha speso una parola per ricordare (a Renzi come a tutti gli altri) che il denaro, a dispetto dei proverbi, qualche volta puzza."


Sfascio della sanità. Le responsabilità della politica ciociara sono eclatanti.

Francesco Notarcola – Coordinamento provinciale della sanità.


Lunedì 16 c.m. i medici dell’ospedale “Fabrizio Spaziani” si riuniranno in assemblea per denunciare la gravissima situazione  del presidio ospedaliero Frosinone - Alatri. L’emergenza sanitaria è drammatica. L’efficienza e la funzionalità delle sale   operatorie non sono più garantite per carenza di personale. Il diritto alla salute non c’è più.  Lo sfascio sanitario dilagante avvolge tutte le strutture ospedaliere ed il caos regna sovrano ovunque. Vengono coinvolti anche servizi eccellenti come quello della terapia anticoagulante orale. Per la prima volta, dopo più di dieci anni, questo importante servizio salvavita si intende ridurlo a quattro giorni la settimana. E’ stata anche sospesa la raccolta del sangue dopo il pensionamento del responsabile del Centro trasfusionale aziendale.
Questa realtà non può essere modificata trasferendo personale, come qualcuno ha scritto. Il trasferimento del personale delle strutture chiuse non ha mai apportato alcun giovamento all’organizzazione dei servizi sanitari ospedalieri e territoriali.  Anzi ha comportato un peggioramento.  Occorre ben altro.
Questi sono i risultati della cura voluta  Zingaretti che ha giudicato ottimo il lavoro svolto dalla manager della asl qualche settimana prima di emettere il decreto di sostituzione.
Questa sconvolgente realtà chiama in causa le grandi responsabilità dei sindaci, dei consiglieri regionali e dei parlamentari di questa provincia che hanno sempre approvato, sostenuto, condiviso e difeso ovunque l’operato della manager, della cabina di regia e del Presidente  della Regione Lazio.
L’ospedale di Frosinone, inaugurato il 10 dicembre del 2010, descritto come una struttura moderna e come fiore all’occhiello della sanità regionale, che doveva diventare di eccellenza e di qualità,  è ormai ridotto a poco più di una infermeria precaria.
Il sindaco del Capoluogo, presidente della conferenza locale della sanità, non si pone alcun problema. Fa finta di niente,  dorme e pensa ad altro, come del resto fanno i suoi colleghi. Se avesse dato attenzione alla difesa del diritto alla salute dei cittadini, suoi elettori, come è stato attento e puntuale alle richieste di costruzione di nuovi mostri di cemento, che distruggono le ricchezze culturali e storiche della nostra Città, non saremmo arrivati a questo punto di non ritorno.
Il Coordinamento fa appello a  tutti i cittadini della provincia, alle associazioni ed ai comitati di ogni comune affinchè possa crescere   l’impegno la mobilitazione per fermare la deriva, il caos e lo sfascio della sanità ciociara, che sembra inarrestabile. Non possiamo più permettere   che adulti e bambini debbano rischiare la loro vita. Gli indifferenti diventano complici.
L’ordine dei medici non può rimanere alla finestra. Occorre dal vita ad un’ energica e produttiva azione di sinergia,  insieme all’associazionismo ed a tutte le persone coscienti e responsabili, per aprire un futuro alla sanità e alla ripresa di questa provincia.
per invertire una tendenza disastrosa che ci colpisce senza pietà e ci condanna ad una condizione indegna e incivile.

Il Coordinamento darà vita , nei prossimi giorni, ad un programma di impegni e di iniziative a difesa degli interessi e dei bisogni sanitari, economici e sociali delle nostre genti.

Video  Luciano Granieri

venerdì 13 novembre 2015

Dichiarazione del Segretario Provinciale del PCd’I, Oreste Della Posta

Sono allarmato e indignato, ho letto sulla stampa locale la denuncia del Deputato Luca Frusone del M5S che «Ad oggi ... nessuno del PD in Regione ha portato avanti la mozione presentata dalla nostra consigliera 5 Stelle Denicolò che senza il supporto della forza di maggioranza, potrebbe non venire mai calendarizzata e quindi discussa....».
Questo è un fatto molto grave anche perché la Mozione presentata dalla Consigliera Regionale Silavana Denicolò, dopo aver ascoltato la Vertenza Frusinate,  è condivisa da numerosi altri Consiglieri, tutti di opposizione, compreso Mario Abbruzzese, ma da nessun esponente della maggioranza, neppure uno di quelli che si definiscono rappresentanti della nostra Provincia.
La Mozione chiede che si intervenga concretamente con azioni immediate ed efficaci perché persiste nell’intera provincia l’impossibilità per migliaia di famiglie di far fronte, per mancanza di un reddito da lavoro, alle più elementari esigenza della vita quotidiana e questa drammatica situazione si ripercuote su tutto il circuito sociale e produttivo, dai settori alimentare e dell’abbigliamento, ai servizi, la scuola, la formazione professionale, la sanità, tutti comparti già colpiti da drastiche riduzioni di livello a causa del blocco dei consumi da una parte e da una evidente depressione della qualità della vita dall’altra mettendo in luce che "tale situazione richiederebbe grande cura da parte delle amministrazioni pubbliche, ed immediati interventi volti a ridare una prospettiva occupazionale al territorio e riavviare il motore dell'economia locale".
Qualunque siano le legittime differenti posizioni, chi si assume la responsabilità di impedire la discussione immediata di questa importante Mozione? La maggioranza che governa la Regione ed in particolare il PD si assumono questa gravissima responsabilità a danno del frusinate?

A nome del PCd'I mi rivolgo a tutti i sindacati, a partire da Cgil, Cisl e Uil, di questa provincia perché si impegnino, insieme ai disoccupati, per sollecitare una rapida discussione della Mozione n° 352, protocollata il 23 settembre 2015 e sostengano le più idonee misure a fronteggiare la grave crisi ciociara.

Oreste Della Posta

Frosinone e la vergogna fascista

Luciano Granieri

Non basta la vergogna per essere la prima città in quanto ad  inquinamento in Italia.
Non basta la vergogna per una sanità allo sbando.
Non basta la vergogna per le bollette dell'acqua più alte d'Italia
Non basta la vergogna per una disoccupazione dai numeri da brivido ben al disopra della media nazionale.
Non basta la vergogna per un territorio in completo dissesto idrogeologico.
Tocca anche sorbirsi il becerume fascista.
 Ciò è segno inequivocabile  che se la squadra di calcio è in serie A
 La dignità della città milita nella categoria più infima.
Per questo dobbiamo ringraziare le autorità dell'attuale e delle precedenti amministrazioni 
Le quali  hanno lasciato spazio, oltre che allo smog, alla povertà e al disagio sociale 
Anche alla feccia fascista.
Che il comune si adoperi urgentemente alla rimozione dello sfregio  della scritta sul viadotto Biondi.
Un posto già disastrato di suo che non ha bisogno di altri insulti arrecati da gente troglodita ed ignorante. 
Sindaco! che almeno  si provveda a ripristinare un minimo di rispetto per la Costituzione
E a riportare il decoro su uno dei meno brutti panorami della città.



giovedì 12 novembre 2015

L’Impero del caos

Di Noam Chomsky e C.J. Polychroniou
 La politica estera degli Stati Uniti  nel 21° secolo ha poco da offrire tranne che una massiccia potenza militare. In effetti sono finiti i giorni in cui la potenza  militare poteva essere usata per ” ricreare il mondo a immagine dell’America.” Nell’era del dopo Guerra Fredda  gli interventi militari degli Stati Uniti hanno luogo in assenza di una visione strategica totale e con giustificazioni ideologiche che mancano di forza e di convinzione anche tra gli alleati tradizionali. C’è quindi poco da meravigliarsi, allora, che gli interventi militari, sempre illegali e ingiustificabili, finiscano con l’ottenere nulla di più che la creazione di buchi neri che a loro volta provocano nuove organizzazioni terroristiche sempre più violente determinate a diffondere la loro propria visione di ordine sociale e politico.
In questa intervista esclusiva per Truthout,  Noam Chomsky riflette sulle dinamiche della politica estera statunitense nel 21°secolo e sulle implicazioni della politica di     far piovere la distruzione sull’ordine mondiale. Chomsky valuta anche il ruolo del coinvolgimento della Russia in Siria, dell’ascesa dello Stato Islamico e dell’evidente attrazione che ha per molti giovani musulmani che arrivano dall’Europa, e offre una visione cupa del futuro della politica estera degli Stati Uniti.
CJ Polychromiou: gli interventi militari degli Stati Uniti nel 21° secolo (per esempio: Afghanistan, Iraq, Libia, Siria) si sono dimostrati totalmente disastrosi, tuttavia i termini del dibattito sull’intervento devono ancora essere     tra i guerrafondai di  Washington. Quale è la spiegazione di questo?
Noam Chomsky: In parte il vecchio luogo comune : quando tutto quello che hai è un martello, ogni cosa sembra un chiodo. Il relativo vantaggio degli Stati Uniti sta nella loro forza militare. Quando fallisce una forma di intervento, la dottrina e la pratica possono essere rivedute con nuove tecnologie, espedienti, ecc. C’è una buona revisione del processo dalla Seconda Guerra mondiale fino a oggi in un recente libro di Patrick Cockburn, Kill Chain. Ci sono alternative possibili, come appoggiare la democratizzazione (nella realtà, non con la retorica). Queste però hanno conseguenze analoghe a cui gli Stati Uniti non sarebbero favorevoli. Questo è il motivo per cui gli Stati Uniti appoggiano la “democrazia”; sono forme di democrazia “dall’alto verso il basso” in cui le élite legate agli Stati Uniti restano al potere, per citare il massimo studioso di “promozione della democrazia,” Thomas Carothers, un ex funzionario di Reagan che è un forte sostenitore di tale processo, ma che, sfortunatamente riconosce la realtà.
Alcuni hanno sostenuto che le guerre di Obama sono molto diverse per stile e sostanza da quelle del suo predecessore George W. Bush. C’è una qualche validità dietro queste affermazioni?
Bush faceva affidamento sulla violenza militare di “colpisci e terrorizza”, che si era dimostrata disastrosa per le vittime e che aveva causato serie sconfitte per gli Stati Uniti. Obama ora fa affidamento su altre tattiche, prima di tutto la campagna di assassinio globale con i droni che sta infrangendo nuovi record nel terrorismo internazionale, poi le operazioni delle Forze Speciali, oramai in gran parte del globo. Nick Turse, massimo ricercatore dell’argomento, di recente ha riferito che le forze di élite statunitensi sono state impiegate, frantumando un record,  in 147 paesi nel 2015.”
La destabilizzazione e quella che chiamo la “creazione dei buchi neri” è lo scopo principale dell’Impero del Caos in Medio Oriente e altrove, ma è anche chiaro che ora gli Stati Uniti navigano in un mare turbolento senza avere alcun senso della direzione , e di fatto senza avere un’idea sufficiente  ciò che è necessario fare una volta che il compito della distruzione sia stato completato. Quanto di questo è dovuto al declino degli Stati Uniti come nazione egemone globale?
Il caos e la destabilizzazione sono reali, ma non penso che questa sia lo scopo. E’ piuttosto una conseguenza di aver colpito fragili sistemi che non si comprendono,  scagliandosi sempre contro di loro con la forza,  lo strumento principale, come in Iraq, Libia, Afghanistan e altrove. In quanto al declino continuo del potere egemonico degli Stati Uniti (in realtà iniziato nel1945, con alcuni alti e bassi), ci sono conseguenze nell’attuale scena mondiale. Considerate, per esempio, il destino di Edward  Snowden. E’ stato riferito che quattro nazioni latino-americane gli hanno offerto asilo, non avendo più paura della frusta di Washington. Questa è una conseguenza di un declino molto significativo del potere statunitense nell’emisfero occidentale.
Dubito, tuttavia, che il caos in Medio Oriente si identifichi con questo fattore. Una conseguenza dell’invasione americana dell’Iraq è stata quella di istigare conflitti tra sette i quali stanno distruggendo l’Iraq e stanno ora facendo a pezzi la regione. Il bombardamento della Libia iniziato dall’Europa, vi ha provocato un disastro che si è diffuso ben oltre con flusso di armi e stimolando crimini jihadisti. E ci sono molti altri effetti causati dalla violenza straniera. Credo che il corrispondente dal Medio Oriente, Patrick Cockburn, faccia un’osservazione corretta quando dice che la Wahhabizzazione dell’Islam sunnita è uno degli sviluppi più pericolosi dell’era moderna. Oramai molti dei più orribili problemi sembrano praticamente insolubili, come la catastrofe siriana, dove le sole esile speranze stanno in qualche tipo di accordo negoziato verso il quale le potenze coinvolte sembrano lentamente avanzare.
Anche la Russia sta facendo piovere la distruzione in Siria. A che scopo? La Russia pone una minaccia  agli interessi degli Stati Uniti nella zona?
Evidentemente la strategia della Russia è di sostenere il regime di Assad, e in effetti sta “facendo piovere distruzione” prima di tutto attaccando le forze guidate dalla jihad e appoggiate dalla Turchia, dall’Arabia Saudita e dal Qatar e in parte dagli Stati Uniti. Un recente articolo sul Washington Post faceva pensare che le armi ad alta tecnologia fornite dalla CIA a queste forze (compresi missili TOW anticarro) avessero spostato l’equilibrio  militare a sfavore di Assad e fossero un fattore per attirare i russi. In quanto all’ “interesse statunitense” dobbiamo stare attenti. Gli interessi del potere degli Stati Uniti e quelli del popolo statunitense sono spesso molto diversi, come succede comunemente anche altrove. L’interesse ufficiale degli Stati Uniti è di eliminare Assad, e naturalmente l’appoggio russo ad Assad pone una minaccia a tale interesse. E lo scontro non è soltanto pericoloso, se non catastrofico, per la Siria, ma contiene anche una minaccia di escalation imprevista che potrebbe essere anche più catastrofica.
L’ISIS è un mostro creato dagli Stati Uniti?
Una recente intervista con l’illustre analista di Medio Oriente, Graham Fuller, è intitolata: “Ex funzionario della CIA dice che le politiche degli Stati Uniti hanno contribuito a creare l’IS.” Ciò che dice Fuller, credo correttamente, è che “Penso che gli Stati Uniti siano uno dei primi creatori fondamentali di questa organizzazione. Gli Stati Uniti non hanno pianificato la formazione dell’ISIS, ma i loro interventi distruttivi in Medio Oriente e la guerra in Iraq sono state le cause alla base della nascita dell’ISIS. Vi ricorderete che il punto di partenza di questa organizzazione è stato protestare contro l’invasione dell’Iraq da parte degli Stati Uniti, appoggiata, in quei giorni, anche da molti sunniti non-islamisti a causa della loro opposizione all’occupazione dell’Iraq. Penso che anche oggi l’ISIS [ora Stato Islamico] sia appoggiato da molti sunniti che si sentono isolati dal governo sciita a Baghdad. La creazione del dominio sciita è stata una conseguenza diretta dell’invasione statunitense dell’Iraq, una vittoria per l’Iran e un elemento della straordinaria sconfitta degli Stati Uniti in Iraq. Quindi, per rispondere alla sua domanda, l’aggressione statunitense è stata un fattore per l’ascesa dell’ISIS, ma non c’è alcun valore  nelle teorie cospirative che circolano nella regione che sostengono che gli Stati Uniti avevano pianificato la creazione di questa mostruosità incredibile.
Come spiega il fascino che un’organizzazione del tutto barbara e selvaggia come lo Stato Islamico ha per molti giovani musulmani che vivono in Europa?
Ci sono stati un bel po’ di  studi accurati del fenomeno da parte, tra gli altri, di Scott Atran. L’attrattiva sembra essere diffusa principalmente tra i giovani che vivono in condizioni di repressione e di umiliazione, con scarsa speranza e poche opportunità e che cercano un qualche obiettivo nella vita che offra loro dignità e di autorealizzazione; in questo caso, instaurare un utopistico stato islamico che sorga come opposizione a secoli di  assoggettamento e di distruzione da parte del potere imperiale occidentale. Inoltre, sembra esserci molta pressione dei loro compagni – membri della stessa società di calcio, e così via. Anche la natura intensamente settaria dei conflitti regionali senza dubbio è  un fattore – non soltanto “difendere l’Islam” ma difenderlo dagli apostati sciiti. E’ uno scenario molto brutto e molto pericoloso.
L’amministrazione Obama ha dimostrato poco interesse di rivalutare il rapporto degli Stati Uniti con i regimi autoritari e fondamentalisti in luoghi come l’Egitto e l’Arabia del Sud. La promozione della democrazia è un elemento completamente fasullo della politica estera statunitense?
Senza dubbio ci sono persone come Thomas Carothers, nominato prima, che si dedicano realmente alla “promozione della democrazia” nel Dipartimento di stato di Reagan. Le testimonianze, però, dimostrano molto chiaramente che questa è raramente un elemento nella linea politica e alquanto spesso la democrazia è considerata una minaccia – per buone ragioni, quando si considera l’opinione popolare. Per citare soltanto un esempio ovvio, i sondaggi eseguiti dalla principale agenzia di sondaggi statunitense ( la WIN Gallup), dimostrano che gli Stati Uniti sono considerati, con largo margine, la più grande minaccia per la pace del mondo. Il Pakistan è al secondo posto, a molta distanza (presumibilmente gonfiato dal risultato delle elezioni in India). I sondaggi svoltisi  in Egitto alla vigilia della Primavera Araba hanno rivelato un notevole sostegno per le armi nucleari iraniane per controbilanciare il potere di Israele e degli Stati Uniti. L’opinione pubblica è spesso a favore di riforme sociali del genere che danneggerebbe le multinazionali con base negli Stati Uniti. E molto altro. Non sono certo politiche che al governo statunitense piacerebbe venissero istituite, ma l’autentica democrazia darebbe una voce significativa all’opinione pubblica. Per analoghe ragioni, la democrazia è temuta in patria.
Prevede dei cambiamenti importanti nella politica estera degli Stati Uniti nel prossimo futuro con un’amministrazione Democratica o Repubblicana?
Non con un’amministrazione democratica, ma la situazione con un’amministrazione  Repubblicana è molto meno chiara. Il partito ha deviato molto dallo spettro della politica parlamentare. Se le dichiarazioni dell’attuale  gruppo di candidati possono essere prese sul serio, il mondo potrebbe  trovarsi davanti a seri guai. Prenda, per esempio, l’accordo con l’Iran sul nucleare. Non soltanto sono unanimemente contrari a esso, ma fanno a gara su quanto rapidamente bombardare l’Iran. E’ un momento molto strano nella storia politica americana, e in uno stato con paurosi poteri di distruzione, questo dovrebbe provocare non poca preoccupazione.
CJ Polychroniou è uno studioso di politica e di economia politica che insegnato e lavorato in università e centri di ricerca in Europa e negli Stati Uniti. I suoi principali interessi  nl campo della ricerca  sono: l’integrazione economica europea, la globalizzazione, l’economia politica degli Stati Uniti e la decostruzione del progetto politico-economico del neo-liberalismo. Collabora regolarmente con Truthout ed è anche membro del Truthout Public Intellectual Project. Ha pubblicato diversi libri e i suoi articoli sono apparsi su una serie di periodici, riviste, quotidiani e su famosi siti web di informazione.  Molte delle sue pubblicazioni sino state tradotte in molte lingue straniere tra le quali: croato, francese, greco, italiano, portoghese, spagnolo e turco.
fonte: Zetanet Italy