Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

lunedì 21 dicembre 2015

Al concerto di Woody Shaw c'ero anch'io

Luciano Granieri


Le valutazioni  temporali sui  social network sono sempre riferiti  al presente, al momento, al carpe diem . Oggi come non mai, quando si assiste ad un concerto, o a un evento, si è vigili e  pronti a documentare  la propria partecipazione, immortalandola o riprendendola con il cellulare, per poi postarla sui social e poter dire : “Io c’ero”,  magari tralasciando di godersi appieno  la carica emotiva che il  concerto  medesimo sta trasmettendo. Lo confesso, è capitato pure  a me,  anche se ho usato le riprese di alcune esibizioni solo  per imitare, indegnamente,  esimi critici musicali e redigere la cronaca dei concerti sul blog  Aut. 

E’sorprendente però scovare sul web, in particolare su You Tube, un concerto e poter dire: “Io c’ero”  anche se il video è del 1983. L’Altra sera,  smanettando sul web in cerca di qualche chicca interessante inerente alla mia  musica preferita , mi imbatto in un filmato della Rai, in cui viene trasmesso  il  brano ,“Lotus Flower”  registrato durante il concerto del quintetto del trombettista Woody Shaw, tenutosi al leggendario Music Inn di Roma nel 1983. Cavolo!!!! Io c’ero anche se non mi si vede, c’ero insieme al mio amico Mauro,  compagno di liceo, fede politica, e calcistica. 

Ma andiamo con ordine.  Avevo ascoltato per la prima volta Woody Shaw nel  mitico negozio di dischi jazz  Millerecords, quando ancora stava in via dei Mille vicino alla Stazione Termini. Li dentro passavo molto tempo e li ho preso ad appassionarmi alla musica afroamericana . L’occasione di assistere  ad un set dello   straordinario trombettista della  North Carolina   mi capitò nel 1981 durante la rassegna Pescara Jazz. Il cartellone di quel festival era eccellente:   Massimo Urbani quartet , Woody Shaw quintet  e Stan Getz  sextet,  la prima sera;  Art Pepper quartet ,  Dizzy Gillespie all stars,   la sera successiva;  per finire con l’ultimo appuntamento in cui si sarebbero esibiti il quartetto di Claudio Fasoli, Larry Corryell  e la Count Basie Alumni Big Band.

 Quell'estate ero ospite   di  un altro mio amico di Frosinone, Pierfrancesco.  Ogni estate  la sua famiglia affittava una  casa al mare a  Silvi Marina, un posto ad un tiro di schioppo dal Parco Le Naiadi di Montesilvano, arena dove si tenevano i concerti. 

Già Mauro, Pierfrancesco…. non erano propriamente appassionati di jazz, anche se presumo gli piacesse, per cui li ringrazio ancora oggi per  avere condiviso con me il fuoco di una passione che magari per loro non era così fiammeggiante.  Del resto i veri amici si distinguono anche per la loro voglia di condividere con te alcuni  momenti della propria vita anche se la cosa può provocargli noia.

Ma torniamo ai concerti. La prima sera, dopo il set di Massimo Urbani, insieme agli amici di sempre, Enrico Pieranunzi al piano, Roberto Gatto alla batteria, Enzo Pietropaoli al contrabbasso, arrivò il momento del quintetto di Woody Shaw. Quando i ragazzi di Woody , Steve Turre al trombone, Mulgrew Miller al pianoforte, Tony Reedus alla batteria e Stafford James al contrabbasso, salirono sul palco  si scatenò l’inferno. Un acquazzone, con tanto di tuoni e fulmini, investì  l’arena. 

Noi rimanemmo indefessi  sotto la pioggia, ma dopo le prime battute del concerto, saltò la corrente, il quintetto provò a continuare anche senza amplificazione, ma il tentativo fallì. Dopo un paio d’ore  di pioggia, e di silenzio, l’organizzazione del festival  fece trasferire tutti i reduci presso lo stadio Adriatico di Pescara, sotto le tribune coperte. Erano le due di notte e si riprese da Stan Getz. Il concerto di Woody era saltato. Il sassofonista,  eroe del cool jazz bianco,  andò avanti per due ore incurante del  fatto che si fossero fatte la 4 di mattina, ammiccando, fra l’altro,  per cercare di ottenere la richiesta del bis, come si usa ne concerti jazz, ma alle quattro del mattino, immagino  che se  qualcuno degli spettatori  si fosse azzardato ad invocare il bis, sarebbe stato preso a selciate dagli astanti. 

Il quintetto di Woody Shaw, a giudicare dalle prime note ascoltate sotto la pioggia, prometteva  faville. I giovani Mulgrew Miller al piano, Steve Turre al trombone e Tony Reedus alla batteria, furono, insieme all’altosassofonista Kenny Garrett degli Out of the Blue  e al trombettista Terence Blanchard, stella dei Jazz Messengers  dell’inossidabile Art Blakey,  le nuove talentuose leve emerse in quell’inizio di anni ’80. Rimasi dunque deluso per non aver potuto assistere al concerto. Un paio di dischi acquistati dopo quell’estate, fra cui “Lotus Flower” rafforzarono in me l’idea che alla prima occasione, per nulla al mondo avrei dovuto perdermi quel quintetto guidato da un funambolo della tromba,  oggi apprezzato dai migliori jazzisti, Fabrizio Bosso ne è  devoto debitore. 

L’occasione capitò due anni dopo  a Roma.  Woody era di scena  al Music Inn.  Fui invitato da  Mauro   a cena nel suo  piccolo appartamento a Trastevere. Dopo aver gustato degli ottimi tortellini e scolato una bottiglia di lambrusco, chiesi al mio amico di accompagnarmi al Music Inn. Non passò molto che ci trovammo nel locale di Picchi Pignatelli. 

I ragazzi erano in una stanzetta vicino al piccolo palco. Mulgrew Miller,  stava scaldando le   grandi mani per poter esprimere tutta la sua straordinaria abilità al pianoforte, Steve Turre stava sistemando una scatola di piccole percussioni vicino ai suoi due tromboni. Woody  era intento a soffiare nel bocchino del suo strumento . Tony Reedus, picchiettava  con le bacchette, paradiddle  sul cuscino del divano,  mi confessò che avrebbe voluto imparare a suonare la tromba, tanto che provò a rubarla, per un attimo a Woody cercando di biascicare qualche nota. 

Mauro mi guardava perplesso, io mi sentivo veramente in paradiso fra quei   musicisti.  Fu un bel momento dividere con loro gli attimi  subito precedenti il concerto . Il set, inutile dirlo,  fu straordinario. Il  quintetto dalla ritmica potente, su cui si saldavano scorribande solistiche  fatte di arpeggi, scale straordinarie,  soluzioni armoniche  ad alto livello creativo,  offrì una mirabile  dimostrazione di quante emozioni possano regalare  cinque musicisti ispirati come  erano quella sera Woody, Steve, Mulgrew, Tony e Stafford.   

Anche Mauro mostrò di gradire molto l’esibizione. Ma la sua ironia non risparmiò nè me, nè gli altri appassionati che stavano assistendo rapiti. Inevitabilmente certi atteggiamenti di noi scemi per il jazz si prestano ad una sacrosanta presa in giro.  Mauro si mostrò entusiasta dell’esibizione del trombonista, Steve Turre, ribattezzato ironicamente  Kublai  Khan per il suo look, ma non sopportava il suono del trombone grosso (trombone basso) quando Kublai Khan  ne copriva la campana con il tira busciò o stura lavandini (sempre definizione di Mauro) , evidente il riferimento al sordina wah wah. Fra una frizzo e un lazzo siamo giunti alla fine di questo racconto e allora invito tutti i lettori a vivere insieme a me un momento di quello straordinario concerto del 1983 dove “Io c’ero”.

Good Vibrations






domenica 20 dicembre 2015

Argentina: la deriva parlamentarista dei "trotskisti" di Po e Pts

Matías Martínez
(Pstu di Argentina, sezione della Lit-Quarta Internazionale)


(traduzione dallo spagnolo di Matteo Bavassano)


Nota esplicativa del traduttore
 Po e Pts sono due partiti della sinistra argentina che si richiamano al trotskismo. Fanno parte, insieme ad altre forze, tra cui il Pstu di Argentina, sezione della nostra Internazionale (la Lit-Quarta Internazionale), di cui traduciamo questo articolo, del Fit, un fronte di varie organizzazioni classiste.
Il Po è anche la principale forza del Crqi, un coordinamento di poche sigle eterogenee, tra cui l'italiano Pcl (il gruppo di Ferrando) e un piccolo gruppo in Grecia e uno in Turchia, coordinamento che pubblica (in media una o due volte l'anno e ormai sempre più raramente) delle dichiarazioni congiunte. Non si può parlare di "Internazionale" nel suo caso, ma solo di mero coordinamento, dato che non fa congressi, non ha organismi dirigenti, non ha pubblicazioni (ne cartacee e neppure un sito web). Il Crqi, per ammissione dei suoi stessi dirigenti, è da tempo "collassato", cioè esiste ormai solo come generico riferimento, privo di una vita politica concreta.
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Alcuni giorni fa le sedute della Camera dei deputati del Congresso della nazione [in Argentina. ndt] hanno fatto notizia. In una sessione speciale convocata dal kirchnerismo prima del cambio della composizione delle camere, il Fpv ha fatto votare più di 90 progetti di legge in assenza dell’opposizione padronale (Pro, Fronte rinnovatore, Pj dissidente, Partito socialista) che si è rifiutata di partecipare per non far raggiungere il numero legale.
La notizia rilevante è stata che a fronte dell’assenza di 10 deputati del proprio blocco, l’ufficialismo ha potuto contare sull’appoggio di 5 deputati del centrosinistra (Unidad popular, Libres del sur y Proyecto sur) e dei 3 eletti del Fronte si sinistra e dei lavoratori(Fit): Pablo López del Po, Nicolás Del Caño e Myriam Bregman del Pts. Cioè, di fronte alla crisi di un kirchnerismo in ritirata, l’azione dei deputati del Fit è stata decisiva perché potessero essere approvate le leggi presentate dal governo. Nei fatti, sono stati degli alleati, arrivando anche a votare insieme alcuni di questi progetti argomentando che erano “leggi a favore dei lavoratori”.

Un dibattito necessario
Secondo noi, questo è un grave errore. Lo è stato tanto aver garantito il numero legale così come aver votato le leggi con il governo. Ed è l’opposto del ruolo che devono sempre svolgere i deputati dei partiti che si definiscono rivoluzionari sul terreno del nemico, quale è il parlamento di questa democrazia che sostiene gli interessi di banchieri e padroni.
In realtà questa tendenza non è nuova. Sono solo alcune espressioni che confermano che, nella misura in cui lo spazio politico-elettorale del Fit si va consolidando, – cosa che senza dubbio è positiva – alcune delle forze politiche che lo compongono esprimono un crescente adattamento alle regole del gioco dello stesso sistema democratico borghese. Cioè, mentre una frangia dell’attivismo operaio e giovanile del Paese inizia ad avanzare verso posizioni di scontro con il capitalismo, con l’imperialismo e con il regime democratico borghese corrotto e fraudolento che li sostiene, dei partiti che fanno parte del Fit vanno in senso contrario, canalizzando questo movimento progressivo verso una fiducia nello stesso regime.
Mentre la presenza del Fit compie un ruolo progressivo nel presentare ai lavoratori una alternativa elettorale di indipendenza di classe, la sua direzione compie un ruolo regressivo, con un orientamento riformista. Questa è la questione di fondo che dobbiamo discutere.
Ed è evidente che le nostre critiche sono rivolte alle direzioni delle tre forze che compongono il Fit, cioè il Pts, il Partido obrero (Po) e Izquierda socialista.
I rivoluzionari votano leggi con i padroni?
“Così, in una giornata senza dubbio imbarazzante, la cosa più importante è stata la votazione dei progetti di legge in favore dei lavoratori. Progetti che, tuttavia, non hanno potuto incorporare le proposte migliorative dei deputati del Fronte di sinistra”. (Daniel Satur, La Izquierda Diario, Pts, 27/11/2015).“ E "Il blocco del Fit garantirà che venga approvata ciascuna delle leggi a favore della classe operaia…” questa è stata la giustificazione di Pablo López nel comunicato pubblicato dal Po il 26/11/2015.
Cioè, entrambi sostengono che il Fpv, il blocco padronale di governo, ha presentato “leggi operaie” o “favorevoli ai lavoratori” e perciò questi deputati del Fit lo hanno appoggiato criticamente con il loro voto.
Questo è l’opposto di quanto raccomandava Lenin e delle risoluzioni del Secondo Congresso dell’Internazionale comunista del 1920, che pure tutte le forze che compongono il Fit continuano a rivendicare, che indicava in una delle tesi sulla tattica rivoluzionaria in parlamento che “I deputati comunisti devono subordinare tutta l’attività parlamentare all’azione extraparlamentare del partito. Devono presentare regolarmente progetti di legge concepiti per la propaganda, l’agitazione e l’organizzazione rivoluzionaria, e non per essere approvati dalla maggioranza borghese”. (il corsivo è nostro).
È vero che, come prodotto delle mobilitazioni e in determinate circostanza, alcuni settori borghesi possono proporre alcune misure “progressive” tra virgolette per i lavoratori, come diceva Trotsky. In questi casi, come consigliava il rivoluzionario russo che tutti rivendichiamo nel Fit, quando qualche settore borghese le attacca da destra noi le difendiamo. Ma mai diamo il nostro appoggio politico, dunque mai votiamo a favore di una determinata legge, perché queste misure comunque, nel loro insieme, sono al servizio di un piano profondamente reazionario. Per esempio, saremo a lottare nelle strade se il macrismo proporrà la riprivatizzazione delle imprese che sono state nazionalizzate. Faremo lo stesso se tentasse di farlo il kirchnerismo. Ma questo non significa in nessun modo che diamo il nostro appoggio politico votando a favore di queste "nazionalizzazioni" fatte col contagocce.
Perché i rivoluzionari vanno in parlamento?
Anche quando rimaniamo in assoluta minoranza, e nonostante inizialmente questo atteggiamento non sia compreso da un settore importante dei lavoratori a causa della coscienza riformista che questo sistema costruisce quotidianamente, i nostri deputati devono presentare in parlamento i propri progetti, denunciando i piani reazionari della borghesia. Il messaggio deve essere chiaro: i lavoratori non hanno mai un interesse politico comune con i partiti dei padroni e il parlamento borghese non voterà mai miglioramenti reali per i lavoratori, per questo i nostri progetti non vengono approvati. Non attuando così finiremmo con il fare il contrario di ciò che è necessario e cioè dimostrare che questo parlamento è un vero “covo di banditi”.  Non c’è compito più importante per i rivoluzionari che denunciare in forma implacabile che nessuna legge di questa istituzione padronale può essere benefica per i lavoratori. Perché il nostro compito è quello di convincere pazientemente e mobilitare la classe operaia e i settori popolari per rovesciare tutte le istituzioni per mezzo delle quali la borghesia imperialista esercita il suo potere, per rimpiazzarla con organismi che rappresentino il potere dei lavoratori.
Tale è la confusione che questa deviazione riformista sta portando che, dalla conquista dei seggi legislativi nel 2013, uno slogan molto comune intonato da queste forze che fanno parte del Fit dice “con i deputati dei lavoratori è arrivata l'ora che la crisi la paghino i padroni”, come se bastasse avere deputati di sinistra per sconfiggere la crisi. In questo senso, è stato sbagliato anche che il Po abbia festeggiato un progetto di legge sulla violenza contro le donne del parlamento di Buenos Aires, frutto del consenso tra il Po e il kirchnerismo, o quando il Pts ha votato a favore delle leggi sui parchi pubblici presentate dal kirchnerismo. Entrambi hanno giustificato queste azioni dicendo che avrebbero portato benefici per i lavoratori, appellandosi a una “logica riformista” per giustificare l’approvazione di leggi proposte o appoggiate dai partiti padronali. 
Alla luce degli ultimi avvenimenti, crediamo sia importante iniziare questo dibattito tra tutti i compagni e le compagne che vedono con grandi aspettative l’avanzamento elettorale del Fit, per non trasformare tali avanzamenti in una nuova frustrazione.
Una polemica che si è già espressa durante la campagna
Già da alcune settimana, su Izquierda Diario, quotidiano del Mtr del Brasile, il partito legato al Pts argentino, si polemizza con le prime valutazioni sul Fronte di sinistra e dei lavoratori che abbiamo pubblicato nel numero 98 di Avanzada socialista [il periodico del Pstu argentino, ndt].
Curiosamente, in una nota firmata da Simone Ishibashi, questa organizzazione ci accusa di “non riconoscere le conquiste del Fit” e polemizza con il nostro partito dicendo che “secondo il Pstu i risultati del Fit sono stati ‘deboli’ per la presentazione di ‘liste divise’ tra Pts e Po nella Paso, e la campagna sarebbe stata con 'contenuti deboli' a causa della presentazione di liste divise tra Pts e Po nelle primarie. 
Si lamentano anche del fatto che i candidati del Pstu non hanno figurato (nelle elezioni generali), quando si sono uniti alla lista guidata da Altamira nella Paso” [cioè nelle primarie, ndt].
In primo luogo, dobbiamo partire dal chiarire quali sono i veri dibattiti senza distorcere le posizioni.
Il nostro bilancio dei risultati del Fit è chiaro. È una campagna della quale il nostro partito ha fatto parte facendo tutto quello che era nelle sue possibilità per raggiungere il “risultato molto buono” ottenuto (questo è il titolo della nota con la quale si pretende di polemizzare). Sempre lì abbiamo segnalato, tra gli altri aspetti, che “Il risultato ottenuto, sommato ai risultati raggiunti durante il 2015, consolida il Fit come la alternativa politico-elettorale di sinistra nel Paese e conferma che esiste uno spazio per disputare da sinistra la rottura con il kirchnerismo che si è espressa in queste elezioni”. Inoltre abbiamo affermato che “di fronte alle tre proposte maggioritarie (Fpv, Cambiemos, Una) che hanno trascinato dietro di loro la maggioranza dell’elettorato, il Fit è riuscito a resistere alla pressione del voto utile e a presentarsi come l’unica proposta diversa, con un programma alternativo che proponeva una soluzione operaia e popolare alla crisi in queste elezioni. E questo risultato elettorale costituisce una conquista per i lavoratori che dobbiamo valorizzare”.
La polemica che invece esiste riguarda l’orientamento sbagliato e riformista che le forze che fanno parte del Fit hanno dato alla campagna elettorale, dall’errore di aver utilizzato le antidemocratiche primarie come mezzo per dirimere le divergenze sorte sulle candidature fino alla proscrizione di candidati usando un metodo sleale e burocratico.
Le tendenze elettoraliste delle forze “legalizzate” del Fit
Il Fronte di sinistra e dei lavoratori (Fit) è nato nel 2011 come conseguenza della riforma politica antidemocratica proposta da Cristina Kirchner, con la quale, imponendo il piano restrittivo delle elezioni primarie aperte simultanee e obbligatorie (Paso), ha obbligato le forze a unirsi in un fronte per potersi presentare alle elezioni e non perdere la legalità dei singoli partiti. Questo fronte si è combinato alla rottura politica da sinistra di una frangia della popolazione con il kirchnerismo e si è trasformato in un fenomeno politico che si è consolidato sul terreno elettorale.
Ma al di là dell’accordo programmatico costitutivo, il Fit funziona semplicemente come un “accordo elettorale” che gira intorno alla presentazione di liste in tutte le elezioni del Paese dove la legge lo permette, e nelle quali si dirime la “ripartizione” delle candidature e dei rispettivi seggi parlamentari, in rare occasioni si realizzano presentazioni politiche comuni, come fronte, e l’attività al di fuori delle elezioni è quasi nulla. Fin dalla sua origine, il disprezzo e l'emarginazione da parte delle direzioni delle forze che compongono il Fit verso tutte le organizzazioni che il regime proscrive dall’avere legalità è stata una costante che prova il criterio “elettoralista” che impongono dette forze. Si impone una pratica settaria, meschina e autoproclamatoria, nella quale la differenziazione all’interno del fronte la concedono le regole determinate dallo stesso regime democratico borghese. Per esempio, nonostante avesse aderito al Fit partecipando con le proprie liste di candidati dalla sua fondazione nel 2011, il Pstu e altre organizzazioni non sono mai state convocate per dibattere i punti programmatici o la pianificazione delle campagne elettorali.
Il non rispetto degli accordi (da loro stessi imposti) riguardo alla posizione dei candidati del nostro partito senza altro intervento che la nota in cui viene segnalata una nostra “lamentela” è un’altra dimostrazione della pressione che esercita la legalità borghese su queste organizzazioni.
Questa metodologia burocratica e sleale aliena alla classe operaia, molto comune negli “intrighi” e nelle “lotte per le cariche” dei partiti padronali e della burocrazia sindacale, deve essere sradicata da quelli che si rivendicano rivoluzionari. Non basta scaricarsi l’un l’altro la colpa di questo. Bisogna prendere posizione e combatterlo con fermezza.
Come abbiamo già segnalato, risulta innegabile che le proposte politiche programmatiche sono state messe in secondo piano rispetto alla lotta per le candidature. E al contrario delle risoluzioni della Terza Internazionale diretta da Lenin (che tutte le forze che fanno parte del Fit dicono di difendere), la “febbre elettoralista" ha portato al fatto che il centro della campagna fosse l’ottenimento di deputati di sinistra, ci hanno sommersi di manifesti con le “facce” dei candidati senza troppe proposte (competendo anche tra le stesse forze del Fit, fino a coprirsi a vicenda i manifesti) e di volantini che indicavano la quantità di voti che mancavano per ottenere i seggi, senza quasi un contenuto politico. Chiaramente noi consideriamo importante l’ottenimento di seggi parlamentari del Fit, ma questo non può essere il centro dell’attività dei rivoluzionari nelle campagne elettorali.
A sua volta, “la forza dei lavoratori, delle donne e della gioventù”, “l’aborto legale, sicuro e gratuito” o che “un deputato guadagni lo stesso di un’insegnante”, che la stessa nota riconosce come assi della campagna, sono rivendicazioni democratiche molto importanti che tutti rivendichiamo, ma si dimentica di dire che ci sono varie forze politiche padronali del nostro Paese che propongono cose simili. Cioè, nonostante siano importanti, non possono essere questi gli assi di una campagna che si rivendica essere socialista e rivoluzionaria. Quello che nessuno ha proposto, perché sicuramente avrebbe potuto far perdere voti, è la necessità di smettere di pagare il debito estero e di rompere tutti gli accordi con l’imperialismo, la nazionalizzazione delle banche e del commercio estero, la necessità di nazionalizzare sotto controllo operaio tutte le imprese multinazionali che saccheggiano le nostre risorse senza nessun indennizzo, e che per questo manca un governo dei lavoratori e delle masse popolari che applichi un piano operaio alternativo.
Purtroppo, al di là di alcuni vaghi riferimenti in qualche occasione, queste proposte, che sono parte dell’accordo programmatico del Fit, non sono stati gli assi scelti da chi ha diretto la campagna. Lo sono stati invece per il Pstu. In questo modo, le forze che compongono il Fit non hanno svolto il principale compito dei rivoluzionari quando si presentano alle elezioni: portare il programma rivoluzionario a milioni di persone. Per questo diciamo che il Fit non ha approfittato dell’opportunità storica di presentare in forma tagliente e forte le proprie proposte programmatiche di fronte ai milioni di lavoratori che hanno seguito il dibattito presidenziale.
Il candidato presidente del Fit non ha mai rotto gli schemi e si è posto solamente come una sinistra moderata sul piano meramente elettorale. Gli elogi e le sottolineature della stampa padronale, come O Estado de Sao Paulo che si inseriscono nella polemica – qualcosa di simile ha fatto l’argentina Izquierda Diario con l’impatto delle dichiarazioni di Del Caño sulla stampa argentina, dovrebbe preoccupare. Perché tutto ciò rappresenta un segnale d'allarme sull'avanzamento dell'adattamento del Fit a una logica elettorale riformista.
Per questo, senza smettere di valorizzare il risultato ottenuto, continuiamo a sostenere che lo sviluppo della campagna elettorale voluto da Po e Pts non ha avuto niente a che vedere con una campagna orientata da una prospettiva operaia e rivoluzionaria, svuotandola in questo moro di contenuto politico. Ed è per questo che insistiamo sull’importanza di aprire questo dibattito tra le migliaia di lavoratori in lotta che hanno fatto riferimento al Fit nelle ultime elezioni.

In memoria del vero Padre della Patria

Luciano Granieri

Quest’anno si chiude con una sciagura. Qualche giorno fa, il 15 dicembre, se ne è andato un Padre della Patria, forse l’unico vero Statista che meritasse questo appellativo. E’ un peccato perché quanto la sua saggezza e sapienza avevano predisposto nel “piano di rinascita democratica” sta per concretizzarsi senza che il sommo possa ammirare il compimento dei suoi illuminati auspici . 

Si sta in effetti concludendo l’iter di espropriazione al  Parlamento delle prerogative legislative, per trasferirle completamente all’esecutivo. Il Presidente del Consiglio, sta per essere investito del potere  di poter eleggere i giudici costituzionali e i membri del consiglio superiore della magistratura. Le televisioni e la stampa, pubbliche e private, sono ormai nel pieno suo  controllo. Il conflitto sociale è ormai quasi del tutto disinnescato, grazie all’impegno repressivo delle forze dell’ordine e alla collaborazione   di quelle organizzazioni  sindacali che, mentre fingono di difendere i lavoratori, li vendono al padrone. 

E’ in dirittura d’arrivo il depotenziamento del Senato, così come sancito nel piano di rinascita, anzi si sta realizzando qualcosa di meglio, come la sottrazione ai cittadini  del diritto di eleggere i Senatori.  Il jobs act, con l’introduzione del licenziamento libero,  è una traduzione estremamente evoluta  di quanto il  Sommo Padre della Patria aveva sancito nel suo programma, cioè la drastica riduzione dei salari a fronte dell’aumento della produttività. 

Finalmente si sta procedendo alla neutralizzazione dei nefasti effetti di quella iattura che è la Costituzione Repubblicana. Un incidente di percorso, un’insensatezza che anziani usurpatori del titolo di Padri della Patria, terrorizzati dalle vicende della guerra, necessaria ma ahimè perduta ,  hanno posto sul cammino di  una corretta   gestione del potere.  

Il nostro vero Padre della Patria si è speso in ogni modo, per estirpare il bubbone di un anomalia chiamata  democrazia.  Si è impegnato, con altri coraggiosi camerati, nell’ ordire un colpo di Stato, nel destabilizzare la pace sociale depistando  le indagini sulle stragi di Stato. Si è impegnato con tutte le forze nel coadiuvare la CIA, organizzando una struttura clandestina in Italia atta a scongiurare il pericolo del comunismo. Ha assoldato generali, politici, imprenditori, pezzi deviati delle forze dell’ordine per raggiungere il suo scopo. 

Oggi grazie anche all’impegno di politici del calibro di Silvio Berlusconi e Matteo Renzi, il suo piano di rinascita democratica sta diventando realtà. Onore e gloria dunque al padre della Patria, venerabile Massone Licio Gelli rapito  alla nostra vita da un destino cinico e baro. Siamo tristi, ma ci consoliamo constatando con quale zelo  gli attuai governanti stiano mettendo in pratica i suoi insegnamenti.

sabato 19 dicembre 2015

Valle del Sacco: perimetrazione del SIN completata dagli enti, ora tocca ai privati

RETE PER LA TUTELA DELLA VALLE DEL SACCO


Il Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri (DPCM) del 19.05.05, a seguito del rilevamento in un campione di latte proveniente da un’azienda bovina, situata nel Comune di Gavignano, di concentrazioni di betaesaclorocicloesano (beta-HCH) superiori al limite consentito dalla normativa comunitaria, dichiarava lo stato di emergenza socio-economico-ambientale nella Valle del Sacco. Il sottoprodotto del lindano, interrato nella zona industriale di Colleferro tra gli anni Settanta e Ottanta, in un’area per cui la Regione Lazio aveva pianificato la bonifica già a metà degli anni Novanta, mai effettivamente iniziata, era infine confluito nel fiume Sacco, contaminando il sedimento fluviale e la fascia ripariale, per circa 60 km, in buona parte afferenti al Frusinate.

Originariamente si includeva nell’area emergenziale, affidata alle competenze di un apposito Ufficio Commissariale per l’Emergenza della Valle del Sacco (UCE), la fascia ripariale del territorio dei Comuni di Colleferro, Segni e Gavignano (RM) e di Paliano, Anagni, Ferentino, Sgurgola, Morolo e Supino (FR). A partire dal 31.10.10, le competenze dell’UCE si estendevano alle aree agricole-ripariali dei Comuni di Frosinone, Patrica, Ceccano, Pofi, Castro dei Volsci, Ceprano e Falvaterra, sino alla confluenza del Sacco con il Liri. Lo stato di emergenza veniva prorogato con 7 successivi DPCM, fino al 31.10.12. 

Si produceva peraltro una curiosa sovrapposizione di competenze.
Da una parte l’area emergenziale, per cui erano attribuite ad apposito UCE, in via esclusiva, le competenze in relazione alla grave e accertata presenza di fitofarmaci organoclorurati nella catena alimentare.
Dall’altra, il SIN “Bacino del fiume Sacco”, perimetrato dal MATTM con DM 31.01.2008, comprendente un’area vastissima del bacino imbrifero del Sacco, da Valmontone (RM) sino al sud del Frusinate, escludente però i 9 Comuni originari di competenza dell’UCE.

Nonostante l’inaccettabile dilatazione dei tempi, richiesta soprattutto dalla difficoltà di coordinare i vari enti coinvolti, si può considerare positivamente l’attività dell’UCE di caratterizzazione e di parziale messa in sicurezza della fonte della contaminazione, realizzata da tecnici di elevata competenza, che però è stata ulteriormente ritardata dall’interruzione dell’attività dell’ente imposta alla fine del 2012.
Per quanto riguarda l’obiettivo ultimo della risoluzione dell’emergenza, ovvero la bonifica delle aree ripariali del fiume Sacco, a storica vocazione agro-zootecnica, si può dire che, nonostante l’interesse delle attività sperimentali condotte, esso sia stato finora completamente disatteso.
Se i risultati ottenuti nell’area di competenza dell’UCE possono dunque ritenersi nel complesso insoddisfacenti e soprattutto non tali da consentire la prematura conclusione delle sue attività, ancora più sconfortanti sono stati quelli relativi all’area di competenza ministeriale.

Un effetto esiziale sulla continuità delle azioni di bonifica è stato poi esercitato dalla contemporanea (2012) azione normativa del MATTM, volta alla ridefinizione dei parametri istitutivi dei SIN, che ha comportato la declassificazione, tra gli altri, di quello della Valle del Sacco (11.01.13), con conseguente trasferimento della competenza alla Regione.
Contro tale provvedimento ricorreva la Regione Lazio, con la nostra associazione ad adiuvandum. Con Sentenza n. 7586 del 20.03.14, esecutiva il 17.07.14, il TAR del Lazio riconosceva le ragioni dei ricorrenti. Si potevano così finalmente riprendere le attività volte alla bonifica.

La rinnovata titolarità del MATTM sul SIN, comprendente, lo ricordiamo, l’intero bacino imbrifero del fiume Sacco, ha riproposto l’esigenza di un’adeguata perimetrazione delle aree oggetto di bonifica, che, considerata anche la sostanziale inefficienza delle precedenti attività dell’ente in convenzione con Arpa e Regione Lazio, si traduceva in un ripartire quasi da zero. Tale situazione, evidentemente paradossale, presentava d’altra parte ovvie opportunità.

La nuova perimetrazione del sito può consentire infatti, grazie a un’azione ministeriale ben più energica della pregressa, nonostante risorse umane e finanziarie assai limitate, la bonifica non solo del territorio inquinato da beta-HCH, ma anche di numerose aree industriali molto estese, interessate da molteplici contaminazioni negli scorsi decenni. Un territorio di straordinaria complessità, la cui gestione, altrettanto complessa, richiederà risorse, pianificazione e organizzazione adeguate per avviare il suo strutturale risanamento.

C’è voluto oltre un anno per giungere a questa prima conclusione, che va senza dubbio salutata con soddisfazione. Un tempo così lungo è giustificato non solo dalla necessità di delimitare tante diverse situazioni rispetto ai territori circostanti non contaminati, ma anche dalla difficoltà a coordinare tra loro tutte le istituzioni coinvolte - Comuni, Province, Regione, Ministero, organi di ricerca, controllo e preposti alla tutela della salute pubblica - in assenza di strumenti e metodologie consolidate necessarie a condividere le conoscenze e le corrette informazioni, nonché per garantire la comunicazione in tempi rapidi e realizzare una pianificazione efficace dei lavori.

In sintesi, si può rilevare ancora, come in passato, la mancanza della centralizzazione e della effettiva condivisione di tutte le informazioni relative al SIN, per consentire a ogni livello istituzionale di fare fronte ai propri compiti e rendere i cittadini consapevoli di una realtà che ne influenza gravemente salute e qualità della vita, dunque capaci di intervenire sulle decisioni.

Il percorso non è però ancora concluso. La parte pubblica ha chiuso sulla perimetrazione, ora questa deve essere sottoposta, a carico delle amministrazioni comunali, a tutti i privati le cui proprietà catastali rientrino entro quei confini. Si intuisce che questa operazione non sarà priva di complicazioni. Peraltro, su nostra sollecitazione la Regione si farà carico di convocare una riunione con le amministrazioni per condividere le modalità operative per condurla in porto.

Solo dopo la conclusione di quest’ultima fase verrà emesso il decreto che sancirà la nascita del nuovo SIN. La sua complessità richiederà di stabilire diversi tavoli di lavoro per affrontare le specificità delle diverse aree, necessità già rilevata durante l’ultima conferenza. Tutti sono perfettamente consapevoli del fatto che le risorse messe a disposizione sono assolutamente inadeguate per realizzare il risanamento di tutti i siti contaminati.

Durante questi lunghi mesi di lavoro è stato del tutto evidente come soprattutto le associazioni - Retuvasa in particolare - conservino memoria ragionata di tutto il percorso amministrativo pregresso, nonché pieno possesso del relativo quadro di informazioni, a fronte dell’inadeguatezza di non poche amministrazioni.

Se è positivo il risultato raggiunto con la nuova perimetrazione, è necessario chiudere velocemente l’ultima fase per arrivare al decreto istitutivo del SIN. Ancor di più è necessario costruire mobilitazione e organizzazione dei cittadini e delle amministrazioni locali, sulla base di una piena condivisione di informazioni e conoscenze. É l’unica condizione per affrontare un percorso che si prospetta sicuramente difficile, anche perché il risanamento dei siti inquinati non vede una grande mobilitazione di risorse economiche ed organizzative da parte delle istituzioni.

A breve, in un apposito e distinto comunicato, ci soffermeremo sulla questione delle risorse economiche già disponibili e reperibili per la bonifica e sulle azioni prioritarie a nostro avviso da intraprendere.


Valle del Sacco, 19.12.15

L’incantesimo spezzato

Michele Prospero
È solo l’economia reale che organizza l’opposizione al governo. Non certo il Movimento 5 Stelle, che mostra le intenzioni bellicose contro l’esecutivo della decostituzionalizzazione votando proprio per il giurista amico dell’Italicum. E festeggia per aver inviato alla Consulta un suo candidato moderato, un tempo politicamente vicino a Nicolazzi, il ministro che fece aprire uno svincolo sull’autostrada per raggiungere il paese d’origine.
E’ difficile stabilire se la maggiore fonte di inquietudine per il governo sia costituita dalle grane, per salvataggi, decreti e plusvalenze, in cui è incappata “la chierichetta” diventata ministro delle riforme, o dalla campana a ritmo lento che suona dalle parti di via dell’Astronomia. Il governo dei “senza retroterra” non è stato una buona idea uscita dal senno confuso dei poteri forti.
E ora anche la Confindustria certifica quello che tutti percepiscono nella loro vita reale. E cioè che ““lo psicologo in capo”, che intrattiene il pubblico con le slide e con le barzellette lo distrae per spingerlo alla fiducia a comando, non ha combinato nulla di costruttivo. Anzi ha peggiorato le cose, al punto che gli industriali, incassato oro contante grazie alle generose decontribuzioni, ammettono che «l’economia italiana, anziché accelerare, sta rallentando».
Il mito della velocità, del cambiamento di passo, mostra la corda. E si rivela una pura invenzione volontaristica. Per l’uscita dalla crisi non basta una sterile invocazione magica priva di ogni efficacia reale. Dopo i sorrisi e le canonizzazioni del premier, la Confindustria deve ammettere che la ripresa non c’è, a dispetto di un intreccio di irripetibili congiunture internazionali straordinariamente favorevoli. E che, a confronto, la risposta offerta dal cacciavite di Letta era persino più efficace del trapano impugnato dal loquace rottamatore.
Ora gli studi della Confindustria parlano di «mistero» della stagnazione che mette in ginocchio l’Italia. Per gli industriali «il mancato decollo della ripartenza resta un vero rebus». Queste formule, che evocano l’ignoto, però sono l’estremo rifugio linguistico per non indicare chiaramente le responsabilità acclarate, che hanno un volto preciso: il governo della narrazione. Con bonus clientelari e con l’aggressione ai diritti del lavoro, l’esecutivo crede di surrogare l’adozione di politiche industriali di svolta.
Nei poteri economici comincia ad affacciarsi la sensazione che proprio il governo dell’inesperienza, che pure sposa il loro programma massimo contro il mondo del lavoro, costituisce un fattore di blocco. Un paese che versa in una «stagnazione secolare» non ha bisogno di uno “psicologo in capo” ma di una politica che poggi su altri interessi sociali rispetto a quelli dominanti. Non funziona la ricetta che unisce chiacchiera e precarizzazione del lavoro come fattore competitivo sostitutivo rispetto ai costi dell’innovazione tecnologica.
Qualcosa si sta precocemente rompendo nella costituzione materiale del renzismo. Le cronache di fallimenti delle banche amiche, di vendite allegre di teatri storici, di pratiche affaristiche scambiate con nomine pubbliche sub condicione, svelano la genesi oscura della fortuna dei soldati della rottamazione. Le ricostruzioni giornalistiche rompono il velo protettivo e rivelano una miscela di banche, massoneria deviata, amministrazione in appalto che ha scaldato i motori di una spettacolare scalata al potere.
Questi rampolli di famiglie in affari sono partiti dal controllo di una città-azienda, conquistata grazie al soccorso delle truppe di Verdini. E poi hanno racimolato le risorse per viaggiare in aerei privati e affrontare la sfida dei gazebo. Hanno raccolto i fondi necessari per edificare una potenza personale, per tessere rapporti opachi (consulenze, promozioni, incarichi) e dare l’assalto al governo.
Senza una colossale potenza economica-finanziaria-mediatica alle spalle, il sindaco di una città non sarebbe mai stato così influente da essere ricevuto dalla cancelliera tedesca. E senza l’avallo preventivo di potenze europee, il capo dello Stato non avrebbe accettato il cambio della guardia a palazzo Chigi, con la fine dei governi del presidente. Liquidata la porzione di classe politica di estrazione comunista e scacciato i sindacati dalla sala verde, i poteri influenti hanno a lungo gioito. E però oggi che la gestione del potere si rivela un colossale fiasco, si apre una riflessione in seno alle spaurite classi dominanti. E un dubbio le divora: il governo dell’inesperienza che segue i dettami della Confindustria non sarà un ostacolo obiettivo alla rinascita economica? La questione l’aveva segnalata già Marx. Il quale scriveva che alla borghesia non conviene «un autogoverno di classe» e più funzionale ai suoi stessi interessi è il progetto di dotarsi di un ceto politico differenziato e autonomo.
La Confindustria deve ammettere che lo scambio tra contenuti economici della legislazione gestiti direttamente dalle imprese e gioco della comunicazione dato in concessione al rottamatore si rivela sempre più inefficace. Anche i poteri forti sono costretti a cimentarsi su un interrogativo di Weber. E cioè sono afflitti dal timore che del marketing come tecnica competitiva, che rinvia alla padronanza politica delle semplificazioni usate strumentalmente, con Renzi si esageri, sino a scivolare nel marketing come sostanza di una politica che smarrisce il senso della realtà, la complessità dell’agenda, la percezione della temporalità.
Rispetto alla metamorfosi del leader, che converte l’uso di ritrovati demagogici in politica della pura demagogia o capo istrione, Weber innalzava due antidoti: il partito strutturato, in grado di selezionare e controllare il capo, e l’esperienza accumulata entro un apprendistato nelle commissioni parlamentari. Entrambi questi correttivi in Italia sono saltati, ed è il solo paese europeo ad avere avuto tre premier non parlamentari in vent’anni.
Niente di formalmente illegittimo, ma un presidente del consiglio senza mandato parlamentare è la spia di una catastrofe del sistema politico. E un leader senza un apprendistato di partito è possibile solo in un sistema a traino populista investito da intensi momenti di antipolitica.
Dopo aver brindato al decesso della mediazione politica, i poteri economici tremano per i guai provocati da una classe dirigente improvvisata e vittima della comunicazione.
Michele Prospero (dal Manifesto del 19/12/2015)


venerdì 18 dicembre 2015

Ricorso al Tar contro il rinnovo dell'A.I.A. dell'inceneritore di LazioAmbiente SPA. Le Associazioni intervengono ad adiuvandum.

Retuvasa
Unione Giovani Indipendenti
Comitato Residenti Colleferro
Circolo Arci Montefortino '93
Comitato NoBioMetano Artena
Artenaonline

Il Comune di Colleferro ha presentato ricorso al tribunale amministrativo del Lazio sulla delibera regionale che prevede l'estensione dell'autorizzazione d'impatto ambientale (A.I.A.) all'inceneritore di proprietà di Lazio Ambiente.
"A motivare tale ricorso- si legge nella nota stampa firmata dall'assessore all'ambiente Giulio Calamita e dal Sindaco Pierluigi Sanna- è stata la procedura utilizzata dalla Regione Lazio che, non convocando la Conferenza dei Servizi, non ha tenuto conto, in nessun modo, del parere del Comune di Colleferro. Siamo fermamente convinti che spetti al Sindaco il compito di vigilare sulla salute dei suoi cittadini e sullo stato della qualità ambientale. A tal proposito l’Amministrazione ha deciso di dare mandato all’Avvocato Vittorina Teofilatto, per presentare il ricorso al Tar del Lazio circa la decisione presa in modo unilaterale."
Come associazioni e movimenti ambientalisti siamo soddisfatti per l'azione intrapresa dal Comune di Colleferro che pretende di essere inserita nel processo decisionale sull'utilizzo degli inceneritori, sul funzionamento e sul loro impatto ambientale
Consideriamo questo atto un'iniziativa necessaria alla lotta contro gli inceneritori e sostenendo le ragioni del ricorrente, abbiamo deciso di intervenire ad adiuvandum nel ricorso al Tribunale Amministrativo del Lazio.

Secondo la Regione Lazio, le garanzie fideiussorie dell'impianto di Lazio Ambiente basterebbero per rinnovare l'autorizzazione d'impatto ambientale, senza dunque passare per una Conferenza dei servizi con gli enti locali, le associazioni e i cittadini.
In momento in cui, soprattutto sulle emergenze ambientali legate ai rifiuti, vediamo sparire momenti decisionali fondamentali di democrazia e partecipazione - complice a livello nazionale il decreto Sblocca Italia che, trasformando gli inceneritori in infrastrutture strategiche e d'interesse nazionale, limita il potere delle amministrazioni e delle comunità locali accelerando anche i processi di autorizzazione - vogliamo avere voce in capitolo e contrastare in ogni modo la volontà di tenere in vita una delle fonti primarie di inquinamento della nostra zona.

Il rinnovo dell’autorizzazione integrata ambientale per un’impiantistica obsoleta, antieconomica ed inquinante è un’assurdità, soprattutto a fronte degli innumerevoli dati epidemiologici che accusano gli inceneritori di Colleferro dell'aumento di gravi patologie nella popolazione. (si veda studio Eras, www.eraslazio.it).
Senza dimenticare che sulle due ciminiere pende anche un processo penale in corso per traffico illecito dei rifiuti che ha coinvolto più di venti tra dirigenti e tecnici dell'allora consorzio GAIA, oggi Lazio Ambiente SPA.

Sostengono il ricorso al TAR l'Associazione Ambientalista Unione Giovani Indipendenti (UGI), La Rete per la Tutela della Valle del Sacco (Retuvasa), il Comitato Residenti Colleferro, il circolo Arci Montefortino '93, il Comitato No BioMetano Artena e l'associazione ArtenaOnline.

mercoledì 16 dicembre 2015

Jazz, suoni, ritmi e pulsioni vitali dell’era post moderna. Jam Session

Luciano Granieri. Osservatorio Peppino Impastato Frosinone




Venerdì 18 dicembre si svolgerà la terza  parte del seminario : Jazz, suoni, ritmi e pulsioni vitali  dell’era post moderna. L’incontro,  organizzato dall’Osservatorio Peppino Impastato, avrà luogo   presso l’associazione “Oltre l’Occidente” in L.go Aonio Paleario n.7, a partire dalle ore 16,00.  Parleremo di New York, Harlem, delle modificazioni stilistiche che hanno cambiato la musica neworleanista e chicagoana  trasformando la suggestiva e umorale sintassi nera del sud in una vera e propria forma commerciale.  Uno spazio considerevole sarà dedicato alla Swing Craze, a Duke Ellington fino alle orchestre di Kanas City, da cui uscì, attraverso Charlie Parker,  il germe del nuovo  futuro jazz. La  programmazione precedentemente prevista, basata su tre soli incontri, è risultata insufficiente.  Per esaurire la mole di argomenti , che la storia degli Stati Uniti d’America vista con gli straordinari occhi dei jazzmen propone,  saranno necessarie  altre tappe. La  musica da ascoltare è molta, i contributi e le riflessioni dei partecipanti  a  questa straordinaria narrazioni sono notevoli e di spessore, sempre nell’ottica dei seminari dell’Osservatorio la cui partecipazione attiva della gente è comunque più  che bene accetta. Per questo motivo l’appuntamento di venerdì  18 sarà solo l’ultimo del 2015. Il seminario riprenderà  a gennaio 2016. Le date ancora sono da definire, ma informeremo per tempo tutti gli interessati.  Ripartiremo con il Be Bop, la riscossa west coast dei bianchi, il cool , la rivolta nera e le prospettive future del jazz che oggi, si suole ormai definire semplicemente,  musica improvvisata. Per tornare a quanto accaduto  venerdì scorso 11 dicembre, giova ricordare che l’auditorio si è arricchito di nuovi ospiti. L’ambiente è comunque rimasto per pochi intimi,  ma l’atmosfera grazie alle note di Louis Armstrong e  anche della ballata di Sacco e Vanzetti, che poco c’entrano specificatamente con il jazz, ma che testimoniano il vento razzista e discriminatorio che pervadeva l’America degli anni ’20, si è notevolmente animata. Discussioni sull’improvvisazione introspettiva del blues, sul rapporto fra improvvisazione e musica scritta, hanno reso il seminario ricco di opinioni e di contributi aiutando notevolmente il sottoscritto, relatore dell’evento, a rendere il tutto molto più stimolante.  Quanto accadrà  venerdì prossimo, nonostante esista una scaletta, non lo sappiamo, Per questo il titolo dell’appuntamento del 18 sarà Jam Session. 

Uno dei video che verrà proiettato.