Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

sabato 30 gennaio 2016

La campagna d'inverno del sindacalismo concertativo

Alberto Madoglio
 

La “campagna d’inverno” lanciata in queste settimane dalla Cgil (e in parte sostenuta da Cisl e Uil) si fonda sul riconoscimento di una sconfitta di carattere epocale da parte delle burocrazie sindacali. A quasi dieci anni dalla scoppio di quella che è chiamata Grande Recessione o anche Grande Contrazione, i dirigenti del maggior sindacato italiano riconoscono che l’azione rivendicativa fin qui seguita è definitivamente fallita.
Questo fallimento viene sancito con la presentazione di due documenti: la “Carta dei Diritti universali del lavoro - Nuovo Statuto di tutte le lavoratrici e di tutti i lavoratori” e il “Moderno Sistema di Relazioni Industriali”.
Il primo è il testo che, come si evince dal titolo, dovrebbe sostituire lo Statuto dei Lavoratori del 1970. Si tratta di una proposta di legge presentata dalla sola Cgil. Il secondo invece, siglato insieme a Cisl e Uil, è la proposta di una, l’ennesima, riforma del contratto nazionale di lavoro.
Sono due testi corposi (circa una ottantina di pagine in tutto) scritti con una prosa volutamente astrusa, per renderli incomprensibili a chi dovrebbe conoscerne i contenuti, cioè i lavoratori.
 
Un "nuovo Statuto" dei lavoratori: a favore dei padroni
Il primo testo, come detto, è una proposta di legge presentata dalla sola Cgil.
Ci si sarebbe potuti aspettare (non ricordandosi il ruolo concreto, filo-padronale svolto dalle burocrazie in questi anni) un testo contenente una serie di rivendicazioni in grado non solo di recuperare tutte quelle tutele per i lavoratori che si sono perse negli anni, ma anche di garantirne di ulteriori. Così invece non è. La proposta cancella, non solo nella forma, abrogandola, ma anche nella sostanza, la legge 300 del 1970 (Statuto dei Lavoratori). Ci sia permesso un inciso. Da parte nostra non c’è mai stata l’illusione di considerare lo Statuto dei Lavoratori come la forma più avanzata per la difesa dei lavoratori. Ormai nessuno lo ricorda ma quella legge fu varata nel 1970 per bloccare la grande ondata operaia nata con il famoso autunno caldo del 1969, e per ridare forza e vigore alle burocrazie sindacali, messe in quel periodo in forte difficoltà dalle varie forme di organizzazione di base nei luoghi di lavoro che gli operai si davano. Tuttavia, negli anni, quella legge si è trasformata, nell’immaginario collettivo, come l’ultimo argine in grado di porre un freno, in realtà quasi mai concreto ma almeno simbolico, allo strapotere dei padroni.
Cancellarla oggi significa firmare una resa senza condizioni.
Cerchiamo comunque di entrare maggiormente nel dettaglio. I primi capitoli sono una serie di affermazioni di principio, totalmente astratte, anche condivisibili, ma che appunto per la loro generalità in nulla possono incidere sulle condizioni di lavoro. Già dall’articolo 8 notiamo però come la proposta rivendicativa sia assolutamente moderata (e di questa moderazione sono impregnati i 97 articoli della proposta): viene indicato un periodo minimo di ferie di 4 settimane annue. Se consideriamo che, al di là della vulgata populista in voga oggi, le ore di lavoro medie per dipendente sono tra le più alte tra quelle dei Paesi Ocse, si vede come la volontà della burocrazia Cgil sia ben lontana dal voler riprendere una parola d’ordine storica per le organizzazioni sindacali: la riduzione dell’orario di lavoro. (1)
Ma andiamo oltre: dopo un’altra serie di proposte che, se analizzate in profondità, dimostrano di essere solo strumenti per consentire ai padroni di avere mano libera nei rapporti con operai e impiegati (controlli a distanza, art. 12 e, art. 15, diritto a soluzioni "ragionevoli" -sic- in caso di disabilità) arriviamo alla parte che modifica in profondità la natura delle organizzazioni sindacali.
Il Titolo II ha come obiettivo quello di applicare gli art. 39 e 46 della Costituzione. Secondo la proposta della Cgil i sindacati, potranno essere tali solo se riconosciuti formalmente da una apposita commissione di “esperti” (non sia mai che qualche “inesperto” possa decidere su materie del lavoro).
Duecento anni di lotte per il diritto, da parte dei lavoratori, di crearsi dei sindacati indipendenti da padroni e governi di ogni ordine e grado, vengono cancellati con due articoli (28 e 29) di una proposta di legge. Se pensiamo che tutto questo viene spacciato come volontà di tutelare maggiormente i lavoratori, non può non venirci in mente Gramsci quando irrideva quei riformisti che erano per la rivoluzione, a patto che fosse sancita per Regio Decreto controfirmato da due ministri. Qui si difendono le organizzazioni dei lavoratori... a patto che abbiano il timbro di una Commissione nominata con Decreto del Presidente della Repubblica. Aveva ragione Marx: la storia la seconda volta si presenta sempre come farsa! (2) In sostanza sarà un organismo dello Stato imperialista italiano a decidere quali saranno i sindacati che potranno definirsi tali e non i lavoratori.
Siamo di fronte all’estremo tentativo della maggiore burocrazia sindacale italiana di salvarsi, e di stroncare sul nascere, per legge, ogni possibilità di organizzazione sindacale combattiva dei lavoratori. Davanti a questo progetto di legge, il già vergognoso accordo sulla rappresentanza del 10 gennaio 2014 impallidisce.
L’articolo 40 sancisce, anche qui con un linguaggio che definire barocco è riduttivo, un sistema di cogestione delle imprese sul modello tedesco. Lungi dall’essere un passo avanti per operai e impiegati, questa norma lega le loro sorti in maniera indissolubile a quella dei padroni. La propaganda dice che con questo sistema datori di lavoro e “maestranze” sono sullo stesso piano (altrimenti che parti sociali sarebbero!), in realtà baratteranno parte del loro salario con posti di seconda fila nell’amministrazione aziendale: quando una crisi colpirà l’azienda, perderanno soldi (azioni) senza avere la garanzia che i loro rappresentanti nei consigli di amministrazione possano in qualche modo garantir loro il posto di lavoro (come dimostra il recente diesel gate alla Volkswagen): nell’immediato il sindacato si mette al servizio del capitalista, e in concorrenza con i lavoratori di altre aziende.
Per finire questa prima parte di analisi: in un documento che richiama il vecchio Statuto dei Lavoratori ci si potrebbe aspettare, quantomeno, il ripristino dell’articolo 18, se non altro come riconoscimento di una battaglia che ha visti impegnati milioni di operai, giovani e studenti nell’ultimo periodo. Così non è. Certo, nei testi fatti circolare dalla Cgil si dice che con questa legge l’articolo 18 sarà ripristinato, anzi verrà esteso a tutti. In realtà in un punto (b) di un capoverso (10) di un articolo (83), si chiarisce che il giudice, tenuto conto delle esigenze dei padroni può sostituire il reintegro con una indennità.
 
La cancellazione del contratto nazionale
La proposta di un nuovo sistema contrattuale, seconda parte della citata campagna di inverno, riprende, nella sostanza, quanto avanzato nella proposta di legge Cgil. Certo, non viene fatto alcun cenno a qualsivoglia forma di reintroduzione dell’articolo 18, nemmeno nella forma presente nel Nuovo Statuto dei Lavori, e ciò dimostra quanto la burocrazia Cgil voglia spendersi per difendere un diritto per i quali milioni di lavoratori negli anni hanno lottato.
Viene invece ripresa e argomentata la richiesta di poter entrare, da parte dei sindacati, nella fantomatica stanza dei bottoni ("cogestione"). In questo testo, oltre alle varie e consuete richieste sul rafforzamento della bilateralità imprese/sindacato e del welfare aziendale (rivendicazioni queste che nel quadro attuale di politiche di austerità sono un avallo alle politiche di tagli allo stato sociale e la sua sostituzione con un welfare privato, che garantisce in parte i lavoratori finché sono in produzione, ma poi li lascia senza difese una volta che sono licenziati o in pensione), di razionalizzazione, non cancellazione, della precarietà, il punto fondamentale è la cancellazione del contratto nazionale di lavoro.
Al vecchio CCNL viene demandata una vaga tutela del quadro normativo del rapporto di lavoro e un altrettanto aleatorio richiamo a un salario di base. Il grosso viene però demandato alla contrattazione di secondo livello. E’ chiaro anche ai più sprovveduti che più si rendono settoriali, particolari, atomizzate, le rivendicazioni dei lavoratori, meno queste avranno la possibilità di garantire reali benefici ai lavoratori stessi. Se poi consideriamo che la struttura produttiva italiana è fatta di milioni di piccole e piccolissime imprese, ecco che la richiesta di rafforzare il secondo livello di contrattazione diventa una vuota petizione di principio.
Così come è illusorio pensare che, grazie alla cogestione aziendale, al superamento del rapporto conflittuale tra capitale e lavoro (ammesso che possa mai avvenire) si possano creare le condizioni per uscire dalla crisi nella quale il capitalismo italiano e internazionale è sprofondato da anni.
 
Una resa incondizionata sul terreno del nemico
La questione che, nella proposta dei sindacati confederali (così come in ogni situazione in cui bisogna dimostrare di essere persone serie, con la testa sulle spalle), viene ripetuta come un mantra è la crescita della produttività.
Citiamo testualmente da pagina 15: “Il gap della produttività del nostro Paese va combattuto perseguendo l’innovazione organizzativa, di processo e di prodotto, la scelta della qualità piuttosto che quella del mero taglio dei costi, l’internazionalizzazione e l’ampliamento dei mercati, una nuova e più significativa politica degli investimenti pubblici e privati invece della delocalizzazione”.
Bastasse così poco! Quello che non viene detto, non sappiamo se per mala fede o ignoranza, crediamo per un misto delle due cose, è che le cose sono un po’ più complicate.
Secondo l’economista capo dell’Ocse, Catherine Mann, “il rallentamento della crescita potenziale nei Paesi avanzati è una preoccupazione permanente”.  Secondo Husson (Economia, le coordinate della crisi in arrivo, da A l’encontre), la crisi della produttiva è un fenomeno che è iniziato dagli anni ‘80. Stiamo parlando, tra gli altri, degli Usa di Google e Apple, degli investimenti pubblici per la ricerca militare e spaziale. Se nemmeno la più grande potenza imperialista è riuscita a trovare la soluzione a questo annoso problema, come si può pensare che bastino una serie di banalità scritte sulla carta a uscire da questa impasse? (3)
Ecco cosa produce la Cgil nel momento della sua massima decadenza politica e organizzativa
Tutto ciò non è un caso. Aver tradito le mobilitazioni contro il Jobs Act dell’autunno del 2014, aver cullato l’illusione di poter riconquistare con la pressione sul parlamento e nei rinnovi contrattuali quello che non si era voluto mantenere con la lotta, l’essere scesi sul terreno del nemico di classe (definire un nuovo progetto di relazioni industriali, come da premessa del testo dei confederali) non poteva che portare a questo scempio.
Si conferma inoltre come i contrasti tra Camusso e Landini, da molti visto come oppositore strenuo dei cedimenti della segretaria Cgil, siano stati in realtà un gioco delle parti. Dopo aver sottoscritto l’accordo della vergogna, aver minacciato di espulsione quei sindacalisti della Fiom che si oppongono al modello Marchionne in Fca e praticano l’unità con altri sindacati non supini ai diktat aziendali, Landini perde ogni aura di difensore degli sfruttati.
All’inizio di questo articolo abbiamo parlato di resa incondizionata da parte della Cgil. Ma nella lotta senza esclusione di colpi tra capitale e lavoro, l’esercito proletario ha subito sì duri colpi ma è ben lontano dall’essere sconfitto. Quanto fatto dalla Cgil assomiglia più a una fuga nel campo del nemico, come quella che Dumouriez fece al tempo della Grande Rivoluzione  Francese. (4) Ma come, nonostante quel tradimento, il popolo e le truppe della Rivoluzione  sconfissero gli eserciti della reazione monarchica europea, così oggi le fila del proletariato hanno la possibilità di sconfiggere i piani di padroni, governo, burocrati di ogni risma. Oggi come allora solo con una rivoluzione, nel nostro caso socialista, si potrà aprire un’epoca nuova per i proletari in Italia e nel mondo.
 
Note
(1) Secondo quanto appreso dal sito oecd.stat, stante una media Ocse di ore lavorate pari a 1770 annue, l’Italia si colloca poco sotto a 1734, superiore a Spagna (1689), UK (1627), Francia (1473) e Germania (1371).
(2) Karl Marx, Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte.
(3) Da un breve report apparso su Il Sole24ore del 27 gennaio, ben il 27% dei macchinari delle imprese italiane ha età superiore ai 20 anni. Dal 2005 la media è passata da poco più di 10 a oltre 12 anni. Oggi il 79% dei macchinari non ha nessuna integrazione ICT (internet, nuove tecnologie informatiche ecc).
(4) Per approfondire: Mathiez-Lefebvre, La Rivoluzione francese, Cap. VIII, "Il tradimento di Dumouriez".

venerdì 29 gennaio 2016

Ai cittadini di Frosinone serve un sindaco non un avvocato.

Luciano Granieri



Che l’avvocato Nicola Ottaviani sia un abile e stimato professionista, principe del foro, è fatto assodato. Peraltro  lo stimato professionista  è anche sindaco di Frosinone. Ciò di per se non sarebbe un problema, se non si verificasse una faccenda assai anomala. Il professionista Nicola Ottaviani, non riesce a scindere la figura di avvocato da quella di sindaco. Egli anche nella mansione  di “primo cittadino” continua ad esercitare la funzioni di avvocato .  

E’ avvocato difensore di Acea, continuando a rimandare ad ulteriore valutazione delle inadempienze del 2014-2015, peraltro già accertate dalla segreteria tecnico-operativa (STO),  la soluzione della rescissione contrattuale, previa messa in mora del gestore. Tale procedura, dopo il consiglio comunale di ieri pare  essersi attivata, ma campa cavallo.... e l’esito in sede di consulta dei sindaci è tutt’altro che scontato.  Bisogna rilevare che la  stessa STO  aveva  già  accertato  per il 2013 inadempienze tali, da imporre immediatamente la rescissione per colpa del contratto di servizio,  senza tanti indugi, saltando la fase della messa in mora, evitando   così che l’imminente  fusione fra Acea Ato 2 e Acea Ato5 possa far rientrare dalla finestra ciò che si vuole cacciare  dalla porta. 

Altra efficace arringa difensiva è stata spesa per le decisioni  prese in merito all’inquinamento ambientale. Con la spregiudicatezza che si deve ai più abili principi del foro, Ottaviani ha spacciato per  eccellente provvedimento antinquinamento, la delibera di moratoria  per sei mesi  sugli effetti operativi di un’autorizzazione, da lui stesso concessa, per la  realizzazione di un inceneritore alle soglie della città.  Stante il perdurare delle critiche situazioni ambientali, quell’autorizzazione non  si sarebbe mai dovuta concedere. Il procrastinare relativo  all’attuazione di quel provvedimento è l’abile escamotage che un eccellente avvocato avrebbe adottato per prendere tempo e far passare una contingenza sfavorevole al suo assistito in attesa di nuovi e più fausti sviluppi. 

Ed infine veniamo alla questione Multiservizi.  Se da un lato l’analisi delle competenze istituzionali sulla costituzione di una newco (nuova società), che avrebbe potuto  assorbire gli ex lavoratori della  Multiservizi,  è stata condotta in punta di codice , sostenendo l’impossibilità del Comune ad approvare la soluzione  già adottata dagli altri azionisti,  Regione, Comune di Alatri, e Provincia  di Frosinone,  in assenza di una specificazione delle competenze riguardanti proprio la  Provincia, dall’altro l’avvocato Ottaviani non si è fatto scrupolo ad affidare l’incarico dei servizi svolti dagli ex lavoratori della Multiservizi, a cooperative private, senza ottemperare alle corrette regole, sia di promulgazione del bando, sia delle condizioni  inserite nel bando stesso;    in particolare le postille relative all’obbligo da parte delle società vincitrici della gara  di assumere un certo numero di lavoratori ex Multiserizi.  Per questa inadempienza l’avvocato Ottaviani rischia di perdere la causa e di dover risarcire,  500 mila euro per   danni  ai lavoratori. 

Al netto di queste elucubrazioni, la strenua difesa  da parte dell’avvocato Ottaviani dei suoi assistiti (leggi poteri forti) ha rischiato di  finire in tragedia. Poche ore fa uno dei licenziati della Multiservizi - il quale proprio per le acrobazie azzeccagarbugliesche dell’avvocato Ottaviani, ha perso la speranza di riacquistare il proprio diritto al lavoro, magari nella newco - si è incatenato ad un palo in Piazza VI Dicembre, nei pressi della tenda degli ex lavoratori della Multiservizi, piazzata in  presidio di  protesa sotto il Comune. In una mano aveva  una tanica di benzina, nell’altra un accendino e minacciava  di darsi fuoco se la sua disperata situazione non avesse trovato soluzione  al più presto. Fortunatamente tutto si è risolto per il meglio , ma il sindaco non ha rinunciato all’ennesima brillante prestazione da principe del foro in spregio ai diritti e all’intelligenza dei  cittadini.  

Nel  consiglio comunale che era iniziato  subito dopo l’evolversi positivo  dei drammatici  eventi, sollecitato sulla questione dal consigliere Martini,   annunciava, dopo copioso sfoggio di latinorum,  di aver dato mandato per la  presentazione di una  denuncia nei confronti, cito testualmente  “delle persone che hanno procurato la critica  situazione esponendo un povero padre di famiglia al rischio della propria incolumità per fini politici che non hanno nulla a che fare con la tutela del posto di lavoro”. In buona sostanza  il    disoccupato che minacciava di darsi fuoco è stato talmente ingenuo e suggestionabile, da subire il   plagio  e l’invito a suicidarsi  da parte di  una fantomatica banda di arruffapopolo talmente spregiudicata da  non  farsi scrupolo, per i propri fini, a mettere a rischio la vita di un loro  compagno.    

La  spregiudicatezza  dell’ arringa  propria di un  brillante avvocato, può arrivare prima a provocare gesti inconsulti e poi insultare chi li ha compiuti,  ma  un sindaco, non può e non deve permettere che un cittadino arrivi alla determinazione di darsi fuoco,  a causa di una politica  comunale smaccatamente orientata alla protezione degli interessi dei più forti, e poi apostrofarlo come utile idiota.

Referendum, la tentazione del populista

Massimo Villone

Curiosa storia, la data del referendum sulla riforma costituzionale. Renzi ha parlato di voto in ottobre. Ma rumors insistenti dicono che a palazzo Chigi piacerebbe molto votare prima, magari insieme alle amministrative. Tanto da incaricare un autorevole emissario di saggiare l’orientamento della Corte di cassazione sul punto. A quanto pare, chi ha con arroganza scommesso tutto su un plebiscito teme un voto sulla riforma solitario e lontano. E se gli italiani si fermassero a pensare? Se non bastassero battute e tweet? È meno rischioso forzare la mano, fare presto, e andare all’ammucchiata. Come bruciare i tempi referendari? Dopo il prossimo voto della camera la legge sarà pubblicata — senza promulgazione — nella Gazzetta Ufficiale. Entro i successivi tre mesi – tempo massimo, non soglia minima — 500mila elettori, cinque consigli regionali, o un quinto dei componenti di una camera potranno avanzare richiesta di referendum. La Corte di cassazione ne valuterà la (sola) legittimità. La disciplina è nella legge 352/1970. Il trucco c’è. Il voto della camera verrà entro metà aprile. Dopo, basteranno poche ore per pubblicare il testo in Gazzetta Ufficiale e presentare in Cassazione la richiesta di referendum da parte dei parlamentari, di maggioranza e di opposizione. Per l’articolo 12, comma 3, della legge 352, la Corte «decide, con ordinanza, sulla legittimità della richiesta entro 30 giorni». Se anche la Cassazione decidesse nell’ultimo giorno utile, non andremmo oltre metà maggio. Il decreto di indizione del referendum potrebbe poi seguire nel giro di poche ore, fissando per il voto una data «in una domenica compresa tra il 50° e il 70° giorno successivo all’emanazione del decreto». E saremmo all’inizio di luglio, o anche prima se la Cassazione si pronunciasse velocemente. Il gioco è fatto. Che fine fanno i tre mesi per la richiesta di referendum previsti dall’articolo 138? Ci vediamo già inondati dai tweet con cui l’ineffabile premier spiega ai sudditi che il referendum l’ha già chiesto lui attraverso i parlamentari di maggioranza, e che dunque non c’è bisogno di aspettare che lo chiedano anche altri. È uno spreco di tempo e di soldi pubblici. Dunque, una paterna sollecitudine dell’uomo di palazzo Chigi? Ma solo giocando al finto tonto si potrebbe ignorare il diverso messaggio politico e istituzionale dato dalla provenienza della richiesta. Che è poi un diritto direttamente attribuito dalla Costituzione a soggetti diversi, ciascuno dei quali ha titolo a esercitarlo entro il termine prescritto. Il termine di tre mesi può di fatto ridursi solo nel caso in cui tutti i soggetti titolari — elettori, parlamentari, consigli regionali — esercitino il proprio diritto in tempi più brevi. Vale anche per la raccolta delle firme. Votare prima del decorso dei tre mesi o del minore tempo eventualmente sufficiente per la raccolta significherebbe azzerare il diritto di 500mila elettori di chiedere il voto popolare. Lo ha sostenuto anche Giuliano Amato da presidente del Consiglio nel 2001. E per il passato, si è preferito aspettare il decorso del termine. Ma da questo governo — la cui frequentazione del diritto costituzionale è labile e del tutto occasionale — non possiamo certo attenderci attenzione per i precedenti. Dunque, prepariamoci. Come? Le firme sono raccolte su richiesta di un comitato promotore. Anche tale richiesta può essere subito presentata in Cassazione, per la pronuncia sulla legittimità. L’eventuale successiva indizione del referendum andrebbe a interrompere il subprocedimento — a quel punto già aperto — di raccolta delle firme. Il diritto di richiedere il referendum con la firma di 500mila elettori viene direttamente dalla Costituzione. Si può dunque argomentare che la richiesta di raccogliere le firme di per sé preclude una anticipata indizione del referendum. Il comitato — secondo la Corte costituzionale — può sollevare conflitto tra poteri dello stato davanti alla stessa Corte. E bene potrebbe farlo per il decreto di indizione intempestivo. Se insistesse, il governo andrebbe al voto essendo in corso un giudizio davanti alla Consulta. E non dimentichiamo che l’indizione assume la forma di un decreto del presidente della Repubblica. Nel gergo dei costituzionalisti, è atto sostanzialmente governativo, e il governo ne decide i contenuti. Ma un presidente della Repubblica minimamente arbitro dovrebbe pur avere qualche remora a firmare un decreto che vanifica una raccolta di firme in corso, predestinato a un giudizio per conflitto tra poteri. Potrebbe essere anche chiesta la sospensiva del decreto di indizione. Non è specificamente prevista per il conflitto tra poteri, ma non mancano in dottrina voci autorevoli nel senso che sia consentita, e le pronunce della Corte non chiudono la porta. In ogni caso conta che basterebbero la richiesta del comitato promotore e il ricorso alla Corte — che il governo non può impedire — a porre ostacoli al voto referendario prima dell’estate, e comunque a disvelare il trucco di una concomitanza apparentemente normale e fortuita con le amministrative. Si voti a ottobre. L’agitazione disvela che la paura serpeggia nelle stanze del potere. E se alla fine la vittoria non fosse sicura? Se il popolo sovrano avesse un sussulto di orgoglio? Se Davide abbattesse Golia? Comunque siano avvertiti, a palazzo Chigi. Le carte bollate sono già pronte. 

© 2016 IL NUOVO MANIFESTO SOCIETÀ COOP. EDITRICE

giovedì 28 gennaio 2016

Termina il processo al sindaco del mausoleo di Graziani

ANPI DI MASSA CARRARA

Il 12 febbraio 2016, alle ore 11, con tutta probabilità, terminerà il processo al Sindaco e ai due assessori del Comune di Affile per la costruzione di un monumento dedicato al gerarca fascista, Rodolfo Graziani.
Come ANPI abbiamo, immediatamente, condannato e denunciato questo gesto e, adesso, attendiamo fiduciosi che venga fatta giustizia: una giustizia da rendere nei confronti della nostra Costituzione e nei confronti di coloro che hanno dato la vita per scacciare il morbo fascista che aveva pervaso il nostro Paese.
E’ evidente come questa vicenda debba ricordarci che il pericolo di derive neofasciste esiste ed è forte e, proprio per questo, chiediamo che in tale battaglia non sia presente solo l’ANPI ma tutti coloro che credono fermamente nei valori della libertà e della democrazia.
A questo durissimo percorso hanno preso parte diversi Comuni che si sono costituiti come parte civile e, proprio a loro, va il nostro sentito ringraziamento.
Prima del processo, inoltre, venerdì 5 febbraio alle ore 17, presso le scuderie estensi di P.zza Garibaldi (Tivoli) verrà proiettato il documentario di Valerio Ciriaci, “If only i were that warrior” e come ANPI di Massa Carrara saremo presenti.
Il film affronta i crimini di guerra impuniti del generale Graziani e gli altri commessi in nome delle ambizioni imperiali di Mussolini. Il regista segue le storie di tre personaggi percorrendo Etiopia, Italia e Stati Uniti. Un viaggio attraverso i ricordi di vita ed i resti tangibili dell'occupazione italiana dell'Etiopia, che attraversa le generazioni e continenti di oggi dove questa eredità, spesso trascurata, lega ancora il destino di due nazioni e i loro popoli.

Solleviamo le nostre coscienze e condanniamo, a una sola voce, questo atto indegno.

video Luciano Granieri

ANTITRUST: “QUESTE COSE NON SI FANNO!”

Newsletter n° 6 del Comitato Provinciale Acqua Pubblica di Frosinone


Il gestore non ha fatto le letture periodiche dei contatori?

Non ha tenuto conto delle autoletture comunicate dagli utenti?
Ha, quindi, fatturato sulla base di stime che a volte si sono rivelate errate o eccessivamente elevate? Ha inviato fatture di conguaglio pluriennali di elevata entità?
Non ha rispettato la periodicità di fatturazione, inviando bollette relative a consumi pluriennali di elevato importo?
In caso di perdita occulta nell'impianto impone sui consumatori gran parte dell'onere di pagamento dell'acqua non consumata effettivamente?
Una volta emesse fatture di questo genere, alla scadenza del termine per il pagamento ha avviato immediatamente le procedure di morosità, minacciando il distacco dell'utenza ed arrivando a metterlo in atto?
Nella gestione dei reclami presentati dagli utenti, il comportamento del gestore ha generato gravi inerzie a loro danno sia con la mancata risposta, o con la formulazione di risposte evasive, non pertinenti o non risolutive rispetto all'oggetto di reclamo?
In caso di reclamo, sono mai state sospese cautelativamente le procedure di riscossione e distacco delle utenze?
Se il gestore ha tenuto questo comportamento, per l'Antitrast  “si tratta di condotte connotate non solo da una mancanza di diligenza, ma anche di carattere aggressivo: idonee cioè a determinare nei consumatori un indebito condizionamento; ovvero a ottenere il pagamento di importi non corrispondenti ai consumi effettuati, oppure dovuti ma con modalità e
tempistiche diverse, da parte di un'impresa che opera in regime di monopolio per la fornitura di un bene vitale ed essenziale come l'acqua e che dispone di un'importante leva commerciale come la minaccia di interrompere il servizio. Peraltro tali condotte ostacolano l'esercizio dei diritti contrattuali dei consumatori, condizionandoli attraverso la minaccia del distacco della fornitura in pendenza del reclamo o dell'istanza e costringendoli così al pagamento in forza dell'essenzialità del servizio idrico integrato.”

Sorpresa! L'Antitrust non sta parlando di ACEA ATO 5 S.p.A., ma di ACEA ATO 2 S.p.A., quella che gestisce il servizio nell'ATO 2 di Roma, quella che nelle intenzioni della multiutility dovrebbe incorporare i nostri rubagalline.
L'Antitrust ha sanzionato ACEA ATO 2 S.p.A. per un milione e mezzo di euro ed è in attesa di verificare che la “discola” corregga i propri comportamenti.
Da parte sua la degna sorella maggiore del nostro gestore, che naturalmente ha annunciato che ricorrerà al TAR, tra le altre cose, lamenta che il tutto è riferibile ad un 250 casi … un'inezia rispetto al numero di utenze gestito...


Da parte nostra dobbiamo dire che è dalla primavera del 2008 che denunciamo puntualmente ed esattamente quello che l'Antitrust rileva e non solo, nell'indifferenza complice delle istituzioni e della magistratura che di fatto hanno consentito ad una società privata di angariare e vessare mezzo milione di cittadini.

Sarà nostro compito far giungere all'Antitrust la “notizia” che nell'ATO 5 del Lazio, non qualche centinaio, ma decine di migliaia di casi testimoniano il sistematico e criminale impiego dei comportamenti condannati.

Il denaro della povera gent in saccoccia a i fannulloni

Francesco Notarcola – Presidente dell’Osservatorio Peppino Impastato 

Ho prenotato una ecografia alla tiroide un anno fa. Oggi mi sono presentato all’ambulatorio n. 16  sito nell’ex “Umberto I°” di Viale Mazzini. C’erano 15 persone in attesa dalle ore 8. Del medico nemmeno l’ombra. Alcuni pazienti, stanchi di aspettare, sono andati via mentre altri sono rimasti a protestare. I dirigenti del distretto non sapevano dare alcuna spiegazione. Abbiamo interessato anche la direzione generale della ASL.
Dopo tutto questo, alle ore 9,30, sono arrivati medico ed infermiere, e sono iniziate le visite.
Con simili comportamenti lo sfascio sanitario continua. Si  porta acqua, sempre di più, al mulino della sanità privata mentre della salute dei cittadini non”frega” niente a nessuno. Tacciono sindaci, dirigenti di partito ed eletti al Parlamento e alla Regione Lazio. Il presidente della Provincia ed il suo vice, invece…..dorrnono sonni tranquilli.
 Com’è noto i dirigenti asl sono remunerati molto bene e sarebbe ora che ciascuno svolgesse al meglio il proprio ruolo. Altrimenti così come sono stati assunti, con gli stessi tempi e con gli stessi metodi, dovrebbero essere licenziati. Non si può essere fannulloni con i soldi della povera gente.

mercoledì 27 gennaio 2016

A proposito di unioni civili

La Famiglia

Una delle più sciocche  e banali obiezioni che si muovono agli anarchici, è quella riguardante la famiglia, poiché i preti, i borghesi e tutti coloro che non conoscono o fingono di non conoscere la nostre idee, credono che noi vogliamo la distruzione  di essa, mentre ne reclamiamo la trasformazione: cioè vogliamo che la famiglia discenda  dalle nebulose vette del convenzionalismo  dove l’han confinata i sofisti della morale clerico-liberaloide, e vada  da assidersi sulla base granitica della morale umana senza tocco e senza aspersorio, senza codice e senza acquasanta.
“Voi anarchici –essi dicono- volete distruggere il più sacro degli istituti sociale: la famiglia: voi volete che la società diventi un grande brefotrofio, ed il mondo un covo di bastardi”.E’ inutile dire che queste obiezioni noi potremmo ritorcerle contro di loro che sono i fautori della prostituzione, del concubinaggio, dell’adulterio ; contro di loro che abusano della miseria,  della fame delle figlie del popolo per renderle madri infanticide, contro di loro la cui preoccupazione, quando sono scapoli, è quella di trovare un  buon partito, di dare la caccia ad una cospicua dote e niente affatto all’oggetto bello, elegante e amato.
Per costoro non esiste altra bellezza che il luccichio dell’oro, non esiste altro amore che l’interesse quattrinaio. Ecco perché essi si scagliano contro gli anarchici, i quali vogliono sollevare la famiglia  da questo fango, da questa bruttura, da questo labirinto di affetti venali e venderecci, onde trasportarla in un ambiente  ove l’amore  non si venda al miglior offerente e la reciprocanza degli affetti non sia costretta a passare sotto le forche caudine del mercimonio matrimoniale.
Gli anarchici credono che la famiglia così come oggi costituita rappresenti non la spontaneità dell’unione fra i due sessi, bensì la coercizione e la prepotenza legale esercitata impunemente e santamente protetta dalla Chiesa e dallo Stato; per cui essi vogliono che la famiglia sia emancipata da ogni pregiudizio e da ogni coazione, essi vogliono che il talamo nuziale non sia contaminato dalle bugiarde promesse di un amore che nel cuore dei due esseri coniugati non ha palpiti, essi vogliono che il focolare domestico non sia un feudo semi-barbaro ove la donna soggiace oppressa sotto la tirannia dell’uomo e dove la legge civile e quella ecclesiastica impongano a lei di obbedire ciecamente fino a baciare la mano che vilmente la percuote.
Nella società degli anarchici vaticinata, non vi saranno né bastardi, né trovatelli; poiché allora non vi sarà più ragione di nascondere il frutto del proprio amore, non vi sarà più la necessità di abbandonare sulla pubblica via delle innocenti creaturine che a nessuno chiesero di venire al mondo, e che le sciagurate giovanette sono costrette a ripudiare, fino a diventare assassine del proprio sangue, per aver salvo l’onore  e la moralità di cui si fa bella questa civiltà borghese.
La famiglia deve essere basata sugli affetti naturali, sull’amore verso l’unione dell’uomo e della donna deve avvenire non per imposizione, non per suggestione, non per avidità  danaresca; essa deve invece scaturire simpaticamente dalla legge di reciprocanza, essa deve sorgere dalla elezione.
Il vincolo matrimoniale costituisce un delitto di lesa natura perché si frappone alla estrinsecazione di essa sostituendo alle sue leggi assolutamente morali, le leggi immorali dell’artificialismo; costituisce un delitto di lesa umanità perché costringe alla convivenza perpetua due esseri, quantunque al loro amore sia subentrato l’odio, generato dal modo stesso di convivenza da esso vincolo matrimoniale voluto; e ad altro non  serve che ad infiorare la giovane sposa  alla stessa guisa che s’infiora la vittima condotta al sacrificio.
Di chi sono figli tutti quei derelitti bambini oggi depositati nella ruota e degenti nei brefotrofi? Di nessuno! E perché la società li chiama bastardi? Perché i loro padri e le loro madri sono sconosciuti; perché concepiti nella miseria, nel vizio, nel delitto!
Gli uni sono frutto dell’inganno, della frode, della fame; gli altri di una passione sepolta sotto la maschera dell’onore, o di un amore contrastato!
Nella società avvenire i figli di nessuno saranno i figli di tutti; essi saranno allevati ed educati non mercè la filantropia di qualche istituto di beneficenza, ma mediante lo sforzo spontaneo di tutti gli umani  che alla carità avranno sostituito la solidarietà.
Si rimprovera agli anarchici di voler trasformare la società in un covo di bastardi, mentre essi vogliono che i bastardi di questo mondo corrotto insolente e fratricida diventino i figli legittimi di un mondo nuovo sorretto dal’amore  e dalla pace.
Domani non saranno più possibili i bastardi, gli infanticidi frutti di amori venali, poiché date le identiche condizioni di vita sociale dell’uomo e della donna, non assisteremo più al doloroso spettacolo di disgraziate operaie prostituite al capofabbrica, al capitalista, al signorotto, per essere ammesse al lavoro dei campi e delle officine ove invecchiano precocemente; non vedremo più delle madri povere rubare il latte ai propri figli onde nutrire, con pochi soldi, i figli di una ricca signora la quale si rifiuta di allattare il neonato uscito dalle proprie viscere, per salvare così la bellezza del suo corpo dai pericoli dell’allevamento; domani, in una società liberamente costituita, non deploreremo più i terribili e scandalosi drammi coniugali perché l’unione dei due sessi avverrà naturalmente senza coercizioni di sorta e l’amore non sarà più subordinato ad una buona dote.
Questo vogliono gli anarchici, e questo non significa voler distruggere la famiglia, ma significa dare ad essa quel carattere veramente naturale ed umano che le fu tolto da chi ebbe interesse di ostacolarne la sua retta funzione, rinserrandola nel ferreo cerchio del convenzionalismo  e dell’artificio giuridico  e religioso.
Quelli stessi che accusano gli anarchici di voler distruggere la famiglia, oggi, impressionati dai micidiali inconvenienti che essa presenta, pensano di attenuare il suo dispotico organamento proponendo, a mezzo del magno Parlamento, un progetto di legge di divorzio.
Questo progetto di legge, già vigente in altri paesi, tende a dare la facoltà ai due coniugi di rompere il contratto matrimoniale qualora fra di essi non vi fosse più compatibilità di carattere, oppure altre cause sorgessero a rendere impossibile la loro unione. Come si vede questa nuova forma di convivenza, diremo così famigliare, altro non è  che un primo passo verso il libero amore dagli anarchici sostenuto, come dai moralisti a rovescio è accanitamente combattuto.
Però anch’esso presenta  le sue difficoltà, sia nella forma che nell’applicazione. Nella forma, essendo esso regolato dal codice penale e da altre leggi più o meno tranelli; nell’applicazione, perché date le condizioni presenti  così disparate fra l’uomo e la donna, quest’ultima sarebbe sempre la vittima e l’altro il carnefice.
Quale è dunque il miglior modo di risolvere la questione della famiglia? E’ quello proposto dagli anarchici, cioè emancipazione completa dell’uomo e della donna, libertà sconfinata  per l’una e per l’altro, e unioni dei due sessi per mezzo dell’amore libero.

Aristide Ceccarelli, anarchico ceccanaese.
Tratto dal libro: L'anarchia volgarizzata
Prima edizione: Roma 1910
Seconda edizione: Ceccano 2016 

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