Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

sabato 1 ottobre 2016

Andate a lavorare

Severo Lutrario



Chi era il Presidente dell’Autorità d’Ambito che, unica insieme a due sole altre in tutta Italia, ha deciso di affidare la gestione del servizio idrico ad un privato con l’espletamento di una gara?
Francesco Scalia.
Chi era il Presidente dell’Autorità d’Ambito che ha sottoscritto la Convenzione di Gestione con ACEA ATO 5 S.p.A.?
Francesco Scalia
Quale Presidente dell’Autorità d’Ambito il 27 febbraio 2007, invece di contestare al gestore di non aver fatto praticamente nulla dall’1 ottobre 2003 sino ad allora, ha sottoscritto con ACEA ATO 5 S.p.A. una transazione che riconosceva, a compensazione, un credito pregresso a favore del gestore di 20 milioni di euro?
Francesco Scalia
Quale autorità, con delibera n. 7 del 1 dicembre 2008 definiva illegittimi e non riconoscibili i presunti crediti lamentati da ACEA ATO 5 S.p.A. e posti a base della transazione del 27 febbraio 2007?
Comitato Nazionale di Vigilanza Risorse Idriche presso il Ministero dell’Ambiente.
Chi era il Presidente dell’Autorità d’Ambito il 27 febbraio 2007, quando l’Assemblea dei Sindaci modificava il Piano d’Ambito ed il Piano degli Investimenti riducendo questi ultimi sino a farli contare meno del 20% sul totale della tariffa (mentre nella gara questi pesavano nell’ordine del 50%) ed allo stesso tempo approvava retroattivamente un nuovo piano tariffario che comportava un aumento delle tariffe nell’ordine del 20%?
Francesco Scalia
Quale autorità, sempre con la delibera n. 7 del 1 dicembre 2008 definiva gli aumenti stabiliti nel piano tariffario deciso il 27 febbraio 2007 in violazione della legge (decreto 1 agosto 1996 del ministero del Lavori Pubblici) e diffidava l’Autorità d’Ambito a revocare detto piano?
Comitato Nazionale di Vigilanza Risorse Idriche presso il Ministero dell’Ambiente.
Quale Assemblea dei Sindaci votò la revoca di quel piano tariffario nonostante le resistenze del Presidente?
L’Assemblea del 21 dicembre 2009.
Chi si è opposto a questa decisione facendo ricorso al TAR di Latina e chiedendo un risarcimento di 40 milioni?
ACEA ATO 5 S.p.A.
Cosa ha deciso, con sentenza passata in giudicato, il TAR di Latina?
Ha dato torto ad ACEA ATO 5 S.p.A. e valutato nel merito corretta la revoca della tariffe (sentenza depositata il 22 aprile 2011).
Ora, precisando come i guai successivi che hanno portato all’attuale situazione sono imputabili e per intero alle Assemblee dei sindaci che tra il 2010 ed il 2013 non sono riuscite a decidere nulla se non la spartizione delle poltrone in consulta dei sindaci, è veramente intollerabile che il principale responsabile del disastro che i cittadini di questa martoriata provincia subiscono si permetta di aprire bocca e pontificare.
E’ tanto intollerabile anche in considerazione del fatto che i sindaci della sua parte (e si badi bene non si parla di “politica”) hanno certamente le maggiori responsabilità nella situazione.
Non parlare di politica?
Bisogna parlare di politica, perché la politica è fare scelte e governare la cosa, la casa comune.
Amministrare non significa fare riunioni di condominio ma mettere in atto un progetto, un’idea di miglioramento della casa comune.
Siamo stanchi di chi confonde la Politica con la guerra per bande il cui il “nostro” è accomunato a tanti altri figuri, con gagliardetti uguali o diversi, ma dagli interessi comuni.
E’ ora che questi signori vadano a lavorare.

Severo Lutrario

venerdì 30 settembre 2016

GIOIRE PER AVER DESTINATO 48,7 MILIONI DI EURO AD UN’AZIENDA FARMACEUTICA A FRONTE DI SOLE 60 ASSUNZIONI? IO MI VERGOGNEREI

Ufficio Stampa del Deputato Luca Frusone M5S


In data 2 agosto 2013 viene sottoscritto Tra Ministero e Regione Lazio, l’Accordo di Programma, strumento che doveva avere come finalità la salvaguardia e il consolidamento delle imprese del territorio ed il sostegno al reimpiego dei lavoratori espulsi dalla filiera produttiva della ex VDC Technologies, in riferimento al SLL (Sistema Locale del Lavoro) Frosinone. Dunque quello che doveva essere uno strumento per fronteggiare la crisi occupazionale e dare un valido aiuto alle piccole e medie imprese del territorio, ad oggi è stato invece vergognosamente utilizzato per rimpolpare le casse di due case farmaceutiche, la Sanofi Aventis e la ex ACS Dobfar attuale DPHR ad Anagni. Una denuncia che ho fatto diverse volte, anche con un’interrogazione al ministro, rimasta totalmente inascoltata.” – “Notizia di ieri che ad un anno dalla firma della Sanofi, ora anche la DPHR ha formalizzato l’accordo e a fronte di 48 milioni di euro verranno assunti una sessantina di operatori, attingendo, ove possibile, ma chissà aggiungerei io, nel bacino degli ex VDC. Un numero ridicolo a fronte del dramma occupazionale esistente. Facendo due calcoli è come se ogni posto di lavoro fosse costato 800 mila euro! ..una vergogna. La verità è che sono stati spesi milioni di soldi pubblici per aiutare due aziende farmaceutiche. Mi domando cosa ci sia da gioire davanti a questo fallimento, scaturito dal solito servilismo politico.” – “Io sono disgustato da quanto accaduto e ho il timore che potremmo trovarci nuovamente in una situazione in cui i politici locali possano nuovamente far danno. La questione del possibile riconoscimento dell’Area di Crisi Complessa del SSL Frosinone, va monitorata con attenzione. Si tratterebbe anche in questo caso, di molti soldi che potrebbero arrivare dal Ministero. Mi auguro che questa volta, verranno destinati in modo produttivo ed efficiente, ma visti i pessimi risultati ottenuti con l’accordo di programma del 2013, e visto che gli attori principali sono sempre gli stessi, bisogna stare in guardia e molto attenti.”

Maternità o aborto? Tra obiezione di coscienza e Fertility day

 Laura Sguazzabia

Il 28 settembre è la giornata dedicata da anni in alcuni Paesi ad iniziative e manifestazioni a favore dell’aborto legale o depenalizzato, sicuro e gratuito, garantito per le donne di tutto il mondo. Il diritto delle donne ad accedere ad un aborto libero, sicuro e gratuito cambia infatti da Paese a Paese: in alcuni l’interruzione volontaria di gravidanza (IVG) è completamente illegale, in altri è permessa solo in casi eccezionali, in altri ancora è legale ma le donne incontrano diverse difficoltà ad accedervi.
L’anomalia dell’Italia
In Italia parrebbe non servire questa ricorrenza: l’interruzione volontaria di gravidanza è tutelata dalla L. 194/78, con la quale l’IVG viene riconosciuta come una pratica legale, libera, gratuita ed assistita. Nonostante ciò, il diritto delle donne ad accedere liberamente all’aborto è duramente attaccato: anche se trasversalmente nessuno sostiene di voler cambiare o abolire la 194, è palese il tentativo di renderla inefficace, sia dal punto di vista normativo attraverso linee guida, riforme, regolamenti ecc., ma soprattutto dal punto di vista della sua applicazione. L’aborto infatti pur essendo sulla carta una pratica legale, libera, gratuita ed assistita, nei fatti è oggi inaccessibile in Italia. Si sta verificando una vera e propria inapplicabilità della legge 194 per l’alta percentuale di medici e personale paramedico che si avvale dell’obiezione di coscienza, ossia della facoltà di astenersi dalla pratica abortiva in virtù di convinzioni ideologiche o religiose. Si parla di una media nazionale del 70%, ma con regioni che arrivano anche a punte dell’80-90% come 82% in Campania, 86% in Puglia, 87,6% in Sicilia, 80% nel Lazio, 90% in Basilicata, 93,3% in Molise. In parole povere, in più di sette ospedali su dieci l’intero personale mette alla porta le donne che intendono interrompere la gravidanza. Le ragioni di questa scelta spesso non hanno a che vedere con le opinioni personali o di fede del singolo medico, bensì coi notevoli vantaggi di carriera che l'obiettore ottiene.
L’aspetto più allarmante è che oltre a stratificarsi nella gerarchia ospedaliera con un raggio di copertura che va dal vertice di medici e anestesisti, passando per il personale infermieristico, fino alla base del personale ausiliario, l’obiezione di coscienza si sta estendo anche come campo di applicazione: la scelta non coinvolge più soltanto la pratica dell’IVG, ma persino la prescrizione di farmaci contraccettivi o di tecniche abortive alternative.
Questa situazione contribuisce ad alimentare il mercato degli aborti illegali. Molte donne scelgono di andare all’estero o di rivolgersi ai cosiddetti “cucchiai d’oro”, ginecologi che privatamente effettuano IVG: secondo gli ultimi dati disponibili dell’Istituto superiore della Sanità sono stati circa 15.000 gli aborti clandestini. Ma questa cifra potrebbe essere sottostimata perché non tiene conto degli aborti delle donne immigrate che non si avvicinano alla sanità pubblica, soprattutto se clandestine. Le donne che abortiscono clandestinamente assumono farmaci impropri, comprati sottobanco o via internet, dalle conseguenze a volte mortali, o si affidano alle cure di neo-“mammane”, pericolose tanto quanto i farmaci impropri.
L’obiezione di coscienza è arrivata a livelli talmente alti da impedire alle donne l’esercizio di un diritto che ormai dovrebbe essere più che consolidato. Ma a dimostrazione che in Italia è invece l’obiezione di coscienza ad essere un dirittoconsolidato, e non l’aborto, arrivano le nuove multe previste dalla legge sulle depenalizzazioni che, anziché affrontare il problema, punisce in maniera ancora più aspra quelle donne che si trovano ad affrontare una delle difficoltà più grandi della loro vita.
Oggi, in Italia, abortire seguendo la legge è spesso quasi impossibile. La percentuale di adesione all’obiezione di coscienza e la conseguente chiusura di numerosi presidi ginecologici, comporta trafile da incubo fra porte sbattute in faccia, pellegrinaggi alla ricerca di medici non obiettori, numeri da prendere al volo, prenotazioni, giornate perse, settimane che passano con il corpo che cambia e la gravidanza che procede inesorabile con conseguenze facilmente immaginabili. Questo significa che praticare l’interruzione di gravidanza è diventato per le donne italiane un percorso ad ostacoli e contro il tempo. La loro possibilità di autodeterminare la propria sessualità sia nella contraccezione sia nella maternità è sottoposta al ricatto di un’altra scelta, quella dell’obiezione di coscienza, frutto di una cultura maschilista che le preferisce succubi e relegate tra le mura domestiche ad accudire forza lavoro per il capitale.
L’utopia della maternità consapevole
La possibilità di autodeterminarsi sessualmente oscilla tra i due estremi della maternità e dell’aborto: togliere o ostacolare uno dei due produce uno sbilanciamento ed impedisce una scelta reale. In Italia tuttavia anche l’estremo della maternità è fortemente ostacolato. Per molte persone gli ostacoli sono legislativi e ne limitano drammaticamente la libertà di scelta, come per le coppie soggette ad infertilità la rigidissima legge 40 sulla procreazione assistita o per le coppie omosessuali l’impossibilità di adottare figli.
In questo scenario kafkiano, si inserisce il Fertility day, cioè la cosiddetta giornata nazionale dedicata all'informazione e formazione sulla fertilità umana, è istituita a luglio dal governo. Il primo Fertility day si è svolto lo scorso 22 settembre, lanciato dalla ministra della salute Lorenzin, la stessa che nega vi sia in Italia un problema sull'obiezione di coscienza e sull'appplicabilità della 194, che si esprime a favore delle restrizioni della L. 40 e contro il decreto per l'adozione da parte di coppie omosessuali. Alla base dell'iniziativa, la necessità di richiamare l'attenzione dell'opinione pubblica sul tema della fertilità e della sua protezione, più in generale della maternità consapevole: in base agli ultimi dati Istat, che risalgono al 2014, il tasso di fecondità (vale a dire il numero medio di figli per donna) in Italia è tra i più bassi in Europa, appena l'1,37 per cento. Le città di Roma, Padova e Catania, con tutti gli altri comuni italiani che hanno aderito, hanno organizzato tavole rotonde con esperti della materia, operatori sanitari, rappresentanti degli ordini professionali e associazioni per discutere del tema. Oltre alla realizzazione di un sito apposito e alla produzione di materiale promozionale in formato scaricabile, per lanciare la giornata di sensibilizzazione sono state attivate due campagne di comunicazione, entrambe dagli esiti catastrofici: la prima ha scatenato pesanti polemiche sui social anche con interventi indignati di personaggi della cultura, dello spettacolo e della politica, al punto da costringere la ministra Lorenzin a ritirarla; la seconda, giudicata razzista, ha portato al licenziamento dell'addetto alle comunicazioni del ministero. Nonostante questa bufera di polemiche la giornata si è svolta secondo i programmi e, contemporaneamente alle iniziative istituzionali, nelle piazze è andato in scena il Fertility fake, movimento nato e cresciuto in rete per protestare contro l'idea veicolata dall'iniziativa che siano ammissibili soltanto la famiglia tradizionale e il figlio biologico, e contro una ministra che si preoccupa della scarsa fertilità della popolazione italiana, ma non delle ragioni per cui in Italia non si fanno figli.
Da più parti sono state richieste le dimissioni della Lorenzin. Sarebbe facile unirsi a quel coro. Sarebbe facile ma inutile perché comunque non cambierebbe nulla. Seppur imbarazzante o “inguardabile” (per dirla con le parole di Renzi) l’operato della Lorenzin non è stato minimamente disconosciuto dal governo perché si tratta di un agire perfettamente allineato con le azioni dell’attuale governo in altri ambiti di intervento: il Jobs Act con la pesante accentuazione del precariato (come le statistiche dimostrano, le donne più facilmente entrano e rimangano nel mercato del lavoro con forme precarie e sottopagate a parità di mansioni con gli uomini), la Buona Scuola con la “deportazione” di migliaia di insegnanti (effetto che ha riguardato maggiormente le donne dal momento che sono in percentuale la maggioranza del corpo docente italiano), l’allungamento dell’età pensionistica (meta faticosamente raggiunta dalle donne a causa della loro prematura fuoriuscita dal mercato del lavoro, spesso anche per maternità, e comunque tragicamente al di sotto della soglia di povertà a causa della disparità salariale), i continui tagli a sanità ed istruzione con il conseguente impoverimento dei servizi (sono le donne a pagare il prezzo più alto delle riforme in questi settori: da un lato come utenti sono penalizzate perché la mancanza di servizi ricade interamente sulle loro spalle, dall’altro perché sono i settori in cui sono maggiormente impiegate: paradossalmente, una volta licenziate ed espulse dal mondo del lavoro, tornano a casa per dedicarsi alla cura di bambini, anziani e ammalati, per sopperire in questo modo alle mancanze dello Stato). Queste riforme hanno maggiormente gravato sulle spalle delle donne, peggiorandone una situazione già compromessa di inserimento e permanenza nel mondo del lavoro, costringendole spesso a fuoriuscite forzate per rimanere tra le mura domestiche a gestire i carichi familiari di accudimento e cura, sempre più spesso oggetto di una violenza da cui è quasi impossibile sottrarsi senza autonomia economica e senza punti di riferimento, visti anche i tagli ai finanziamenti per i centri antiviolenza.
Contro l’attacco all’autodeterminazione delle donne 
Questa campagna costituisce l’ennesimo affondo all’autodeterminazione delle donne, nella misura in cui le invita apertamente a recuperare di propria volontà il ruolo di “angelo del focolare”. E’ un invito che non può andare disatteso:  infatti, la strada da percorrere, se si decide di fare altre scelte, è talmente accidentata e piena di ostacoli da risultare impraticabile. Stiamo assistendo ad un attacco all’autodeterminazione delle donne oggi più scoperto e feroce. In questo periodo di crisi economica di cui non si vede la fine, il sistema capitalistico cerca di imporre le proprie logiche utilitaristiche a livello locale e globale per mantenere saldo il controllo sociale e il dominio di una classe su un’altra; cerca di spingere le donne fuori dal mercato del lavoro per far posto agli uomini e di relegarle tra le mura domestiche a svolgere la loro “naturale” funzione riproduttiva, di cura e di accudimento di bambini, malati e anziani, in sostituzione di quei servizi che i continui tagli alla spesa pubblica stanno limitando drasticamente.
Il diritto ad una procreazione e ad una sessualità libere e responsabili per le donne deve essere difeso attraverso la lotta per un’educazione sessuale laica e libera da pregiudizi, per l’accesso gratuito alle misure anticoncezionali, per il potenziamento dei consultori pubblici, per un aborto libero, gratuito e sicuro. Inoltre, per consentire alle donne di ottenere indipendenza ed autonomia, rivendichiamo il pieno impiego contro flessibilità e precarizzazione, uguali salari per uguali mansioni e servizi pubblici sotto il controllo delle donne e degli operatori come asili nido, lavanderie e mense sociali di quartiere, centri per anziani e disabili. Queste lotte costituiscono parte integrante della guerra al sistema capitalista, una guerra che è necessario portare avanti per poter schiudere un futuro di progresso e costruire una società libera da ogni forma di oppressione.

NO RENZI DAY. 21/22 OTTOBRE A ROMA

Giorgio Cremaschi


Perchè non si può separare la controriforma della Costituzione dai suoi autori. 


Perché la controriforma completa tutte la altre aggressioni ai diritti e allo stato sociale, dal Jobsact, alla Buonascuola, alla Fornero, alle privatizzazioni, alle trivelle, alle follie riciclate come il Ponte sullo Stretto. 

Perché Matteo Renzi è il presidente di riferimento delle banche, da Morgan, a MPS, a Banca Etruria.

Perchè Matteo Renzi e la sua controriforma non sono il nuovo ma il concentrato del peggio del vecchio.

Perché basta seguire un momento della sua campagne per il SI per rendersi conto di quanto sia necessario che vinca il NO.

Perchè se Renzi e i suoi imperversano su stampa e TV di regime, noi possiamo e dobbiamo rispondere facendoci sentire tra le persone e nelle piazze. 

VENITE TUTTE E TUTTI AL NO RENZI DAY !


giovedì 29 settembre 2016

DEF 2016, un fallimento certificato

Sbilanciamoci

Nella manovra preannunciata il governo continua a intestardirsi in politiche economiche liberiste senza futuro, di riduzione fiscale e di incentivi alle imprese, solo addolcite da mancette elettoralistiche. Un quadro a tinte fosche, che ben giustifica il desiderio di rifugiarsi nell’immagine di un bel ponte sullo stretto.


Il- tentativo è quello di tirare il pallone in tribuna. O, meglio ancora, di alzare un polverone per sviare l’attenzione da quello che è l’atto più importante all’esame del governo, l’Aggiornamento del DEF 2016, preludio della stagione di bilancio. Non si spiegherebbe altrimenti come un Presidente del Consiglio così attento comunicatore, proprio nel giorno del varo di un provvedimento così centrale decida di spararla grossa che più grossa non si può, dichiarandosi pronto alla ripresa dei lavori per il ponte sullo stretto e annunciando che ciò creerebbe la bellezza di 100mila posti di lavoro. In effetti, tutti i media hanno aperto sull’annunciata ripresa e le associate roventi polemiche, con l’Aggiornamento del DEF che ha mancato di catturare l’attenzione che meriterebbe. Una cosa impensabile negli anni scorsi, quando il premier, presentando i documenti di bilancio, si spendeva in entusiastiche descrizioni delle prospettive di un Italia finalmente e saldamente guidata dal cerchio fiorentin-bocconiano.
Il fatto è che l’Aggiornamento del DEF 2016 segna il punto forse più basso finora raggiunto da questo governo. Partiamo da quello che è forse l’unico dato positivo: come ha notato un autorevole esponente dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio, il deficit strutturale, quello corretto per l’andamento economico, non peggiora così tanto rispetto alle previsioni… ma solo perché la crescita è risultata talmente bassa che la correzione ciclica assorbe il peggioramento dei conti pubblici. In effetti, la crescita, che nel DEF di aprile il governo prevedeva a 1,2% e 1,4% rispettivamente nel 2016 e 2017, viene fissata nell’Aggiornamentorispettivamente a 0,8% e 0,6%. Il deficit, previsto quest’anno e l’anno prossimo al 2,3% e 1,8% viene confermato al 2,3% quest’anno per salire al 2,4% l’anno prossimo. Di fatto, il cosiddetto processo di risanamento della finanza pubblica italiana si è arrestato: il deficit previsto nel 2017 è sostanzialmente quello del 2016, con la Commissione Europea che non sa più cosa inventarsi per accordare ulteriori margini ad un governo Italiano che, in un momento così cruciale per l’Europa e in vista del referendum costituzionale, non può essere stigmatizzato, ma si vuole anzi sostenere, anche, se necessario, prestandosi al solito gioco nel quale la Commissione recita il ruolo di punginbool.
Certo, di per sé, l’arresto del processo di risanamento non sarebbe notizia negativa, anzi, piacerebbe interpretarla come inversione dell’orientamento di politica economica e il superamento, finalmente, dell’austerity. Non è così, purtroppo, e la realtà è ben più tragica. Partiamo dalla flessibilità nell’interpretazione del Patto di stabilità, tanto agognata e pretesa dal nostro paese: essa servirà esclusivamente, insieme a tutto l’aumento del deficit 2017 rispetto all’obiettivo, per neutralizzare le clausole di salvaguardia da 15 miliardi inserite nella Legge di stabilità dell’anno scorso, che prevedevano in automatico un aumento di IVA e accise nel 2017 se non si fossero realizzati equivalenti risparmi di spesa. Poco o nulla è stato fatto e l’Italia si ritrova adesso a utilizzare tutti i margini di flessibilità cui può aspirare non per rilanciare sviluppo, economia, redditi e occupazione, bensì solo per evitare la drammatica recessione che verrebbe innescata dall’aumento dell’IVA.
Tolti questi 15 miliardi, la prossima manovra di bilancio sembra ridursi a poca cosa: 7-8 miliardi di maggiori spese, compensati da altrettanti miliardi di minori spese o maggiori entrate. Un’inezia rispetto a quanto il nostro paese avrebbe disperatamente bisogno. Si arriverà forse a stanziare 2 miliardi per le pensioni e il sostegno – in prospettiva elettorale – dei loro redditi, ma compensate da un corrispondente calo della spesa sanitaria. Qualche centinaio di milioni in più verranno destinati al rinnovo dei contratti nel pubblico impiego, finanziati con tagli lineari, o semi-lineari alla spesa dei ministeri. Si arriverà forse a definire una riduzione dell’IRPEF, ma solo a partire dal 2018, anno nel quale, comunque, opereranno altre clausole di salvaguardia da neutralizzare. Qualche soldo verrà destinato alla lotta alla povertà estrema, ma niente allo sviluppo dei servizi sociali e degli altri istituti del welfare. Gli unici interventi di una qualche rilevanza economica sembrano quelli destinati alle imprese, i superammortamenti, la riduzione delle imposte per lei imprese piccole, le garanzie pubbliche sugli investimenti, il programma del ministro CalendaIndustria 4.0. Nulla di sostanziale, invero, ma si deve tener presente che le imprese godranno nel 2017 di due dei più costosi interventi realizzati dal governo: la decontribuzione, totale sugli assunti nel 2015 e parziale sugli assunti nel 2016, che ha un costo di almeno 7 miliardi l’anno e almeno 20 miliardi nel quadriennio 2015-2018; la riduzione dell’imposta sulle società, l’IRES, dal 27,5% al 24% che scatterà il prossimo primo gennaio, con un costo per l’erario di almeno 3,5 miliardi l’anno. Sono interventi estremamente costosi, perché si tratta di misure indirette e non selettive, che beneficiano tutte le imprese indistintamente, non solo quelle che investono, crescono e creano occupazione e reddito.
Servirebbe altro: investimenti diretti, piccole e medie opere in grado di assicurare in breve tempo e a costi contenuti un effettivo miglioramento delle condizioni produttive e di vita; assicurare le migliori condizioni per lavorare e partecipare, garantendo trasporti, servizi sociali inclusivi e flessibili, reti. Bisognerebbe perseguire non una riduzione fiscale ma una redistribuzione del carico dai poveri ai ricchi, dal lavoro alla rendita, da chi – singoli o imprese – paga a chi non paga. Servirebbero, ancora, interventi di stimolo non a pioggia, bensì selettivi.
Nulla di tutto ciò sembra ritrovarsi nella manovra preannunciata dal governo che, nel lasciare il paese senza più margini di libertà, continua ad intestardirsi in politiche economiche liberiste senza futuro, di riduzione fiscale e di incentivi alle imprese, solo addolcite da mancette elettoralistiche. Un quadro a tinte fosche, che ben giustifica il desiderio, pur infantile, di rifugiarsi nell’immagine di un bel ponte sullo stretto.

mercoledì 28 settembre 2016

Intimamente Miles

Luciano Granieri



Ci sono musicisti che hanno percorso da protagonisti il firmamento musicale, e ci sono  musicisti che, oltre ad aver segnato la storia  della musica hanno inciso profondamente sulla vita delle persone. Miles Davis, è stato un artista che oltre ad rivestire un ruolo di assoluta preminenza nella musica, ha segnato la mia vita di appassionato di jazz. 

Questa riflessione mi  è balzata in mente come un flash  grazie   alla  mia amica e compagna di lotte Marina.  In una    sua nota su facebook,  nel quale commemora Miles scomparso il 28 settembre del 1991, Marina  ricorda un suo momento particolare vissuto nell’ assistere ad un concerto del trombettista dell’Illinois: 28 settembre 1991, muore il dio miles....due anni prima a roma un suo concerto memorabile....ho i brividi solo a ricordarlo....e sono passati venticinque anni... venticinque anni appena....:  Così scrive Marina, parla di brividi. Gli stessi brividi che ho provato e provo ancora oggi  a sentire i fraseggi ipnotici di quella straordinaria tromba. 

Grazie all’input della mia amica ho realizzato  come  Miles Davis sia  stato  un musicista che ha riempito e continua a riempire la mia vita culturale e per certi versi politica.  In verità l’ultima volta che ho visto    Davis,  a Pescara jazz nel 1986 , non ne ricavai una grande impressione, nonostante ogni nota uscisse dal suo strumento, per quanto consunta e precaria, avesse il potere di entrarti nella pelle, si notava in lui  una certa stanchezza. Di  tutta la sua band, attrezzata con sintetizzatori, e ammennicoli elettrici vari , apprezzai l’efficacia del chitarrista Robben Ford e l’abilità dello splendido Bob Berg al sax tenore.  

Lo ammetto ero nel periodo dell’intransigenza politica che si riverberava in quella musicale. Miles Davis aveva tradito il sacro spirito del jazz nero quello del Black Panther Party, aveva buttato a mare la sperimentazione di Kind of Blue con John Coltrane, per cercare il successo commerciale attraverso  le diavolerie elettroniche. Il mio fondamentalismo di allora offuscava le sinapsi musicali e non mi faceva comprendere la grandezza di un album come Bitches Brew. Non era quella un’operazione commerciale, ma l’ennesima sperimentazione di sonorità e suggestioni straordinarie sviluppatesi attraverso l’uso degli strumenti elettrici. 

Grazie a quella svolta denominata jazz-rock  si imposero  all’attenzione del pubblico, musicisti straordinari come,  i pianisti Chic Corea, Joe Zawinul,  il sommo Keith Jarret , i batteristi Jack De Johnette e Billy Cobham , i chitarristi John Mc Laughlin, Pat Metheney e molti altri ancora. Del resto da  Miles Davis non si poteva pretendere un grande impegno dal punto di vista politico. Non era figlio del sottoproletariato nero cresciuto nelle vie del ghetto, era un prodotto dell’alta borghesia. Il padre era un ricco e affermato dentista di Alton nell’Illinois. 

Come non ricordare le discettazioni contrastanti, fra musica e politica sociale,  su un altro disco fondamentale per la storia del jazz come Birth of the Cool. Da un lato c’era l’oggettivo valore artistico e innovativo di quelle incisioni realizzate da Davis negli studi della Capitol fra il 1949 e il 1950 insieme a gente come Gerry Mulligan,  Lee Konitz, John Lewis, Max Roach, fra gli altri, dall’altro c’era il disappunto per una sorta di anestetizzazione che la nuova musica,  sgorgante  di quei microsolchi, arrecava alle  esuberanze  rivendicative del Be Bop. 

Ma su tutto imperava il Miles divino, quello di Kind of Blue,  e del  quintetto con George Coleman  al sax tenore ( poi sostituito da Wayne Shorter), Herbie Hancock,  al pianoforte, Ron Carter al contrabbasso  , Tony Williams alla batteria.  Quel Miles ha riempito molte delle mie giornate. Ho passato pomeriggi e notti intere a volare sulle note di Esp, My funny valentine, Seven  steps to heaven, Four   e altre straordinarie esecuzioni. Davis nel giradischi, una fumata di pipa,  un bicchiere di grappa o di vino,  qualcosa di alcolico insomma, discussioni con i tre o quattro amici di allora, così scorreva la mia vita di adolescente,  senza trascurare le ragazze ovviamente  che in verità non sono state molte. Non c’è dubbio,  Miles Davis è diventato ed è  una presenza nella mia quotidianità passata e presente . 

Qualche mese fa trovai in cantina alcune fotografie di quegli anni . Scatti di reflex che allora   consideravo creativi, sperimentali, ma per lo più erano foto uscite male. Decisi di digitalizzare quelle immagini e ricavarne una  video clip. Indovinate quale musica ho scelto per accompagnare lo scorrere di quegli scatti?  Proprio un brano di Miles Davis, Eighty One per la precisione. Lo pubblico qui sotto, proponendolo all’attenzione di quei naviganti un po’ sognatori, appassionati di musica e utopia. Ringrazio la mia amica Marina per aver fatto scattare, questa sequenza di ricordi, e ringrazio ovviamente Miles Davis.


  

martedì 27 settembre 2016

Coerenza cositutente

Luciano Granieri





Per i comitati del No alla riforma Costituzionale è veramente complicato  mettere a punto  e divulgare i messaggi  in difesa della Costituzione, minacciata dalla deforma Renzi-Boschi-Verdini . 

Oltre alle difficoltà costituite dal limitato spazio concesso dai media, è stato  necessario modificare  continuamente il contenuto dei messaggi. Nella scorsa primavera, subito dopo l’approvazione definitiva della riforma in Senato, Renzi  affermò che se avesse perso il referendum avrebbe lasciato, non solo il governo, ma la politica. Tale posizione fu subito contestata  dai comitati del No e dagli altri  movimenti contrari alla riforma. Fiumi di inchiostro e dichiarazioni denunciavano la personalizzazione del referendum sul Presidente del Consiglio, il quale,   concentrava l’attenzione  sulla sua persona  piuttosto che sui temi riformatori. Dopo un po’ lo stesso Renzi sostenne che era sbagliato trasformare il quesito referendario  in un giudizio sul premier e sul suo governo. Una giravolta non da poco.  Iniziò un lavoro titanico per i responsabili  della comunicazione dei comitati del No, impegnati  a cambiare il tono dei messaggi, cancellando il tema della personalizzazione, con gli annessi e i connessi. 

Quando sembrava che si fosse raggiunta una certa stabilità e chiarezza sul “cosa” e “come” comunicare per contrastare la deforma Renzi-Boschi, et voilà , altra giravolta. Quell’Italicum considerato da Renzi, come la migliore  legge elettorale possibile, un dispositivo approvato a colpi di fiducia, norma intoccabile e indiscutibile, all’improvviso diventava modificabile. A detta  dello stesso Premier  l’Italicum  si poteva cambiare. Apriti cielo! Tutti i discorsi, i dibattiti  e le disquisizioni  sull’antidemocratico  “combinato disposto” fra legge elettorale e  riforma costituzionale,   andavano a farsi friggere. Pensare che su quel  famoso “combinato disposto” ci siamo stati per l’intera estate. Niente da fare, tutta la comunicazione da riscrivere un’altra volta. 

Per la data del referendum, fortunatamente non ci siamo cascati. In ogni comunicazione dei comitati del No non era indicata alcuna data, anzi si denunciava il fatto che il Governo la tirasse per le lunghe nel decidere la giornata della votazione.  La definizione del 4 dicembre come data definitiva per la  consultazione referendaria dovrebbe aver messo fine a tutte le giravolte. 

Forse. 

Non è che dopo tanto casino i novelli costituenti si renderanno conto che,  così come la personalizzazione del referendum, l’Italicum,  anche la riforma in toto è una grande vaccata?  C’è da attendersi  l’ennesimo dietro front? Non è dato sapere. Una fatto è certo, ormai è troppo tardi per un ripensamento pre- referendum, quindi se qualcuno dirà: scusate ci siamo sbagliati, sarà difficile  cambiare una riforma, che modifica  47 articoli della Costituzione,  una   votata dai cittadini . Sarà necessario attivare la procedura  prevista dall’art.138, per cui campa cavallo! Se fino ad ora porre rimedio alle vaccate governative potrebbe essere relativamente semplice, rimediare alla vaccata più grossa sarà difficile se non impossibile. Per cui vediamo di non farla passare la “grande vaccata” , di bocciarla, senza  se e senza ma, votando No il 4 dicembre prossimo.