Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

martedì 25 gennaio 2022

Non può esistere la memoria senza la storia

 Luciano Granieri.




Il prossimo 27 gennaio ricorre il giorno della Memoria. Il giorno in cui si commemora lo sterminio degli Ebrei, dei Rom, dei Sinti, degli omosessuali e di tutto il genere umano non conforme al super uomo ariano, compiuto dai nazifascisti. Può sembrare singolare che una tale ricorrenza sia stata istituita solo da poco più di vent’anni, ma la sua determinazione è stata quanto mai opportuna e necessaria. 

E’ importante la memoria.  E' importante, anche se doloroso e crudele, sentire quelle testimonianze,  vedere quei luoghi in cui si compiva uno sterminio pianificato scientificamente. E’ importante come tutte le generazioni del mondo, grazie a queste testimonianze e alle visita di quei luoghi dell’orrore, possano maturare una maggiore consapevolezza del degrado infimo in cui può degenerare il genere umano.  Ciò è possibile venendo a conoscenza delle tragiche storie personali che in quei luoghi si sono consumate. Storie di bambini, uomini, donne, persone dalla dignità umana negata, andate incontro ad un destino inimmaginabile, terribile, ignari di come quel fato fosse scientificamente pianificato. Proprio la memoria generatrice di  un processo emotivo forte, quasi insopportabile, ammonisce sul fatto che tutto ciò possa ripetersi. 

Dunque istituzione necessaria quella della giornata del 27 gennaio, ma non sufficiente. Infatti coinvolgendo in modo così potente la sfera prettamente emotiva, si rischia di sfociare nella retorica. Il ricorso ipertrofico agli aspetti emozionali mette in pericolo la forza e l’incontrovertibilità dell’analisi storica.  Lo sterminio è prima di tutto un evento storico, con tutto il portato dei fatti che lo hanno determinato e le conseguenze poi susseguitesi. Questo concetto va ribadito con ancora più forza. Si ha l’impressione che all’emotività della memoria si sottometta la realtà della storia. Non è un caso che 4 anni dopo l’istituzione della data del 27 gennaio, come giornata di commemorazione delle vittime dell’Olocausto, si è aggiunta quella del 10 febbraio in ricordo delle vittime delle Foibe. Tutto nel nome di una supposta incontrovertibile  cattiveria universale dell’uomo sull’uomo che emozionalmente  riduce tutto  alla perversa e semplice contrapposizione fra vittime e carnefici. 

Vittime sono gli ebrei, carnefici i nazifascisti. Ma nella  dinamica emotiva,  vittime sono anche i 33 soldati tedeschi del battaglione Bozen morti in via Rasella il 23 marzo del ‘44, carnefici i Gappisti che hanno piazzato la bomba che li ha uccisi. Ugualmente vittime sono i giustificabili ragazzi di Salò -così definiti, da un presidente della Camera ex comunista- carnefici i partigiani che li hanno uccisi. Fino all’aberrazione, raggiunta da alcuni esponenti di estrema destra di Sora, i quali hanno chiesto al sindaco Luca di Stefano di concedere la cittadinanza onoraria a Claretta Petacci definita “figura che rappresenta al meglio lo spirito delle donne italiane , spirito contraddistinto dal coraggio, dalla tenacia e dall’amore per i propri ideali, e per i propri sentimenti”, perché vittima dei barbari carnefici partigiani. 

E’ evidente che giovani vite spezzate di donne e uomini suscitino orrore e ribrezzo, e dunque una compenetrazione emotiva comune. Ma passando dalla memoria alla storia, risulta innegabile come il delirio nazifascista sia drammaticamente provato ed esistito. Ha inondato l’Europa ed il mondo con il sangue di persone innocenti, a cui è stata negata, prima la dignità umana e poi la vita. Dall’Italia alla Spagna, alla Grecia, fino ai Balcani e all’Africa Orientale, i fascisti, i così definiti, “Italiani brava gente” hanno trucidato, torturato, gasato, stuprato intere popolazioni, così come i Tedeschi hanno pianificato e attivato una efficientissima, quanto crudele, fabbrica dello sterminio e invaso la stessa Italia con deportazioni, stragi di civili, coadiuvati dai fascisti. 

Ed allora in base alle responsabilità che la storia ci rimanda, la morte di Claretta Petacci non può essere paragonata a quella di Evelina Pieri, trucidata nell’eccidio di S.Anna di Stazzema.  La  morte di un soldato della brigata Bozen non può minimamente paragonarsi allo strazio di Ilario Canacci, cameriere ucciso nella strage delle fosse ardeatine. La scomparsa di un giovane repubblichino non è minimamente paragonabile, alla tragedia di Giorgio Grassi, un ragazzo fucilato dai tedeschi, insieme a Pierluigi Bianchi e Luciano Lavacchini proprio qui a Frosinone il 6 gennaio del 1944. 

Memoria  e storia dovrebbero procedere insieme, completarsi a vicenda nella rivelazione di un orrore, quello si condiviso, che non dovrà mai più ripetersi. Ma nell’anomalia italiana un revisionismi storico imperante ha tolto lucidità e autorevolezza alla storia. Il nostro Paese i conti con il fascismo non li ha mai fatti. 

 Violenza criminale,  abusi, apologia fascista, hanno continuato ad imperversare, funzionali anche a certe manovre di potere. Stragi come quelle di Piazza Fontana, Piazza della Loggia, Stazione di Bologna sono lì a dimostrarlo. Ma imperversano ancora oggi, basta vedere le condotte violente e apologetiche di formazioni dichiaratamente fasciste, come CasaPound, o Forza Nuova che assaltano sedi sindacali, aggrediscono le forze dell’ordine inviate a sgomberare fabbricati da loro abusivamente occupati, spargono violenza, odio e razzismo a piene mani, fomentando una crudele e,   ancora funzionale al potere , guerra fra poveri. 

Se  il Governo, ad una interrogazione sollecitata il 10 gennaio scorso da alcuni parlamentari, nella quale si chiedeva lo scioglimento di tutti i movimenti politici di ispirazione fascista - a seguito di fatti violenti messi in atto da CasaPound e Forza Nuova - in base a quanto prescritto dal comma n.3 della legge Scelba, ha risposto che tale comma non è stato mai applicato in precedenza, e non è consuetudine farlo, significa che i conti con il passato fascista non si vogliono ancora fare e forse non si faranno mai . Allora  è necessario vigilare affinché una memoria, non corroborata dalla verità storica, non  finisca per scadere in vuota retorica.

sabato 22 gennaio 2022

Le violenze di Roma e il lungo silenzio del governo

 Gianfranco Pagliarulo - presidente nazionale dell'ANPI

(fonte: il manifesto del 22 gennaio 2022)



Nel corso dello sgombero del circolo di CasaPound a Casal Bertone a Roma sono avvenuti gravissimi incidenti: sei agenti feriti, di cui uno grave. Ovvia la piena solidarietà agli agenti e il convinto sostegno all’azione del sindaco di Roma.

I militanti di CasaPound, a conoscenza dell’operazione (come mai?), hanno accolto le forze dell’ordine mascherati, coperti da caschi, armati di bastoni e/o spranghe, lanciando bombe carta e petardi, presente il fascista Luca Marsella, già consigliere municipale, che si è scagliato contro il sindaco, i centri sociali e i migranti, giustificando e legittimando la risposta paramilitare al sequestro dell’immobile. Tutto ciò ripropone drammaticamente due questioni: l’urgenza dello sgombero della sede nazionale di CasaPound, occupata da 31 dicembre 2003 e su cui registriamo un ritardo a dir poco scandaloso; lo scioglimento immediato delle organizzazioni neofasciste.

Il 14 dicembre scorso una delegazione Anpi, Acli, Libera, Cisl, Cgil, Arci, a nome di un più largo schieramento di forze sociali e politiche, si è incontrata col capo gabinetto della Presidenza del Consiglio e del ministero dell’Interno, chiedendo la messa fuori legge delle organizzazioni neofasciste in base al comma 2 dell’art. 3 della legge Scelba del 1952, che recita: “Nei casi straordinari di necessità e di urgenza, il Governo, sempre che ricorra taluna delle ipotesi previste nell’art.1, adotta il provvedimento di scioglimento e di confisca dei beni mediante decreto-legge”. La richiesta, da anni avanzata, era specificamente motivata dall’assalto neofascista del 9 ottobre 2021 alla sede nazionale della Cgil.

Ci è stato risposto che non c’erano le condizioni politiche per procedere allo scioglimento, che tale scioglimento sarebbe avvenuto dopo una eventuale sentenza della magistratura come disposto dal primo comma dell’art. 3 della legge Scelba. Allo stato delle cose: campa cavallo. Abbiamo chiesto quale sia stato l’esito dell’istruttoria promossa dal governo con un gruppo di giuristi e accademici in merito allo scioglimento e annunciata sui giornali il 12 ottobre.

Ci è stato risposto di non essere a conoscenza della questione. Si è convenuto di rivedersi rapidamente, ma le vicende legate all’elezione del Presidente della Repubblica hanno di fatto rinviato questo appuntamento.
Dopo la parata apologetica del fascismo avvenuta il 7 gennaio 2022 in occasione dell’anniversario dei tragici fatti di Acca Larenzia, un gruppo di parlamentari ha chiesto al governo in un’interrogazione del 10 gennaio “lo scioglimento di tutti i movimenti politici di chiara ispirazione fascista ai sensi delle leggi attuative della XII disposizione transitoria e finale della Costituzione”.

Le violenze di Casal Bertone rinnovano i “casi straordinari di necessità e di urgenza” – dice la legge Scelba – “sempre che ricorra taluna delle ipotesi previste nell’art.1”. L’incipit dell’art. 1 recita: “Si ha riorganizzazione del disciolto partito fascista quando una associazione o un movimento persegue finalità antidemocratiche proprie del partito fascista, esaltando, minacciando o usando la violenza quale metodo di lotta politica”. Aggiungo che la legge Scelba non afferma “può adottare il provvedimento di scioglimento”, bensì “adotta il provvedimento di scioglimento”, conferendo a questa opzione – mi pare – un carattere cogente. La flebile obiezione è che tale comma non è mai stato messo in pratica. Come se l’elusione sia una virtù.

In sostanza violenza ed apologia sono le costanti trasversali dei movimenti neofascisti, da Forza Nuova a Casa Pound. Non basta sciogliere i nuovi squadristi. Occorre intervenire per ricostruire i legami sociali, rilegittimare le istituzioni, ricostruire la fiducia in un sistema politico che mostra la corda, contrastare radicalmente le diseguaglianze. Ma tutto ciò non può essere un alibi per l’immobilismo davanti alla crescente cultura e pratica della violenza. È ora di mettere concretamente a valore la radice antifascista della Costituzione. Il rischio, come scrive Saramago, è essere “ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono”.

L’autore è presidente nazionale Anpi

 

venerdì 14 gennaio 2022

STOP al DDL Concorrenza, NO alle privatizzazioni. Per l'acqua pubblica e i beni comuni

 Forum Italiano per i movimenti per l'acqua





Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua - www​.​acquabenecomune​.​org ha lanciato questa petizione e l'ha diretta a Mario Draghi (Presidente del Consiglio dei Ministri)

Nel nostro paese si sta aprendo una nuova stagione di privatizzazioni nonostante il chiaro insegnamento della pandemia: solo un forte ruolo del pubblico riesce a garantire diritti fondamentali, a partire da quello alla salute.

Evidentemente il Governo Draghi preferisce trascurare questa lezione adoperandosi in vari modi per aprire il settore dei servizi pubblici locali al mercato. La strategia adottata è ben più articolata e subdola rispetto a quella del passato. Consapevoli di aver già subito una sconfitta con i referendum del 2011 oggi si utilizza strumentalmente il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e le cosiddette “riforme abilitanti” per aggirare l’esito referendario e raggiungere lo stesso obiettivo. 

Il PNRR punta a realizzare una vera e propria “riforma” nel settore idrico fondata sull’allargamento verso Sud, ma non solo, del territorio di competenza di alcune grandi aziende multiservizio quotate in Borsa che vengono identificate come gestori “efficienti” ma che in realtà risultano tali solo nel garantire la massimizzazione dei profitti mediante processi finanziari.

Il Disegno di Legge per la Concorrenza, licenziato il 4 novembre dal Consiglio dei Ministri, rientra tra le condizionalità imposte dalla Commissione europea per l’erogazione dei fondi del PNRR e ha finalità esplicite: rimuovere gli ostacoli regolatori, di carattere normativo e amministrativo, all’apertura dei mercati. 

L’articolo 6 di questo provvedimento punta a chiudere il cerchio sul definitivo affidamento al mercato dei servizi essenziali rendendo residuale la loro gestione pubblica, per cui gli Enti Locali che opteranno per tale scelta dovranno “giustificare” (letteralmente) il mancato ricorso al mercato.

Nel DDL emerge chiaramente la scelta della privatizzazione e risulta ispirato da un’evidente ideologia neoliberista in cui la supremazia del mercato diviene dogma inconfutabile.

Inoltre, si prevedono incentivi per favorire le aggregazioni indicando così chiaramente che il modello prescelto è quello delle grandi società multiservizi quotate in Borsa che diventeranno i soggetti monopolisti (alla faccia della concorrenza!) praticamente a tempo indefinito. Tutto ciò in perfetta continuità con quanto previsto dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.
E’ eclatante la contraddizione tra la tanto decantata concorrenza e il fatto, noto a tutti, per cui nel servizio idrico questa non esiste configurandosi come un monopolio naturale. 

In ultimo, questa norma rischia di restringere fortemente il ruolo degli Enti Locali espropriandoli di una loro funzione fondamentale come la garanzia di servizi essenziali e dei diritti ad essi collegati, per cui da presidi di democrazia di prossimità saranno ridotti a meri esecutori della spoliazione della ricchezza sociale.

Ed è proprio dal combinato disposto tra PNRR, DDL Concorrenza e decreto semplificazioni (poteri sostitutivi dello Stato) che si sta provando a mettere una pietra tombale sull’esito referendario del 2011, cancellando la volontà popolare e svilendo gli strumenti di democrazia diretta garantiti dalla Costituzione.

Per questo chiediamo:

  • lo stralcio dell’articolo 6 dal DDL Concorrenza;
  • l’approvazione da parte dei consigli comunali di atti che chiedono lo stralcio dell’articolo 6;
  • la ripubblicizzazione del servizio idrico attraverso l’approvazione della proposta di legge “Disposizioni in materia di gestione pubblica e partecipativa del ciclo integrale delle acque” (A. C. n. 52) in discussione presso la Commissione Ambiente, Territorio e Lavori Pubblici della Camera dei Deputati;
  • investimenti per la riduzione drastica delle perdite nelle reti idriche;
  • la salvaguardia del territorio attraverso investimenti contro il dissesto idrogeologico.

giovedì 13 gennaio 2022

Covid, una prova generale sprecata

 Guido Viale attraverso Comitato Democrazia Costituzionale



E’ ormai un’armata Brancaleone quella che dovrebbe traghettarci nella transizione ecologica. Il Governo Draghi? Forse è il peggiore di tutti quelli che l’hanno preceduto, se non altro perché di fronte alle aspettative che ne hanno promosso e accompagnato il varo, il tonfo è ancora più evidente. 

Come se a due anni dallo scoppio della pandemia che Draghi era stato chiamato a combattere – e ad attenuarne le conseguenze – non si fosse ancora capito che essa è destinata a durare a lungo, forse per sempre, anche se con alti e bassi dovuti al continuo ripresentarsi di nuove varianti (anche per il nulla di fatto per arginarla a livello mondiale) o alla sempre più probabile comparsa di altri virus. 

La pandemia avrebbe potuto e dovuto insegnare che per convivere con essa non servono né misure estemporanee, né l’attesa messianica di sconfiggerla con dei vaccini, peraltro improvvisati – e per questo rischiosi – e dimostratisi tutt’altro che efficaci, a meno della loro non prevista e non programmata ripetizione a scadenze sempre più strette. Il fatto è che per conviverci bisognava e bisogna imparare e abituarsi il più in fretta possibile a uno stile di vita diverso, a produrre beni e servizi differenti, a riorientare tutte le nostre istituzioni. 

Innanzitutto, a mettere al centro le future generazioni. Se sono loro (la NextGenerationEU, che finora ha fatto da alibi a uno sperpero irresponsabile dei fondi del PNRR) i destinatari di quei denari, l’obiettivo doveva essere non farle vivere in stand by a tempo indeterminato. Al primo posto si doveva mettere la scuola e l’istruzione: requisire spazi pubblici e privati per avere più aule a disposizione (in attesa di costruirne di nuove); distribuire borse di studio e strumenti didattici, anche informatici; assumere insegnanti (che ci sono) e garantir loro un trattamento dignitoso; utilizzare i bus turistici – in gran parte inutilizzati – per portare a scuola in sicurezza gli studenti (e non solo), precostituendo gestione e struttura di un servizio pubblico di trasporto locale che funzioni anche quando sarà diventato difficile o impossibile continuare ad usare l’auto (sia convenzionale che elettrica) come si fa oggi. 

E poi, moltiplicazione dei presidi sanitari territoriali, interventi tempestivi sui contagiati prima che un ritardo li trascini in ospedale; assunzione dei (pochi) medici e infermieri ancora disponibili, allargando immediatamente le maglie della loro formazione. E poi, ancora, investimenti massicci e rapidi solo su fonti rinnovabili e sulla necessaria infrastruttura, ma anche contenimento dei consumi energetici superflui: era ovvio che il mercato dei fossili si sarebbe rivelato sempre più turbolento (come peraltro quello delle materie prime, o dei microchip e chissà di che altro…). 

Ma si doveva anche prevedere che ci sarebbero stati meno viaggi aerei, meno turismo internazionale, meno fiere, mostre ed eventi in presenza, con la necessità urgente di offrire, a chi era impegnato nelle tante attività connesse, delle alternative di impiego, di riqualificazione, di conversione produttiva. E questo, in molti altri settori, per prevenire le crisi aziendali con progetti di riconversione, senza “inventarli” all’ultimo minuto. 

Per non parlare delle armi… Il covid ha offerto l’occasione di una prova generale di un’effettiva conversione verso un assetto sociale e produttivo che un futuro non lontano renderà ineludibile; perché molte delle attività che si cerca in tutti i modi di tener in piedi per sostenere il PIL (stella polare di tutti i provvedimenti di questo governo, ma anche di quelli di gran parte del resto del mondo) non sono in grado di reggere l’impatto della crisi climatica a cui andiamo incontro. 

Questa opportunità non è stata né percepita né colta come tale dalle forze politiche in campo (ecologisti e verdi compresi) e meno che mai da Draghi che, proprio perché osannato (finora) sia in patria che a livello internazionale, rappresenta visivamente tutti i limiti e i difetti dell’establishment globale. 

E’ cinquant’anni che si parla di una crisi climatica sempre più vicina e sempre più grave quanto più si persevera nell’ignorarla: a parole o di fatto. Ma il ceto politico e imprenditoriale che governa il mondo non si è mai veramente interrogato sugli scenari futuri che quella crisi avrebbe portato con sé, confidando, al più, nella geoingegneria per combatterla, come oggi confida nei vaccini per “disfarsi” dell’”inconveniente” covid, senza mai vedervi una prima, anche se parziale, manifestazione del disastro incombente. Continua ad agire – o a far finta di agire – come se tutto potesse continuare (anzi, riprendere) come prima. Mentre il covid continua a infierire senza che nemmeno i medici-scienziati, quelli che lo commentano giorno per giorno in Tv e sui giornali, sentano il bisogno di andare al di là delle speranze, sempre più flebili e problematiche, riposte in un vaccino a cui viene affidato il compito di farci riprendere il trantran di sempre 

giovedì 30 dicembre 2021

Piloti automatici

Luciano Granieri



L'attivatore di piloti automatici per antonomasia  è il  Presidente del consiglio Mario Draghi. 

Il pilota automatico della UE

La prima volta che l’ex banchiere  fece riferimento  al pilota automatico fu nel 2013. Quando gli fu chiesto, da presidente della BCE,  di valutare se il successo alle elezioni del M5S, partito allora smaccatamente antieuropeista, avrebbe potuto innescare una maggioranza contraria alle riforme europee, Draghi si disse certo che l’Italia avrebbe rispettato il cammino tracciato dalla Bce a prescindere da chi avrebbe guidato la compagine governativa. Perché a determinare la rotta c’era un pilota automatico il quale avrebbe scongiurato qualsiasi deviazione dalla ferrea linea stabilita . 

Si riferiva al fatto che, qualora il programma di austerità avesse preso una china indesiderata, la Bce avrebbe sospeso il massiccio piano di acquisto titoli pubblici italiani (quantitative easing) e lasciato il debito del Paese in balia della speculazione finanziaria, con il conseguente innalzamento degli interessi a livelli insostenibili. Avete presente la Grecia? Peggio. Giova ricordare che quelle riforme imposte dalla Bce, comprese nel patto di stabilità, con il senno di poi, non si sono rivelate così salutari, visto che la loro attuazione è stata sospesa perché ritenuta dannosa nella cura della pandemia.

Il pilota automatico nazionale

 La figura del pilota automatico si è riproposta il 22 dicembre scorso quando Draghi, di fatto, non escludeva, anzi avanzava,  la propria candidatura al Quirinale. “E’ essenziale che la legislatura vada avanti…...per il rilancio della crescita, l’attuazione del PNRR, il piano con cui abbiamo creato le condizioni perché l’operato del governo continui indipendentemente da chi ci sarà”. Queste le parole del presidentissimo. Non ha citato chiaramente la figura del pilota automatico, ma il senso è precisamente quello. E come dargli torto. Per ottenere le 20 tranche dei finanziamenti del PNRR, da oggi, e fino al 2026, il governo italiano deve assicurare 528 condizioni, pena l’interruzione del flusso di denaro. 

Riforme orientate alla definitiva privatizzazione dei servizi pubblici, compresa l’erogazione dell’acqua, alla definitiva alienazione di ogni forma di stato sociale e ad un piano di finanza sostenibile, ossia rientro dal debito (il patto di stabilità uscito dalla porta della sospensione europea, rientra dalla finestra del PNRR) . Dunque chiunque guiderà il governo fino al 2026 avrà già la rotta segnata e guai a deviare da quel percorso. 

Il pilota automatico negli enti locali

E se nessuno ancora se ne fosse accorto il pilota automatico guiderà anche gli enti locali, Comuni compresi. Infatti qualora dovesse servire assumere, da parte degli enti,  personale per gestire i piani del PNRR, ciò dovrà avvenire attraverso contratti a tempo determinato. Ma, soprattutto, i Comuni dovranno dismettere quel poco di pubblico che ancora hanno nella propria disponibilità. Nel decreto concorrenza vengono stabilite tali e tante restrizioni per la gestione pubblica di un servizio, a fronte dell’estrema semplificazione concessa ai privati, che di fatto i sindaci vengono costretti a privatizzare tutto. A questo quadro aggiungiamo che i decreti attuativi approvati per far funzionare Legge 8/2020, nella quale lo Stato si accolla i debiti dei Comuni con l’obiettivo di ridurre i tassi d’interesse, cosa in se buona e giusta, condizionano quest’azione ad un più stringente piano di avanzi di bilancio, per cui, a tassi d’interesse più bassi, corrisponde un’ulteriore restrizione dei servizi ai cittadini. Risulta evidente, quindi, come anche per i comuni il pilota automatico è bello che innestato. 



Il pilota automatico a Frosinone

A proposito della Legge 8/2020, la richiesta dei decreti attuativi, poi realizzatisi in modo del tutto contrario allo spirito della norma, era uno dei punti di un Odg che come Rigenerare Frosinone presentammo al Comune di Frosinone attraverso l’ex consigliere Daniele Riggi. Testo snobbato sia dai consiglieri di maggioranza, di centro destra, che da quelli di minoranza, (centro sinistra + M5S). Nell,Odg, oltre al punto citato, si chiedeva l’impegno del sindaco a richiedere iniziative governative volta alla sospensione del patto di stabilità per gli enti locali, alla possibilità di accedere a prestiti a tasso zero presso la Cassa Depositi e Prestiti, all’apertura di un Fondo nazionale di solidarietà per i Comuni. Doveva essere la risposta al sindaco Ottaviani che lamentava la difficoltà a soddisfare le condizioni del Piano di Riequilibrio Economico e finanziario proprio per la continua distrazione di risorse da parte del governo centrale, dimenticando gli effetti nefasti creati della sua, diciamo così, finanza creativa. Era un documento politico che avevamo messo a disposizione delle opposizioni, anche per mettere in difficoltà il sindaco.  Non è stato capito? Non è stato voluto capire? Mistero. 

Resta il fatto che a Frosinone il pilota automatico è presente dal 2013. Dall’anno in cui il sindaco, allora appena insediato, Nicola Ottaviani ha dovuto concordare con la Corte dei Conti un piano di rientro di un debito di 14 milioni di euro accumulato dalle amministrazioni precedenti, per lo più derivato dalla mancata riscossione degli oneri di urbanizzazione. Ad esso si sono aggiunti ulteriori 5 milioni di prestito contratti nell’ambito della definizione del piano  stesso. In più aggiungiamo che nell’accertamento dei residui attivi e passivi elaborato nel 2015 sono usciti altri 27 milioni di debito da ripianare in 30 rate annue da 940 mila euro, operazione incostituzionale, così come ribadito dalla Consulta in una sentenza relativa ad altri enti. Nell’ultima verifica semestrale dei giudici contabili, nella  deliberazione 7/2020, risultava che dal 2013 al 2019 la situazione debitoria rimaneva la stessa . Anzi,  dopo un’ulteriore controllo dell’amministrazione, sono spuntati altri 8 milioni di debiti. Ciò, nonostante la puntuale liquidazione da parte della giunta Ottaviani di servizi e proprietà comunali verso i privati secondo una deriva smaccatamente antisociale, andando oltre i protocolli del miglior pilota automatico possibile. 

Non sarà stata colpa di quella finanza creativa già richiamata a cui la cui minoranza ha saputo opporre solo qualche post sarcastico ma indolore sui social media? A tutto ciò dobbiamo aggiungere 6milioni e settecento mila euro da restituire in dieci anni a partire dal 2020 per venire in possesso del palazzo della ex Banca d’Italia, che lo ribadiamo,  non è in possesso dell’ente e forse non lo sarà mai. Si è in attesa del pronunciamento definitivo della Corte dei Conti sul risultato del Piano di riequilibrio economico e finanziario, conseguito dalla giunta Ottaviani. Non crediamo che in tre anni dal 2019 al 2022 si siano potuti recuperare 55 milioni e passa di disavanzo, per cui il giudizio non potrà che essere negativo. 

Si rinnoverà dunque il pilota automatico con effetti quanto mai mefitici per la cittadinanza. La prossima giunta non potrà far altro che eseguire i diktat dei giudici contabili, magari sottoscrivendo un ulteriore programma decennale  di devastazione sociale per evitare il dissesto del Comune. Dissesto che nessuno vuole, non i debitori e men che meno i creditori, ben felici di usare la trappola del debito come strumento coercitivo per procedere alla definitiva alienazione di ogni bene o servizio comunale in favore della speculazione privata . Tutti coloro che oggi si acconciano ad accomodarsi al tavolo del campo largo del centro sinistra, queste cose le sapevano, lo avevamo fatto presente,  come Rigenerare Frosinone, a loro come alla cittadinanza, ma nessuno ci ha ascoltati. 

Ora c’è poco da fare programmi, su giustizia sociale, conversione ecologica, ed altro ancora. Come e quando dovranno essere spesi dei soldi lo deciderà la Corte dei Conti, non certo il prossimo sindaco, sia esso del Pd, del Polo Civico, di Art-1, o ancora di destra. A meno che non si faccia un atto di coraggio e si persegua il bene dei cittadini in spregio agli interessi dei grandi speculatori finanziari e fondiari. Si abbia il coraggio di costituire insieme ad altri sindaci un fronte condiviso per rifiutare le regole del patto di stabilità interna che stanno strozzando i comuni. Noi, come già detto, avevamo proposto un Odg che andava in quel senso ignorato da tutti, maggioranza e opposizione.

 Visto che, come direbbe il vecchio compagno, amico e maestro, Francesco Notarcola “le ciocche so’ chelle” . Chi andrà a guidare la prossima consiliatura cittadina non potrà fare altro che affidarsi all’ennesimo devastante Pilota Automatico.

venerdì 17 dicembre 2021

COMUNICATO STAMPA DEL COLLETTIVO RIGENERARE FROSINONE

 


In vista delle prossime elezioni amministrative di Frosinone, il Collettivo “Rigenerare Frosinone” ritiene opportuno comunicare alle forze politiche e ai cittadini quanto segue:

1) Indifferenti e poco appassionati alle dinamiche di stampo elettoralistico, ma concentrati sui contenuti, siamo interessati a confrontarci con chiunque voglia prendere in considerazione il nostro contributo che, nel corso dell'anno, si è esplicitato nell'affrontare, operativamente, i temi sensibili della città: bilancio, rifiuti, ambiente, sanità, cultura.

2) Non ci interessa, almeno in questa fase, fare accordi con chicchessia. Le eventuali alleanze avverranno esclusivamente di fronte a precise proposte programmatiche, partecipate e condivise, che rispecchino la nostra visione della città.

3) Nel gennaio 2020 il Collettivo lanciava un appello alle forze politiche e sociali che si oppongono alla Giunta attuale, nel quale concludeva << Dobbiamo cambiare pagina; è necessario mettere insieme tutti coloro che si battono, senza tornaconti, per ritrovare l'anima di questa prostrata città e di coloro che la popolano >>. A questo appello Rigenerare Frosinone ha fatto seguire le iniziative politiche, sociali e culturali sui temi già elencati al punto uno. Al contrario, le forze politiche, giova dirlo a chiare lettere, non hanno fatto la loro parte: soltanto qualche sporadica apparizione di qualche Consigliere dell'opposizione alla quale nessuna azione di nessun tipo è seguita!

4) Tutto ciò considerato, Rigenerare Frosinone fa appello a tutti coloro che lavorano per una città diversa, politici e cittadini, per trovare forme di incontro e modi comuni per affrontare un percorso di reale cambiamento. Particolare attenzione, infatti, Rigenerare Frosinone pone sull'associazionismo, che in questi anni ha svolto un'azione di grande efficacia a sostegno dei bisogni dei cittadini. Spesso questo operare è stato ignorato, se non ostacolato, dalle maggioranze consiliari che si sono succedute, attente ad altri interessi, alla guida del capoluogo. E' venuto il tempo di mettere fine a questo modo di governare, agli accordi di potere e agli uomini buoni per tutte le stagioni. Il futuro del Capoluogo deve essere costruito sulla capacità di realizzare “ il nuovo”, in una rinnovata sintonia di cittadini e di politici nei quartieri e nelle contrade. Un centrosinistra come quello attuale, tristemente noto, portatore quasi esclusivamente di politiche neoliberiste, non ci interessa affatto.


lunedì 13 dicembre 2021

Sciopero generale: sì, ma come?

 Dichiarazione del Comitato centrale del Pdac



La principale confederazione sindacale italiana, la Cgil (5 milioni di iscritti) e la Uil (2 milioni di iscritti) pochi giorni fa hanno deciso di proclamare lo sciopero generale per giovedì 16 dicembre. È stato, quindi, annullato lo sciopero dei metalmeccanici della Fiom del 10 dicembre che convergerà sulla giornata del 16. La Cisl, il secondo sindacato per numero di iscritti, ha invece deciso di sfilarsi: il segretario generale Sbarra ha definito la proclamazione dello sciopero una scelta «sbagliata, esasperata e distorta» (sic!): parole che si commentano da sole.

Una proclamazione non scontata
Quello del 16 dicembre è uno sciopero proclamato in pochi giorni, senza l’adeguata preparazione che sarebbe necessaria e che, soprattutto, vedrà esclusi molti settori lavorativi: oltre alla scuola (che ha mantenuto lo sciopero il 10 dicembre) e alla sanità, probabilmente – su richiesta della Commissione di garanzia degli scioperi – saranno esclusi anche i trasporti, le poste, le pulizie, alcuni comparti del pubblico impiego. Per ora, il sindacalismo di base non si è pronunciato rispetto allo sciopero: è probabile che solo alcuni settori decideranno di proclamare sciopero lo stesso giorno, mentre altri opteranno per una scelta settaria.
Iniziamo col sottolineare gli aspetti positivi di questa proclamazione. Anzitutto, non era affatto scontata. Sempre che le direzioni di Cgil e Uil non decidano di ritirarlo in cambio di qualche vuoto contentino da parte del governo – ipotesi da non escludersi – va evidenziato che hanno fatto di tutto per evitarne la proclamazione. Da mesi è in corso una campagna, animata dalle realtà più combattive del Paese, per chiedere a gran voce la proclamazione dello «sciopero generale e generalizzato» per contrastare gli attacchi del governo Draghi e dei padroni. Per mesi gli appelli sono rimasti inascoltati, anche se, soprattutto nella base della Cgil, la pressione per lo sciopero ha iniziato a crescere e diffondersi, a partire dai metalmeccanici: la Fiom aveva infatti già deciso di proclamare una giornata di sciopero nazionale il 10 dicembre con manifestazioni regionali (sciopero poi ritirato per convergere sul 16 dicembre).
Se fino ad oggi Landini ha evitato accuratamente di porre all’ordine del giorno lo sciopero generale il motivo è presto detto: la burocrazia Cgil, per i suoi legami con settori del Pd e della sinistra (Leu) che sostengono il governo, non aveva alcune intenzione di alzare lo scontro con il «governo amico». Poco importa che questo governo stia, da mesi, sferrando attacchi pesantissimi ai lavoratori e ai proletari: dallo sblocco dei licenziamenti (non a caso sottoscritto da Cgil, Cisl e Uil) all’allentamento delle misure di sicurezza nei luoghi di lavoro (col pretesto del green pass).
Il livello dello scontro lo ha, in realtà, alzato lo stesso Draghi che, annunciando un’ulteriore stretta sulle pensioni, ha deciso di abbandonare il tavolo con i sindacati confederali (tra l’altro più che accondiscendenti a una revisione di quota 100). Ecco, allora, che la necessità di battere un colpo è diventata obbligata. Ma come si proclama uno sciopero generale degno di questo nome?

Azione incisiva o arma spuntata?
Ciò che è avvenuto in altri Paesi negli ultimi anni – dalla Francia alla Catalogna al Brasile – ci dimostra che, per costruire un’azione di lotta incisiva contro gli attacchi dei governi, è necessario costruire lo sciopero generale con un’adeguata preparazione. Lo sciopero generale, in Italia, andava messo all’ordine del giorno mesi fa, preparato nei luoghi di lavoro con assemblee, riunioni, appelli all’unità e alla mobilitazione. Non basta segnare sul calendario una data all’ultimo minuto e, voilà, lo sciopero generale è fatto. I lavoratori, in Italia, hanno subito per anni umiliazioni e attacchi violenti. Le loro direzioni – sindacali e politiche – anziché chiamarli alla lotta li hanno, spesso, convinti della necessità di rassegnarsi: gli interessi burocratici e il sostegno ai governi Conte e Draghi sono sempre stati più importanti degli interessi dei proletari (persino della loro necessità di sopravvivere, si pensi ai protocolli sicurezza, una farsa pericolosa).
Dopo che gli apparati sindacali hanno spiegato per mesi che «scioperare non serve», disabituando i lavoratori alla lotta, ora li chiamano a mobilitarsi… con una settimana di anticipo! Chiamare allo sciopero generale in questo modo, tra l’altro alla vigilia delle feste, rischia di essere un’arma spuntata. E, probabilmente, è proprio questo l’obiettivo delle burocrazie sindacali di Cgil e Uil: trasformare il 16 dicembre in un’innocua passeggiata romana, magari tra i fiocchi di neve, per giustificare, ancora una volta, l’ennesima capitolazione al governo borghese. È anche improbabile che i segretari di Cgil e Uil non sapessero che le leggi antisciopero – da loro stessi rivendicate – avrebbero impedito a molti settori cosiddetti «essenziali» di scioperare: l’intento delle burocrazie è quello di depotenziare al massimo la giornata del 16 dicembre. Le dichiarazioni dello stesso Landini, del resto, sembrano proprio andare in questo senso: «per quello che ci riguarda il dialogo non è interrotto, si può riprendere a dialogare in ogni momento». Un po’ come prepararsi a una battaglia rassicurando il nemico sul fatto che non si intende procurargli alcun danno. Altrettanto paradossale è il tentativo, da parte del segretario generale della Cgil, di presentare Draghi come un premier «sensibile alle richieste sindacali» ma ostaggio della propria maggioranza che lo costringerebbe a innalzare lo scontro «contro la sua volontà».
È inoltre vergognosa la capitolazione delle direzioni di Cgil e Uil ai diktat della Commissione di garanzia degli scioperi: se volessero, Cgil e Uil (che raggruppano milioni di lavoratori e hanno bilanci milionari) avrebbero la forza per ignorare questi diktat e proclamare sciopero anche nei settori sottoposti alle leggi antisciopero (coprendo economicamente eventuali multe che dovessero arrivare ai lavoratori). Va aggiunto che la stessa esclusione consapevole della sanità dallo sciopero – il settore più in sofferenza e che più di tutti avrebbe bisogno di scioperare per contrastare il disastro in corso – rende l’idea di come le direzioni sindacali vogliano dare al governo garanzie di «responsabilità».

Un possibile punto di partenza?
Se lo sciopero generale a metà dovesse essere mantenuto, sono due i possibili scenari che si aprono. Il peggiore è che questa giornata si trasformi in un’azione meramente dimostrativa, totalmente controllata dalle direzioni sindacali che mirano a traghettarla verso un nuovo accordo col governo padronale. Ma c’è anche la possibilità che questo sciopero si trasformi nell’inizio di un’azione prolungata di lotta. Tutto dipenderà dalla capacità che avranno le realtà operaie nelle fabbriche più combattive di andare oltre le intenzioni delle loro direzioni sindacali. Gli scioperi operai del marzo 2020 ? così come le più importanti pagine della storia del movimento operaio in Italia ? ci dimostrano che questo è possibile. A tal fine, sarebbe importante che, nonostante tutti i limiti burocratici dello sciopero, anche i sindacati di base e conflittuali, anziché limitarsi a criticare (giustamente) le modalità di proclamazione, decidessero di incrociare le braccia lo stesso giorno con una piattaforma alternativa, provando a dare a questa giornata un significato diverso, cioè conflittuale e di lotta. È quello che fanno i sindacati di base di altri Paesi – da Solidaires in Francia alla Csp-Conlutas in Brasile – che, pur attaccando le direzioni sindacali concertative, non disertano le piazze e gli scioperi proclamati dai sindacati burocratici per costruire un’azione unitaria con la base di tutti i sindacati e innalzare il livello dello scontro di classe.  
Alternativa comunista non fa sconti alle burocrazie della Cgil e della Uil (né tantomeno a quelle della Cisl): li riteniamo complici del massacro in corso e invitiamo i lavoratori e le lavoratrici a non riporre in loro nessuna fiducia. La stessa piattaforma dello sciopero, assolutamente inadeguata, conferma il ruolo nefasto svolto da questi apparati. Ma il 16 dicembre saremo in sciopero e in piazza al fianco dei lavoratori che incroceranno le braccia: ci batteremo perché lo sciopero diventi l’inizio di un’azione prolungata che arrivi a cacciare il governo Draghi e per porre all’ordine del giorno la costruzione di un governo dei lavoratori che espropri le fabbriche che chiudono e licenziano, aumenti l’assegno pensionistico abbassando l’età pensionabile, dia finalmente dignità e sicurezza al lavoro.