Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

sabato 20 agosto 2011

Maria Zavaglia, sarta, comunista

di Roberto  "GRAVITA' ZERO"


Dalle finestre di casa mia si vede il Monte Bianco. Quando è sereno, e qui accade abbastanza spesso, mi affaccio e guardo la cima imbiancata di neve, laggiù, lontano. Verso sud.
E oltre il Monte Bianco, lo so, c’è l’Italia.
Diciassette anni, quasi diciotto, ormai. E non è che non ci torni, di tanto in tanto, ma non è la stessa cosa. Non è come abitarci, viverci, guadagnarsi lì il pane.
Eppure.
Eppure non c’è verso, non ci stacca mai completamente. Mio figlio con me parla italiano, anche se per lui la lingua del gioco è il francese. E quasi sempre, quando compro il giornale, ne compro uno italiano. Poi in Italia ci sono ancora i miei, mia sorella, qualche amico che rivedo sempre più di corsa, sempre meno spesso.
E ci sono i miei morti.
Ci pensavo, l’altro ieri. Pensavo a mia nonna, la madre di mio padre. Si chiamava Maria, ma per noi nipoti era nonna Ninin, che poi era il vezzeggiativo con cui si rivolgeva a noi. “El me ninin” mi diceva, quando mi prendeva in braccio. E quel vezzeggiativo le era rimasto appiccicato. Non che fosse sempre così tenera, mia nonna. Anzi, era nota per aveva un carattere di ferro. E nonostante avesse affibbiato a suo marito, mio nonno, il soprannome autorevole di “sindich”, tutti sapevamo che in realtà in casa comandava lei.
Pensavo a cosa avrebbe detto dell’Italia di oggi. A quanto le sarebbe pesato constatare, dopo una vita intera passata a lottare, quanto poco certe cose fossero cambiate dai suoi tempi. Credo che in fondo per lei sia stata una fortuna morire in un momento in cui era ancora verosimile sperarci, a un possibile cambiamento. Pensavo che mi piacerebbe scrivere di lei e della sua vita. Raccontare ad altri quello che so.
Giorni fa ho scoperto che era possibile andare a scovare, nell’Archivio di Stato in rete, le notizie riportate sui fascicoli della polizia politica durante il ventennio.
Incuriosito, ho voluto dare un’occhiata e, come mi aspettavo, eccola lì. Mia nonna. Maria Zavaglia, nata nel 1903. Professione: sarta. Colore politico: comunista. Sarta, comunista: cose del secolo scorso. Quasi più nessuno lo è, ormai. E insieme a lei, anche loro schedati come oppositori del regime nel Casellario Politico Centrale, i suoi amici. Quelli che mi ricordo ancora come miti pensionati che incontravo per strada da bambino e da cui a volte ricevevo in dono una caramella, e quelli che conosco solo dai racconti che mi faceva mia zia. Ognuno con data, luogo di nascita e residenza, e poi mestiere, fede politica, provvedimenti presi: Impressore tipografo, comunista, confinato. Impiegato, comunista, internato. Architetto, anarchico confinato, iscritto alla Rubrica di frontiera. E così via.
Mi sono reso conto allora che in fondo di loro e delle loro vite, di quella di mia nonna, so davvero poco. Mia nonna era schedata a partire dal 1923, fino al 1943, anno nel quale le annotazioni nel Casellario si interrompono. Vent’anni passati a far parte di una minoranza osservata, seguita, scrutata e catalogata. Vent’anni in cui lottare ogni giorno per mantenersi salda nelle proprie convinzioni in mezzo a una folla di altri esseri umano ostili o, al massimo, indifferenti. Vent’anni di cui mi rimangono pochi racconti e ricordi di seconda mano. Frammenti. Quella volta che nascose in casa sua Bordiga, di passaggio da Milano e in viaggio verso non so dove. Quella volta che aiutò a fuggire dall’Italia un compagno, reduce dalla guerra di Spagna. Quella volta che si rifiutò di mandare a scuola mio padre vestito da balilla. Quella volta che fu spedita dal partito lontano, nel sud, a portare un qualche messaggio urgente. Frammenti isolati, dettagli svaniti, scolorati nella piccola leggenda familiare. Niente di cui valga la pena scrivere.
Dovremmo ricordare di più. Dovremmo ricordare meglio.
Dalle finestre di casa mia, stamattina, il Monte Bianco non si vedeva. Le alpi, e dietro di loro, l’Italia, erano avvolte da una pesante coltre scura di nubi. Eppure, dopo averle guardate così tante volte, posso immaginarmele benissimo. Il triangolo candido della cima del Bianco, L’Aiguille du Midi immediatamente a sinistra e poi, in una lunga cresta digradante, il Dente del Gigante e le Grandes Jorasses. Ancora più a sinistra, l’ombra scura del Dru, e l’altro grande triangolo dell’Aguille Verte. E altri ancora, che mi sono meno familiari. Dietro di loro, in un piccolo cimitero di montagna, quasi abbandonato, le ossa di mia nonna riposano di fianco a quelle del nonno. Due nomi, le date, e sulla lapide del nonno una strofa di una poesia di Heine, la sua preferita. In famiglia era lui il poeta, il sognatore. Mia nonna invece era l’anima concreta, solida, affidabile. Certo, anche lei amava leggere, e le poesie le sapeva apprezzare. Ma a nessuno di noi è venuto in mente di mettercene una, sulla sua lapide.
Invece ora, pensandoci, mi è venuto in mente che a volte può capitare che a scriverci l’epitaffio migliore sia proprio il nostro nemico. A saperlo avrei potuto chiederlo a mio padre, di farle scrivere, quelle due parole del secolo scorso così fuori moda. Giusto sotto il nome: Maria Zavaglia, sarta, comunista. Lei ne sarebbe stata orgogliosa.

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