Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

venerdì 30 dicembre 2011

Jazz e rivoluzione

a  cura di Luciano Granieri


Chiudiamo l’anno proponendo la storia di un rivoluzionario. Una personalità che ha fatto la sua rivoluzione nell’arte e nel sociale. Nella storia di “Bird” Charlie Parker, si trovano intatti tutti i germi di una forza  rivoluzione vera. La rivolta contro il mercato, che dettava le regole della composizione musicale, il più possibile semplice e fruibile per vendere il maggior numero di incisioni ad uso e consumo dei bianchi , vide protagonista Parker con  un tipo di musica che rivoluzionò le regole armonico- ritmiche in vigore.  A questa si unì la rivolta contro il potere anche culturale dei bianchi. Parker fece diventare la musica afro-americana vero patrimonio culturale ed espressivo dei neri. La sua rivolta coinvolse anche la borghesia americana bianca ed arrivò anche in Europa. La beat  generation è cresciuta con la musica di Bird,  i romanzi di Jack Kerouac e le poesie di Allen Ginsberg, i quali trasposero, l’originalità e le fluidità del fraseggio musicale di Parker nella composizione letteraria e poetica. Dunque si può tranquillamente affermare che la rivoluzione di Parker andò oltre la musica. Coinvolse l’intero mondo artistico, intellettuale e anche popolare dal dopo guerra fino all’avvento del free jazz e delle rivolte nere degli anni ’60. Il testo che segue è di Arrigo Polillo, uno dei più autorevoli esperti di musica jazz.  La clip è composta da alcuni quadri della graphic novel “Prima il  jazz era ballabile, poi venne Bird”  dedicata  alla vita di Parker  con i testi di Angelo Leonardi e i disegni di Gaspare e Gaetano Cassaro .  I brani sono “Wee” e a “Night in Tunisia” Ad accompagnare un Charlie Parker in forma smagliante ci sono Dizzy Gillespie alla tromba, Bud Powell al pianoforte, Charlie Mingus al contrabbasso, Max Roach alla batteria. I brani sono stati registrati durante un concerto al Massey Hall  di Toronto nel 1953

Good Vibrations e 
buon anno a tutti
Luciano Granieri

Prima il jazz era ballabile, poi venne Bird

Arrigo Polillo

Sul fatto che Charlie Parker sia stato uno dei tre geni del jazz sono tutti d’accordo. Gli altri due sono, per comune consenso,  Louis Armstrong che fu il primo grande solista, quasi il fondatore del jazz-arte ( e non più musica folklorica), e Duke Ellington, che del jazz fu il più dotato compositore e il miglior capo orchestra, il più notevole esponente, insomma del jazz orchestrale, in cui composizioni e assoli improvvisati convivono. Parker fu il rivoluzionario, l’innovatore che cambiò improvvisamente il corso del jazz proprio nel momento in cui sembrava che il processo evolutivo della musica afro-americana fosse giunto a conclusione e la sua decadenza fosse iniziata. Comparve alla ribalta, Parker, nei primi anni quaranta, quando era poco più di un ragazzo. Era arrivato a New York da Kansas City, una delle piccole capitali del jazz (allora però già decaduta): veniva da una poverissima famiglia negra e aveva compiuto la sua educazione , se così si può dire per le strade della sua città mescolandosi ai disperati del ghetto negro. Da qualcuno di loro fu iniziato alle droghe dure, che segnarono tragicamente la sua esistenza e alla fine lo uccisero in giovane età. Da altri, dai musicisti di jazz che si potevano ascoltare nei molti locali notturni di Kansas City, imparò a suonare il sassofono; nell’aria respirò il blues. Quando intorno al 1940, cominciò ad essere ascoltato dai colleghi più anziani in qualche locale di Harlem, il suo stile era praticamente formato: era uno stile nuovissimo pur essendo fondato sul blues e derivato, in parte, da quello di Lester Young, il grande sassofonista di Count Basie . Il fatto è che Parker – anzi “Bird”, come tutti lo avevano chiamato – aveva scardinato molte delle regole consacrate del jazz come tutti lo avevano conosciuto: ne aveva fatto saltare i più convenzionali moduli armonici e ritmici, e così facendo aveva trasformato (con la collaborazione però di qualche altro a cominciare dal trombettista Dizzy Gillespie)  il jazz da musica ballabile , divertente, sempre orecchiabile, in musica complessa e raffinata, da ascoltare soltanto. Dopo la rivoluzione operata da Parker e da coloro che gravitavano nella sua orbita, i musicisti negri non furono più i giullari dei bianchi, come erano stati per anni; da allora suonarono anzi tutto per sé e per chi è in grado di apprezzare la loro musica. Del grosso pubblico non si sono più preoccupati: ha fatto eccezione Gillespie  che, burlone per temperamento, ha voluto anche divertire gli spettatori, a cui comunque  ha dato sempre del grande jazz. Gli altri, coloro che si sono proposti solo di piacere alla massa, non contano per i veri jazzmen.  Charlie Parker esercitò un’enorme influenza sui musicisti jazz venuti dopo di lui. Per molti anni gli altosassofonisti di tutto il mondo si rifecero, più o meno consapevolmente, al suo stile. Si dovette aspettare l’arrivo di John Coltrane, che si affermò definitivamente dopo il 1960, perché gli uomini del jazz trovassero un nuovo leader, un nuovo modello (senza però dimenticare il grande infelice Bird) 


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