Michele Rizzi, Coordinatore regionale alternativa comunista, e Francesco Carbonara, Portavoce Presidio Om carrelli Bari,
Il licenziamento in tronco del lavoratore Marco Zanframundo è sicuramente un vergognoso atto di ritorsione della direzione dell'Ilva. E' a dir poco strano che questo lavoratore che per quindici anni non ha mai avuto nemmeno un richiamo verbale di colpo veda ricevere negli ultimi due mesi otto lettere di contestazione e un licenziamento. Noi siamo più che convinti che il licenziamento sia da attribuire al fatto che Marco Zanframundo abbia più voltedenunciato problemi di sicurezza che affliggono i lavoratori sul luogo di lavoro specie nel reparto della movimentazione ferroviaria dove è rimasto ucciso Claudio Marsella. La lotta contro i soprusi padronali spesso porta alla ritorsione aziendale, come nel caso di Marco e di altri operai che non hanno mai voluto chinare la testa davanti ai Riva e ai suoi prestanome come lo stesso Bondi. Noi esprimiamo solidarietà a Marco, appoggiamo la lotta serrata di questi giorni dei lavoratori, ne chiediamo l'immediata riassunzione, come quella dei lavoratori della ditta esterna Emmerre. I Riva e i loro prestanome continuano a far danni ambientali e a colpire i lavoratori. Per questo siamo sempre più convinti che l'Ilva vada nazionalizzata senza indennizzo, riconvertita e gestita direttamente dai lavoratori.
Le rovine
"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"
Buenaventura Durruti
mercoledì 11 settembre 2013
martedì 10 settembre 2013
Crisi Marangoni: un film già visto
Luciano Granieri
Nella nostra
martoriata provincia ancora una volta assistiamo sgomenti alla rabbia di operai che
scendono in piazza per reclamare il loro sacrosanto diritto al lavoro. Dopo la
Videocon, la Multiservizi, è la volta della Marangoni Tyre di Anagni.
410
operai, dopo aver visto la propria azienda delocalizzare in Argentina, dopo aver
acconsentito a ridursi lo stipendio per agevolarne un rilancio della competitività,
al rientro delle ferie si sono ritrovati con le loro famiglie in mezzo ad una
strada. Sull’altare del profitto economico (Marangoni e Videocon) e di quello
politico (Multiservizi), la nostra Provincia sta scarificando migliaia di posti
di lavoro.
Un territorio sedotto e abbandonato dal miraggio della
industrializzazione drogata dalla cassa del mezzogiorno. Soldi pubblici che hanno permesso a squali
dell’imprenditoria senza scrupoli di violare un intero territorio dalle elevate
potenzialità agricole e turistiche . Dopo decenni di sfruttamento di lavoratori
e risorse naturali, questi signori scappano con i soldi lasciando sul campo solo macerie.
Una direttrice infernale che
collega il basso Lazio ciociaro con la provincia meridionale di Roma, oggi
presenta scenari inquietanti, popolati da eco mostri, scheletri di strutture
piene di amianto, terra, aria e falde acquifere infestate da agenti chimici e
veleni industriali, oltre che dai rifiuti tossici interrati dalla camorra.
Questo è il lascito di devastazione ambientale a cui si associa la devastazione
sociale con migliaia di operai licenziati.
La Marangoni è solo l’ultimo atto.
Un azienda che prima ha tentato di violentare il territorio cercando di aprire , in località quattro strade, un letale e inquinante
impianto di incenerimento del car fluff (le parti non metalliche delle carcasse
di autovetture), e oggi sta violentano la dignità di 410 lavoratori.
E’ iniziata
la solita disperata e mesta trafila con i sindacati che strillano dopo
aver concesso di tutto al padrone, i
lavoratori in sit-in davanti alla prefettura e poi al palazzo della Provincia,
l’interessamento del Prefetto Eugenio
Soldà, che ormai in questa disgraziata città sembra svolgere per lo più
incarichi di tipo sindacale.
Ha preso il
via la corsa di solidarietà di politici in malafede e istituzioni locali conniventi,
con le solite promesse, l’interessamento urgente delle amministrazioni
regionali e perfino il ricorso al ministro del lavoro. Un film drammatico il
cui finale è già scritto come dimostrano le vicende
Videocon e Multiservizi.
Ironia della sorte
la vicenda Marangoni avviene
subito dopo che la Regione Lazio e il
Ministero dello sviluppo economico hanno destinato 81 milioni di euro per l’area
industriale di Frosinone ed Anagni. Soldi che dovrebbero favorire lo sviluppo e
il rilancio economico dell’area, ma che rischiano di diventare lì’ennesimo
regalo ad una classe finanziaria e imprenditoriale senza scrupoli, pronta a
usare fondi pubblici per alimentare speculazioni e realizzare smisurati
profitti privati.
Purtroppo l’ennesima
triste storia di privazione del lavoro sembra non insegnare nulla. Ormai dovrebbe essere evidente che i
soldi pubblici, devono servire non a ricapitalizzare genericamente le aziende, ma a finanziare veri
e propri piani industriali. E’ inutile incentivare produzioni obsolete, inquinanti,
e di scarso successo commerciale.
E’ necessario usare i soldi pubblici per
finanziare piani industriali innovativi. Si può comprimere il costo del lavoro finchè
si vuole ma se ciò che si produce non si
vende, sarà tutto inutile. Questi benedetti 81 milioni di euro andrebbero
destinati per finanziare progetti
industriali innovativi, di qualità. E
una volta selezionate le aziende da aiutare perché propongono idee
nuove su produzioni e procedure, porle sotto il diretto
controllo di Stato e Regione per verificare
che
portino a termine il lavoro per cui sono stati erogati i fondi, si impegnino a
non licenziare e a stabilizzare i lavoratori precari presenti nell’organico.
Deve
finire l’era del profitto privato a fronte di perdite pubbliche. Deve chiudersi il tempo delle elargizioni pubbliche alle classi padronali
senza alcun controllo. Il finanziamento pubblico di una fabbrica anche di solo un euro, deve prevedere il
controllo sull’attività di quella azienda da parte dello Stato .
Ad esempio espropriare
la Marangoni senza indennizzo per la proprietà, riassorbire gli operai cui verrà affidata la gestione dell’azienda e
riconvertire l’attività industriale nella produzione di impianti per l’erogazione
di energia pulita, potrebbe costituire un bel modo di utilizzare fondi pubblici, far
ripartire l’economia e salvare 410
famiglie dall’indigenza. Questo veramente potrebbe essere una finale a sorpresa del
film già visto. Ma necessitano nuovi registi illuminati che nell’attuale
scenario cinematografico della tutela della dignità umana non esistono.
lunedì 9 settembre 2013
Il partigiano Johny nella notte di Allende
Luis Sepulveda, la Repubblica, 9 settembre 2013
Il giorno più nero della storia del Cile spuntò coperto di nuvole. La primavera alle porte, atterrita dall’orrore che si avvicinava, aveva deciso di negarci i primi tepori. Alle sei del mattino Salvador Allende, il Compagno Presidente, ricevette le prime informazioni sul golpe imminente e diede ordine alla scorta, al Gap, di lasciare la residenza di calle Tomás Moro per raggiungere il palazzo de La Moneda.
Un contingente del Gap – Gruppo di Amici Personali – rimase a garantire la sicurezza della residenza e il resto si mise in marcia armato di kalashnikov. Fra i Gap che uscirono insieme al Compagno Presidente c’erano tre ragazzi molto giovani: Juan Alejandro Vargas Contreras, ventitré anni, studente; Julio Hernán Moreno Pulgar, ventiquattro anni, studente e dipendente del palazzo presidenziale e Óscar Reinaldo Lagos Ríos, ventun anni, studente e operaio in un’azienda agroalimentare. Tutti e tre erano militanti della Federación Juvenil Socialista. E oggi, a quarant’anni dal colpo di stato che ha messo fine al più bel sogno collettivo, voglio parlare di uno di loro, di Óscar, un ragazzo cileno pieno di coraggio e generosità.
Óscar era più giovane di me, ci separavano solo due anni, ma visto quanto era intenso il nostro impegno per la Rivoluzione cilena, visti la dedizione totale e il rigore con cui affrontavamo i mille compiti del Governo Popolare, quei due anni scarsi di differenza mi conferivano una certa anzianità. Anch’io avevo avuto l’onore — il più grande onore che mi sia stato concesso in vita — di far parte del GAP, ma dopo aver trascorso quattro mesi nella scorta del Compagno Presidente ero stato chiamato a maggiori responsabilità. Così, a ventidue anni, mi ero ritrovato supervisore di un’azienda agroalimentare a sud di Santiago. Là avevo conosciuto un giovane socialista che si chiamava Óscar Reinaldo Lagos Ríos e che combinava il suo lavoro di meccanico nell’azienda agroalimentare con gli studi in un istituto industriale e con la militanza socialista. Óscar amava il tornio e la fresatrice. Tra i suoi progetti c’era quello di diventare un buon tornitore, un operaio specializzato. Fin dal primo momento si trasformò nel mio braccio destro e più volte respingemmo insieme gli attacchi del gruppo fascista Patria y Libertad, che voleva assassinare i dirigenti sindacali e incendiare i nostri posti di lavoro.
Spesso Óscar portava a passeggio mio figlio Carlos Lenin, che cominciava allora a camminare, e ogni due o tre giorni prendeva in prestito un libro, un romanzo, una raccolta di poesie, qualche saggio sociopolitico. Un pomeriggio, mentre facevamo il nostro turno di guardia, lo vidi leggere e piangere senza nascondere le lacrime. Stava leggendo La sangre y la esperanzadi uno scrittore cileno ormai dimenticato, Nicomedes Guzmán. All’improvviso chiuse il libro, si asciugò gli occhi ed esclamò: «Compagno, ora sì che ho capito perché facciamo la rivoluzione».
Óscar si era sempre distinto come lavoratore, per il senso dell’umorismo che traspariva dalle canzoni degli Iracundos che cantava mentre riparava i macchinari e per l’esemplare solidarietà (era sempre l’ultimo al momento di comprare gli alimenti che trattavamo e che la borghesia si accaparrava per far mancare i rifornimenti), ma si distingueva anche come militante, acuto nelle sue analisi e convincente grazie ad argomenti ancora più acuti. E poiché il GAP era formato dai militanti migliori, un giorno parlai di lui raccomandandolo e ricevetti l’ordine di addestrarlo. Così Óscar imparò a usare un’arma, a pulirla, ricevette i primi rudimenti di difesa personale e di procedure di sicurezza. Quando entrò a far parte del GAP, il più grande onore per un militante, festeggiammo a casa sua, con la sua famiglia umile e generosa. Poi ci perdemmo di vista perché i tanti compiti della Rivoluzione Cilena ci tenevano molto occupati e la giornata era sempre troppo breve, dormivamo poco, ma non perdevamo mai di vista l’importanza di quel che facevamo. Non avevamo diritto né alla stanchezza né allo scoramento. Stavamo costruendo un Paese giusto, fraterno, solidale, seguendo una via cilena, rispettando tutte le libertà e i diritti. E per di più avevamo un leader che ci dava un grande esempio con la sua statura morale.
Un giorno incontrai Óscar a El Cañaveral, una residenza di campagna sulle pendici della cordigliera delle Ande dove il Compagno Presidente andava a riposare. Insieme ad altri due GAP sorvegliava l’ala nord. Ci abbracciammo e quando gli chiesi il nome di battaglia — io ero e continuo a essere Iván per i GAP sopravvissuti — lui rispose: «“Johny”, è quello il mio nome di battaglia, Johny, ma non l’ho scelto io: me l’ha dato il dottor Allende un giorno che mi ha sentito cantare».
Quell’11 settembre 1973, poco prima delle sette di mattina, Salvador Allende e la sua scorta formata da tredici membri del GAP entrarono alla Moneda. Il golpe fascista era iniziato, truppe e carri armati accerchiarono il palazzo, riecheggiarono i primi spari tra difensori e golpisti, le forze aeree bombardarono le antenne delle radio finché ne rimase soltanto una, quella di radio Magallanes, grazie alla quale ascoltammo e avremmo ascoltato le ultime parole del compagno presidente, quel «metallo tranquillo della mia voce».
Con la Moneda assediata, Allende diede ordine di far uscire chiunque lo desiderasse, lui sarebbe rimasto a baluardo della Costituzione e della legalità democratica. In mezzo ai colpi d’arma da fuoco e ai proiettili esplosivi del-l’artiglieria, un pugno di poliziotti socialisti decise di restare, e anche i GAP dissero chiaramente che la guardia non si arrendeva né abbandonava il Compagno Presidente. Fra Allende, i poliziotti rimasti fedeli, il medico del presidente, il giornalista Augusto Olivares e i tredici GAP non erano più di ventidue, ma affrontarono migliaia di soldati golpisti.
Quando era quasi mezzogiorno, le forze aeree bombardarono la Moneda, le fiamme cominciarono a divampare nel palazzo ma il GAP non mollò. Rimane per sempre un’immagine di quel momento: il GAP Antonio Aguirre Vásquez, un patagone eroico, che spara dal balcone principale con la sua mitragliatrice calibro 30 finché le bombe non cancellano completamente la facciata della Moneda. Il simbolo della democrazia cilena, la cosiddetta casa di Toesca bruciava, Allende era morto e Óscar Lagos Ríos, Johny, era stato colpito da due pallottole, ma era ancora vivo. Alle due del pomeriggio, ormai senza più artiglieria, con le munizioni esaurite, i sopravvissuti di quel pugno dipoliziotti e uomini del GAP uscirono dalle macerie e furono immediatamente fatti salire su un camion militare con destinazione ignota. I poliziotti riuscirono a salvarsi la vita, passarono attraverso atroci torture ma sopravvissero. I tredici GAP scomparvero.
In Cile, tuttavia, la terra parla e così è stata scoperta una fossa comune clandestina in un campo militare abbandonato, Fuerte Arteaga, e in quella fossa c’erano più di quattrocento pezzi di ossa umane, alcuni lunghi meno di un centimetro, e quei pezzetti minuscoli hanno raccontato che i tredici GAP erano stati torturati, mutilati, assassinati dalla soldataglia in un’orgia di sangue, durata vari giorni, a cui avevano partecipato ufficiali e truppa del reggimento Tacna. I GAP erano stati sepolti nella caserma, ma quando alcuni testimoni avevano dichiarato di poter indicare il luogo dell’occultamento, i resti degli eroici combattenti della Moneda erano stati trasferiti a Fuerte Arteaga, gettati in una buca profonda dieci metri, fatti saltare in aria con la dinamite e infine coperti di terra.
È impossibile ridurre al silenzio la voce dei combattenti e le loro ossa minuscole hanno rivelato i loro nomi, hanno detto: «Io sono ciò che resta di Óscar Reinaldo Lagos Ríos, ventun anni, nome di battaglia Johny, GAP, assassinato il 13 settembre 1973». Una mattina del 2010, un corteo con in testa tre carri funebri è passato davanti al palazzo della Moneda. A scortarli c’erano uomini e donne di oltre sessant’anni che al braccio sinistro esibivano con orgoglio un nastro rosso con la sigla GAP. Scortavamo Juan Alejandro Vargas Contreras, ventitré anni, Julio Hernán Moreno Pulgar, ventiquattro anni e Óscar, quel Johny che aveva preso il fucile quando bisognava farlo.
nostri compagni oggi riposano nel mausoleo degli eroi, accanto alla tomba del Compagno Presidente. Il GAP non si arrende.Onore e gloria ai combattenti della Moneda. Viva i compagni!
Traduzione di Ilide Carmignani
domenica 8 settembre 2013
WHY DIDN’T THE U.S. INVADE ISRAEL WHEN IT USED CHEMICAL WEAPONS ON PALESTINIANS?
Icarus from http://www.apartheidexists.com/
I want you to remember this picture when you think of Israel’s use of chemical weapons every time someone parrots the talking points of the Israeli government. This picture was taken in Gaza, Palestine; this is a war crime.
I want you to remember this picture when you think of Israel’s use of chemical weapons every time someone parrots the talking points of the Israeli government. This picture was taken in Gaza, Palestine; this is a war crime.
No this isn’t photoshopped. If this isn’t a war crime then I don’t know what is.
Now – when discussing Israel’s use of chemical weapons
– I have heard many justifications, excuses and obfuscations to minimize the
criminal element of “Operation Cast Lead” that lasted just over 3 weeks from
December 28th, 2008 to January 18th, 2009. The timing of Operation Cast
Lead is important since the U.S. and the world was focused on the horror of an
economic downward spiral and the hope of a new way forward … President Barack Obama was waiting for his inauguration at this point.
Now – many Israel advocates like to claim that this isn’t illegal and that
Israel used white phosphorous (which is irrefutable and the Israeli government
acknowledges) only as a smoke screen.
Under international law – white phosphorous may be used as a smoke
screen but not on civilian populations. Gaza is one of the most densely
populated ares in the world and Israel’s use of white phosphorous is very
clearly being used over civilian areas. Operation Cast Lead resulted
in between 1,166 and 1,417 Palestinian and 13 Israeli deaths; 4 of them were
from friendly fire. The United Nations conducted an investigation and released
the now famous Goldstone report which acknowledged that Israel’s use of white phosphorous
was indeed a war crime. It was after significant pressure and a couple of
years later – the author retracted his report’s findings. The United
Nations Human
Right Council,
however, still found Israel guilty of war crimes and they ordered that Israel
compensate Palestinian families for the damage caused by the Israeli
government. They wrote HERE:
The approval of USD
85 million worth of United Nations projects remains pending. Israel recently
released 20,000 tons of construction materials for Gaza’s private sector. However, the border
closures and restrictions on passage through border crossings continue to
seriously negatively affect the population of the Gaza Strip. Over 75 per cent
of the units needed to replace homes destroyed during Operation Cast Lead have
not been constructed. Gaza’s unemployment rate remains high. This combines with
the urgent demand for construction materials to reconstruct homes, schools and
other infrastructure to result in thousands of people continuing to risk their
lives to work in tunnels along the border with Egypt.
If another country took this kind of
action – the U.S. would be invading them. Not only did the U.S. not
invade Israel, we give them money to continue their human rights violations and
we continue to veto any resolution to hold Israel accountable on the UN
security council. And we wonder why so many other countries hate the U.S.
Quite simply – we live by double standards. We support democracy
only if its the result we want i.e. Gaza 2006, Iran 1953, Guatemala 1954, Congo
1960, Dominican Republican 1961, South Vietnam 1963, Brazil 1964, and Chile
1973 to name only a select few not including many
attempted coup attempts like Venezuela 2002.
The double standard continues for the
use of chemical weapons. President Obama is looking to attack Syria after
an apparent chemical weapons attack although there are reports that these
chemical weapons attack were in fact not committed by the Syrian government . President Obama claims that we must set a red
line for those countries willing to utilize chemical weapons; he has however
not taken the same stance with the Israeli government despite countless human
rights violations. One of the most ironic elements of this entire
situation is that the #1 force pushing for an attack on Syria is Israel and
their lobbying arm AIPAC
Israel’s military has said that it will
not use white phosphorous “for the time being” with two exceptions that the
state attorney would not disclose in a public hearing in front of the Israeli
High Court; the Israeli High Court dismissed a petition to make the use of
white phosphorous illegal . So – the Israeli military can’t be held
accountable externally because the U.S. blocks any resolutions on the UN
Security Council and it won’t be held accountable internally because the
Israeli High Court has prioritized the promises of the military over “right and
wrong”.
8 settembre 1943 – "IO NON HO TRADITO"
In effetti, quel giorno alcuni eSSeri criminali aSSaSSini hanno scelto di non "tradire" la dittatura, un dittatore, ed i loro padroni SS con quegli stessi che avevano già commesso e avrebbero commesso in futuro i peggiori crimini in Italia contro il Popolo Italiano e contro i suoi eroici Partigiani... Non c'è che dire... COMPLIMENTI !
Altre persone quel giorno hanno deciso di rimanere fedeli a Valori umani e civili e hanno iniziato a lottare, o allora più che mai hanno continuato a lottare, contro il nazifascismo per liberare l'Italia da questi aSSaSSini.
GLORIA ETERNA AI PARTIGIANI E ALLA RESISTENZA ITALIANA
DON GALLO. 27.12.2012
LA RIVOLTA DI S.BASILIO E IL SACRIFICIO DI FABRIZIO CERUSO
Confederazione Cobas
L'8 settembre nella memoria storica non testimonia soltanto l'impari e
iniziale Resistenza romana di Porta S.Paolo all'occupazione nazista del 1943,
all'indomani della rovinosa caduta del fascismo e della precipitosa fuga della
monarchia a Bari.
Nel cuore e sui muri di Roma, l'8 settembre, trova
posto la figura del compagno Fabrizio Ceruso, ucciso a 19 anni dalla violenza
dello Stato, mentre era a S.Basilio a sostenere la resistenza popolare per il
diritto alla casa.
Era l'8 settembre 1974, il terzo giorno di
un'estenuante resistenza opposta da una molteplicità di compagni/e agli sgomberi
delle case occupate da centinaia di famiglie.
Quando l'enorme schieramento di Polizia tentò
l'affondo con inusitata violenza, una proletaria, da una casa popolare di
fronte a quella occupata,, imbracciato un fucile da caccia, sparò un colpo in
aria con l'intento partecipe di fermare la bestialità dello sgombero.
Le cariche poliziesche non cessarono, anzi, i
comandanti dettero l'ordine di sparare ripetutamente contro i manifestanti.
Il piombo di Stato uccise Fabrizio Ceruso alle 5
della sera dell'8 settembre 1974, aveva 19 anni, veniva da Tivoli, militava nei
Comitati Autonomi Operai.
Immediatamente la ribellione serpeggiò per tutto il
quartiere di S.Basilio, i lampioni vennero abbattuti e le strade abbuiate,
migliaia di proletari si aggregarono ai manifestanti, assediando e colpendo con
svariate armi la polizia assassina, che si era rifugiata nel campo di calcio
della parrocchia.
Nella borgata rimbombava il grido: " pagherete
caro, pagherete tutto!"; la rivolta di S:Basilio fece battere in ritirata
le forze dell'ordine e conquistò il diritto alla casa.
Sono trascorsi 39 anni, la lotta per il diritto
alla casa non è mai cessata perché grande e insoddisfatto è il bisogno, a
fronte delle migliaia di sfratti, della tradizionale speculazione immobiliare e
della piratesca politica abitativa delle amministrazioni locali.
Ad ogni nuova occupazione, al percorso faticoso e
vincente di altre sanatorie, alle battaglie contro le cartolarizzazioni e il
caro affitti, il ricordo va a Fabrizio Ceruso, a quel giovane rivoluzionario
divenuto il simbolo stesso della lotta per il diritto alla casa.
Colleferro: la Procura prosegua le indagini sulla discarica di Colle Fagiolara.
Rete per la Tutela della Valle del Sacco e Comitato Residenti Colleferro
Il re è nudo: le discariche di mezza Italia, dopo la circolare del Ministro dell’Ambiente, Orlando, del 6 agosto 2013, sono da considerarsi fuorilegge. Approfondisce la questione Andrea Palladino sul numero de l’Espresso del 5 settembre 2013, riportando le dichiarazioni di alcuni dirigenti del Ministero, oltre a ripercorrere storicamente l’ iter sui conferimenti di rifiuti in discarica.
Nel 2009 l’allora Ministro Prestigiacomo per aggirare la normativa europea, che non permetteva il conferimento indifferenziato,emanò una circolare che introduceva il sistema della tritovagliatura - semplice sminuzzamento dei rifiuti per irdurne la volumetria - in luogo della separazione per il riciclo. Il trucco fu scoperto e l’Italia venne ammonita con il pagamento di una ammenda fortettaria e giornaliera di milioni e milioni di Euro, pagati dai cittadini contribuenti.
Finalmente, dopo quattro anni, il 6 agosto 2013, il Ministro dell’ambiente, Andrea Orlando, ha emanato una nuova circolare (U.prot.GAB -2009-0014963), con la quale vieta, in termini netti, il conferimento in discarica del rifiuto “tal quale”.
Il metodo furbetto della tritovagliatura, come unico trattamento prima del conferimento in discarica, è molto diffuso in Italia, ma oggi, dopo la nuova circolare del Ministro Orlando, questo sistema non è più a norma.
Secondo gli stessi dirigenti del Ministero, le Procure possono agire in qualsiasi momento contro i gestori, mentre la Corte dei conti – fatto nuovo non contemplato nella Circolare – può condannare Sindaci ed Assessori.
Come è noto, anche la discarica di Colle Fagiolara, di proprietà del Comune di Colleferro e in gestione alla società regionale Lazio Ambiente SpA, utilizza il sistema della tritovagliatura: nell’immediato, quindi, essa dovrebbe cessare la sua attività, perché dal 6 agosto 2013, in base alla circolare del Ministro Orlando, il sito è illegale, anche per Lazio Ambiente SpA, (subentrata al gruppo Consorzio Gaia SpA),incaricata della gestione della discarica.
Per tutti i Sindaci e Assessori con delega all’ Ambiente dei Comuni conferitori, si delinea invece un’altra ipotesi di reato.
QUALE?
Il fatto rilevante che deve preoccupare gli amministratori locali sono le conclusioni della sentenza “storica” della Corte dei Conti, sezione giurisdizionale della Liguria, del 29 maggio 2013.
Per la prima volta in Italia sono stati condannati al pagamento di danni erariali amministratori del Comune di Recco per mancato raggiungimento della percentuale di raccolta differenziata dei rifiuti prevista dalla legge italiana e della quota fissata dall’Unione Europea.
Una condanna pesante che delinea un effetto a catena nei confronti di altre amministrazioni, Sindaci ed Assessori all’Ambiente o con delega, che possono essere citati in giudizio da associazioni e comitati di cittadini per danno erariale e patrimoniale, di cui rispondono personalmente in termini economici,qualora abbiano privilegiato l’utilizzo della discarica “tal quale” invece di rendere efficiente la raccolta differenziata,nel rispettodelle percentuali dettate dalla legge 152/2006.
La situazione di Recco sembra riprodurre quella degli amministratori localidei Comuni partecipatinell’exgruppo Gaia SpA, nei quali la raccolta differenziata è ben al di sotto dei termini di legge, eccetto qualche Comune virtuoso che ha avviato il sistema di raccolta“porta a porta”, in alcuni casi con risultati soddisfacenti, in altri meno.
Nel caso di Colleferro vi è un ulteriore aggravante, perchè l’ex gruppo Gaia SpA, che effettuava i servizi di raccolta e spazzamento rifiuti, era anche gestore della discarica, quindi con un interesseeconomico maggiore a non incentivare pratiche virtuose, complici i Comuni consorziati, e a realizzare ulteriori impropri profitti.
Il risultato di decennali politiche dei rifiuti nella Regione Lazio, dannose per ambiente e salute, hanno generato flussi economici esorbitanti: vedi l’intera vicenda dell’ex gruppo Gaia SpA, i livelli di inquinamento ambientale della Valle del Sacco e le conseguenze sanitariesubite da un’intera comunità accertate dal rapporto epidemiologico ERAS, specifico sulle compromissioni sanitarie da presenza di impianti per la gestione dei rifiuti, la situazione eclatante di Malagrotta, quelle simili a Colleferro di Albano, Guidonia e Borgo Montello, il delirio del conferimento dei rifiuti di Roma e Latina a Colfelice.
Per tutto questo non può esistere stima di risarcimento, ma solo condanne giudiziarie.
Le Associazioni, i Comitati, i Cittadini, l’Opinione pubblica, la Società civile, nelle loro diverse espressioni guardano all’affidabilità del sistema giustizia e alla prosecuzione dell’operato della Procura della Repubblica di Velletri per la situazione di Colleferro, mentre cresce il sentimento di insoddisfazione e sfiducia verso i rappresentanti politici.
Colleferro, 8 settembre 2013
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