Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

martedì 19 novembre 2013

La rivoluzione per i diritti naturali dell'uomo

Luciano Granieri

Giustizia e carità sono principi   che ogni uomo deve rispettare, perché costituiscono la base dei diritti naturali della persona umana . Gli uomini liberi danno vita ad uno Stato non per annullare  i diritti naturali, ma per salvaguardarli . Se il governo non agisce in conformità con questi fini, il popolo ha il diritto di ribellasi e di abbatterlo. La ribellione  è appunto la garanzia del rispetto dei diritti naturali. 

Questi concetti sembrano attualissimi ma risalgono alla fine del ‘600. Si trovano scritti nel “Trattato sul governo” di John Locke. E’ la prima teoria della rivoluzione basata sull’appello alla ragione e i diritti degli uomini. Circa quattro secoli dopo il concetto di dritti naturali della persona umana si è  riqualificato  nella definizione più generale    di diritto all’esistenza che racchiude al suo interno  l’entità dei  beni comuni. Ossia quei beni  giuridicamente definiti come indispensabili per la  soddisfazioni dei bisogni fondamentali delle persone. 

Ovvero   , l’accesso all’acqua, al cibo, alla conoscenza ,da diffondere   anche con l’utilizzo della rete, ai farmaci essenziali, alla tutela del territorio. Come al solito la nostra Costituzione è illuminante anche su questa materia. L’art 43 infatti sancisce che  la gestione dei servizi pubblici essenziali sia da affidare a comunità di lavoratori o utenti. 

 Attualizzando il pensiero di   Locke, non solo è possibile ribellarsi ad un governo che non legifera per la  difesa   del diritto naturale all’esistenza  sancito dalla tutela dei beni comuni, ma è doveroso, perché la ribellione è garanzia del rispetto di questi diritti. 

E' obbligo civico  e indispensabile ribellarsi a quei governi che hanno favorito la privatizzazione dell’acqua, che,  imponendo le regole ultraliberiste,  hanno concesso mano libera alle multinazionali in materia di imposizione di copyright sui semi genericamente modificati, sullo sfruttamento intensivo dei terreni agricoli, privatizzando di fatto la filiera agroalimentare, hanno consentito alle stesse multinazionali di speculare  e accumulare enormi profitti sulla diffusione  dei  farmaci essenziali,   hanno   promosso  la privatizzazione in generale della sanità.  E, infine, hanno  permesso il saccheggio del territorio fornendo  terreno  alle  scorribande cementizie degli speculatori fondiari colpevoli di    devastazioni  ambientali  che spesso presentano  il conto con alluvioni e frane.  Un conto salato in termini di danni alla comunità e di perdita di vite umane come testimonia l’ennesima tragedia di queste ore in Sardegna.  


Dal momento che questi governi sono emanazione politica di un potere più ampio e ramificato incarnato nel capitalismo finanziario ultraliberista, ecco che il dovere civile della ribellione si deve esercitare, per diventare realmente efficace,    contro il capitalismo in generale. Lo dicono i movimenti anticapitalisti, i vari movimenti occupy, ma soprattutto già quattocento anni fa lo diceva Locke  e con lui   Brauch, Spinoza, Pufendorf, tutti quei filosofi e giuristi  europei che alla fine del  ‘600 si battevano per il rispetto dei diritti naturali dell’uomo.  

E’ tempo quindi di riappropriarsi del vero concetto di difesa dei propri diritti, non più basato sulla loro elemosina quasi fossero privilegi , regalie elargite dai potenti ,  ma come patrimonio inalienabile naturale dell’umanità,  da difendere anche con la rivoluzione.  Una rivoluzione civile sancita dalla storia.


          


La nostra Controfinanziaria

http://www.sbilanciamoci.info

Con una patrimoniale, una tassazione sui capitali scudati e un'imposta maggiore sulle transazioni finanziarie, sarebbe possibile fare una sperimentazione sul reddito minimo garantito e avviare un piano del lavoro e di investimenti in istruzione e ricerca. Una manovra da 26 miliardi all'insegna della giustizia sociale. Cambiare è possibile, basta volerlo.

A settembre 2013 la disoccupazione in Italia ha superato il 12%, quella giovanile il 40%. Dopo anni di recessione, le indicazioni che arrivano dal governo sembrano a senso unico: dobbiamo continuare a stringere la cinghia e accettare i piani di austerità e i vincoli macroeconomici imposti dalla Troika e dall'Ue. Il mantra ripetuto quotidianamente è che non ci sonoalternative: è l'Europa che ce lo chiede. Come se l'Europa non fossimo anche noi. Come se l'Italia non potesse e dovesse giocare al contrario un ruolo da protagonista per chiedere una radicale inversione di rotta nelle politiche economiche, fiscali e monetarie dell'Unione Europea. Dopo due anni di austerità, non solo il paese è in ginocchio da un punto di vista sociale e produttivo, ma anche il rapporto debito/Pil continua a peggiorare. Dal 120% del 2011 abbiamo sforato il 130%, e in termini assoluti la soglia dei 2.000 miliardi di euro. L'andamento è lo stesso per tutti i paesi, e in particolare quelli del Sud Europa, costretti negli ultimi anni a passare dalle forche caudine dell'austerità. Misure non solo devastanti dal punto di vista sociale, ma nocive anche da quello macroeconomico. A segnalarlo è lo stesso Fmi che nelle parole dei media è arrivato a fare un “clamoroso mea culpa”: aggiustamenti fiscali, ovvero tagli alla spesa pubblica, nella maggior parte dei paesi provocano una caduta del Pil più veloce della riduzione del debito.
Ancora a monte, il discorso sulla riduzione del rapporto debito/Pil avrebbe un qualche senso se l'attuale situazione europea e italiana in particolare fosse legata a un “eccesso” di welfare e a uno Stato spendaccione e non, invece, all'onda lunga della crisi esplosa con la bolla dei subprime negli Usa nel 2008 e a un'Europa schiacciata su una visione mercantilista e subalterna alle dottrine neoliberiste. Un'Europa dei mercati, della moneta unica e della libera circolazione dei capitali senza un'Europa sociale, fiscale e dei diritti.
Quella della Troika è una risposta sbagliata a una diagnosi ancora più sbagliata. Non è vero che c'è un eccesso di welfare. Non è vero che la crisi è colpa delle finanze pubbliche. Non è vero che i Paesi del Sud Europa hanno le maggiori responsabilità. Non è vero che il rapporto debito/Pil è il parametro di riferimento da tenere sotto controllo. Non è vero che i piani di austerità funzionano per diminuire tale rapporto. L'austerità è il problema, non la soluzione. Eppure da parte dei burocrati europei, a metà 2013, nessun ripensamento, nessuna alternativa. Si continua ad applicare una teoria economica fallimentare con un'ostinazione che rasenta il fanatismo.
L'obiettivo di fondo diventa allora rispettare parametri del tutto arbitrari, ma che sembrano scritti nella pietra. Dati tali obiettivi, le variabili su cui giocare sono il welfare, i servizi essenziali, i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori. Un dogma a senso unico che plasma le politiche economiche e ancora prima il linguaggio e l'immaginario collettivo. Gli impegni europei non si possono rimettere in alcun modo in discussione, ma per le spese sociali il ritornello è che “non ci sono i soldi”. Un'espressione che lascia intendere come tali spese siano da considerare un “lusso”, da finanziare unicamente se le risorse sono sufficienti, in caso contrario da sacrificare sull'altare dei diktat dei mercati finanziari.
Occorre chiarire da subito che tali obiettivi sono semplicemente irrealizzabili, a maggior ragione in questa fase di crisi, senza portare a un collasso del tessuto produttivo e sociale del nostro paese. Deve essere il gigantesco casinò finanziario che ci ha trascinato nella crisi a sottoporsi a rigide misure di austerità, non cittadini, lavoratrici e lavoratori che hanno già pagato, diverse volte, per una crisi nella quale non hanno alcuna responsabilità.
Ma ammesso e non concesso che si vogliano accettare i vincoli e le imposizioni della Troika, non è comunque vero che “non ci sono i soldi”. Con la legge di stabilità il governo propone al Parlamento e al paese delle scelte ben precise su come allocare le risorse pubbliche, ovvero i soldi delle nostre tasse. Scelte che hanno impatti di enorme rilevanza sulle nostre vite.
Dal 2001 la campagna Sbilanciamoci! mostra che delle decisioni radicalmente differenti sarebbero possibili, sia dal lato delle entrate, sia da quello delle uscite. Un sistema fiscale improntato a una reale progressività, come previsto dalla nostra Costituzione ma sempre più spesso smentito dai fatti. Maggiori spese destinate ai diritti, la pace, l'ambiente.
È quello che vogliamo mostrare anche quest'anno, con il presente rapporto e le decine di proposte che, numeri alla mano, mostrano un differente indirizzo di politica economica.
La nostra manovra è di 26 miliardi di euro, un importo decisamente consistente rispetto a quello previsto dal governo. Perché siamo convinti che nell'attuale situazione non è possibile limitarsi a piccoli interventi di facciata. Occorre operare una redistribuzione della ricchezza nel nostro paese. Occorre prendere i soldi dove ci sono, e impiegarli dove sono necessari.
Non è solo una questione di maggiore giustizia sociale: ridurre le inaccettabili diseguaglianze di reddito e ricchezza in Italia è un passaggio fondamentale per rilanciare la domanda e per uscire dall'attuale depressione economica. Non per ripartire inseguendo la crescita illimitata dei consumi, ma per uno sviluppo qualitativo, per un piano di investimenti di lungo periodo per una riconversione dell'economia in direzione di una reale sostenibilità economica e sociale.
Per andare in questa direzione, proponiamo quindi una patrimoniale, una tassazione sui capitali scudati, di migliorare la tassa sulle transazioni finanziarie, di bloccare le grandi opere, di tagliare le spese militari, i finanziamenti alla scuola e alla sanità private e ai Centri di identificazione ed espulsione. E proponiamo di usare tali risorse per una sperimentazione sul reddito minimo garantito, per avviare un piano del lavoro, per gli investimenti nell'istruzione, nella ricerca, nella cultura, nelle politiche di assistenza e di inclusione sociale, nella tutela dell'ambiente e dei beni comuni, nella mobilità sostenibile, nel rilancio dell'edilizia popolare pubblica e nel sostegno alle forme di altraeconomia, dalla finanza etica ai Distretti di economia solidale.
La nostra è una manovra che assume come priorità la lotta alle diseguaglianze. Una manovra che va in direzione diametralmente opposta a quella del governo, che garantisce enormi sconti sulle multe che devono pagare i gestori di slot-machine e propone una “valorizzazione” del patrimonio pubblico per fare quadrare i conti. In un emendamento il Pdl – è bene ricordarlo, un partito al governo – chiede di vendere le spiagge. Il premier Letta ha annunciato un piano di privatizzazioni da 20 miliardi in tre anni. Dopo i disastri delle passate privatizzazioni (pensiamo a Alitalia, Ilva, Telecom solo per fare alcuni esempi) invece di pensare a un piano industriale e di rilancio dell'occupazione, si continua con la stessa ideologia. Svendendo le ultime partecipazioni ai mercati finanziari per fare cassa. Proseguendo sulla stessa strada di disuguaglianze, della finanziarizzazione e del declino del sistema produttivo che ha caratterizzato gli ultimi anni. Per questo abbiamo deciso, anche nel rapporto di quest'anno, di mostrare che un percorso diverso sarebbe possibile.
La nostra manovra di 26 miliardi di euro si chiude con un saldo praticamente nullo. Non prendiamo per buone le ricette che ci arrivano da questa Europa, a partire dall'assurdità di cambiare la nostra Costituzione per inserirvi il pareggio di bilancio. Al contrario. Chiediamo un impegno forte dell'Italia, per chiedere all'Europa un radicale ribaltamento delle priorità. Nello stesso momento questo cambiamento di rotta può e deve partire dalle politiche nazionali. “È l'Europa che ce lo chiede” è una foglia di fico sempre più improbabile e improponibile. Altre scelte sarebbero possibili da subito anche qui in Italia, se ci fosse la volontà di attuarle e di intraprendere una differente politica economica. Per un'Italia capace di futuro.

La laurea in architettura non è valida in UE? Alla Sapienza è assemblea permanente

fonte: http://www.ilcorsaro.info/

Ieri le studentesse e gli studenti della facoltà di Architettura La Sapienza riunite in assemblea hanno indetto lo stato di assemblea permanente in tutte le sedi della facoltà. Protestano per il riconoscimento del pieno valore del titolo di studio delcorso di laurea in Architettura della Sapienza. Riportiamo di seguito il loro comunicato.
"Riteniamo inaccettabile che all'interno del più grande ateneo d''Europa il corso di Architettura a ciclo unico D.M. 270/04 rilasci un titolo che ancora oggi non è stato dichiarato conforme alla certificazione Europea, pertanto potenzialmente non valido nei paesi dell' U E.
Tale situazione arreca un grave danno agli studenti, ignari fino ad oggi che l’esercizio dell’attività professionale futura gli sarà pregiudicato. Al momento attuale quindi gli studenti sotto tale ordinamento non saranno in possesso di titoli di studio in grado di garantirgli quanto invece promesso al momento dell’iscrizione.
Inoltre gli studenti denunciano uno squilibrio tra i servizi offerti dalla facoltà e le tasse che sono tenuti a pagare: malgrado l’aumento di queste ultime, i servizi non sono adeguati a sostenere e garantire il supporto alle attività didattiche necessarie al compimento degli studi. La facoltà di architettura rientra infatti nella fascia universitaria di secondo livello, in quanto dovrebbe essere dotata di servizi come laboratori, centro stampa interno e mensa.Ad oggi i laboratori sono praticamente inesistenti in tutte le sedi di facoltà.Nella sede di Valle Giulia verrà chiuso, in data 25 novembre 2013, il centro stampa interno convenzionato, servizio indispensabile per noi studenti di architettura, malgrado non sia ancora stato emesso un nuovo bando necessario per garantire la continuità di un servizio di nostro diritto.Il servizio della mensa, chiusa quattro anni fa, non è stato più ripristinato; l’area è ora occupata da un campetto da calcio di dubbia utilità."
Chiediamo che l'iter per il riconoscimento europeo del titolo di studio del corso Architettura UE a Ciclo Unico sia concluso il prima possibile, affinché i laureandi immatricolati dall' a.a. 2009-2010 possano vedere il proprio titolo di studio riconosciuto in altre nazioni.
Chiediamo che a seguito della chiusura del centro stampa convenzionato interno alla sede venga immediatamente fornita una prestazione sostitutiva idonea (anche temporanea), affinché sia garantita la continuità del servizio.
Chiediamo che sia ripristinato un servizio mensa facilmente raggiungibile e fruibile, per il quale gli studenti corrispondono una porzione delle tasse universitarie annuali.

Oggi gli studenti si riuniranno nuovamente in ASSEMBLEA ALLE ORE 10.30 - SEDE DI VIA GIANTURCO 

lunedì 18 novembre 2013

VENDOLA SI DIMETTA, LANDINI CHIEDA SCUSA

Libera TV



Il portavoce di Ross@ Giorgio Cremaschi , che per anni ha seguito la siderurgia alla FIOM, commenta la registrazione della conversazione tra il Presidente della Regione Puglia Nichi Vendola ed Archinà che nel 2010 svolgeva incarichi per l'ILVA di Taranto.
Secondo Cremaschi Vendola dovrebbe dimettersi perchè ha tradito il suo stesso popolo.
Anche Landini, secondo Cremaschi, dovrebbe chiedere scusa per aver allontanato alcuni dirigenti FIOM di Taranto che erano la punta di diamantedelle lotte contro i Riva ed i loro interessi.


Se me lo dicevi prima! Ma io l'avevo detto...prima

Luciano Graneri


"Vince Matteo Renzi,
perdere le primarie al ballottaggio,  con una differenza esigua dal segretario , consente all’ex rottamatore, sindaco di Firenze, di sedersi sulla riva del fiume ad aspettare  il cadavere di Bersani e di quel che resta della sua nomenklatura . Mettere la faccia sui provvedimenti che il prossimo governo  dovrà adottare per rispettare i trattati europei e la spending review, sarà quanto meno impopolare. Il prossimo presidente del consiglio dovrà fronteggiare un conflitto sociale sempre crescente dove l’aiuto anestetizzante dei sindacati amici sarà sempre meno efficace e dove le colpe  saranno tutte politiche senza l’alibi dei tecnici. E quando Bersani, probabile prossimo premier, avrà la faccia abbondantemente sfregiata dalla responsabilità di avere a sua volta affamato il popolo, Matteo Renzi,   forte di un peso politico  solido basato sul   consenso  costruito in  queste primarie ,   potrà accrescere ulteriormente  il suo carisma  speculando sui  prossimi  inevitabili fallimenti del suo segretario e  sarà pronto a compiere l’opera di rottamazione.  Il prossimo leader del Pd sarà indiscutibilmente lui,  senza se, senza ma e senza primarie,  acclamato da una base logorata  e  stanca di vedere sempre le stesse facce. Il tutto con un ulteriore slittamento verso destra del futuro Pd."
Luciano Granieri in un frammento  del post  PRIMARIE DEL CENTRO SINISTRA. CHI VINCE E CHI PERDE  scritto il 26 novembre del 2012.

Questo era quanto scrissi  all’indomani delle primarie per la scelta del   candidato premier del centro sinistra.   Le cose  stanno realmente andando come   avevo ipotizzato  . L’unica differenza è che il logoramento di Bersani impegnato nel rigoroso rispetto delle politiche di austerity imposte dall’Europa, non è avvenuto. Ciò che è accaduto, il sacrificio del candidato premier, sull’altare delle larghe intese,  non poteva essere previsto neanche dal più scaltro dei notisti politici,  neanche  da mago Merlino e maga Magò stretti uniti in una larga intesa esoterica. 

Nessuno avrebbe potuto mai credere allo scempio che i vertici del Pd hanno causato presso il proprio elettorato, violando addirittura la sacralità delle primarie visto che il candidato premier scelto dal popolo dei democratici, pur avendo vinto le elezioni, non  è stato nominato presidente del consiglio.  

Al di là delle modalità,  comunque, resta il risultato incontrovertibile che Matteo Renzi è ora l’incontrastato capo del Pd. E’ impensabile che l’esito    delle primarie  ai gazebo dell’8 dicembre possa sovvertire il responso determinato dalle  consultazioni degli iscritti. Anzi è probabile che le votazioni aperte anche ai non iscritti, concorrano ulteriormente a decretare un’investitura plebiscitaria. 

Ecco dunque stagliarsi all’orizzonte la riproposizione di una nuova democrazia cristiana in salsa riformista.   Non   mi soffermerei più di tanto a disquisire su chi fra Renzi e D’Alema sia più responsabile della distruzione della sinistra. L’operazione dissolvimento, ad essere generosi, era iniziata già dal 1978, con il compromesso storico e la  vittoria dei colletti bianchi alla Fiat  .  nell’ottobre  del 1979 . Dall’inizio di quella controrivoluzione già il Pci si stava staccando dal proprio blocco sociale. 

Ma torniamo alle quisquilie.   Di queste vicende serie e determinanti per  i destini della classe operaia e di tutto il proletariato,  né Renzi  né D’Alema sono esaustivamente edotti (eufemismo per non dire ignoranti). I detrattori di Renzi  accusano l’ex sindaco di Firenze di essere un animale da TV, un fenomeno mediatico, ma senza una proposta politica  definita. Mi permetto di dissentire. 

Nel seguire, un po’ ai margini le questioni relative alle primarie per il premier due anni fa e per il segretario del Pd oggi, ho constatato che Renzi alcune idee ce l’ha e non sono rassicuranti per i cittadini. A parte la impresentabili frequentazioni con gentaglia tipo Briatore, e Davide Serra il finanziere squalo del fondo Algebris, dai programmi predisposti da Renzi per la candidatura alle varie primarie emerge quanto segue: l’apprezzamento della legge Fornero sulle pensioni, salvo il piccolo incidente sugli esodati, l’allungamento dell’età pensionabile da una parte, dall’altra la rottamazione dei vecchi per far posto ai giovani. Un pensiero un po’ contorto mi sembra. 

Inoltre è paternità dei renziani l’emendamento presentato in parlamento alla legge di stabilità   poi ritirato, dopo urla e strepiti della segreteria,  che ricalcava in fotocopia la proposta del Pdl, di svendere le spiagge ai privati.  Tirando le fila. Il prossimo segretario del Pd, è uno che se la fa con la peggiore feccia della classe imprenditoriale e finanziaria, è fautore di  un sistema previdenziale selvaggio sulla falsa riga della devastazione  sociale prodotta dalla Fornero, è pronto a svendere il patrimonio artistico e culturale ai facoltosi privati amici suoi. E’ questo il segretario che vogliono quello del Pd? Contenti loro….   Sentite cosa dice Piero D’Alessandri  in rappresentanza della corrente renziana, nel corso di un’intervista  effettuata il 6 ottobre 2012 nel corso della campagna per le primarie.  



Per par condicio proponiamo anche un’intervento di Pippo Civati, terzo classificato, alla corsa per la segreteria nella consultazione fra gli iscritti del partito. 


Ed ecco di seguito i risultati delle primarie nella provincia di Frosinone. Ringraziamo il giornalista Igor Traboni per il prezioso contributo:

Risultati Pd provincia di Frosinone - Renzi: 110% Cuperlo 120% Civati 70%, quell'altro 150%. Totale = 450% (mancano ancora i voti dei 720mila tesserati di Ripi e dei 645mila di Ferentino)

domenica 17 novembre 2013

Basta con la persecuzione contro gli “immigrati clandestini”!

Segretariato della Lit-Quarta Internazionale


In quest'ultimo mese, il tema degli “immigrati clandestini” è tornato ad essere al centro dell’attenzione della stampa internazionale. Ai primi d’ottobre, più di 300 immigrati africani, per la maggior parte provenienti da Eritrea e Somalia, sono morti affogati a 500 metri dalla costa dell'isola italiana di Lampedusa, a causa dell'incendio e del naufragio del barcone con il quale tentavano di raggiungere il territorio italiano.
Pochi giorni più tardi Leonarda Dibrani, una ragazza rom di quindici anni, di origine kosovara, è stato arrestata, per ordine del sindaco, dalla polizia di Levier (Francia), dove risiedeva da cinque anni, ed espulsa dal Paese con la sua famiglia il giorno successivo. Vale la pena ricordare che ci sono state manifestazioni degli studenti delle scuole superiori che chiedevano il suo ritorno in Francia.
Anche se con un minore impatto sulla stampa, nello stesso periodo, è uscita la notizia che il governo russo di Putin avrebbe mantenuto la sua durissima legislazione contro gli immigrati illegali e avrebbe realizzato rastrellamenti nelle grandi città per arrestarli. La stessa notizia riferiva che, in poche settimane, si è arrivati a più di 4.600 detenuti.
L'“emergenza umanitaria”
Il tema della cosiddetta “immigrazione clandestina” ci mostra uno degli aspetti più sinistri e inumani del capitalismo, acutizzato all'estremo dalla crisi economica internazionale.
È un problema che ha due facce. La prima inizia con la domanda su cos'è che porta milioni di persone a lasciare il loro Paese, rischiando la vita in viaggi pericolosissimi (molte volte nelle mani di crudeli trafficanti di persone) per poi ottenere, nel migliore dei casi, una vita semi-clandestina di super-sfruttamento.
Per quanto riguarda l'Africa, la risposta a questa domanda ce la fornisce Moustapha Wagne, immigrato senegalese stabilito in Italia, attualmente responsabile nazionale del sindacato Cub Immigrazione e responsabile della Commissione Lavoro Immigrati del Pdac: "Le masse popolari soffrono. Le politiche del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale hanno massacrato le terre, la pesca, l'agricoltura delle popolazioni dell'Africa, con la collaborazione dei governi locali...Hanno creato una situazione di continua emergenza umanitaria".
In Africa, il 66% della popolazione vive con meno di due dollari al giorno (598 su 906 milioni di abitanti) e circa 31,1 milioni di persone affrontano la fame, principalmente in Eritrea, Etiopia, Mali, Niger, Somalia, Sudan, Uganda, Zambia e Zimbabwe. L'“emergenza umanitaria” fa sì che questa emigrazione sia la loro unica alternativa per sopravvivere. La stampa europea segnala che più di 30.000 immigrati illegali sono arrivati per mare nel continente, dall'Africa, tra gennaio e settembre di quest'anno.
È la stessa situazione che li porta a correre grandi rischi e ad affrontare le persecuzioni. Si stima che di dieci persone, che partono dalla loro terra africana, solo tre riescono ad arrivare in Europa. Secondo il blog Fortress Europe, cercando di attraversare il Mediterraneo in fuga dalla povertà e dalle guerre nei loro Paesi, almeno 19.142 persone sono morte affogate, dal 1988. Inoltre, solo una settimana dopo la catastrofe di Lampedusa, c'è stato un altro tragico naufragio nel golfo di Sicilia.
Una necessità dell'imperialismo
Le migrazioni di massa dai Paesi poveri verso i centri imperialisti sono un fenomeno generato dallo stesso sistema capitalista. In realtà, è un processo imprescindibile per il suo funzionamento. Si stima che, a livello mondiale, ci sono oltre 200 milioni di emigranti – immigrati.
Ad un polo del processo, la povertà, la miseria e la fame che il saccheggio imperialista provoca nei Paesi colonizzati fanno sì che a milioni prendano la via dell'emigrazione. Nel caso dell'America Latina, molte volte, l'unica alternativa è di emigrare negli Usa, cercare di ottenere un lavoro in quel Paese e, con grandi sacrifici, mandare i soldi alla propria famiglia nel Paese di origine. Per quelle famiglie questo denaro rappresenta, in molti casi, la differenza tra poter mangiare o morire di fame.
Inoltre si produce un’emigrazione verso i Paesi un po' più sviluppati come quella dei paraguayani e dei boliviani che emigrano in Brasile e Argentina e dei nicaraguensi che vanno in El Salvador o in Costa Rica.
Un grande affare
Le borghesie dei Paesi espulsori di popolazione sono complici di questo processo. Da un lato, permettono il saccheggio coloniale che genera la povertà, la miseria e la fame. Dall'altro, ottengono un doppio beneficio.
In primo luogo, se ne servono come “valvola di sfogo” per alleviare la pressione demografica e la disoccupazione nei loro Paesi. In secondo luogo, le rimesse di denaro degli emigrati alle loro famiglie si trasformano in un importante fonte di reddito per il Paese. Il Messico riceve 20miliardi di dollari (superato solo dall'India per quantità di entrate per questo motivo). In altri Paesi, come El Salvador, la Repubblica Dominicana o l'Ecuador, queste entrate rappresentano percentuali sempre più elevate di Pil nazionale e sono fondamentali per le loro economie. Nel caso africano è stato stimato che il Senegal, con 620.000 immigrati, ottiene circa il 2% del suo Pil dalle rimesse dall'estero. Ora anche questi governi sono complici nella persecuzione. Alcuni anni fa, il ministro dell'Interno del Senegal, Ousmane Ngom, arrivò al colmo di lamentarsi che l'Unione Europea non gli aveva inviato il denaro né le navi per realizzare il pattugliamento delle coste e impedire il deflusso di emigranti.
All'altro polo del processo, attraverso l’immigrazione, la borghesia imperialista ha a disposizione un numeroso “esercito industriale di riserva”: manodopera a basso costo per svolgere i peggiori lavori nei servizi, nell'industria e nell'agricoltura, con lavoratori che hanno molte poche possibilità di organizzarsi e lottare. Questo permette alle borghesie imperialiste di ridurre la massa totale dei salari pagati nei Paesi imperialisti e migliorare il saggio medio di profitto.
La crisi economica e la persecuzione degli immigrati come criminali
Sebbene sia sempre esistita una legislazione persecutoria, nelle epoche di crescita economica (come nel boom del secondo dopoguerra o il recente periodo espansivo 2002-2007) questa immigrazione è tollerata e persino incoraggiata, anche se gli immigrati sono sempre oggetto di discriminazione. Come abbiamo segnalato, l'imperialismo usa gli immigrati come un numeroso “esercito industriale di riserva”.
Ma, nel progredire della crisi economica internazionale e con l’aumento enorme della disoccupazione nei Paesi imperialisti stessi, è cominciato un processo di attacco ancor più forte agli immigrati. Da un lato, tornano a risuonare i discorsi xenofobi contro quelli che “rubano” il lavoro ai nativi e, per questo, sarebbero responsabili della disoccupazione. Discorso che i raggruppamenti più a destra, come la Lega Nord in Italia e il Fronte Nazionale francese, o direttamente fascisti, come Alba Dorata in Grecia, amplificano all'estremo. Molti lavoratori immigrati disoccupati sono arrestati in base alle leggi vigenti e i governi e la destra fanno una campagna che cerca di deviare la rabbia dei lavoratori contro la disoccupazione e la crisi dai loro veri nemici (il capitalismo, i padroni e i governi) verso gli immigrati.
Dall'altro lato, ci sono leggi che criminalizzano i “senza documenti” e perfino quelli che li aiutano. Una legislazione che già ha avuto conseguenze mortali: nella recente catastrofe di Lampedusa tre pescherecci hanno assistito alla tragedia e non hanno fatto nulla per aiutare i naufraghi, forse per paura di essere accusati, come già è successo, di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Prima erano tollerati come manodopera a basso costo, ora i governi dell'Ue non esitano a condannarli a morte.
Senza arrivare a questi estremi, tutta la legislazione è restrittiva e persecutoria. Come la legge Bossi-Fini (approvata nel 2002, in Italia, come continuazione della legge Turco-Napolitano approvata nel 1998 dal centrosinistra con l'appoggio di Rifondazione Comunista) che limita la concessione di visti e permessi di soggiorno a coloro i quali hanno un contratto di lavoro, autorizzando ad espellere gli altri. Sono queste leggi che hanno aperto i centri di detenzione per gli immigrati “clandestini”, veri campi di concentramento dei quali oggi ne esistono 15 in Italia, e in cui sono frequenti scene di rivolte, fughe di massa e manifestazioni contrarie, come è successo in Puglia e Sicilia.
Oppure come la nuova legislazione che propone Obama, che sottomette gli “immigrati illegali” a un lungo e costosissimo processo di legalizzazione (senza garanzie di ottenere la residenza), mentre continua ad espellere i nuovi immigrati che entrano e rafforza la guardia armata della frontiera con il Messico. In altre parole, una condanna permanente alla clandestinità, alla mancanza di difese e alle peggiori condizioni di sfruttamento.
E' necessaria una lotta internazionale unificata
La cosa peggiore di tutto ciò, è che settori importanti delle burocrazie sindacali dei Paesi imperialisti diventano complici di questa realtà e della politica delle loro borghesie. Da un lato, facendo eco alle campagne contro gli immigrati. Dall'altro, rifiutandosi di assumere la difesa dei settori più sfruttati della classe operaia nei loro Paesi.
Ma non possiamo rimanere passivi davanti a questa criminale persecuzione nella quale il capitalismo mostra il suo volto peggiore. È imprescindibile organizzare una grande lotta per farla finita immediatamente con essa.
Dobbiamo lottare, da un lato, per l'abrogazione immediata della legislazione persecutoria. Dall'altro, per la legalizzazione immediata (“permesso per tutti”) di quelli che sono già immigrati illegali. Infine, per l'eliminazione dei funesti “visti di residenza” e per l'autorizzazione di ingresso senza restrizioni di coloro i quali vogliono stabilirsi in un altro Paese.
Facciamo appello, in primo luogo, a dare impulso e a condurre questa campagna alle organizzazioni di immigrati e ai sindacati combattivi (specialmente dell'Europa occidentale e degli Usa). Un primo passo in questo senso potrebbe essere un primo incontro che definisca i meccanismi di coordinazione e le iniziative per svilupparla. Per esempio, la realizzazione di una giornata internazionale di lotta. Ma è necessario anche esigere da tutti i sindacati, dai partiti che si proclamano democratici e dalle organizzazioni per i diritti umani che aderiscano e partecipino ad essa.
La terribile situazione degli “immigrati clandestini” non ammette ritardi in questo compito. Mettiamoci al lavoro!
(traduzione dallo spagnolo di Giovanni "Ivan" Alberotanza)


Legge di stabilità: il ddl Carrozza e le larghe intese contro la democrazia scolastica

Marina Boscaino

Un paio di giorni fa è circolata la purtroppo credibile notizia che, durante il Consiglio dei Ministri della scorsa settimana, sarebbe stata rinviata l’approvazione di un incredibile disegno di legge sulla scuola, a causa della sua complessità. Il provvedimento aggredisce non solo alcuni punti fondamentali per la scuola – stato giuridico, salari, riforma degli organi collegiali – ma al tempo stesso alcuni tra i temi più caldi e più dibattuti degli ultimi anni. Il provvedimento dovrebbe essere presentato – nelle previsioni del governo – come collegato alla legge di Stabilità; vale a dire in cavalleria, senza dibattito parlamentare e senza particolare informazione delle parti interessate: lavoratori della scuola, studenti, famiglie.
Oggi abbiamo in mano il testo. Ed è molto peggio di quanto potessimo immaginare. Si tratta di una vera e propria delega in bianco al governo di ciò che si vorrà fare della scuole nei prossimi anni. Si tratta di un documento di evidente estrazione burocratica: i brontosauri del Miur, gli uomini ottimi per ogni stagione, quelli che si sono riciclati governo dopo governo, avevano forse premura di approfittare dell’evidente disinformazione di un ministro che con la scuola non ha mai avuto a che fare, e che non fa mistero di ciò. Le hanno proposto dunque un testo e una procedura che si configurano come un  vero e proprio golpe, interpretando in modo fedele l’idea aziendalistica fortemente sostenuta dal Pd a tutti i livelli.
Questi i temi, come enumerati dal testo:
1) riforma organica del reclutamento del personale docente, che garantisca la tutela delle diversa categorie di soggetti abilitati, mantenga l’equilibrio tra le assunzioni per concorso e gli scorrimenti di graduatoria, fermo restando il rigoroso rispetto del principio del merito, e consenta lo smaltimento del precariato, anche attraverso il ricorso al corso-concorso per l’accesso all’insegnamento presso le istituzioni scolastiche;
2) organi collegiali della scuola, con mantenimento delle sole funzioni consultive e superamento di quelle in materia di stato giuridico del personale e di quelle rientranti nelle materia di competenza regionale;
3) reti di scuole, con la definizione dei compiti, degli incentivi e delle forme di coordinamento;
4) procedimenti relativi allo stato giuridico e al trattamento economico del personale della scuola, con il superamento delle disparità di trattamento e la precisa definizione dei rapporti tra le diverse fonti di disciplina pubblicistica e negoziale;
5) contabilità delle istituzioni scolastiche;
6) disciplina giuridica degli altri soggetti riconosciuti dall’ordinamento vigente in materia di istruzione e formazione;
7) organizzazione delle istituzioni dell’Alta formazione artistica, musicale e coreutica e stato giuridico del relativo personale docente.
Non voglio soffermarmi qui sugli altri punti di questo progetto, ricordando tuttavia che il blocco di salari e contratti verrà confermato dalla stessa legge di Stabilità. Ciò che mi interessa soprattutto sottolineare è la spregiudicata ed impudica determinazione di riproporre – in chiave nemmeno tanto edulcorata – l’indecenza della Aprea Ghizzoni, se solo si legga il passaggio destinato agli organi collegiali: 2) organi collegiali della scuola, con mantenimento delle sole funzioni consultive e superamento di quelle in materia di stato giuridico del personale e di quelle rientranti nelle materia di competenza regionale.
Ridurre le attuali funzioni a “consultive” significa esautorare tutti gli organi collegiali della scuola di qualsivoglia potere; e convogliare ogni facoltà decisionale su qualsiasi materia nelle mani del solo dirigente scolastico e della linea di comando a cui il medesimo fa riferimento. Vuol dire determinare in maniera oggettiva ed irreversibile la frantumazione dell’unitarietà del sistema scolastico nazionale, individuando tanti stili, tante condotte, tante modalità quanti sono gli istituti scolastici. Vuol dire aver intercettato e strumentalizzare in maniera manipolatoria ed irresponsabile la crisi identitaria della classe docente nel nostro Paese, inaugurando l’inizio di una deriva (contraria all’interesse generale) che molti insegnanti – demotivati, delusi, incompetenti o civicamente inerti – asseconderebbero volentieri.
Vuol dire aprire porte e finestre a qualsiasi incursione di interessi particolari all’interno degli istituti, con conseguenti condizionamenti, consegnando definitivamente la scuola a una prospettiva di subalternità alle esigenze di un mercato e di un mercato del lavoro che vogliono che siano “sfornati” soggetti incapaci di prestare attenzione ai propri diritti. Vuol dire destituire di qualsiasi credibilità il senso dell’autonomia scolastica costituzionalmente disegnata, che dovrebbe coincidere con la libertà di insegnamento. Vuol dire, insomma, eliminare qualsiasi spazio di democrazia e di partecipazione all’interno della scuola, privandola per sempre di pensiero divergente, pluralismo, laicità. Privare, cioè, la scuola dello Stato della scuola della Costituzione, della scuola della Repubblica.
Lacrime di coccodrillo stanno già circolando in rete. Si ricorda, per chi avesse la memoria corta o fosse stato semplicemente poco attento, che il 16 dicembre dello scorso anno il Coordinamento Nazionale per la Scuola della Costituzione ha presentato un articolato alternativo alla Aprea Ghizzoni, che la gran parte del mondo della scuola e del mondo politico non hanno ritenuto di considerare, forse ingenuamente pensando che fosse bastata la mobilitazione (in condizioni preelettorali) contro le 24 ore e il Pdl 953 per riportare tutti a più miti consigli.


Evidentemente non è stato così.