Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

lunedì 28 marzo 2016

Frosinone. Incontro con Paolo Ferrero segretario nazionale Rifondazione Comunista

Il giorno 31 marzo 2016 presso la Federazione Provinciale del Partito della Rifondazione Comunista alle ore 17.30 ci sarà un incontro con Paolo Ferrero, segretario Nazionale del PRC, introdotto da Paolo Ceccano, segretario Provinciale del PRC.
I temi trattati verteranno sulle emergenze   locali per potere costruire una trama tematica su cui rilanciare il conflitto e la dialettica democratica.
 L’iniziativa vuole portare all’attenzione le vertenze  locali piu’ urgenti per il nostro territorio; partendo dal dramma del lavoro, della scuola,ambiente e sanità ;  uomini e donne che subiscono gli effetti di una crisi globale.
Di fronte allo smarrimento di una visione critica e consapevole dei fenomeni sociali ed economici come mai in questo momento storico, occorre rimettere in circolo una idea di democrazia che pervada tutti gli aspetti della vita sociale. Una democrazia del confronto ovvero del conflitto fra i diversi modi di intendere le economie e la funzione sociale dello stato che crei le premesse del superamento di un liberismo che ogni giorno mostra le sue drammatiche crepe conducendo verso sbocchi drammatici le società.
Il PRC si fa interprete di questa necessità affinché la politica e l’impegno verso di essa riacquisti un significato in positivo di promozione delle idee e delle idealità e invita tutti a partecipare.
I cittadini sono invitati a partecipare.

                                                                           Il Segretario Paolo Ceccano


I Palestinesi di Gaza bevono acqua contaminata

Abeer Abu Shawish

Rayqa al-Malalha, 55 anni, guarda fuori dalla finestra della cucina in uno stagno putrido delle acque reflue nel cortile davanti alla sua casa di Rafah, città nella striscia di Gaza. Il suo comune non fornisce acqua potabile, in parte perché larete fognaria è infiltrata nel sistema di tubazioni dell’acqua.
Eppure i problemi di Rayqa non sono univoci. I Palestinesi di Gaza consumano regolarmente acqua contaminata, anche se il liquido che si beve è già stato trattato in un impianto di depurazione. A Gaza, secondo il Palestinian Water Authority (PWA), il 45 per cento dell’acqua trattata in impianti di desalinizzazione è contaminata.
L’associazione e-WASH ha scoperto che per quasi tutte le famiglie di Gaza non c’è alternativa. L’acquisto di serbatoi costosi di acqua pulita è insostenibile. Il novantacinque per cento di 1,8 milioni di abitanti della striscia consumano questa acqua inquinata. Coloro che possono permettersi l’acqua pulita, spendono fino a un terzo del loro reddito.
Nel 2012 le Nazioni Unite hanno avvertito che Gaza sta affrontando una crisi idrica e igienico-sanitari a causa di blocco israeliano della Striscia. Tutta l’acqua che finisce distribuita nelle case dei residenti proviene da una falda acquifera sotterranea. Il novantasei per cento della riserva è a rischio per il consumo umano. L’eccessiva estrazione di questa falda acquifera e l’intrusione di acqua di mare, insieme con l’infiltrazione di fertilizzanti agricoli e acque reflue non trattate, sono fattori che hanno portato a livelli di cloruro e nitrati fino a tre volte quelli raccomandati dagli standard del World Health Organization (OMS).
Non solo l’acqua di Gaza è pericolosa da bere, spesso non c’è neanche quella!
“L’acqua nella nostra casa c’è solo una volta o due volte alla settimana. Ne riceviamo così poca che non possiamo riempire neanche i nostri serbatoi d’acqua”, ha detto Rayqa.
Per soddisfare le loro esigenze la famiglia di Rayqa non ha altra scelta che comprare l’acqua a caro prezzo da venditori privati. Il costo è di cinque volte superiore all’acqua comunale. La sua famiglia ne ha bisogno per il bagno, cucinare e bere.
“Mio marito è senza lavoro e non possiamo permetterci di comprare l’acqua pulita una volta alla settimana, siamo costretti a chiedere un po’ di acqua ai vicini o usare l’acqua inquinata della rete per bere e cucinare”, ha detto Rayqa.
Tali difficoltà sono condivise da molti nella Striscia di Gaza assediata. Il consumo medio di acqua per persona al giorno è meno di 80 litri, ben al di sotto degli standard minimi OMS di 100. Considerare che di questi 80 litri, la maggior parte sono inadatti al consumo umano.
Oltre l’accesso limitato all’acqua potabile, le infrastrutture, in zona Rayqa di al-Arabia a Rafah sono anche difettosa e pongono ulteriori rischi per la salute. Il quartiere non è collegato alla rete fognaria pubblica perché materiali e finanziamenti per sviluppare le infrastrutture sono scarse. In totale il 23 per cento della popolazione di Gaza non hanno servizi igienico-sanitari.
Senza una fogna, i residenti di al-Arabia dipendono da pozzi neri per smaltire i propri rifiuti liquidi. A causa degli alti costi per il regolare svuotamento, molti nella zona finiscono per scaricare i loro liquidi in terreni agricoli circostanti. Questo crea grandi e profondi stagni di acque reflue che rappresentano una seria minaccia per i residenti del quartiere, in particolare i bambini.
I nipoti di Rayqa hanno attacchi costanti di diarrea e coliche. La sua convinzione è che le malattie sono probabilmente dovute alla scarsa qualità dell’acqua e alle acque di scolo che inondando le strade.
“Siamo disturbati tutto il giorno e la notte da un odore sgradevole e sciami di zanzare. La situazione peggiora in estate, quando non riusciamo a dormire la notte dalle punture di zanzare. La nostra vita è diventata insopportabile in questo settore, ma che alternative abbiamo? ” Si lamenta Rayqa.
Secondo Gaza’s Coastal Municipality Water Utility, il blocco israeliano imposto a Gaza dal 2007 ostacola gravemente il recupero e lo sviluppo del settore idrico e i servizi igienico-sanitari, ritardando e ostacolando i progetti di riparazione di più dell’ 86 per cento a causa della mancanza di materiali.
Si tratta di una crisi umanitaria, ma non una crisi delle risorse. C’è bisogno di una soluzione politica. Se non cessa il blocco, non ci può essere né vera ripresa, né lo sviluppo sostenibile nel settore idrico e servizi igienico-sanitari nella Striscia di Gaza. Solo allora Rayqa e la sua famiglia saranno in grado di vivere una vita dignitosa.

About Abeer Abu Shawish
Abeer Abu Shawish è un attivista nella Striscia di Gaza per E-WASH che si occupa dell’emergenza, acqua, servizi igienici e il Gruppo Igiene, questo è un organo di coordinamento composto da 28 ONG internazionali e locali, oltre alle agenzie delle Nazioni Unite, che mirano a coordinare il lavoro per quanto riguarda acqua, servizi igienico-sanitari e di igiene nel territorio palestinese occupato.

sabato 26 marzo 2016

I gladiatori di ACEA

Luciano Granieri

Cosa avrà mai combinato la candidata a sindaco  di Roma del M5S per far adombrare (detto eufemisticamente)  così tanta gente che conta nella città eterna, dentro e fuori  le mura? Semplice Virginia Raggi ha dichiarato che, qualora dovesse essere eletta Primo Cittadino  stravolgerebbe il  management di Acea, in qualità di rappresentante  del Comune di Roma azionista di maggioranza dell'azienda  . La Raggi ha infatti osservato che i conti non tornano  se  la società incaricata di erogare un bene comune, come l’acqua   può distribuire  175 milioni di euro in dividendi ai propri azionisti. Soprattutto   dopo che un referendum ha abrogato la remunerazione del capitale nella gestione del servizio idrico. 

Apriti cielo! I primi a sbraitare sono stati i Caltagirone,  privilegiati azionisti di Acea, dopo il Comune di Roma. Dal loro house organ il “Messaggero” hanno mitragliato la malcapitata avvocatessa con l’hobby di fare il sindaco. Anche il Sole 24 ore, giornale di classe, cioè   di quella  classe che  ha stravinto la lotta, è inorridito di fronte a cotanta bestemmia. Come osa questa improvvida giovine  disturbare il manovratore Acea?  Ignazio Marino è stato cacciato in malo modo, per aver solo provato a mettere il becco negli affari della multiutility,   e adesso qualcun’altra ha l’ardire di  riprovarci?  Così non si offende solo Caltagirone ma tanti altri compagni di merende GDF Suez su tutti.  

E poi si informi, la Raggi, è falso che Acea abbia  distribuito dividendi per 175 milioni, i suoi azionisti sono molto più poveri  e derelitti, si sono spartiti solo  la miseria di 50 milioni di euro, un’inezia, non c'arrivano neanche a fine mese. La cifra astronomica di 175 milioni riguarda gli utili. Come osa, una persona tanto disinformata da confondere gli utili con i dividendi, mettere in discussione  il cda della grande multiutility romana? 

L’indignazione è  prontamente arrivata  anche dagli altri candidati  a sindaco, non solo il burattino di Renzi,  Giachietti, anche l’insospettabile difensore dei deboli, Fassina, ha sostenuto che non sta bene   rivoltare Acea come un calzino. 

Però i  più indignati di tutti sono compresi in  un manipolo di Senatrici e Senatori. Questi  , attraverso un’interrogazione parlamentare giunta l'altro  ieri in aula, hanno chiesto conto ai Ministri,  dell’economia e dello sviluppo , rispettivamente,  Padoan e Guidi su:” «Quali siano le valutazioni del governo sulla vicenda Raggi-Acea, quali iniziative intenda l’Esecutivo adottare per tutelare gli azionisti di una delle principali multitutility italiane quotate in Borsa e se non ritenga opportuno un intervento di Consob e dell’Autorithy per la concorrenza per valutare i danni causati dalla candidata del Movimento 5 stelle all’Acea, ai cittadini romani e al tessuto produttivo della Capitale». 

Nel manipolo di offesi ed indignati  , figurano i Senatori Dem: Raffaele Ranucci, Astorre, Cirinnà, Lucherini, Maturani, Parente,  Sposetti , Valentini, e due noti   romani purosangue, veri paladini del popolo capitolino come Francesco Scalia e  Maria Spilabotte. Uno è  di Picinisco:  ridente cittadina in provincia di Roma? Sbagliato è in provincia  di Frosinone, e l’altra?  E’ del quartiere Garbatella? No è  di Frosinone city.

 Entrambi sono stati eletti dai cittadini  (not in my name) della nostra Provincia. Ma siccome la loro provenienza gli fa talmente schifo non si curano delle bollette stratosferiche e illegittime con cui Acea vessa i loro concittadini, né del fatto che il servizio in Ciociaria  sia pessimo con condotte colabrodo, e  depuratori non funzionanti.  Sotto  sotto si sono pure incazzati per l’inevitabile messa in mora che i sindaci della consulta Ato5 (molti del  loro partito)  hanno fatto pervenire ad Acea.  Un preavviso per la successiva rescissione del contratto  a causa di inadempienze puntualmente accertate dalla segreteria tecnico  operativa .

 “Semo romani” sembrano rivendicare  la Spilabotte e Scalia. Ma a pensarci bene anche la storia inerente la  difesa del "cives romanus" è una cazzata ben più pesante della topica presa dalla  Raggi nel confondere   utile e dividendi. La  cittadinanza capitolina, anch’essa perseguitata dalle bollette pazze di Acea e dall’ingresso nell’agone della riscossione coatta di Equitalia, farebbe salti di gioia nell’apprendere che il loro sindaco mostrasse l’intenzione di tenere a bada quei pescecani che, all’interno del cda di Acea, si spartiscono  i lauti proventi della gestione dell’acqua e non solo. Un servizio che, da referendum,  dovrebbe rimanere avulso dal profitto privato. 

In realtà alla Spilabotte e a Scalia, non gliene importa un fico secco  del popolo romano  e men che meno dei propri sfigati concittadini ciociari. A lor signori sta a cuore il solo interesse di azionisti, lobbisti, eminenze grigie della finanza. Tutta quella schiera di rapaci predatori della ricchezza pubblica e della dignità umana, che hanno messo sul ponte di comando Matteo Renzi per avere garantiti i loro sporchi affari. 

Se i vari Spilabotte, Scalia, Pilozzi, valenti commilitoni ciociari  delle cammellate truppe  d’assalto   renziane,   si mostreranno fedeli al Padrone di Rignano , anche sfregiando la dignità del territorio che li ha eletti,  la nomina a  deputato nella prossima legislatura sarà assicurata.  Con l’Italicum poi ci sarebbero ancora meno problemi. I servi più fedeli saranno certamente  ricompensati.


   

venerdì 25 marzo 2016

Abroghiamo l'impianto a biomasse di Frosinone

Luciano Granieri




Come era prevedibile la vicenda dell’impianto a biomasse che verrà installato dalla società Bioenergia Srl  in Via Mola D’Atri, (zona aeroporto), non si è fermata all’ordinanza 2/2016 del Comune di Frosinone. Quel provvedimento,  preso dalla giunta Ottaviani  in  piena rivolta di associazioni e cittadini  che contestavano la realizzazione di un impianto a biomasse nella città più inquinata d’Italia, prevedeva la sospensione per  sei mesi dell’autorizzazione concessa alla Bioenergia  Srl, per la  costruzione dell’inceneritore . 

In breve, il 15 dicembre il sindaco Ottaviani autorizzava, in concorso con l’Asi, l’Arpa e la Provincia (enti che dovrebbero tutelare i cittadini),  la realizzazione dell’immenso camino fumigante di PM 10 e PM 2,5.  Un mese dopo, sotto la bufera mediatica in cui Frosinone veniva indicato quale comune più inquinato d’Italia, il Primo Cittadino s’inventava questo stop di 6 mesi, in attesa di un pronunciamento del TAR delle marche. Giudizio  sollecitato ai giudici amministrativi  dal comune di Macerata  in merito all’obbligatorietà, o meno, della valutazione d’impatto ambientale. Analisi , secondo il comune marchigiano, necessaria per  la  costruzione di un impianto simile  a quello di Frosinone. 

Immediatamente sospettammo, all’indomani del provvedimento preso da sindaco, che l’ordinanza 2/2016 in cui si decideva la sospensione  dell’autorizzazione alla Bioenergia srl, non fosse altro che un escamotage per far passare la festa e gabbare lo santo. E così sta avvenendo. Infatti la Bioenergia srl, lungi dal sacrificare i fondi regionali ottenuti per la realizzazione dell’opera, solo  per  far aumentare il consensi di Ottaviani, ha presentato ricorso al Tar. Istanza che il tribunale amministrativo  ha recepito in pieno, e a ottobre si pronuncerà nel  merito. 

Ora si assiste alla convocazione di tavoli tecnici da parte del  Comune di Frosinone, Asi, Arpa, Provincia, per cercare di evitare la sicura  figuraccia e  dover tornare sui propri passi lasciando via libera al  malsano inceneritore, il tutto  senza per nulla coinvolgere i cittadini destinati a subire e accettare di respirare  un surplus di gas inquinanti . Probabilmente sarà tutto inutile. In realtà l’autorizzazione alla costruzione dell’impianto non avrebbe mai essere dovuta concessa. Infatti il decreto legislativo 155/2012, impone ai sindaci l’obbligo di “mantenere la qualità dell’aria laddove buona e migliorarla in altri casi”. E’ ampiamente provato che un impianto a biomasse tutto fa tranne che mantenere buona la quantità dell’aria. Era quindi dovere preciso di Ottaviani non autorizzare la costruzione dell’inceneritore.  

In realtà le vicenda dell’impianto a biomasse a Frosinone è un classico esempio di come agisce il partito della nazione. Renzi (Pd),  con il decreto sblocca Italia,  qualificando   gli impianti a biomasse come strutture di preminente valore economico, ne facilita e ne auspica l’installazione. Nicola Zingaretti, presidente della Regione (Pd) recepisce l’incipit del capo e dissemina il territorio regionale, Frosinone compresa,  di questi immondi aggeggi.  Francesco De Angelis (Pd) presidente dell’Asi, e la Provincia di Frosinone (Pd di governo, Pd di lotta, FI, Ncd tutti insieme appassionatamente) approvano solerti. Nicola Ottaviani (FI, finchè gli converrà)  ubbidiente al partito della nazione si adegua e impone ai cittadini un surplus di miasmi venefici. 

Morale,  il 17 aprile inizierà la stagione referendaria tesa ad abrogare le brutture normative decise dal partito della nazione ( Trivelle, Buona Scuola, Jobs Act) non sarà il caso di istituire dei referendum anche per le delibere comunali?   Il referendum per l’abrogazione dell’autorizzazione all’impianto a biomasse potrebbe essere il primo. Poi a  seguire quelli sull’abrogazione dell’aumento delle tariffe della mobilità e della mensa scolastica. Un altro  sull’abrogazione del trasferimento di parte dei finanziamenti della cassa depositi e prestiti da opere di pubblica utilità -come la struttura sportiva  geodetica per l’UNITALSI -al nuovo stadio. Un altro per abrogare le ulteriori concessioni edilizie funzionali  a seppellire definitivamente la città sotto il cemento. E ancora un referendum per l’abrogazione della messa in liquidazione della Multiservizi e per l’abrogazione delle affidamento a privati di quelle mansioni svolte dai lavoratori della Multiservizi stessa. Mi fermo qui  ma la stagione referendaria comunale potrebbe continuare all’infinito. E se abrogassimo il Sindaco, il Presidente della Provincia, il Presidente della Regione e il Presidente del Consiglio? 



giovedì 24 marzo 2016

Ecco cosa pensa delle centrali a biomasse il chimico, dott. Federico Valerio, già membro della Società Italiana Chimici e di Medici per l’Ambiente, responsabile scientifico dell’Osservatorio Salute-Ambiente del comune di Genova, in una intervista rilasciata il 2 ottobre 2014:


Dottor Valerio, lei si definisce scienziato preoccupato. Perché?
«Il concetto deriva dalla “Union of Concerned Scientists”, che è un’associazione internazionale di scienziati e ricercatori in tema ambientale, che si occupa, da qui il termine inglese, di tematiche ambientali e di salute. Ma allo stesso tempo, il termine “concerned” significa anche preoccupazione, perché di fronte ai continui allarmi e disastri ambientali si fa poco o nulla per prevenirli e risolverli totalmente. E la storia delle biomasse rientra in questa mia preoccupazione».

Qual è la situazione dei rifiuti in Italia e della loro gestione?

«Le nuove tendenze derivano dalla raccolta differenziata, che permette di recuperare i rifiuti e di immetterli in nuovi cicli produttivi, evitando così gli sprechi e creando altresì nuovi posti di lavoro. Ormai tutti quanti abbiamo capito che la strada da percorrere è questa, per cui la discarica da una parte o l’inceneritore dall’altro, dove spesso converge tutto senza differenziare, sono scelte antiche e sorpassate. L’Italia in questo senso ha accusato forti ritardi rispetto al resto d’Europa».

Come mai l’Italia è lenta nel cambiare? E’ una questione politica o prettamente tecnica? 
«Sicuramente è politica, basti pensare a questa anomalia tutta italiana. Non tutti sanno che nelle tasse previste per l’elettricità, c’è una voce (Componente A3), pari al 7% del valore della bolletta, che copre i costi per la promozione della produzione di energia da fonti rinnovabili e assimilate. Ovvero quel 7% viene destinato anche alle biomasse, che beneficiano così di un vero e proprio finanziamento statale. Tutte queste centrali, inceneritori compresi, esistono perchè permettono affari sicuri, grazie agli incentivi quindicennali generosamente regalati loro, con i “certificati verdi”, certificati pagati da tutti gli italiani, con l'apposita tassa fissata sulla bolletta della luce».

Quante sono le centrali a biomasse in Italia?
«Sono ormai un centinaio le centrali elettriche alimentate direttamente o indirettamente con biomasse, ovvero prodotti vegetali (cippato di legno, scarti alimentari, oli di mais, sansa di olive, eccetera) e scarti animali (pollina, scarti di macellazione, deiezioni da allevamenti suini e bovini). Inoltre, ci sono quindici inceneritori che oggi producono elettricità bruciando materiali di origine organica (scarti alimentari, materiali cellulosici, sfalci, potature e altro ancora). In Italia, nel 2009, complessivamente, risultava installata una potenza elettrica, alimentata a biomasse, pari a 1.728 mega watt».

Lei nel suo blog scrive che le centrali a biomasse sono tutte illegali. Perché?
«Esatto. La questione è semplice ed andrebbe approfondita da un punto di vista legale. In Italia esiste il Decreto Legislativo 155/2010 che, tra le sue finalità, prevede di "mantenere la qualità dell'aria ambiente, laddove buona, e migliorarla negli altri casi". E' una finalità chiara, sensata e, sostanzialmente, rispettata fino a qualche anno fa. L'illegalità è dovuta al fatto che tutti questi impianti, una volta entrati in funzione, hanno peggiorato la qualità dell'aria dei territori che li ospitano con l'immissione in atmosfera di importanti quantità di ossidi d'azoto, polveri sottili e ultra sottili, idrocarburi policiclici aromatici, diossine. Tutte le statistiche dimostrano che, da alcuni decenni, a parità di produttività, le emissioni inquinanti inviate nell'atmosfera del nostro Paese, sono drasticamente diminuite. Questo risultato è stato ottenuto migliorando i combustibili (gasolio a basso tenore di zolfo, benzina senza piombo), sostituendo olio combustibile e carbone con gas naturale. Questa tendenza, che ha comportato un progressivo miglioramento della qualità dell'aria del nostro Paese, si è interrotta con il proliferare di grandi e piccole centrali alimentate con biomasse, oltre ai "termovalorizzatori" di rifiuti urbani, in tutti i casi combustibili poveri e altamente inquinanti. Dunque, è inevitabile che tutti questi inquinanti provochino un sicuro peggioramento della qualità dell'aria e un proporzionale aumento di rischio sanitario per la popolazione esposta. Questo significa che il rispetto delle concentrazioni di inquinanti nei fumi, ammessi dalla Legge, è una condizione necessaria, ma non sufficiente, al rilascio delle autorizzazioni per la realizzazione e l'entrata in servizio di questi impianti. L'autorizzazione ha valore solo se il progetto dimostra anche che l'entrata in funzione dell'impianto "mantiene la qualità dell'aria ambiente, laddove buona, e la migliora negli altri casi". E questa duplice norma cautelativa è stata fatta propria solo dall’Emilia Romagna.Pertanto, ipotizzo che gran parte delle attuali autorizzazioni rilasciate ad impianti alimentati a biomasse, oltre che molti inceneritori per rifiuti urbani, siano illegittime».

Allora, se gli impianti a biomasse sono inquinanti e illegali, perché continuano ad esistere e a funzionare?
«Il problema è una mistificazione costruita ad arte. Negli USA, per esempio, fino alla fine degli anni 90, per la costruzione degli inceneritori c’erano degli incentivi pubblici, terminati i quali non se ne costruirono più. In nord Europa, invece, oggi, si continuano a bruciare rifiuti perché sono costretti a tenere in vita gli impianti al fine di ammortizzare i costi e gli investimenti fatti in passato. Ecco perché l’Olanda spinge per avere i nostri rifiuti. A Genova, per esempio, ci siamo battuti contro la costruzione del termovalorizzatore dopo una importante sollevazione popolare. Il contratto, che era già pronto, stipulava che il Comune di Genova si sarebbe impegnato a produrre un tot di centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti l’anno e, se non si fosse raggiunta tale quantità, il Comune stesso avrebbe pagato una penale, che sarebbe stata a sua volta scaricata sulle tasse dei rifiuti dei genovesi. Poi, da un punto di vista ambientale, non è questione di essere scienziati o meno, un inceneritore trasforma un rifiuto urbano in una serie di composti inquinanti che in parte vengono immessi nell’ambiente e in parte diventano rifiuti tossici da smaltire».

Altro che “energia rinnovabile”! Le centrali a biomasse sono un affare solo per chi le fa!
            L’energia prodotta da impianti a biomassa o biogas possiamo definirla energia da fonte rinnovabile?Stando a quello che dice il prof. Gianni Tamino sicuramente no “si può parlare di fonti rinnovabili solo se nel territorio di origine e nel tempo di utilizzo quanto consumato si ripristina” Ciò vale per l’energia solare, eolica e idrica, ma non si applica totalmente alle biomasse intese come materiale prodotto da piante e destinato alla combustione o alla digestione anaerobica.
Come funzionano le centrali a biomasse: esistono centrali di tre tipi a) a biomasse solide (legno, cippato, paglia, ecc.), sono impianti tradizionali con forno di combustione della biomassa solida, caldaia che alimenta una turbina a vapore accoppiata ad un generatore. b) a biomasse liquide (oli vari: palma, girasole, soia,ecc.); sono impianti, alimentati da biomasse liquide (oli vegetali, biodiesel), costituiti da motori accoppiati a generatori (gruppi elettrogeni). c) a biogas ottenuto da digestione anaerobica (utilizzando vari substrati: letame, residui organici, mais o altro). Da tener presente che una centrale a biogas con colture dedicate può ricorrere legalmente anche alla Forsu (frazione organica rifiuti solidi urbani) in base al DL n°387 del 29/12/2003 e alla sentenza del Consiglio di Stato Sez. V n°5333 del 29/07/2004.
Le centrali a biomasse funzionano per combustione: a temperature che di solito superano gli 800°C, trasformano la materia delle biomasse (solide o liquide) in energia sotto forma di calore.  Il calore alimenta una caldaia che può fornire riscaldamento (c.d. Co-generazione e teleriscaldamento, cioè lo sfruttamento dell’energia termica per riscaldare l’abitato circostante aumentando l’efficienza energetica dell’impianto che ne rappresenta circa il 70-75% della produzione) o produrre il vapore necessario per azionare una turbina e produrre energia elettrica (che rappresenta il 25-30% del potenziale energetico dell’impianto.
Le centrali a biogas funzionano attraverso un processo di fermentazione-digestione-metanizzazione: trasformano la materia attraverso la “digestione anaerobica” che, in assenza d’aria e per mezzo di batteri che si nutrono della sostanza organica, producono gas/metano e digestato.
Il digestato è un rifiuto (codice CER: 190600-03-04-05-06).
Il gas captato dalle vasche di fermentazione viene immesso in centrali a gas con motori con potenza solitamente inferiore a 1MW elettrico, dove per mezzo della combustione produce energia elettrica e calore.

A chi servono queste centrali?

Servono agli imprenditori che realizzano l’opera, per beneficiare di generosi incentivi statali previsti per le “fonti rinnovabili”. Senza incentivi statali verrebbe meno la ragione economica principale di questa attività. In ogni caso è possibile ritenere che la generalizzata propensione alle centrali a biomassa e biogas rientra anche in una più generale prospettiva di riutilizzo di queste centrali per il trattamento di rifiuti. Infatti, la frazione organica dei rifiuti solidi urbani (Forsu) è equiparata alle biomasse con decreto ministeriale. Facile prevedere che una volta costruite queste centrali, invece di essere alimentate con biomasse agricole, di cui l’Italia non dispone e che hanno un costo sempre maggiore, potranno essere alimentate con Forsu, il cui costo di smaltimento è già una prima fonte di redditività. Il conferimento della Forsu vale da 80 a 110 €/t, il verde circa 60 €/t e i fanghi da depurazione circa 90 €/t.
Se pensiamo che una centrale a biomasse solide della potenza di 1 MW accesa tutto l’anno, tutti i giorni 24 h al giorno consuma 14.400 t/anno di materia prima due sono le considerazioni: la prima è che l’enorme inquinamento derivante dalla combustione di una così elevata quantità di materiale non è limitato soltanto all’entità dei fumi, delle ceneri e delle microparticelle emesse nell’aria, ma deve tener conto anche del traffico di camion necessario per il continuo rifornimento della biomassa da bruciare; la seconda è l’impossibilità di rispettare una clausola che troviamo sempre nei progetti di questi impianti “materiale reperito in zona”. Non è difficile capire come sia impossibile raggiungere tali quantità solo con le potature degli alberi o con il legname residuo del taglio consueto dei boschi in zona. Quindi il materiale da bruciare viene da forniture diverse, incluse importazioni di cippato a prezzo più economico, spesso proveniente dall’estero, anche da zone altamente inquinate o da paesi in via di sviluppo che subiscono il “land grabbing” (accaparramento di terreni da parte di società straniere).
Le centrali a biomasse possono bruciare qualsiasi tipo di combustibile secco e purtroppo in molti casi è stato accertato che in queste centrali venivano inceneriti illegalmente anche altri prodotti (immondizia, plastica, gomma). Inoltre il Decreto Ministeriale (DM 6 luglio 2012 “nuovi incentivi alle rinnovabili”) ha introdotto la possibilità di alimentare le centrali a biomassa anche con Combustibile Solido Secondario (CSS) cioè il rifiuto secco trattato. Quindi è purtroppo possibile “per decreto” bruciare lecitamente i rifiuti in questo tipo di impianti.
Da quanto esposto sorgono spontanee due considerazioni: la prima che dietro l’etichetta BIO chi promuove questi impianti ha spesso le carte in regola per partecipare al ricchissimo business del trattamento dei rifiuti; la seconda che i cittadini pagano quindi più volte: con i soldi per gli incentivi, con le tasse per lo smaltimento dei rifiuti e con la salute il proliferare di questi impianti.

Quali rischi per l’ambiente e la salute sono connessi alle centrali a biomasse?
Con le centrali a combustione diretta di biomasse l’impatto ambientale è molto gravoso, soprattutto in relazione al fatto che vengono considerate biomasse anche materiali altamente inqinanti (elenco D.M. 6 luglio 2012). Tutte le biomasse bruciate liberano in atmosfera quantità enormi di sostanze altamente inquinanti che per ricaduta vanno ad inquinare l’ambiente e in particolare i terreni agricoli, oltre a formare ulteriori aggregazioni chimiche inquinanti che vanno a depositarsi anche nei polmoni di animali e umani. Infatti a temperature elevate, fino ad 800° C, gli impianti liberano fumi con molte sostanze inorganiche che volatizzano per poi ricombinarsi sotto forma di polveri sottili ovvero di particolato. Questo termine, indicato con la sigla PM, designa piccolissime particelle solide o liquide del diametro del micron che rimangono sospese nell’aria per periodi variabili e dipendenti dalla loro massa e diametro prima di ricadere al suolo. Le particelle hanno un diametro che può variare da un paio di nanometri fino a 100 micron e in base a questa caratteristica possono avere una diversa penetrazione nell’apparato respiratorio di animali e persone fino a penetrare direttamente nel sangue quando il particolato diventa ultrafine.
Il termine “bio” viene utilizzato per attribuire una valenza positiva e “naturale” a questo tipo di impianti in modo da poterli ascrivere al mondo della cosiddetta “green economy”. La mistificazione del linguaggio, in questo caso, è strumentale ad una politica di proliferazione di queste tecnologie sotto l’ombrello dell’ecologia e del rispetto della natura.

Il termine “bio” significa vita, crediamo che questi impianti di vita non ne dispensino affatto.
Contributo a cura del Comitato Lasciateci Respirare di Monselice


            Per i motivi suesposti le associazioni chiedono al Sindaco ed al Consiglio comunale del Capoluogo, al Presidente della provincia, ai consiglieri provinciali  ed a tutti gli Enti preposti e competenti a rilasciare il nullaosta per simili impianti a ritornare sulle decisioni assunte per impedire con ogni mezzo, legale e democratico,  la realizzazione dell’impianto di biomasse a Frosinone.
            A questi Enti ed alla Regione Lazio, si chiede, inoltre, di adottare e deliberare provvedimenti urgenti che vietino, inderogabilmente, la realizzazione e il potenziamento di impianti inquinanti, anche se la realizzazione di tali impianti fosse agevolata da leggi nazionali ( decreto sblocca Italia) o da accordi particolari tra Stato-Regioni.
Le associazioni sollecitano, altresì, gli Enti sopra citati a promuovere iniziative per la realizzazione del catasto delle emissioni inquinanti e, il rispetto e l applicazione della normativa anti inquinamento (direttiva Seveso), che si applica alle attività industriali particolarmente nocive, quale presupposto per iniziare a elaborare un progetto di recupero di tutta la Valle del Sacco, partecipato e condiviso da Enti locali, istituzioni, forze sociali ed associazioni per il rilancio economico e occupazionale dell’intera provincia.

Frosinone 23 marzo 2016

 Presidente della Consulta delle associazioni della Città di Frosinone
Associasione “Frosinone Bella e Brutta”
Comitato “Salviamo il paesaggio”
Associazione Italiana Pazienti Anticoagulati
Associazione “Osservatorio Peppino Impastato”
Legambiente
AUT-Frosinone
Associazione “Oltre l’Occidente”
Comitato “Altiero Spinelli” –Possibile-
Associazione  “ Amici della Pescara “

Comitato di lotta per il lavoro

No all’impianto di biomasse

Presidente della Consulta delle associazioni della Città di Frosinone
Associasione “Frosinone Bella e Brutta”
Comitato “Salviamo il paesaggio”
Associazione Italiana Pazienti Anticoagulati
Associazione “Osservatorio Peppino Impastato”
Legambiente
AUT-Frosinone
Associazione “Oltre l’Occidente”
Comitato “Altiero Spinelli” –Possibile-
Associazione  “ Amici della Pescara “

Comitato di lotta per il lavoro


L’associazionismo del Capoluogo ha ripetutamente sollevato, dall’inizio del 2014 fino ad oggi, il problema dell’inquinamento ambientale (aria, acqua e terra) in tutte le iniziative che hanno visto le associazioni in un confronto pubblico, senza soluzione di continuità, con le Istituzioni.
Le associazioni, pienamente coscienti e convinte che non ci può essere salute dei cittadini senza la salute del territorio,  hanno condotto una battaglia serrata per una sanità efficiente e di qualità contro direttive della Regione Lazio che hanno portato allo sfascio dell’organizzazione sanitaria provinciale, evidenziando gestioni catastrofiche e comportamenti che hanno scosso profondamente l’opinione pubblica.
Dovrebbe essere noto e presente a tutte le autorità istituzionali, che agiscono e si muovono nell’ambito provinciale e nella Valle del Sacco, il fatto che la conformazione orografica del territorio della suddetta Valle, impedisce la presenza di correnti d’aria adeguate e capaci di  spazzare via l’accumulo di sostanze inquinanti dell’area.
 E’,  noto altresì, da più di mezzo secolo,  a tutte le Istituzioni elettive ed a tutti gli Enti locali e provinciali,che nella Valle del Sacco esistono decine di impianti industriali sottoposti alla direttiva SEVESO, e  discariche ed inceneritori di ogni tipo, senza soluzione di continuità, da Colleferro a San Vittore del Lazio.
 E’, inoltre, ancora noto a tutti l’emissione di ordinanze sindacali per il divieto di pascolo, di coltivazione di ortaggi e di consumo di carni di animali allevati  lungo le rive del Sacco e in altre aree del nostro territorio. Per esempio attorno allo stabilimento della Marangoni di  Anagni.
Dirigenti e rappresentanti delle Istituzioni conoscono perfettamente  l’altissimo livello d’inquinamento atmosferico raggiunto nel Capoluogo e nei comuni di Ferentino, Ceccano, Alatri, Anagni etc etc.
Dall’atto aziendale della ASL  dal suo bilancio si è appreso, da tempo, ed anche questo dovrebbe essere noto ai rappresentanti ed ai dirigenti  istituzionali, un aumento notevole di neoplasie polmonari, patologie respiratorie ed altro.
Resta difficile comprendere, perciò,  come di fronte ad una realtà così documentata e certificata gli Enti pubblici competenti e preposti alla tutela dell’ambiente e della salute dei cittadini,  abbiano potuto rilasciare l’autorizzazione per  realizzare  un impianto di biomasse nel Capoluogo.
Ancora, riesce difficile comprendere che nessun consigliere comunale del Capoluogo o consigliere provinciale faccia  sentire la propria voce di dissenso. Essi non azzardano nemmeno a chiedere chiarimenti ne informazioni. 
Enti importanti, come la Camera di commercio e le organizzazioni sindacali tutte (Artigiani, Agricole, Commercio, Industria, Lavoratori dipendenti, Pensionati) brillano per il loro silenzio.

mercoledì 23 marzo 2016

Free jazz. Musica di lotta o d'èlite

Luciano Granieri


Venerdì  25 marzo 2016, alle ore 16,00 riprenderanno  i pomeriggi del jazz presso l’associazione culturale Oltre l’Occidente in L.go Aonio Paleario n.7 a Frosinone. Il nostro viaggio, iniziato prima di natale con la storia degli approdi delle prime navi negriere, sulle coste del Centro America, è giunto quasi al termine. Nel prossimo appuntamento affronteremo la questione del free jazz. Lo stile nato dal rhythm and blues  e sviluppatosi nel burrascoso ventennio degli anni ’60 e ’70. Un periodo storico violento, contrassegnato dalle cruente lotte fra i neri dei ghetti e l’establishment razzista bianco. Non  solo la questione razzista sfociò nella violenza,  altrettanto crude furono le proteste contro l’imperialismo americano e le sue guerre, da parte della sinistra bianca statunitense ed europea . In questo ribollire sociale alla black music, figlia del blues, un blues, semplificato , elettrificato urlato, veicolo della protesta, ma anche , ben presto vittima del musical business, si affiancò il free jazz. Non nelle urla si identificava la rottura, ma nel forzare e superare le cornici armoniche  dentro le  quali fino ad allora, si era sviluppata l’improvvisazione. Non c’era più nulla di consolidato  e predeterminato nelle  esibizioni di Ornette Coleman, John Coltrane, Archie Shepp. L’espressione musicale fruiva libera da ogni costrizione armonica, così come la vita dei neri doveva svolgersi libera dai soprusi e dalle vessazioni razziste.  A differenza del R&B il free rimase libero anche dalle cooptazioni commerciali. Non vi è dubbio che quei dischi non scalarono le classifiche e i loro esecutori furono costretti ad emigrare in Europa. Può dunque  considerarsi il free jazz, musica di lotta aspra e antagonista, o fu invece, in virtù della difficile fruibilità , un esperimento espressivo elitario anche se traghettatore del jazz, o ancora meglio della musica del futuro? Ne parleremo venerdì 25 marzo, vi aspettiamo.