Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

martedì 14 giugno 2022

Aiutateci a non morire catto-fascisti-pidduisti.

 Luciano Granieri




Il risultato elettorale per le comunali di Frosinone ha confermato l’inossidabile certezza che il capoluogo è una città catto-fascista, anzi, non più tanto catto, solo fascista. E’ una città la cui cultura politica è figlia della secolare tradizione clientelare andreottiano-pidduista-gelliana.

L’”à Frà che te serve”, storica battuta attribuita a Giulio Andreotti rivolta a Franco Evangelista, deputato alatrese, democristiano di lungo corso, governatore occulto, ma neanche tanto, negli anni ‘60 e ‘70 della Ciociaria, su mandato del divino Giulio, è, con protagonisti diversi, sempre attuale. 

Non c’è dubbio, viviamo in una città conservatrice fino alle midolla. Chi non si trova a suo agio preferisce andarsene. Non è un caso che negli ultimi dieci anni gli abitanti di Frosinone siano diminuiti di 5000 unità. 

Se consideriamo che il Pd, (comunque primo partito a Frosinone) e liste collegate, festeggiano l’approdo al ballottaggio come una vittoria, pur con dieci punti percentuali in meno, si ha la misura di quanto l’obiettivo di poter scalfire un sentimento reazionario consolidato, anche e soprattutto nei quartieri più popolari -area che dovrebbe costituire blocco sociale dei progressisti  - sia stato considerato difficile se non impossibile. 

E ancora, per riuscire ad arrivare al ballottaggio, il campo largo, costruito da De Angelis a favore di Marzi, ha dovuto arruolare ex pretoriani di Ottaviani: Andrea Turriziani, Caparrelli, Mandarelli, Gagliardi ed altri, il cui apporto dai banchi dell’opposizione, qualora dovesse vincere Mastrangeli, sarà tutto da decifrare e decodificare, soprattutto sui risvolti sociali. 

Certo fa impressione vedere come a guidare la coalizione di destra sia la lista personale  di Ottaviani, l’ex sindaco, ma neanche tanto, il podestà, lo zar   - come viene apostrofato dalla stampa “tappetino”, e la seconda sia quella dei fascisti di Fratelli d’Italia…..fascisti certo, perché checchè ne dica la Meloni un partito che continua ad esibire nel suo marchio la fiamma mussoliniana è fascista! E la colpa è delle istituzioni che ammettono alle consultazioni elettorali una formazione con la fiamma tricolore sul simbolo, in barba ai dettami della costituzione. 

Del resto le dichiarazioni post-voto, rilasciate dal candidato a sindaco (pardon sindaco uscente) Ottaviani all’inviato di Tele Universo, non lasciano dubbi sul giudizio che costui ha dell’esercizio democratico. Alla domanda del giornalista che chiedeva un commento sul risultato elettorale, Ottaviani rispondeva dichiarandosi soddisfatto, rammaricandosi però, che il ricorso al ballottaggio porterà ad ulteriori spese per la città, spese che si potevano evitare qualora Mastrangeli ce l’avesse fatta al primo turno. Infatti, dico io, che le facciamo a fare le elezioni? Sono un inutile spreco di denaro, torniamo al podestà, si eviterebbe anche la fatica di trovare un facente funzioni di quel sindaco uscente che per la regola del doppio mandato non si può candidare. 

Ora per lenire la cappa antisociale di due consiliature così  reazionarie qualcuno al ballottaggio potrebbe anche votare Marzi, forse sarebbe pure  preferibile la sua vittoria al secondo turno. Ma anche in questo caso parliamo di una persona, per quanto stimata e circondata da una squadra di giovani, sempre e comunque compresa nella vecchia guardia, attore di un gioco delle alternanze stantio, dove certi interessi consolidati non verranno mai minimamente intaccati. 

Allora bisognerebbe pensare ad un qualcosa di veramente diverso. Un progetto che punti ad intaccare e poi rimuovere quella spessa placca di fascismo clientelismo che avvolge e soffoca la cittadinanza frusinate, spesso inconsapevole. Un progetto che sia prima culturale che politico,  teso a coinvolgere forze giovani che pure ci sono (anch’io dovrei farmi da parte).

 Ricominciare da capo nel diffondere i valori fondanti della nostra comunità: l’antifascismo, la partecipazione, promuovere il “mi interessa” in luogo del “me ne frego” favorire aggregazioni di ragazze e ragazzi, attorno a proposte culturali stimolanti  da cui poi costruire una coscienza politica e non lobbistica. Ci vuole tempo e pazienza, forse io stesso neanche riuscirò a vederlo questo nuovo sol dell’avvenire, ma bisogna cominciare da ora e continuare per gli anni a venire in modo costante. Attivarsi sempre, non solo in vista delle elezioni. Aiutatemi, aiutateci a non morire Marziani, o peggio Ottavianei.

lunedì 13 giugno 2022

Come si combatte l’inflazione?

 Luciano Granieri



L’Istat ci dice che, secondo stime preliminari, nel mese di maggio 2022 l’inflazione è al 6,9%. L’inflazione programmata, al netto del prezzo dei prodotti energetici, è al  3,7%. Quindi se si rinnovassero i contratti di lavoro, basati sull'indice di inflazione programmata, la perdita del potere d’acquisto dei lavoratori sarebbe del 3,2% .

 Un salasso causa di vizi strutturali che ci portiamo dietro da anni. Rimandano  al tempo della  decisione di abolire la scala mobile, con lo storico protocollo siglato il 31 luglio del 1992, fra il governo Amato (già proprio quell’Amato che, da presidente della Corte Costituzionale, ha bocciato i referendum sull’eutanasia legale, cannabis, e concesso il via libera agli inutili ed ideologici referendum sulla giustizia naufragati nella nullità del quorum), e le parti sociali: confindustria , con i maggiori sindacati  CGIL CISL e UIL  i quali si lamentano oggi, che i salari sono troppo bassi non consentendo a chi lavora di campare dignitosamente. Non potevano pensarci prima? Nel lontano 1992?. Comunque le chiacchiere stanno a zero. I contratti non si rinnovano, il lavoro precario ed il part-time involontario dilagano, per cui la perdita del potere d’acquisto, se ancora questo potere esiste per qualcuno, è di fatto pari all’intera inflazione: 6,9% . 

L’Istat rileva anche che l’aumento dei prodotti energetici è passato dal 39,5% di aprile al 42,2% di maggio. Colpa della guerra. Non proprio, anzi proprio no. Il prezzo con cui il gas viene scambiato in Europa fa riferimento ad un mercato virtuale, il Title Transfer Facility, (TTF) con base in Olanda. Tale fantomatico TTF, come il NYMEX (New York Mercantile Exchange) l’ICE (Intercontinental Exchange) fa capo a banche d’investimento operanti presso le principali borse mondiali in cui il gas viene venduto tenendo conto delle aspettative sui profitti dovuti alla speculazione, o sulla semplice scommessa relativa all’andamento del prezzo. 

Per fare un esempio il gas doganale, cioè quello valorizzato semplicemente dai costi di produzione e vendita da parte delle compagnie, ad inizio anno, quindi prima che la guerra iniziasse, costava 38 euro per MWh, dopo il passaggio presso le borse TTF il suo valore  di scambio passava a 70 euro per MWh, quasi il doppio. Che c’entra la guerra?

 Proposta: possiamo fare in modo che i prezzi dei prodotti energetici, vengano decisi fra i produttori e gli utenti senza passare dalla borsa? Si realizzerebbe un bel risparmio, per il gas 32 euro per MWh, ovvero il 45% in meno. Un indice che da solo potrebbe raffreddare significativamente l’inflazione. Ma guai toccare i profitti della speculazione finanziaria. E poi gli ideologici saremmo noi! Che ci azzardiamo a condannare lo svuotamento dei redditi da lavoro verso il profitto di pochi!!!

 Tornando al lavoro, sarebbe facile proporre l’aumento dei salari per adeguarli al carovita. Facile per noi ideologici. Ma guai ad intaccare l’indice di profitto. E’ una bestemmia costringere qualche magnate a comprarsi uno yacht meno mastodontico, per salvare dalla povertà un po’ di famiglie con bambini al seguito! 

Pare che la UE, colta da un inaspettato trasporto verso i suoi cittadini più deboli, si sia convinta ad imporre il salario minimo agli Stati Membri. Analizzando il provvedimento si tratta di una svolta di facciata fortemente populista. Infatti, in base al testo, si consiglia, ribadisco, si consiglia agli Stati membri,  che già hanno il salario minimo di adeguarlo, al costo della vita…...se lo vogliono, e con tutta comodità, almeno ogni quattro anni. Si consiglia invece agli Stati che non hanno il salario minimo garantito, di aumentare la contrattazione collettiva, ambito in cui deve definirsi questa misura sociale, alla copertura minima del 70% dei lavoratori. 

 Udite udite!!!!L ’Italia non rientra in nessun caso di specie: non ha da adeguare il salario minimo, perché questo non esiste,  e non deve adeguare la percentuale dei lavoratori coperti dalla contrattazione collettiva perché l’obbiettivo è già stato raggiunto essendo all’80%. Ma come abbiamo visto la contrattazione collettiva già dal 1992 ha prodotto i suoi danni presso i lavoratori,  con l’abolizione della scala mobile e ha continuato imperterrita a produrre sfaceli (ricordate il referendum scritto male dalla CGIL per abolire il Jobs Act?). 

E allora? Quando il gioco di fa duro i duri iniziano a giocare. Ci pensa l’Europa, ma non Bruxelles, bensì Francoforte, ossia chi comanda veramente, la Bce. Dal prossimo primo luglio l’istituto bancario europeo, guidato da Christine Lagarde, sospenderà l’acquisto dei titoli di Stato dei Paesi membri, lasciandoli in balia del mercato. Si avrà  un primo rialzo dei tassi d’interesse dello 0,25% al 21 luglio, seguito da un successivo incremento dello 0,50% per settembre. In pratica è la sconfessione aperta del wharever it takes di draghiana memoria.

Il ragionamento è il seguente: se il denaro non verrà elargito gratuitamente come è oggi, ma comincerà ad avere un costo, ci sarà una diminuzione della liquidità disponibile dal lato della domanda, quindi l’offerta per far fronte al calo di richieste causate  da una  liquidità più contenuta, dovrà abbassare i prezzi. Tutto giusto. Certo qualche usuraio comincerà a strillare perché non potrà più prestare denaro pagato zero a strozzo. Ma costoro qualche via speculativa per aumentare i loro profitti la troveranno sempre.

 Il problema riguarda una nazione, come l’Italia, dal debito pubblico elevatissimo, 147,9% rispetto al Pil, nel 2022. L’aumento del costo del denaro, ed in particolare la cessione del debito nazionale al furore dei mercati, porterà inevitabilmente ad un innalzamento ulteriore del costo di indebitamento e dello spread, già oggi è al 242% ad aprile era al 175%. Si  sa che tutto ciò è inviso al programma di moderazione fiscale , imposto dalla UE. Ricordiamo che dal 2023 verrà ripristinato il patto di stabilità sospeso per la pandemia . E che lo stesso per gli enti locali non è stato mai abrogato. Per cui si dovrà tendere a raggiungere il pareggio di bilancio contrastando un aumento del debito molto più elevato del previsto, tagliando in modo ancora più sanguinoso quel poco di servizi pubblici rimasti (scuola,  sanità) e privatizzando tutto ciò che c’è  rimasto da privatizzare. 

Tornando alla questione iniziale. Come si combatte l’inflazione? Semplice. Se vuoi arrivare a fine mese devi rinunciare a curarti e a far studiare i tuoi figli. Possibile che il monte profitti dei padroni debba rimanere inattaccabile anche mentre la gente muore di fame? 

 E’ urgente e necessario un aumento delle retribuzioni  che si può realizzare solo attraverso un salario minimo garantito vero, deciso per via politica, e non per concertazione. Non c’è altra soluzione altrimenti l’ortaggio oblungo finirà sempre nelle terga dei soliti noti che, con il passare del tempo, diventano sempre più numerosi.

venerdì 10 giugno 2022

Un salario meno che minimo: una farsa europea

 Fonte: Coniare rivolta




La vicenda della direttiva europea sul salario minimo è un ottimo esempio di quello che le istituzioni europee possono fare in concreto per migliorare la vita dei lavoratori: nulla. L’esempio è istruttivo per due ragioni, una di merito ed una di metodo, strettamente intrecciate tra loro.

La ragione di metodo discende dal tortuoso percorso seguito dalla bozza di direttiva, proposta dalla Commissione europea nel 2020, poi sottoposta ad una lunga consultazione e, nella notte tra il 6 e il 7 giugno scorsi, fatta oggetto di un accordo tra i due legislatori europei, il Parlamento europeo ed il Consiglio dell’UE. Per comprendere questo lungo e (come vedremo) inconcludente percorso legislativo siamo costretti a scavare nelle fondamenta dell’Unione europea, e cioè in quei Trattati istitutivi che ne disciplinano le funzioni essenziali, i poteri e le competenze.

Il Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, al Titolo X dedicato alla Politica Sociale, menziona nell’art. 151 il “miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro” tra gli obiettivi dell’Unione. Un principio molto nobile, che trova la sua articolazione nel successivo art. 153, secondo cui l’Unione persegue tale obiettivo sostenendo e completando l’azione degli Stati membri in una serie di settori che include, al paragrafo 1, lettera b, le “condizioni di lavoro”.

In questo settore, prosegue il paragrafo 2, lettera b del medesimo articolo, i legislatori europei “possono adottare … mediante direttive, le prescrizioni minime applicabili progressivamente”. In altri termini, l’Unione europea può intervenire in tema di condizioni di lavoro con una direttiva, cioè con uno strumento normativo che vincola solamente nell’obiettivo (si parla qui di “prescrizioni minime applicabili”), lasciando libero ogni Stato membro di raggiungerlo con il percorso normativo più idoneo al proprio assetto istituzionale. Tutto lascerebbe intendere che vi sia lo spazio per fissare, come ci stanno raccontando in queste ore, un salario minimo europeo, che sarebbe un prezioso strumento di tutela del lavoro, un argine al cosiddetto lavoro povero.

Peccato che lo stesso art. 153 si concluda con il paragrafo 5, che recita testualmente: “Le disposizioni del presente articolo non si applicano alle retribuzioni, al diritto di associazione, al diritto di sciopero né al diritto di serrata.” Non si poteva essere più chiari, più espliciti, più netti di così nel definire il perimetro entro cui l’Unione europea esercita il suo potere vincolante nei confronti degli Stati membri. Nessuna ingerenza dell’Unione è prevista nella determinazione delle retribuzioni e nei più fondamentali diritti di associazione sindacale e di sciopero.

Basta dunque leggere i Trattati che disciplinano il funzionamento dell’Unione europea per capire che una direttiva in tema di salario minimo può essere solo un esercizio di stile, una roboante dichiarazione di principi sulla necessità di garantire condizioni di vita dignitose ai lavoratori europei e nulla più. Ed infatti, leggendo il comunicato stampa del Consiglio dell’UE sull’accordo raggiunto con il Parlamento europeo, apprendiamo che la direttiva si comporrà di due pilastri, uno più ridicolo dell’altro.

Il primo pilastro riguarda i Paesi membri che hanno già un salario minimo nella loro legislazione, e richiede (tenetevi forte!) che questi “realizzino uno schema procedurale per fissare ed aggiornare questo salario minimo secondo un insieme di criteri chiari.” Questo serve a capire cosa sia il nulla di cui parlavamo prima: un mero esercizio metodologico da offrire in pasto alla burocrazia europea per mostrare che la fissazione del salario minimo, lì dove è già normata, segua un qualche criterio formalmente accettabile.

Ma il nulla non finisce qui. L’adeguamento del salario minimo all’inflazione – un tema caldissimo in un frangente in cui la rincorsa dei prezzi ai costi dell’energia divora il potere d’acquisto dei salari – dovrà avvenire “al più tardi ogni quattro anni per i Paesi che individuano un meccanismo di indicizzazione automatica”, mentre per i paesi che non si doteranno dell’indicizzazione questo periodo dovrebbe essere di due anni. Anche se non si capisce a cosa farebbe riferimento questa indicizzazione (per chi ce l’ha…), non ci vuole un dottorato in economia per capire che un adeguamento completo dei salari ai prezzi calibrato su un orizzonte temporale così esteso – fino a quattro anni! – equivale ad una perdita secca. Fatichi ad arrivare alla fine del mese? Fatti coraggio, alla fine del quadriennio ci sarà un adeguamento del salario minimo all’inflazione!

Il secondo pilastro riguarda quei Paesi in cui la contrattazione collettiva copre meno dell’80% dei lavoratori, e richiede (allacciate le cinture!) che questi “definiscano un piano d’azione per la promozione della contrattazione collettiva”. Di nuovo, imperativamente, il nulla.

Su questi due pilastri, se così possiamo chiamarli, Consiglio dell’UE e Parlamento europeo stanno definendo gli ultimi dettagli della direttiva che dovrà poi essere votata da entrambe le istituzioni. A quel punto…bé, per questa rivoluzione occorrerà aspettare ancora un po’: è lo stesso comunicato stampa del Consiglio UE a confessare che “gli Stati membri avranno a disposizione due anni per trasporre la direttiva nella legislazione nazionale”. Insomma, l’Unione europea ha preso il coraggio a quattro mani e ha abbozzato una direttiva che chiede per favore agli Stati membri – ma solo a quelli che hanno già un salario minimo – di adeguare quel salario minimo all’inflazione in qualche maniera tra circa sei anni. Davvero, come dice il Partito Democratico, “un passo decisivo per la costruzione dell’Europa sociale”.

Se tutto questo non bastasse a dimostrare l’assoluta inconsistenza della proposta europea in tema di salario minimo, provate a mettervi nei panni di un lavoratore a) così sfortunato da vivere in un Paese europeo in cui non c’è alcuna normativa sul salario minimo e b) così fortunato da vivere in un Paese in cui la contrattazione collettiva copre già più dell’80% dei lavoratori. Già, stiamo parlando proprio dell’Italia, un Paese a cui non si applica nessuno dei due “pilastri” della nuova e folgorante direttiva europea. Una direttiva che non impone l’introduzione del salario minimo ai Paesi che non hanno previsto questo strumento e non impone alcun rafforzamento della contrattazione collettiva ai Paesi che hanno già un sufficiente grado di copertura. Insomma, una direttiva completamente inutile per i lavoratori italiani.

L’obiettivo è vago, non c’è alcun vincolo su modi e tempi, né meccanismi di verifica condivisi. È una misura fatta per non incidere su nulla: propone due vie per garantire un salario dignitoso, o il salario minimo o la maggiore diffusione della contrattazione collettiva, lasciando completa libertà di scelta ai Paesi. Dunque, nei paesi dove c’è già il salario minimo, non serve perché c’è già e non impone alcun miglioramento né tantomeno diffusione della contrattazione collettiva. E nei paesi dove è diffusa la contrattazione collettiva (come l’Italia), non serve perché non impone l’introduzione del salario minimo né tantomeno alcun rafforzamento dei sindacati. Insomma, il nulla.

Chiudiamo questa breve riflessione con la ragione di merito che, a nostro avviso, rende interessante tutta questa storia. Abbiamo visto che l’inutilità della direttiva europea non è un caso – magari connesso agli equilibri politici del momento – ma è radicata nell’architettura istituzionale dell’Unione europea, che impedisce alle istituzioni europee di incidere sui fattori chiave delle condizioni di lavoro, ossia su remunerazione, sindacalizzazione e scioperi.

Per capire il senso di questo assetto, il significato di questa impotenza europea in tema di salari, proviamo a volgere lo sguardo verso le materie che, al contrario, i Trattati affidano alla legislazione esclusiva dell’Unione europea, sottraendole al potere degli Stati membri e concentrandovi tutto il potere delle autorità europee: dazi, concorrenza, politica commerciale e politica monetaria. L’Unione europea si regge sulla libertà della produzione di spostarsi lì dove è più conveniente, ovvero la libertà di movimento dei capitali, e sulla libertà di continuare a vendere le proprie merci in tutti i Paesi europei, ovvero la libertà di commercio interno. Le istituzioni europee, disegnate dai Trattati, nascono in altri termini per garantire ai capitali di muoversi liberamente tra i Paesi europei alla ricerca delle condizioni più favorevoli per accrescere i profitti. Ma cosa sono, in ultima istanza, queste “condizioni più favorevoli”, se non le peggiori condizioni di lavoro – cioè proprio salari, sindacalizzazione, libertà di sciopero – che consentono alle imprese di sfruttare al meglio il lavoro e, dunque, di rendere massimi i propri profitti?

L’Unione europea nasce per tutelare i profitti di pochi, e quindi si fonda sulla necessità del capitale di mantenere bassi i salari, in modo da conservare e alimentare in Europa un habitat ideale per lo sfruttamento del lavoro. Se i lavoratori vogliono difendersi dal carovita non devono chiedersi cosa l’Unione europea possa fare per loro (lo abbiamo visto: non può fare assolutamente nulla), ma devono piuttosto chiedersi cosa possono fare loro per smantellare quell’organizzazione sociale basata sullo sfruttamento e sulle disuguaglianze.

Nel frattempo, se si vuole sostenere davvero il potere d’acquisto delle lavoratrici e dei lavoratori ed evitare che questi siano costretti a pagare l’ennesima crisi, serve una legge sul salario minimo di almeno 10 euro lordi l’ora, la cui introduzione comporterebbe – questa sì! – un aumento dello stipendio in busta paga per oltre 5 milioni di persone. Il salario minimo può essere una misura di civiltà e un argine all’aumento del costo della vita, peccato che la direttiva europea si riveli solo una misura di marketing senza conseguenze reali sulle condizioni materiali dei lavoratori.


mercoledì 8 giugno 2022

La Fiat promette una nuova “piattaforma” in Serbia. A spese degli operai di Kragujevac

 di  — 

Mentre l'Europa impone il salario minimo garantito, per assicurare una corretta  concorrenza - mica per un ragionamento di salvaguardia sociale! - La Fiat s'inventa quello che di seguito andiamo ad illustrare, tratto dal sito "altra economia"

P.S Dedicato a tutti i giornalisti del gruppo Gedi che in piena pandemia si sono indignati quando qualcuno ha osato obiettare sul prestito di 6 miliardi e trecento mila euro, concesso a  Fca, nel decreto liquiditàcon garanzia dello Stato, cioè di tutti noi

Luciano Granieri.


A fine aprile Stellantis ha annunciato una “svolta” elettrica per la fabbrica a Sud di Belgrado. I sindacati denunciano nuovi licenziamenti e proposte irricevibili, come andare a lavorare in Germania, Polonia, Slovacchia o Italia a proprie spese e senza garanzie. Il tutto dopo 10 anni di aiuti pubblici alla multinazionale. Il nostro reportage.



“Qui a Kragujevac le cose non stanno proprio come le racconta la Fiat”, dice a inizio giugno Rajko Blagojević, segretario territoriale dei metalmeccanici del sindacato serbo “Samostalni”. Dietro all’annuncio di una “nuova piattaforma elettrica” fatto a Belgrado a fine aprile 2022 dall’amministratore delegato di Stellantis, Carlos Tavares, e dal presidente della Repubblica Aleksandar Vučić, ci sarebbero infatti nuovi e pesanti licenziamenti. Con proposte alternative a quella di perdere il posto a dir poco ardite: ad esempio, spostarsi per due anni a lavorare in Germania, Polonia, Slovacchia o Italia a proprie spese e senza garanzie per il futuro.
Il tutto dopo oltre 10 anni di incentivi pubblici del governo serbo, condizioni fiscali di favore e costi del lavoro ridotti all’osso a beneficio della “FCA Srbija d.o.o. Kragujevac”, joint venture privato-pubblica che per il 67% è in mano a Stellantis (il colosso dell’automobile nato nel gennaio 2021 dalla fusione tra Fiat Chrysler Automobiles e PSA Groupe) e per il 33% all’esecutivo di Belgrado.

Incontriamo Blagojević in un bar di Kragujevac -140 chilometri a Sud della capitale-, non troppo distante dal mega stabilimento dove Fiat, annunci alla mano, avrebbe dovuto produrre dal 2012 300mila esemplari della 500L ogni anno, garantendo 30mila nuovi posti di lavoro, indotto incluso.

Le cose non sono andate però come promesso. Nel 2015, stando ai bilanci della stessa FCA, le 500L uscite da Kragujevac furono meno della metà, 91.769. Nel 2018 appena 56.303. Nel 2020 (ultimo anno disponibile) addirittura 23.272, neanche il 10% del target iniziale, tanto che quell’anno la società serba ha fatto registrare una perdita a bilancio di oltre 20,1 milioni di euro (2,3 miliardi di dinari serbi). Identico trend per i lavoratori: 3.200 nel 2016, 2.400 a fine 2019, oggi 2.016. “La fabbrica ora è praticamente ferma -dice il sindacalista-. Nel 2021 i giorni lavorativi sono stati 60 e i lavoratori hanno percepito il 65% dello stipendio (340 euro circa al mese in media, ndr)”. I giorni di sciopero lo scorso anno sono stati 12.

Il futuro non fa ben sperare, osserva il rappresentante del Samostalni (che in italiano significa “Indipendente”). Sarebbero infatti in corso trattative con il governo per “capire che cosa fare con 1.500 operai che la Fiat sostiene di non volere più”, continua Blagojević. A 500 sarebbe già stata comunicata l’interruzione del contratto, con una liquidazione complessiva pari a 2.500 euro (anche se la cifra esatta di questo “programma sociale” è ancora “incerta”), mentre per gli altri 1.000 si starebbe “cercando una soluzione”.

Il racconto di Blagojević stride molto con la versione pubblica di Stellantis. Contattata da Altreconomia l’azienda si è limitata a ribadire l’annuncio di Tavares e cioè che “installerà una nuova piattaforma elettrica a Kragujevac per produrre veicoli compatti a partire dalla metà del 2024”, riaffermando che “la Serbia e il suo stabilimento di Kragujevac svolgeranno un ruolo chiave nel piano strategico Dare Forward 2030 dell’azienda”.

Ma i 1.500 posti di lavoro tagliati o a rischio su 2.000? “Poiché lo stabilimento vedrà già nel corso del 2022 l’avvio delle attività per la realizzazione della nuova linea di produzione per la nuova piattaforma che sarà lanciata nel 2024, stiamo costruendo un ecosistema industriale flessibile e agile che vedrà una necessaria fase di transizione compresa la riqualificazione del personale”, è la tesi di Stellantis -che si è rifiutata di incontrarci e di rilasciare interviste approfondite nel merito-.

La circostanza riferita dal sindacato per la quale l’azienda abbia intenzione di “interrompere completamente la produzione dello stabilimento di Kragujevac inviando i lavoratori a lavorare all’estero e licenziando i lavoratori”, sempre secondo Stellantis, “non corrisponde al vero”. Al contrario la produzione della Fiat 500L “verrà sospesa per consentire l’ammodernamento delle linee produttive e ai lavoratori verrà offerta un’opportunità di lavoro all’estero (Europa) negli stabilimenti di Stellantis che già sono partiti sul fronte dell’elettrificazione”.

Quella che la multinazionale definisce “opportunità di lavoro” o “reskilling on the job” è riassunta in una tabella che sarebbe stata distribuita a maggio ai lavoratori in fabbrica con l’invito di far sapere presto le proprie intenzioni. Rajko ne mostra una copia. Le ipotesi per il trasferimento biennale sono quattro: Slovacchia (800 euro di salario netto), Polonia (850 euro), Italia (1.400 euro), Germania (1.900 euro). Nota numero uno: “L’alloggio è a carico dei dipendenti”.


“Com’è possibile proporre una cosa del genere a persone che hanno una famiglia?”, si domanda Blagojević, sottolineando come i lavoratori siano uniti nella protesta. “Abbiamo già manifestato tre volte dalla fine di aprile, andremo avanti”. L’obiettivo è far pressione sul governo di Belgrado che si sarebbe impegnato a investire sulla nuova “piattaforma” di Stellantis a Kragujevac 48 milioni di euro.

Accanto a Blagojević siede Rajka Veljovic, ex dipendente della Zastava, la fabbrica che produceva armi automobili e armi a Kragujevac, bombardata dalla Nato nella primavera del 1999. Da anni svolge un preziosissimo ruolo di “ponte” tra il sindacato e le associazioni di volontariato che promuovono progetti umanitari in Serbia (come “Mir Sada” di Lecco o “Non bombe ma solo caramelle Onlus” di Trieste). Mentre ascolta il racconto del sindacalista, Veljovic scuote ripetutamente la testa. “Di che cosa ci meravigliamo? Fin dal principio avevamo capito che con la Fiat nulla sarebbe stato normale”. Ripensa alla consegna dell’area produttiva di 370mila metri quadrati a Fiat da parte del governo senza oneri (all’epoca il presidente era Boris Tadic) o all’indicazione della stessa come “zona franca”, o ancora ai contributi economici per ogni operaio assunto (“9mila euro”, afferma). “Ricordo ancora gli striscioni ‘Benvenuti a casa’ affissi in giro per la città”. Oggi resta ben poco. Dalla facciata dello stabilimento è sparita anche la grande 500L che era formata da tanti piccoli operai. È rimasto solo lo slogan “Mi smo ono što stvaramo”, cioè “Siamo quello che produciamo”. Blagojević prende la penna e riscrive lo slogan cancellando due lettere dell’ultima parola. Diventa “Mi smo ono što varamo”: “Vuol dire ‘Siamo quelli che imbrogliamo’”.






lunedì 6 giugno 2022

Cinque referendum per ingabbiare la giustizia

 Comitati territoriali per la Difesa della Costituzione





Il buon funzionamento di una Democrazia come la nostra si basa sul bilanciamento fra i Poteri Legislativo, Esecutivo e Giudiziario, ognuno dei quali fa da contrappeso agli altri e ne limita i possibili eccessi. 

Il 12 giugno saremo chiamati al voto per 5 referendum abrogativi che riguardano la Giustizia, con lo scopo dichiarato di indebolire il Potere Giudiziario :cinque  quesiti molto difficili da capire per chi non conosce perfettamente i meccanismi di funzionamento dei Tribunali. Cerchiamo comunque di evidenziarne brevemente i pericoli. 

1. Particolarmente inaccettabile per i cittadini onesti risulta il quesito 1 che permette ai politici pregiudicati di poter essere eletti e rimanere in carica, mentre oggi la legge Severino per fortuna lo impedisce 

2. Se fosse approvato il quesito 2, l’abolizione di tutte le misure cautelari nel caso di pericolo di reiterazione dei reati favorirebbe in particolare le illegalità compiute dai “colletti bianchi”. Inoltre saranno abolite misure come l’allontanamento dalla casa familiare (violenza domestica) o il divieto di avvicinamento alla persona offesa (“stalking”): provvedimenti indispensabili per prevenire, ad esempio la violenza sulle donne che è in drammatico aumento. 

 3. La separazione delle carriere rischia di legare l’azione del Pubblico Ministero a quella dell’Esecutivo. Altro che separazione dei poteri! Il PM finirebbe sotto il controllo politico del Governo, con una forte limitazione della funzione inquirente (specie nei confronti del potere). 

4. Il quesito 4 chiede che alla valutazione delle pagelle dei magistrati partecipino anche gli avvocati. Un giudice si potrebbe trovare in aula un avvocato che con il suo voto, può influenzare la sua carriera. Addio imparzialità del giudizio. 

5. Infine la cosiddetta “riforma del CSM” renderebbe più caotica l’elezione dei magistrati per l’organo di autogoverno, senza riuscire ad abolire le “correnti”.

 Le cinque proposte di abrogazione convergono verso un unico scopo, quello di indebolire il Potere Giudiziario, spesso a scapito del cittadino comune e a favore dei politici e dei potenti. 

Per questo chiediamo di votare NO a tutt'e cinque i referendum del 12 giugno.

martedì 31 maggio 2022

Referendum sulla giustizia: le posizioni del Coordinamento per la Democrazia Costituzionale

 Coordinamento per la Democrazia Costituzionale.



I quesiti dei referendum “giustizia giusta” 

Quesito n. 1 Riforma del CSM.

Il quesito incide sulle modalità di presentazione dei candidati per l’elezione al Consiglio Superiore della Magistratura. La disciplina attuale prevede che i candidati in ciascun collegio debbano essere proposti da una lista di magistrati presentatori non inferiore a venticinque e non superiore a cinquanta. Il quesito elimina la lista, facendo si che ciascun magistrato si possa candidare senza bisogno dell’appoggio di un gruppo di magistrati che sostenga la sua candidatura. Secondo i promotori in questo modo si farebbe venire meno l’influenza delle correnti nella elezione dei membri del CSM. A ben vedere l’obiettivo che il referendum si propone (marginalizzare il peso delle aggregazioni di magistrati nella elezione dei membri del CSM) non può essere condiviso, perché l’elezione dei propri rappresentanti in un organo di autogoverno di rilievo costituzionale necessariamente comporta un confronto fra orientamenti culturali (e politici) differenti, non è una competizione fra qualità personali, che restano sconosciute se il magistrato non partecipa alla vita associativa. Per giunta si tratta di un obiettivo velleitario perché il singolo magistrato, che non sia sostenuto da gruppi organizzati, non ha nessuna possibilità di essere eletto. In realtà l’eventuale approvazione del quesito da parte degli elettori non comporta alcuna riforma del CSM, ma solo un allungamento della scheda elettorale, che conterrà più nomi. In definitiva si tratta di un quesito inutile, che propone una non riforma: esprime soltanto un segnale politico di diffidenza verso l’associazionismo ed il pluralismo culturale all’interno del corpo dei magistrati.

Quesito n. 2 Responsabilità diretta dei magistrati.

(questo quesito non è stato ammesso, ma è opportuno esaminarlo per comprendere meglio il taglio dell’iniziativa referendaria)

Il quesito incide sulla disciplina vigente in tema di risarcimento dei danni cagionati nell’esercizio delle funzioni giudiziarie e sulla responsabilità civile dei magistrati. Va premesso che l’art. 2 della legge in parola prevede che: “Chi ha subito un danno ingiusto per effetto di un comportamento, di un atto o di un provvedimento giudiziario posto in essere dal magistrato con dolo o colpa grave nell'esercizio delle sue funzioni ovvero per diniego di giustizia può agire contro lo Stato per ottenere il risarcimento dei danni patrimoniali e anche di quelli non patrimoniali…” Secondo la disciplina attuale il cittadino che subisce un torto cagionato da dolo o colpa grave del magistrato gode di piena tutela perché può chiedere il risarcimento dei danni allo Stato. In caso di condanna, lo Stato, in persona del Presidente del Consiglio dei Ministri, ha l’obbligo di esercitare l’azione di rivalsa nei confronti del magistrato nel caso che la condotta di costui sia stata determinata da dolo o negligenza inescusabile. “Chi sbaglia paga” è lo slogan con cui Lega e Radicali promuovono il quesito sulla responsabilità civile dei magistrati perché ritengono che chi si sente vittima di una ingiustizia in sede processuale o di indagine abbia il diritto di rifarsi direttamente con il giudice. In realtà il quesito non accresce in nulla la tutela del cittadino vittima di ingiustizia ma fornisce alle parti litigiose una potente arma di condizionamento nei confronti del giudice. Bisogna comprendere che l’oggetto dell’attività giudiziaria, sia nel campo civile, che nel campo penale, è una “res litigiosa”. Nel civile il giudice deve necessariamente arbitrare degli interessi in conflitto, nel penale è in gioco il regolamento della libertà personale dell’imputato a fronte dell’interesse punitivo dello Stato. La riforma consente alle parti più forti o più prepotenti di intimidire il giudice con la minaccia e poi con la proposizione di azioni giudiziarie vendicative. Il fenomeno delle querele intimidatorie (che i giornalisti ben conoscono) dilagherebbe in campo giudiziario e si estenderebbe a macchia d’olio. L’effetto inconfessato della disciplina proposta è quello di incidere sull’indipendenza dell’azione giudiziaria e soprattutto sul requisito dell’imparzialità che presuppone che il giudice agisca sine spe ac metu. Se passasse il referendum, salterebbe la mediazione dello Stato e il cittadino potrebbe denunciare i suoi giudici anche con azioni infondate e pretestuose. Il pericolo è evidente: a essere scalfita sarebbe l’autonomia del magistrato, che saprebbe di essere esposto al rischio di denuncia e potrebbe essere condizionato nel suo lavoro. E si pensi a cosa accadrebbe nei processi con imputati facoltosi o di grande potere, in grado di esercitare una forte sudditanza nei confronti  dei giudici e di potersi permettere cause infinite contro gli stessi, in caso di condanna.  

Quesito n. 3. Equa Valutazione dei Magistrati.

A norma dell'articolo 105 della Costituzione: “Spettano al consiglio superiore della magistratura, secondo le norme dell'ordinamento giudiziario, le assunzioni le assegnazioni ed i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati.” La valutazione professionale dei magistrati è una competenza che la Costituzione assegna all’organo di autogoverno, che decide anche sulla base dei pareri formulati dai Consigli giudiziari. I consigli giudiziari sono organismi territoriali formati sulla falsariga del consiglio superiore della magistratura. Essi sono composti da membri di diritto (il presidente della Corte d'appello, il procuratore generale e il presidente dell'ordine degli avvocati), da magistrati eletti dai loro colleghi e da membri laici, avvocati e un professore universitario, nominati con metodi vari e da un componente eletto dai Giudici di Pace. I Consigli formulano pareri su questioni che riguardano l’organizzazione ed il funzionamento degli Uffici giudiziari, esercitano la vigilanza sulla condotta dei magistrati in servizio e formulano le pagelle relative all’avanzamento in carriera dei magistrati. Su queste ultime due competenze hanno voce solo i componenti della magistratura. Lega e Radicali chiedono che alla valutazione dell’operato dei magistrati partecipino anche avvocati e docenti universitari, i cosiddetti laici. In realtà, già adesso, la legge prevede che gli avvocati debbano esprimere una valutazione, poiché, ai fini della formulazione del parere sulla professionalità: “il consiglio giudiziario acquisisce le motivate e dettagliate valutazioni del consiglio dell'ordine degli avvocati avente sede nel luogo dove il magistrato esercita le sue funzioni.” Di tutti i quesiti referendari proposti, il terzo è quello più inoffensivo, perché – quale che sia il parere del Consiglio giudiziario – l’ultima parola spetta al CSM, che decide. Tuttavia la disciplina di risulta si presta a delle controindicazioni: un avvocato si potrebbe trovare di fronte, in aula, il giudice del quale potrebbe poi influenzare, col suo voto, un eventuale avanzamento di carriera. Si creerebbe un cortocircuito di cui non beneficerebbero la terzietà e la serenità del magistrato.

Quesito n.4. Separazione delle carriere.

La Costituzione prevede che: “La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere” (articolo 104); il pubblico ministero gode delle garanzie stabilite nei suoi riguardi dalle norme sull'ordinamento giudiziario (articolo 107); La legge assicura l'indipendenza dei giudici delle giurisdizioni speciali, del pubblico ministero presso di esse (art.108). La magistratura giudicante (giudici) e quella requirente (pubblici ministeri) fanno parte dello stesso ordine, la loro carriera è gestita dallo stesso organo di autogoverno (il Consiglio Superiore della Magistratura). In questo contesto, a differenza che nel passato, il Pubblico Ministero gode delle stesse garanzie di indipendenza del giudice con il quale condivide il medesimo status. L’esigenza di ricondurre il Pubblico Ministero sotto il controllo del potere politico è una tentazione ricorrente nel mondo politico, ma si scontra con il dettato costituzionale. Per separare la carriera del Pubblico Ministero da quella dei giudici sono state avanzate numerose proposte di riforma costituzionale. Il quesito referendario si propone di realizzare lo stesso obiettivo, aggirando l’ostacolo della Costituzione. Per fare ciò deve intervenire, con il metodo del taglia e cuci, su una grande quantità di norme dell’ordinamento giudiziario. Attualmente la legge ha stabilito una netta separazione delle funzioni fra magistratura giudicante e magistratura requirente, con la conseguenza che il passaggio dalla funzione requirente a quella giudicante, e viceversa, è soggetto a delle forti limitazioni: è consentito solo cambiando Regione, dopo cinque anni di servizio, previa partecipazione ad un corso di qualificazione professionale e subordinatamente ad un parere di idoneità alle diverse funzioni del CSM. Il quesito proposto mira a mettere uno steccato tra le due carriere, chiudendo il Pubblico Ministero in un ghetto dal quale non potrebbe mai uscire nel corso di tutta la sua carriera professionale. Secondo i promotori il quesito è volto a creare “un sano e fisiologico antagonismo tra poteri, vero presidio di efficienza e di equilibrio del sistema  democratico”. Si tratta di una motivazione demenziale che oscura il profilo reale della riforma, il cui unico effetto è quello di allontanare il Pubblico Ministero dalla cultura della giurisdizione e creare le premesse perché, in seguito, con una riforma costituzionale possa di nuovo essere ristabilita qualche forma di controllo politico sull’esercizio dell’azione penale.

 Quesito n. 5. Limitazione delle misure cautelari. 

I promotori del referendum, avevano intitolato la loro iniziativa: limiti agli abusi della custodia cautelare. La Corte di Cassazione ha correttamente modificato la denominazione in “limitazione delle misure cautelari poichè il quesito non interviene sugli abusi della custodia cautelare, bensì opera una riduzione del campo di applicazione della custodia cautelare e delle altre misure coercitive e interdittive. I promotori lamentano che “ogni anno migliaia di innocenti vengono privati della libertà senza che abbiano commesso alcun reato”. Si tratta di un’osservazione falsa e fuorviante. Secondo il codice di rito, due sono le condizioni imprescindibili perché possa essere emessa una misura cautelare:

 a) Devono sussistere gravi indizi di colpevolezza

 b) Deve sussistere un pericolo concreto ed attuale (di fuga, di inquinamento delle prove, di commissione di gravi delitti con uso delle armi, o di delitti di criminalità organizzata, ovvero di delitti della stessa specie). 

Questi requisiti processuali che legittimano l’emanazione delle misure cautelari sono presidiati da un duplice controllo, quello del GIP, che può respingere la richiesta del PM se ritiene non gravi gli indizi di colpevolezza, ovvero se ritiene che, pur in presenza di gravi indizi di colpevolezza non esiste una concreta pericolosità. Il provvedimento emesso dal GIP, riguardante misure coercitive, è soggetto ad un controllo immediato da parte del Tribunale del riesame, non a caso identificato come Tribunale della Libertà. A loro volta le decisioni del Riesame sono sempre soggette al ricorso per cassazione. Per quanto, in astratto, è sempre possibile un errore giudiziario, è del tutto impossibile che “ogni anno migliaia di innocenti vengono privati della libertà senza che abbiano commesso alcun reato.” In caso passasse la modifica chiesta dal referendum, ai giudici verrebbe tolta proprio la possibilità di emettere delle misure cautelari coercitive (nonché misure cautelari interdittive) basate sul pericolo della “reiterazione del reato” (salvo rarissime eccezioni, come per mafia e terrorismo). Un colpo di spugna che, caso vuole, riguarda anche il reato di finanziamento illecito ai partiti, tanto caro ai leader politici. Occorre precisare che le misure cautelari coercitive comprendono misure detentive (custodia in carcere e arresti domiciliari) e misure non detentive, come l’allontanamento dalla casa familiare (nel caso di violenze in famiglia), o il divieto di avvicinamento nei luoghi frequentati dalla persona offesa (nel caso di stalking), oppure l’obbligo di soggiorno o il divieto di soggiorno. La questione assume notevole rilievo nei casi di delitti seriali, dove la misura cautelare (detentiva o meno) ha una sua specifica utilità per interrompere una carriera criminosa (si pensi allo spaccio di droga) o una progressione criminosa (si pensi agli atti persecutori che, se non interrotti, possono trasmodare in atti di violenza letale come il femminicidio). Abolire del tutto le misure cautelari coercitive nel caso di pericolo di reiterazione del reato, espone le vittime del reato ed i soggetti più deboli a gravi rischi e pericoli non altrimenti evitabili. E’ opportuno rilevare che il quesito referendario travolge anche la possibilità di emettere delle misure cautelari interdittive, come il divieto temporaneo di esercitare determinate attività professionali o imprenditoriali, misure dirette ad esercitare opportune forme di contrasto nei reati di carattere patrimoniale o finanziario. Non si può escludere, ma è improbabile, che i promotori del referendum si propongano di favorire la libertà di azione di spacciatori o di stalker. Il vero problema sono i reati dei colletti bianchi (corruzione, concussione, bancarotta fraudolenta, riciclaggio, inquinamento, etc.). L’effetto del quesito è di favorire la posizione dei colletti bianchi, rendendo meno incisivo nei loro confronti il controllo di legalità. Non importa se per raggiungere questo risultato bisogna ammorbidire il controllo di legalità anche nei confronti di tutti gli altri. Questo spiega la strana convergenza fra i radicali, portatori di una cultura ultragarantista (nei confronti degli imputati) e la Lega, portatrice di una cultura opposta (nei confronti dei soggetti marginali). Il risultato finale di questa riforma non sarebbe quello di evitare che migliaia di innocenti vengano privati della libertà, ma di rendere meno incisiva l’azione di contrasto alla criminalità comune ed economico finanziaria, e di restringere il perimetro del controllo di legalità a fronte de di restringere il perimetro del controllo di legalità a fronte di comportamenti devianti e pericolosi per la società. 

 Quesito n. 6. Abrogazione della legge Severino.

Il decreto legislativo che porta la firma dell’ex ministro della Giustizia Paola Severino prevede incandidabilità, ineleggibilità e decadenza automatica per i parlamentari, per i rappresentanti di governo, in caso di condanna con sentenza definitiva per reati non colposi a pena superiore a due anni di reclusione. Per gli amministratori regionali, per i sindaci o altri amministratori locali è prevista l’incandidabilità, l’ineleggibilità e la decadenza automatica per coloro che hanno riportato condanna definitiva per reati gravi (come la partecipazione ad associazioni mafiose, o altri fatti gravi) o per reati meno gravi quando si tratta di “delitti commessi con abuso dei poteri o con violazione dei doveri inerenti ad una pubblica funzione o a un pubblico servizio”. Nei casi di sentenza di condanna non definitiva per i reati che prevedono l’incandidabilità, scatta la sospensione e la decadenza di diritto per gli amministratori locali. Il decreto Severino presenta dei punti critici con riferimento alla sospensione di diritto degli amministratori locali che abbiano subito una condanna non definitiva per reati non gravi connessi ad eventuali abusi di potere. Tuttavia il quesito referendario non affronta gli eventuali punti critici ma propone l’abrogazione tout court dell’intera normativa sulla incandidabilità e decadenza dei soggetti che ricoprono funzioni elettive. In realtà si tratta di una disciplina che dà attuazione al principio costituzionale (art. 54) che esige che “I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore”. Il quesito viene incontro alla diffusa insofferenza del ceto politico per il controllo di legalità ma danneggia fortemente l’interesse dei cittadini alla correttezza dell’agire pubblico. 

Conclusioni 

In definitiva tutti e sei i quesiti proposti, a differenza di quanto sostengono promotori, non sono destinati a realizzare alcuna riforma della giustizia. In realtà sono tutti convergenti verso l’obiettivo di indebolire l’indipendenza del giudiziario e condizionare l’imparzialità del giudice a favore dei soggetti forti (quesiti 1, 2, 3(non ammesso) e 4) riducendo anche la sfera di operatività del controllo di legalità nel settore penale (quesito 5). Infine tendono ad eliminare le conseguenze dannose del controllo di legalità nei confronti del ceto politico (quesito 6). Non si tratta nel suo complesso di una riforma della giustizia, bensì di una riforma contro la giustizia, contro l’eguaglianza e i diritti dei cittadini.


mercoledì 18 maggio 2022

Riappropriamoci del conflitto di classe per sconfiggere la guerra.

 Luciano Granieri, in collaborazione con il movimento "Società della Cura"


Una società basata sulla pace e sulla non violenza dipende dall’organizzazione di un nuovo ordine mondiale i cui valori fondanti sono l’equa condivisione dei beni indispensabili alla sopravvivenza , la loro responsabile presa in cura, il rispetto della vita umana e non umana.

L’attuale ordine mondiale invece prevede relazioni di potere fondate sulla supremazia, sulla dominazione, sull’umiliazione e l’annichilimento dell’altro diverso da sé, percepito come nemico esistenziale.

E’ opinione diffusamente imposta dalla vulgata mainstream che la violenza sia connaturata alla natura umana come se esistesse un codice genetico del male, o una sindrome psicotica aggressiva che colpisce le masse. Ciò ha sdoganato l’idea, oggi divenuta legge antropologica incontrovertibile, per cui eserciti e guerre sono, non solo inevitabili, ma necessari a regolare le relazioni tra le comunità umane, in barba all’art. 11 della nostra Costituzione. Siamo così giunti all’illusorio paradosso di promuovere il riarmo con l’intento di difendere la pace. Di conseguenza le ingenti risorse investite in armamenti sempre più moderni e sofisticati servono a mantenere la pace.

In realtà, secondo me , non esiste alcun istinto di sopraffazione congenito, nè la guerra è una patologia. Penso che la violenza sia il portato logico, deliberato e strutturato di un’organizzazione sociale che fonda la sua esistenza sulla predazione, sull’appropriazione, sullo sfruttamento, sulla colonizzazione dei più deboli. Mi riferisco all’organizzazione capitalista.

Un sistema che impone la perpetrazione della guerra con altri mezzi. Banche, fondi d’investimento e multinazionali, sono fortemente coinvolte in finanziamenti, nella produzioni e nei commerci di armi e componentistica militare. L’economia di guerra diventa la continuazione e il prolungamento dell’economia di mercato.

Non ci potrà mai essere “ripudio” della guerra senza vera emancipazione da tutto ciò che genera la guerra. In primo luogo emancipazione dal profitto che i potentati finanziari realizzano con il traffico delle armi che non conosce frontiere. I clienti risiedono in Ucraina, in Russia, nelle monarchie del Golfo , in Europa e in tutto il mondo. La sola forma efficace di dissuasione e di prevenzione della guerra è la proibizione dell’uso delle armi.

Aumentare oggi le spese militari – in pieno collasso del sistema sanitario provocato dall’epidemia da Sars-Cov19, è pura follia. Tutte le amministrazioni dei paesi del mondo che chiedono un aumento delle spese militari, commettono un atto di aggressione che equivale a un crimine, perché anche quando non vengono utilizzati, solo per il loro costo, gli armamenti uccidono i poveri causando miseria e privazioni. Nel 2020 le spese militari degli stati ammontavano a 2 milioni di miliardi di dollari. Per la precisione 1.700 miliardi di dollari al giorno. 80 milioni in Italia.

Come da sempre è evidente, e il conflitto in Ucraina lo dimostra una volta di più, la guerra moderna coinvolge, colpisce e uccide soprattutto i “civili”. L’obiettivo delle guerre, così come delle ritorsioni (embarghi), non sono i militari e nemmeno i loro governi, ma le popolazioni.

Inutile nascondersi dietro alla falsa propaganda che rende moralmente necessario l’invio delle armi all’Ucraina, in nome di un preteso diritto alla difesa, che oggi si è mutato in diritto di prevalere sui russi, grazie all’escalation imposta dalla Nato. Ciò che bisognerebbe fare è aiutare i civili Ucraini che sono egualmente vittime di Putin e Zelensky, o meglio, di Putin e Biden. 

Siamo in una condizione per cui la guerra non finirà mai in quanto i paesi europei si trovano a finanziare entrambi le parti in conflitto: il governo ucraino, con pesanti aiuti militari, e le imprese degli oligarchi russi, capitalisti di stato, da cui si acquista la maggior parte dell’energia necessaria al vecchio continente. 

Per risolvere la situazione, secondo me, è fondamentale disgregare l’idea che il capitalismo sia granitico ed ineluttabile . Tale ineluttabilità ha indottrinato intere popolazioni, dai ceti più poveri a quelli più ricchi, e sta alimentando una guerra, non di Stati contro Stati ma di blocchi capitalistico-borghesi contro altri blocchi capitalistico borghesi . Ed è proprio dalla riappropriazione del conflitto di classe, all’interno di ogni nazione, che parte una lotta internazionale volta all’emancipazione di coloro che sono percepiti nemici esistenziali: coloro i quali sono umiliati e cancellati dall’attuale ordine mondiale. E che, consapevolmente o inconsapevolmente, subiscono i soprusi di un sistema prevaricatore ed antidemocratico che non disdegna alcuna dinamica di sopraffazione, guerra compresa.