Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

domenica 20 marzo 2011

LE VERE RAGIONI DELL'ITALIA IN GUERRA.

di Marco Ferrando




I
l Presidente Napolitano ha fatto sfoggio della sua migliore ipocrisia presentando l'ingresso dell'Italia in guerra come sostegno al “Risorgimento arabo”.

Il risorgimento arabo in Tunisia, Egitto, Libia si è levato esattamente CONTRO i regimi dispotici che tutti i governi italiani hanno sostenuto, economicamente e politicamente, facendo con essi i migliori affari. USA e UE continuano a sostenere contro il risorgimento arabo la dittatura saudita, la monarchia del Bahrein, la brutale repressione del regime Yemenita, a esclusiva difesa delle proprie posizioni militari e strategiche nella regione. Nella stessa Libia il “democratico” occidente si è ben guardato dal rifornire di armi il “risorgimento libico”, di cui non si fida, privilegiando invece il proprio diretto ingresso in guerra coi propri bombardieri.

Il fine dell'imperialismo è molto chiaro, anche nei suoi tentennamenti e contraddizioni. Le vecchie potenze coloniali di Francia ed Inghilterra cercano di recuperare a suon di bombe un proprio spazio economico e politico nel Maghreb, in diretta competizione col capitalismo italiano (a partire dalla Libia). L'imperialismo italiano, sino a ieri complice diretto del regime di Gheddafi e dei suoi crimini, si è prontamente allineato, dopo vari zig zag, alla missione di guerra al solo scopo di prenotarsi un posto al sole nella ripartizione delle zone di influenza nel Maghreb, e di difendere dalle insidie degli “alleati” concorrenti le sue attuali posizioni ( a partire dai pozzi petroliferi in Libia). La posta in gioco non è solamente il controllo politico sulla Libia post Gheddafi ( dove vi sarà uno sgomitamento tra “alleati” nella ridefinizione delle zone petrolifere), ma la spartizione dei nuovi equilibri politici nell'intera regione araba, scossa dalle rivoluzioni popolari. Il fine comune dell'imperialismo, in ogni caso, è acquisire direttamente sul campo leve di intervento e condizionamento politico sui rivolgimenti in corso, bloccare la loro ulteriore espansione, far argine ad ogni loro possibile sviluppo in direzione antimperialista ed anticapitalista. I bombardieri sono solo i veicoli di queste operazioni imperialiste. 

Parallelamente, la guerra diventa, ancora una volta, una illuminante cartina di tornasole della politica italiana. Il PD e la UDC non solo hanno rivendicato e votato in prima fila la spedizione di guerra, rimproverando a Berlusconi tentennamenti e ritardi; ma hanno salvato con questo il governo Berlusconi dalle contraddizioni della sua maggioranza, garantendo in un colpo solo la partecipazione italiana alla guerra e il governo più reazionario del dopoguerra: e dunque la continuità della sua politica bonapartista, delle sue minacce ai diritti costituzionali, della sua offensiva antioperaia e antipopolare. “E' stato un atto di responsabilità” gridano inorgogliti, con sorriso tricolore, i capi del PD. E' vero. Un atto di responsabilità verso gli interessi dell'Eni, degli industriali e banchieri italiani ( tanto esposti nel Maghreb), delle gerarchie militari, delle istituzioni dell'imperialismo internazionale ( dall'Onu alla Nato). Un atto che conferma una volta di più, se ve ne era bisogno, l'organica appartenenza del PD al campo della borghesia italiana e dei suoi interessi imperialisti.

Ora tutte le sinistre sono chiamate dai fatti a conclusioni coerenti. Non si può essere contro la guerra e al tempo stesso continuare ad allearsi coi partiti di guerra. Non si può essere contro la guerra e continuare a rivendicare l'Alleanza “democratica” con partiti di guerra (con tanto di sostegno esterno a un suo eventuale governo). Occorre scegliere. Pena la conferma di un intollerabile doppio binario tra le parole e i fatti.

Quanto a noi, continueremo con coerenza sulla nostra rotta. Assumeremo la lotta per il ritiro dell'Italia dalla guerra all'interno della nostra più vasta campagna nazionale per la cacciata del governo Berlusconi ( “Fare come in Tunisia e in Egitto”): denunciando ovunque il salvataggio del governo da parte del PD nel nome della guerra, e dunque sbugiardando la falsità della demagogia antiberlusconiana delle opposizioni parlamentari liberali. Al tempo stesso, e proprio per questo, svilupperemo con più forza la necessità di una aperta rottura col PD, ad ogni livello, da parte di tutte le sinistre politiche , sindacali, di movimento, quale condizione necessaria per liberare un'opposizione radicale e di massa a Berlusconi e al suo governo, capace di vincere. Infine combineremo tutto questo col pieno sostegno alla rivoluzione araba e alla sua propagazione, contro ogni ingerenza dell'imperialismo, a partire dall'imperialismo italiano: ad un secolo esatto dalla spedizione coloniale di Giolitti in Libia, diremo come allora “Non un soldo per la guerra libica”,”No alla guerra tricolore”.

Esondazione 2011: Stazione di Colleferro allagata

da Ufficio Stampa Retuvasa



Vogliamo porre alla vostra attenzione, un fatto di cronaca cittadina di cui è stato dato poco rilievo dai media locali.
Nella notte tra il 16 ed il 17 marzo, a seguito delle piogge cadute nella giornata del 16, il fiume Sacco è esondato in più punti sulla via Casilina (SS6) ed in particolare tra il deposito degli autobus del Cotral e il ristorante La Noce, e nel tratto tra la zona industriale Slim e il bar Marini, coinvolgendo anche la stazione ferroviaria, dove la Protezione Civile è dovuta intervenire per aiutare alcuni viaggiatori bloccati nei treni e in stazione.
E’ doveroso domandarsi cosa possa essere intervenuto dall’ultima esondazione del 2008 visto che addirittura la stazione di Colleferro ne è rimasta coinvolta dalla piena (fino ad ora, a qunto ne sappiamo, era sempre stata risparmiata).
La Legge Regionale 6 lug 98 n.24 "PIANIFICAZIONE PAESISTICA E TUTELA DEI BENI E DELLE AREE SOTTOPOSTI A VINCOLO PAESISTICO", stabilisce che:
"I corsi d'acqua e le relative fasce di rispetto debbono essere mantenuti integri e inedificati per una profondità di metri 150 per parte; nel caso di canali e collettori artificiali, la profondità delle fasce da mantenere integre ed inedificate si riduce a metri 50."
Le fasce di rispetto di cui parla la legge sono necessarie soprattutto per dare spazio alle acque del fiume proprio in caso di esondazione.
Da quanto ci risulta gli unici lavori che potrebbero aver alterato il naturale equilibrio degli argini del fiume, sarebbero quelli relativi al terrapieno realizzato per il parcheggio della nuova farmacia comunale, che rialzando l’argine di diversi metri, impedirebbe il normale deflusso delle acque, costringendole a riversarsi dalla parte opposta, fino ad invadere (piuttosto facilmente) la stazione ferroviaria.
Puntare il dito verso qualcuno non è nostra usanza né stile, ma sollevare degli interrogativi è la nostra missione, soprattutto alla luce dei fatti avvenuti. Le risposte e le eventuali indagini del caso le lasciamo a chi di dovere, confidando nelle nostre istituzioni.

sabato 19 marzo 2011

Nucleare, tre domande e tre risposte


Non facciamoci prendere dalle emozioni”, hanno detto a caldo i governanti di fronte alla tragedia di Fukushima. Salvo poi farsi prendere dai sondaggi e innestare una rapida e forse falsa marcia indietro. Ma prendiamoli alla lettera: ragioniamo.
1. Il nucleare italiano serve al paese per smettere di importare elettricità dalla Francia o piuttosto ai francesi per estendere il loro mercato?
In Italia l’energia elettrica costa all’industria parecchio di più che in altri paesi europei. Il doppio, si potrebbe dire, talvolta anche di più. Bisogna tenerne conto, perché è l’unico argomento non immediatamente contraddittorio o falso a favore del nucleare nazionale, come per esempio l’indipendenza dall’estero o i vantaggi in direzione del riscaldamento globale. Ma davvero con due o quattro reattori nucleari il costo dell’elettricità per le industrie italiane scenderebbe di molto? Con il sistema di prezzi e di bollette attuale non sarebbe così. Anzi il rischio sarebbe di pagare nelle bollette la costruzione o l’eventuale interrotta costruzione delle centrali. In altre parole, conta molto di più il sistema di prezzi in atto, molto legato all’oligopolio elettrico che non l’efficienza produttiva leggermente incrementata da poche centrali nucleari. I due o quattro reattori in funzione tra dieci anni potrebbero modificare marginalmente lo svantaggio che sarebbe recuperato meglio con una politica industriale indirizzata da scelte produttive, di prodotto e di processo, più “leggere”, con minori contenuti energetici. Nel decennio ottanta l’Italia è stata capofila in Europa da questo punto di vista, per poi lasciarsi andare alla deriva. Contro la scelta nucleare militano i costi di costruzione, l’inadeguatezza del territorio, scarsamente pianeggiante e con fiumi in cattiva salute o esauriti, per cui l’acqua necessaria in grande quantità, per il raffreddamento, dovrebbe essere ricavata dal mare, con la conseguenza di rendere più fragile l’impianto e più a rischio il territorio. Inoltre devono essere prese in considerazione, la diffusa sismicità, la presenza ininterrotta di città, paesi e anche luoghi isolati, notevoli da un punto di vista storico, archeologico, paesaggistico. Infine gli aspetti di salute pubblica sempre negati e sempre riaffioranti per le persone, soprattutto i bambini, che vivono nei pressi di un reattore; e quelli di sicurezza, sempre rimossi da parte dei sostenitori. D’altro canto Enel, maggior produttore nazionale, possiede centrali nucleari in Spagna e in Slovacchia. Potrebbe, se volesse, esportare una parte dei chilowatt nucleari in Italia, attraverso la rete europea, costringendo i francesi a subire una concorrenza. Il fatto è che Enel è il socio di Électricité de France o Edf nell’impresa del nucleare nostrano e inoltre è il maggior importatore di elettricità dalla Francia. I margini ottenuti da Enel importando i chilowatt “nucleari” sono considerevoli; Enel compra a poco e vende a molto. Nessuna impresa del settore è interessata a fare chiarezza, perché il sistema elettrico nazionale è ampiamente remunerativo per tutti: ogni giorno il prezzo è fatto dal peggiore dei venditori accettati. Infine deve essere ricordato che Edf ha un assoluto bisogno di esportare energia elettrica da qualche parte e in quantità e l’Italia serve ottimamente allo scopo. La Francia non sa come fare. La nazione sorella è letteralmente prigioniera del suo nucleare e non è in grado di ridurre la propria dipendenza. Può solo continuare, con l’incubo di non trovare soluzioni sicure o almeno accettabili per il futuro spegnimento dei suoi 58 reattori, la gestione sicura degli impianti non più in produzione (decommissioning) e la collocazione delle scorie. Rispetto all’Italia vi si determina una riduzione nei consumi di gas ma consumi petroliferi poco diversi da quelli italiani, con un numero di abitanti corrispondente, pur in assenza di reattori nucleari in Italia, a conferma del fatto che il nucleare serve solo alla generazione elettrica.

2. L’Italia ha perso terreno per l’assenza di energia nucleare diretta?
Se l’Italia è “cresciuta” meno di altri nei decenni passati, non è certo per carenza di centrali nucleari, quanto per cattiva politica ed egoismo rapace. Da un punto di vista economico generale, alla mancata crescita del Pil, spesso lamentata, si sarebbe potuto ovviare con un aumento di occupazione nei servizi e nella manutenzione del territorio e delle città. Sarebbe cresciuto il Pil con la soddisfazione dei cittadini. Si sarebbe potuto e si potrebbe investire nella scuola, nell’università, nella ricerca, nella cultura. L’Italia sarebbe più forte e interessante, più degna d’affetto e considerazione; e più ricca anche di Pil, se è questo che conta. La scelta del nostro paese industriale è stata quella di cedere rami di attività molto importanti: chimica, farmaceutica, elettromeccanica di consumo, telefonia mobile, informatica. E sono tutti settori nei quali la differenza non è data dai quantitativi di energia elettrica disponibili o dal loro costo, ma dalla qualità d ricerca e innovazione nonché, un po’, dal costo del lavoro. L’energia elettrica in Italia è sovrabbondante.

3. Il nucleare italiano risolve i problemi energetici nazionali?
I problemi di prospettiva sono dati soprattutto dal 20/20/20 prescritti per il 2020 con l’accordo del dicembre 2008 da parte del Consiglio europeo. La formula matematica, per chi non lo ricorda, significa che per l’anno 2020 si devono ridurre del 20% le emissioni di gas serra (anidride carbonica), il 20% dell’energia deve essere da fonti alternative e l’efficienza energetica deve aumentare del 20%. Una corsa, o anche una corsetta, al nucleare distoglie dai veri obiettivi. Sposta risorse economiche, sociali e intellettuali verso altri fini che non sono quelli ritenuti essenziali dall’Unione europea o Ue, in vista non tanto di un futuro successo industriale o economico, ma semplicemente di un futuro. L’Ue ha accettato l’indicazione degli scienziati raccolti nell’Ipcc o Intergovernmental Panel on Climate Change delle Nazione unite sul disastro ambientale in corso per il riscaldamento globale e ha indicato la prima tappa del proprio percorso, indicando ai paesi membri obiettivi da rispettare. Il 20/20/20 è poi una prima tappa, insufficiente per salvare l’attuale società umana, ma serve come partenza e come apprendimento. Ogni paese che si divincola, guarda altrove, perde l’obiettivo, è in errore e deve cambiare. Da questo punto di vista la reale scelta obbligata tra nucleare e rinnovabili, tra atomo e sole, non è aggirabile con un “ma anche”. Le risorse, scarse, sono da indirizzare verso un risultato pratico e visibile. Va aggiunto che il nucleare vedrebbe il nostro paese a rimorchio della Francia o degli Stati uniti, mentre il solare, per non citare che uno degli sviluppi possibili, ci potrebbe reintrodurre in testa ai paesi più avanzati. C’è un altro aspetto, quello che un mix di impianti leggeri, adatti ai luoghi e meno invadenti dal punto di vista della natura è preferibile per chi creda nella democrazia dei beni comuni. Non sarà invece d’accordo chi è convinto che la natura vada dominata sempre e in ogni caso. Ma dai tempi in cui il re Serse fece frustare il mare, quest’ultimo comportamento non è saggio, tanto nei confronti della Natura – del mare (Ellesponto) in questo caso – quanto di chi è costretto dai suoi comandanti a fare una cosa tanto stupida.

Walking Backwards with Giuseppe Bonaviri

Non replichiamo gli stessi errori del risorgimeto

di Giorgio Cremaschi da  Rete 28 aprile



La regressione prodotta da Berlusconi a volte si manifesta anche nei modi e negli argomenti di chi si oppone. Hanno ragione tutti coloro che sfidando la retorica ufficiale, hanno colto la debolezza di un’opposizione a Berlusconi che sembra costretta ad avvolgersi nel tricolore del Risorgimento e in una difesa della Costituzione che, a mio parere, finisce addirittura per snaturare il senso di quel testo, riducendolo a una pura variante dello statuto albertino. Ma davvero dobbiamo tornare a Silvio Pellico per cacciare il padrone di Mediaset? Se fosse vero allora quello che si fa e' assolutamente inadeguato..contro le tirannia si fa come in egitto. Davvero dobbiamo esaltare l’unificazione dell’Italia abbandonando tutti i temi critici sui quali la sinistra ha costruito il suo punto di vista in cento anni? La paura del leghismo ci fa abbandonare la questione sociale? 
Eppure basta guardare a cosa ha deciso in questi giorni l’Unione Europea sul risanamento dei bilanci pubblici per capire che l’unità d’Italia ha gli anni contati, se non si torna a parlare di economia, diritti, ricchezze, potere.
Secondo l’Unione Europea dovremo rientrare dal deficit pubblico con una cura di tipo greco, pare 40 miliardi di euro all’anno di tagli che, grazie al federalismo, produrranno una drammatica guerra tra i poveri e tra i territori. Come nella Jugoslavia che ha cominciato a separarsi quando il Fondo monetario internazionale impose le sue drammatiche ricette di risanamento strutturale. Oppure come nel Wisconsin ove il governo repubblicano ha deciso di cancellare ogni contratto di lavoro per i dipendenti pubblici, spiegando ai cittadini che così non aumenterà le tasse.
Già, il lavoro e i contratti. Nuovamente cancellati, dopo la parentesi Fiat, dalle prime pagine del dibattito politico e sociale e dalle grandi manifestazioni.
E questo per la semplice ragione che coloro che quelle manifestazioni promuovono, scelgono di non parlare di lavoro e di economia perché, se lo facessero, si dividerebbero tra chi è a favore e chi contro Marchionne, fra chi sta con la flessibilità contrattuale e chi invece difende il contratto nazionale, chi vuole le privatizzazioni e chi vuole rilanciare lo stato sociale. La manifestazione del 12 scorso in difesa della Costituzione ha visto così una sentita partecipazione nel nome della difesa della scuola pubblica, anche da parte di chi ha tranquillamente votato, a destra e a sinistra, i finanziamenti alla scuola privata.
Dal nucleare all’acqua, dalla precarietà ai contratti di lavoro, dalle privatizzazioni alla scuola pubblica, non c’è un solo tema su quale si possa dire  che chi si oppone a Berlusconi oggi è in grado di presentare un’alternativa coerente e comune. E allora si riproduce la fotografia politica del Risorgimento. Entusiasmo nelle piazze e moderatismo e autocensura sui palchi, tranne gli artisti che, si sa, hanno qualche libertà in più. Si chiama il popolo a manifestare in difesa della Costituzione, ma gli si chiede di non portare bandiere di partito, di quei partiti che la Costituzione repubblicana, a differenza dello statuto sabaudo, considera parte integrante dell’edificio della democrazia. Non si ricorda che la bandiera rossa è parte viva della storia del nostro paese, come il tricolore. Si contrappone all’indistinto reazionario di Berlusconi un indistinto liberale, dimenticando che dietro l’ideologia berlusconiana sta un blocco di potere definito composto dalla Confindustria, dalla Lega Nord, dai poteri economici forti, dal Pdl, ma anche dai sindacati confederali Cisl e Uil. Berlusconi non piacerà a molti di costoro, ma, tutto sommato, continua a tenerli assieme con reciproche convenienze. All’opposizione si pensa invece che basti cambiare un uomo perché l’Italia riprenda a progredire, al punto di offrire alla Lega l’approvazione di quel federalismo distruttivo dell’Italia, se abbandonerà l’uomo di Arcore.
Insomma, si ripropone una critica liberale del sistema di potere berlusconiano che se può servire a tenere insieme tutti, da Fini a Vendola, nelle manifestazioni, non produce però alcun risultato in termini di consapevolezza, critica e avanzamento reale. 

Non c’è nulla da obiettare al fatto che ci sia un’opposizione liberale a Berlusconi. Ben venga. Ciò che non è accettabile è che ad essa sia ridotta tutta l’opposizione e che, come nel Risorgimento, chi vuole un cambiamento sociale e democratico profondo debba nascondersi o rinunciare a se stesso.  Forse sta proprio qui l’attualità della lezione risorgimentale che, paradossalmente, stiamo riproducendo nelle nostre piazze ove andiamo a manifestare contro Berlusconi sperando in cambiamenti profondi mentre chi ci guida, come nel Gattopardo, vuole che cambi tutto perché non cambi proprio niente.
 

Lo Stato stupra: Fermiamoli!

da  Assemblea Contro la Repressione .


 L’incontro trasversale del 15 Marzo fra compagni,compagne, soggetti critici di diverse aree, è stato il trampolino di lancio per una campagna di mobilitazione collettiva contro gli abusi perpetrati dalle Forze dell’Ordine nelle nostre strade, nei nostri quartieri, ai danni delle donne, degli uomini, dei figli del popolo. Dopo lo stupro di una giovane donna avvenuto il 23 Febbraio da parte di alcuni carabinieri all’interno della caserma del Quadraro, a Roma, non ci accontentiamo delle frottole sulle “mele marce”! Le vicende Cucchi, Aldrovandi, Bianzino, Sandri, Lonzi ecc. e innumerevoli casi di cui neppure si sa nulla, parlano chiaro. Di fronte a fatti come quelli della caserma del Quadraro non siamo di fronte a poche “mele marce” come si è affrettato a dire il fascista Alemanno.

Nelle forze dell’ordine gli abusi, le violenze gratuite e le brutalità sono una prassi diffusa quanto impunita, tollerata e protetta. Per questo chiediamo che vengano resi pubblici i nomi degli stupratori, per questo esigiamo che nulla resti impunito: chi ha sbagliato deve pagare!

Le istituzioni tutte, il Comune, i Municipi, le stesse forze dell’ordine e i sindacati di polizia devono attivarsi per fare piazza pulita degli aguzzini in divisa. Il silenzio e l’inerzia di fronte a simili fatti equivalgono a connivenza e protezione per gli stupratori in divisa.

Questo nostro appello, per l’appunto, nasce dalla volontà di “accendere i riflettori” dentro le Caserme e le Questure del nostro Paese dove spesso vengono commessi abusi ed ingiustizie. Vogliamo che finisca definitivamente l’impunità che copre le Forze dell’Ordine e che non avvengano mai più quegli  insabbiamenti giudiziari  che non fanno altro che tutelare dei veri e propri criminali solo perché indossano una divisa. Saremo sempre dalla parte del popolo, dei lavoratori, degli esclusi di una società sempre più ipocrita e repressa, in cui, con la scusa dell’ “Ordine  Pubblico” e della “Sicurezza”, i lacchè  dello Stato compiono quotidianamente violenze fisiche che ci portano indietro con la mente, al ventennio fascista.
Solo denunciando pubblicamente questi assurdi avvenimenti, solo usando la strategia della controinformazione, solo con la lotta e la mobilitazione popolare possiamo fare in modo che certe ingiustizie non avvengano più. Facciamogli sentire il fiato sul collo, liberiamo le nostre città.

FACCIAMO FRONTE COMUNE CONTRO LA REPRESSIONE!

AD UN MESE ESATTO DALLO STUPRO
MERCOLEDI 23 MARZO ORE 19
METRO “A” PORTA FURBA (QUADRARO)
FIACCOLATA CONTRO GLI ABUSI:
LO STATO STUPRA,
(CHI SARA’ IL PROSSIMO?)
FERMIAMOLI!!!

venerdì 18 marzo 2011

LA TRAGEDIA GIAPPONESE E LA QUESTIONE ATOMICA

di Adriano Lotito



Senza sembrare eccessivamente cinici si può dire che le tragedie a volte sono tristemente necessarie per risvegliare un qualche spirito critico e per farci cambiare rotta. Se la crisi economica è riuscita a mostrare a milioni di lavoratori il vero volto del sistema capitalistico, fatto di miseria, guerra e povertà, così il cataclisma sismico che si è abbattuto sul Giappone in questi giorni e che ha innescato nuovamente l’incubo nucleare è servito a rianimare la discussione sulla convenienza di un certo tipo di energia, discussione fondamentale per le nostre prospettive di sviluppo.

Fukushima: una tragedia annunciata
In merito alla situazione dell’impianto nucleare di Fukushima, colpito da uno dei più potenti terremoti che siano mai stati registrati, è ancora presto tracciare previsioni di sviluppo in quanto i quattro reattori sono ancora esposti a rischi gravissimi. Il surriscaldamento dovuto alla scossa sismica rischia, infatti, di causare la rottura delle barre di combustibile nucleare e conseguentemente la fusione del nocciolo. In queste ore nonostante i soccorsi via terra e via aerea il livello di radioattività è in costante aumento e le radiazioni sono già arrivate nel cielo della capitale, Tokio. Davanti a noi, un Paese intero sull’orlo del baratro mentre si sta organizzando l’evacuazione di decine di migliaia di persone. Aldilà delle ridicole affermazioni di certa intellighenzia e dello stesso imperatore del Giappone che esorcizzano le loro effettive colpe appaltando la causa di tutto ciò alla forza della natura o ad una punizione divina (sic!) noi sappiamo bene che le responsabilità di quanto sta avvenendo sono da ricercare nell’affarismo e negli interessi privati che sacrificano sull’inviolabile altare della produttività economica (ovvero della ricerca dei profitti) milioni di lavoratori e incolpevoli cittadini. L’Agenzia Internazionale per l’energia atomica (Aiea) aveva più volte espresso dubbi sulla sicurezza delle centrali nucleare in un territorio a rischio sismico (come emerge dalle fonti di Wikileaks) ma ovviamente interrompere la produzione di energia avrebbe provocato una perdita di profitto e quindi il tutto è passato sotto silenzio. Un copione già visto e rivisto insomma.

Il dibattito in Italia: chi sta dietro ai “nuclearisti”
La tragedia giapponese ha messo sull’attenti tutto l’Occidente alimentando la discussione in merito all’opportunità o meno dell’utilizzazione civile dell’energia nucleare. Per quanto riguarda il caso italiano, l’energia nucleare è stata già respinta dal popolo in occasione del referendum del 1987 all’indomani del disastro di Chernobyl. Ma naturalmente l’unica effettiva espressione del potere popolare viene subito messa a tacere se ci sono interessi un tantino più grossi. Così ci troviamo a riparlare di nucleare mentre il governo Berlusconi senza batter ciglio riafferma la propria volontà di reinserirlo nel piano energetico nazionale. Dietro al premier tutto il gotha del capitalismo nazionale e internazionale per la produzione di strutture e infrastrutture nel campo del nucleare: la Società Gestione Impianti Nucleari (SOGIN) S.p.A. (tristemente famosa per il caso “scorie” di Scanzano Jonico), l’Ital Elettronica (specializzata nella strumentazione nucleare), la General Electric (responsabile degli impianti giapponesi) e molte altre multinazionali che aspettano con la bava alla bocca di avventarsi sul nostro territorio per rimpinguarsi le tasche già piene a spese della salute delle comunità autoctone. Oltre al rischio che sta attraversando il Giappone (e che è presente anche in Italia a causa del suo alto livello sismico), al nucleare sono legate altre questioni: anzitutto il problema dello smaltimento delle scorie radioattive che hanno un lunghissimo periodo di decadenza e non ultimo lo stesso problema di costi (di cui non si parla mai). Infatti, oltre ai costi per l’estrazione e la lavorazione dell’uranio arricchito e le spese per la costruzione degli impianti e la ristrutturazione di quelli già esistenti, è doveroso dire che la stessa energia nucleare consuma ben 72.9 megawatt orari (ben più di qualunque fonte energetica) esigendo dunque alti costi per la sua stessa produzione.

Costruire le barricate contro gli interessi privati nella produzione dell’energia
L’unica alternativa rimastaci per impedire un nefasto ritorno del nucleare e in generale per impedire che gli interessi comuni siano resi subalterni al profitto di qualche gruppo industriale è organizzare un fronte di lotta energico e determinato che non esiti a usare anche gli strumenti più radicali per far sentire la propria voce. Come modello di riferimento abbiamo i cittadini di Scanzano Jonico che nel 2003 condussero una lotta vittoriosa e oltranzista contro la collocazione di un deposito di scorie radioattive sul loro territorio. Ma anche le comunità locali di Terzigno e altri paesi della Campania che sono arrivati nei mesi scorsi allo scontro frontale contro la dislocazione sconsiderata delle discariche. A giugno si terrà un referendum contro il nucleare ma, come già si è visto, non è con il voto che si può realmente decidere il futuro: è solamente la lotta che in ultima istanza risulta determinante. Costruiamo quindi una grande mobilitazione per opporci alla nuclearizzazione del territorio italiano. Una prima scadenza importante è la manifestazione nazionale del 26 marzo a Roma sotto lo slogan , oggi più che mai vero: l’unica energia pulita è quella senza profitto.