Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

giovedì 30 giugno 2022

Perché i poteri forti vogliono che Draghi resti al comando

 Alfonso Gianni (articolo scritto per "terzo giornale" il 28 giugno 2022)



Fin dal suo inizio era chiaro che il governo Draghi non avrebbe potuto dirsi un governo tecnico. Del resto governi che in Italia si sono succeduti sotto questa dicitura, come quelli di Ciampi, di Dini e di Monti hanno finito per incidere sulle vicende politiche, sociali e istituzionali del nostro paese assai più profondamente e durevolmente di quanto non abbiano fatto gli esecutivi nati con lo stigma della politica. Chi non ricorda che fu sotto il governo Ciampi che si impose il modello della concertazione tra le parti sociali che finì il sindacato minandone la potestà salariale, concausa del fatto che mentre altrove le retribuzioni sono salite, nel nostro paese hanno perso in trent’anni il 2,9% del loro valore? Chi può dimenticare che fu con il governo Dini che si fece una delle più importanti (contro)riforme che hanno segnato la storia sociale del paese e la vita quotidiana dei suoi cittadini, quale quella delle pensioni? Che poi il governo Monti, tramite l’opera della Fornero, ulteriormente peggiorò. Nel momento in cui con la loro stessa presenza quei governi evidenziavano la crisi della politica, diventata un tracollo con gli anni novanta, essi, forti delle forze sociali dominanti che li sostenevano, seppure a termine, esercitavano più fortemente e direttamente il potere politico di cui venivano investiti.

Con il governo Draghi si è fatto un rilevante passo in avanti nella stessa direzione. Con Draghi si realizza una compenetrazione tra governance europea e governo nazionale in modo molto più forte ed evidente che non nel passato. Si può ben dire che Draghi non sia stato il “pilota automatico” messo in azione per l’ignavia e l’incapacità dei ceti politici e sociali dominanti del nostro paese. Draghi è piuttosto l’ingegnere costruttore di un determinato meccanismo/sistema che tende a superare le forme classiche della democrazia, così come la abbiamo conosciuta pur con tutti i suoi difetti.

Il percorso di costruzione dell’Unione europea è stato contrassegnato dalle teorie funzionalistiche e dei piccoli passi, dall’economia alla politica, di Jean Monnet e David Mitrany. La crisi della democrazia classica, come l’abbiamo vista svilupparsi nelle società europee a capitalismo maturo, ha subito una forte accelerazione con la fine dei cosiddetti trenta anni gloriosi del capitalismo, per l’incapacità e non volontà di rispondere positivamente alle domande e ai bisogni più complessi delle popolazioni sviluppatisi a seguito della stessa lotta di classe di cui il welfare state era stato ad un tempo l’esito e il pompiere.

Come ha osservato Danilo Zolo è stato Niklas Luhmann ad interpretare nel modo più coerente e raffinato gli interessi di classe tardo-borghesi. Negli anni Ottanta, in particolare, Luhmann “appare allora come una sorta di mandarino tecnocratico, fautore di un modello di democrazia manageriale acriticamente dedotto dalla cultura nordamericana: nient’-altro che un trait d’union ideologico fra il capitalismo statunitense e il capitalismo tedesco.” Per Luhmann, ci dice Zolo che al suo pensiero dedicò importanti studi “la politica non è più l’espressione generale della vita sociale: è un ‘sottosistema’ autonomizzato, differenziato e specificato funzionalmente” e “il risultato complessivo dal punto di vista funzionale è l’esclusione dal processo politico della conflittualità sociale radicale … e l’assorbimento delle ‘proteste del pubblico’ attraverso canali di amalgamazione degli interessi non antagonistici o una loro deviazione in ambiti di irrilevanza politica” (Niklas Luhmann, Potere e complessità sociale, con un saggio introduttivo di Danilo Zolo, il Saggiatore, Milano 1979).

Se poi si guarda alla biografia politica di Draghi si può valutare ancora meglio quale sia stato il suo apporto specifico alla costruzione di questo sistema. Qui abbiamo l’ingegnere costruttore, non solo il suo robot. Mario Draghi ha interpretato diverse fasi della edificazione di questa Europa, qualunque fosse stato in quel preciso momento il suo ruolo pubblico. Quelle fasi sono almeno quattro e tutte decisive, di cui è possibile seguire una successione cronologica, salvo parziali sovrapposizioni temporali.

L’epoca delle grandi privatizzazioni, quelle decise a bordo del Britannia, per cui il nostro paese divenne il secondo dopo l’Inghilterra thatcheriana per volume nel valore delle dismissioni dei beni dello Stato, accompagnate dal fanatismo rigorista che finirà per partorire l’assurdo Fiscal compact e l’accanimento brutale nei confronti della Grecia. La famosa lettera firmata assieme a Trichet e inviata al governo italiano del 5 agosto del 2011 che tracciò un percorso di lacrime e sangue puntualmente eseguito dai governi che seguirono. Il lancio, seppure tardivo rispetto ad altre parti del mondo, della politica monetaria espansiva, con il Quantitative Easing. Per arrivare all’intervento sul Financial Times del 25 marzo dello scorso anno, nel quale il debito (quello «buono», non per fini assistenzialistici o per tenere in vita imprese zombie, preciserà altrove) smetteva di essere un tabù e allo stesso tempo si denunciavano i limiti di una politica monetaria espansiva non accompagnata da modifiche strutturali.

Svolgendo la pellicola si ha la visione precisa del costruirsi di una politica, quella del tempo della lotta di classe dopo la lotta di classe – avrebbe detto Luciano Gallino – agìta dal punto di vista dei vincitori. Con Draghi quindi non assistiamo alla morte di tutte le politiche. Ma al funerale di quella di cui sopravviveva solo un ingannevole crisalide, una volta che la rappresentanza politica di una delle parti del conflitto sociale era stata – o si era – cancellata.

Le modalità di formazione del suo governo hanno presentato non poche anomalie, anche sotto il profilo costituzionale. Lo si può anche definire un governo del Presidente nei limiti in cui questa definizione ha senso in un sistema che ancora mantiene la forma del governo parlamentare.

Senza indulgere a disutili dietrologie, l’insolito attivismo del Capo dello Stato ne ha certamente determinato l’atto di nascita, nel vuoto umiliante di iniziativa delle forze politico-parlamentari. Se si guarda dal buco della serratura dell’oscillazione dello spread non si sono verificati allora crolli drammatici come in un più lontano passato. Ma questo dimostra solo la compenetrazione della nostra economia nel quadro internazionale e le attese legate all’innovativo intervento europeo. Senza risolvere il problema della diminuzione dell’occupazione, con giovani e donne le prime vittime, o lo sprofondare del nostro mezzogiorno. Gli attuali ritardi del Recovery Plan, malgrado le ripetute assicurazioni di Draghi sul compimento delle cosiddette riforme, non sono temporali, quanto culturali.

Una classe dirigente convertita al mito dell’austerità e del rigore, naturalmente applicati non a sé (si pensi all’isterica reazione a fronte di una timida proposta di patrimoniale) ma ai più deboli, ovvero alla stragrande maggioranza della popolazione, con difficoltà può essere rieducata alla capacità di spesa. Chi ha negato in ragione di principio la possibilità dell’intervento pubblico diretto a impostare un nuovo tipo di sviluppo economico, trova incompatibile l’idea stessa di programmazione. Né certamente Draghi ha aiutato a superare questa negativa eredità.

La Ue si aspetta che l’attuale governo dia piena implementazione al Piano di ripresa e resilienza, lungo un percorso temporale che travalica la fine dell’attuale legislatura. Anche la Ue mette in discussione il proprio futuro. Se il Recovery non dovesse avere successo in Italia, la terza forza economica della Ue, il terzo contributore del bilancio europeo, il fallimento si ripercuoterebbe sull’Europa nel suo complesso. Allo stesso modo la Nato e gli Usa si attendono dal governo italiano un di più di filoatlantismo, già abbondante nella storia italiana del dopoguerra. Per questo ci è toccato sentire che il governo non può farsi commissariare dal Parlamento in tema di invio delle armi all’Ucraina. Un capovolgimento dei rapporti fra esecutivo e legislativo. Non v’è da stupirsi quindi se in ambito nazionale e internazionali le classi dirigenti e i ceti politici dominanti si augurino che Draghi permanga Presidente del consiglio anche oltre il 2023. Nulla verrà lasciato intentato per garantirlo. Anche la recente rottura del M5stelle può essere letta in questa luce.


lunedì 20 giugno 2022

Pilota automatico in salsa francese

 Luciano Granieri



Le elezioni per il Parlamento francese hanno sancito che Macron non ha la maggioranza all’ Assemblèe Nationale. Non solo, a seguito delle regole interne, che prevedono le dimissioni dei ministri bocciati dalle urne, dovranno dimettersi la ministra della salute Brigitte Bourgignon, Amelie de Montchalin ,  capo del dicastero della transizione ecologica,  e la sottosegretaria con delega per il mare Justine Benin. E’ a rischio anche la presidente del consiglio, Elisabeth Borne, per la quale l’opposizione, oggi maggioritaria, chiederà le dimissioni. 

C’è da dire che l’indubbia vittoria di Nupes, la coalizione delle sinistra, composta dal blocco di Le France Insoumise, blocco ecologista, Partito Comunista Francese e Socialisti,  guidata da Jean-Luc Melenchon, pur eclatante politicamente, numericamente (135 seggi) non consente a quest’ultimo di aspirare alla carica della Borne. Inaspettato anche il risultato della destra di Marine Le Pen che passa da 9 ad 89 seggi, conquistando ben 80 parlamentari. 

Il fatto comunque incontrovertibile è che i 289 seggi necessari a Macron per governare in tranquillità non ci sono. Il gruppo del presidente  En Marche  arriva a 245. Le possibilità per esercitare il potere sono due: Macron potrebbe costruire un’alleanza consolidata con la destra gollista dei Repubblicains (64 deputati). Ma questi hanno già fatto sapere di voler restare all’opposizione. Oppure cercare maggioranze variabili su ogni singolo provvedimento, cedendo di fatto il potere assoluto al Parlamento che, attraverso i deputati di Nupes, potrebbe chiedere, ad esempio,  la nazionalizzazione delle banche e delle compagnie energetiche, salario minimo a 1500 euro,  riduzione del tempo di lavoro annuale, abbassamento dell’età pensionabile e tutto quel pacchetto di misure sociali cardine del  programma della coalizione di Melenchon. 

 Senza considerare addirittura il pericolo delle dimissioni per Macron, qualora le opposizioni facessero ricorso allo strumento parlamentare, mai usato fino ad ora, della “mozione di censura” contro il governo. Atto che se ottenesse la maggioranza in Parlamento costringerebbe l’attuale presidente a dimettersi. Un quadro complicato, indigesto alla inossidabile dittatura liberista che governa l’Europa. Una situazione  che la prima ministra Elisabeth Borne definisce: “... inedita, un rischio per il Paese”.

 Mi sentirei di tranquillizzare la prima ministra perché quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare, leggi BCE. Sarà proprio l’altra super donna francese, la presidente della Banca Centrale Europea,  Christine Lagarde a risolvere la situazione. 

Ve lo ricordate il pilota automatico di Draghi? Nulla vieta di applicarlo alla Francia, anche se un ha debito pubblico più basso rispetto all’Italia. Per altro le ultime misure monetarie messe in campo da Francoforte hanno perfezionato l’automatismo rendendolo più sofisticato ed efficiente. 

 Come è noto la Bce, allo  scopo di raffreddare l’inflazione, ha deciso di aumentare il costo del denaro dello 0,50% entro settembre, e non acquistare debito pubblico, aggiuntivo, degli Stati membri. Fine del bazooka draghiano. Su questo secondo aspetto è importante soffermarsi perché è qui che si inserisce il pilota automatico. 

Attualmente la BCE possiede circa 4.500 miliardi di debito pubblico dei Paesi dell’area euro (727  sono italiani). E’ volontà della Lagarde non diminuire questo patrimonio, ma neanche aumentarlo, lasciarlo cioè costante. Ma potrà cambiarne la composizione. Infatti  è prevista la possibilità di acquistare nuovo  debito pubblico di un paese membro ma solo con i capitali derivati dalla dismissione del debito pubblico di un altro paese membro

Ecco un esempio di come si potrebbe attivare il pilota automatico. Ad un certo punto la a BCE decide acquistare 500 miliardi di nuovi titoli tedeschi, e lo fa, secondo le nuove regole, usando i soldi ricavati dal disinvestimento di 500 miliardi di titoli francesi non rinnovati. Questi ultimi finirebbero in pasto agli squali della speculazione finanziaria, provocando l’improvviso ed incontrollato innalzamento del debito pubblico, la conseguente instabilità economica, politica e sociale dello Stato francese. Ed è esattamente questo che accadrebbe se ai francesi venisse in mente, per rispettare la volontà delle urne, di pianificare una qualsiasi forma di  politiche sociali. 

Dunque Macron può stare tranquillo, i propositi eco- social-comunisti di Melenchon e le velleità di fare il ministro dell’economia di Marine Le Pen, andranno a farsi benedire. Con il ravveduto appoggio, in nome della responsabilità nazionale, di alcune forze che stanno oggi  all’opposizione,  a cominciare dagli ex gollisti Repubblicains - quelli che portarono all’Eliseo Sarkozy -  il centrista Macron potrà continuare tranquillamente il suo programma liberista.  Così come preteso da una classe dirigente famelica che, usando la politica a  difesa della propria eletta casta, ha in odio qualsiasi rivendicazione di  giustizia sociale,  anche se questa non arriva da una qualche mobilitazione,  ma è il volere espresso da un popolo attraverso democratiche elezioni. 

Non c'è dubbio si deve fare ciò che chiede l’Europa e l’Europa, checchè se ne dica, tutto vuole tranne che democrazia.

martedì 14 giugno 2022

Aiutateci a non morire catto-fascisti-pidduisti.

 Luciano Granieri




Il risultato elettorale per le comunali di Frosinone ha confermato l’inossidabile certezza che il capoluogo è una città catto-fascista, anzi, non più tanto catto, solo fascista. E’ una città la cui cultura politica è figlia della secolare tradizione clientelare andreottiano-pidduista-gelliana.

L’”à Frà che te serve”, storica battuta attribuita a Giulio Andreotti rivolta a Franco Evangelista, deputato alatrese, democristiano di lungo corso, governatore occulto, ma neanche tanto, negli anni ‘60 e ‘70 della Ciociaria, su mandato del divino Giulio, è, con protagonisti diversi, sempre attuale. 

Non c’è dubbio, viviamo in una città conservatrice fino alle midolla. Chi non si trova a suo agio preferisce andarsene. Non è un caso che negli ultimi dieci anni gli abitanti di Frosinone siano diminuiti di 5000 unità. 

Se consideriamo che il Pd, (comunque primo partito a Frosinone) e liste collegate, festeggiano l’approdo al ballottaggio come una vittoria, pur con dieci punti percentuali in meno, si ha la misura di quanto l’obiettivo di poter scalfire un sentimento reazionario consolidato, anche e soprattutto nei quartieri più popolari -area che dovrebbe costituire blocco sociale dei progressisti  - sia stato considerato difficile se non impossibile. 

E ancora, per riuscire ad arrivare al ballottaggio, il campo largo, costruito da De Angelis a favore di Marzi, ha dovuto arruolare ex pretoriani di Ottaviani: Andrea Turriziani, Caparrelli, Mandarelli, Gagliardi ed altri, il cui apporto dai banchi dell’opposizione, qualora dovesse vincere Mastrangeli, sarà tutto da decifrare e decodificare, soprattutto sui risvolti sociali. 

Certo fa impressione vedere come a guidare la coalizione di destra sia la lista personale  di Ottaviani, l’ex sindaco, ma neanche tanto, il podestà, lo zar   - come viene apostrofato dalla stampa “tappetino”, e la seconda sia quella dei fascisti di Fratelli d’Italia…..fascisti certo, perché checchè ne dica la Meloni un partito che continua ad esibire nel suo marchio la fiamma mussoliniana è fascista! E la colpa è delle istituzioni che ammettono alle consultazioni elettorali una formazione con la fiamma tricolore sul simbolo, in barba ai dettami della costituzione. 

Del resto le dichiarazioni post-voto, rilasciate dal candidato a sindaco (pardon sindaco uscente) Ottaviani all’inviato di Tele Universo, non lasciano dubbi sul giudizio che costui ha dell’esercizio democratico. Alla domanda del giornalista che chiedeva un commento sul risultato elettorale, Ottaviani rispondeva dichiarandosi soddisfatto, rammaricandosi però, che il ricorso al ballottaggio porterà ad ulteriori spese per la città, spese che si potevano evitare qualora Mastrangeli ce l’avesse fatta al primo turno. Infatti, dico io, che le facciamo a fare le elezioni? Sono un inutile spreco di denaro, torniamo al podestà, si eviterebbe anche la fatica di trovare un facente funzioni di quel sindaco uscente che per la regola del doppio mandato non si può candidare. 

Ora per lenire la cappa antisociale di due consiliature così  reazionarie qualcuno al ballottaggio potrebbe anche votare Marzi, forse sarebbe pure  preferibile la sua vittoria al secondo turno. Ma anche in questo caso parliamo di una persona, per quanto stimata e circondata da una squadra di giovani, sempre e comunque compresa nella vecchia guardia, attore di un gioco delle alternanze stantio, dove certi interessi consolidati non verranno mai minimamente intaccati. 

Allora bisognerebbe pensare ad un qualcosa di veramente diverso. Un progetto che punti ad intaccare e poi rimuovere quella spessa placca di fascismo clientelismo che avvolge e soffoca la cittadinanza frusinate, spesso inconsapevole. Un progetto che sia prima culturale che politico,  teso a coinvolgere forze giovani che pure ci sono (anch’io dovrei farmi da parte).

 Ricominciare da capo nel diffondere i valori fondanti della nostra comunità: l’antifascismo, la partecipazione, promuovere il “mi interessa” in luogo del “me ne frego” favorire aggregazioni di ragazze e ragazzi, attorno a proposte culturali stimolanti  da cui poi costruire una coscienza politica e non lobbistica. Ci vuole tempo e pazienza, forse io stesso neanche riuscirò a vederlo questo nuovo sol dell’avvenire, ma bisogna cominciare da ora e continuare per gli anni a venire in modo costante. Attivarsi sempre, non solo in vista delle elezioni. Aiutatemi, aiutateci a non morire Marziani, o peggio Ottavianei.

lunedì 13 giugno 2022

Come si combatte l’inflazione?

 Luciano Granieri



L’Istat ci dice che, secondo stime preliminari, nel mese di maggio 2022 l’inflazione è al 6,9%. L’inflazione programmata, al netto del prezzo dei prodotti energetici, è al  3,7%. Quindi se si rinnovassero i contratti di lavoro, basati sull'indice di inflazione programmata, la perdita del potere d’acquisto dei lavoratori sarebbe del 3,2% .

 Un salasso causa di vizi strutturali che ci portiamo dietro da anni. Rimandano  al tempo della  decisione di abolire la scala mobile, con lo storico protocollo siglato il 31 luglio del 1992, fra il governo Amato (già proprio quell’Amato che, da presidente della Corte Costituzionale, ha bocciato i referendum sull’eutanasia legale, cannabis, e concesso il via libera agli inutili ed ideologici referendum sulla giustizia naufragati nella nullità del quorum), e le parti sociali: confindustria , con i maggiori sindacati  CGIL CISL e UIL  i quali si lamentano oggi, che i salari sono troppo bassi non consentendo a chi lavora di campare dignitosamente. Non potevano pensarci prima? Nel lontano 1992?. Comunque le chiacchiere stanno a zero. I contratti non si rinnovano, il lavoro precario ed il part-time involontario dilagano, per cui la perdita del potere d’acquisto, se ancora questo potere esiste per qualcuno, è di fatto pari all’intera inflazione: 6,9% . 

L’Istat rileva anche che l’aumento dei prodotti energetici è passato dal 39,5% di aprile al 42,2% di maggio. Colpa della guerra. Non proprio, anzi proprio no. Il prezzo con cui il gas viene scambiato in Europa fa riferimento ad un mercato virtuale, il Title Transfer Facility, (TTF) con base in Olanda. Tale fantomatico TTF, come il NYMEX (New York Mercantile Exchange) l’ICE (Intercontinental Exchange) fa capo a banche d’investimento operanti presso le principali borse mondiali in cui il gas viene venduto tenendo conto delle aspettative sui profitti dovuti alla speculazione, o sulla semplice scommessa relativa all’andamento del prezzo. 

Per fare un esempio il gas doganale, cioè quello valorizzato semplicemente dai costi di produzione e vendita da parte delle compagnie, ad inizio anno, quindi prima che la guerra iniziasse, costava 38 euro per MWh, dopo il passaggio presso le borse TTF il suo valore  di scambio passava a 70 euro per MWh, quasi il doppio. Che c’entra la guerra?

 Proposta: possiamo fare in modo che i prezzi dei prodotti energetici, vengano decisi fra i produttori e gli utenti senza passare dalla borsa? Si realizzerebbe un bel risparmio, per il gas 32 euro per MWh, ovvero il 45% in meno. Un indice che da solo potrebbe raffreddare significativamente l’inflazione. Ma guai toccare i profitti della speculazione finanziaria. E poi gli ideologici saremmo noi! Che ci azzardiamo a condannare lo svuotamento dei redditi da lavoro verso il profitto di pochi!!!

 Tornando al lavoro, sarebbe facile proporre l’aumento dei salari per adeguarli al carovita. Facile per noi ideologici. Ma guai ad intaccare l’indice di profitto. E’ una bestemmia costringere qualche magnate a comprarsi uno yacht meno mastodontico, per salvare dalla povertà un po’ di famiglie con bambini al seguito! 

Pare che la UE, colta da un inaspettato trasporto verso i suoi cittadini più deboli, si sia convinta ad imporre il salario minimo agli Stati Membri. Analizzando il provvedimento si tratta di una svolta di facciata fortemente populista. Infatti, in base al testo, si consiglia, ribadisco, si consiglia agli Stati membri,  che già hanno il salario minimo di adeguarlo, al costo della vita…...se lo vogliono, e con tutta comodità, almeno ogni quattro anni. Si consiglia invece agli Stati che non hanno il salario minimo garantito, di aumentare la contrattazione collettiva, ambito in cui deve definirsi questa misura sociale, alla copertura minima del 70% dei lavoratori. 

 Udite udite!!!!L ’Italia non rientra in nessun caso di specie: non ha da adeguare il salario minimo, perché questo non esiste,  e non deve adeguare la percentuale dei lavoratori coperti dalla contrattazione collettiva perché l’obbiettivo è già stato raggiunto essendo all’80%. Ma come abbiamo visto la contrattazione collettiva già dal 1992 ha prodotto i suoi danni presso i lavoratori,  con l’abolizione della scala mobile e ha continuato imperterrita a produrre sfaceli (ricordate il referendum scritto male dalla CGIL per abolire il Jobs Act?). 

E allora? Quando il gioco di fa duro i duri iniziano a giocare. Ci pensa l’Europa, ma non Bruxelles, bensì Francoforte, ossia chi comanda veramente, la Bce. Dal prossimo primo luglio l’istituto bancario europeo, guidato da Christine Lagarde, sospenderà l’acquisto dei titoli di Stato dei Paesi membri, lasciandoli in balia del mercato. Si avrà  un primo rialzo dei tassi d’interesse dello 0,25% al 21 luglio, seguito da un successivo incremento dello 0,50% per settembre. In pratica è la sconfessione aperta del wharever it takes di draghiana memoria.

Il ragionamento è il seguente: se il denaro non verrà elargito gratuitamente come è oggi, ma comincerà ad avere un costo, ci sarà una diminuzione della liquidità disponibile dal lato della domanda, quindi l’offerta per far fronte al calo di richieste causate  da una  liquidità più contenuta, dovrà abbassare i prezzi. Tutto giusto. Certo qualche usuraio comincerà a strillare perché non potrà più prestare denaro pagato zero a strozzo. Ma costoro qualche via speculativa per aumentare i loro profitti la troveranno sempre.

 Il problema riguarda una nazione, come l’Italia, dal debito pubblico elevatissimo, 147,9% rispetto al Pil, nel 2022. L’aumento del costo del denaro, ed in particolare la cessione del debito nazionale al furore dei mercati, porterà inevitabilmente ad un innalzamento ulteriore del costo di indebitamento e dello spread, già oggi è al 242% ad aprile era al 175%. Si  sa che tutto ciò è inviso al programma di moderazione fiscale , imposto dalla UE. Ricordiamo che dal 2023 verrà ripristinato il patto di stabilità sospeso per la pandemia . E che lo stesso per gli enti locali non è stato mai abrogato. Per cui si dovrà tendere a raggiungere il pareggio di bilancio contrastando un aumento del debito molto più elevato del previsto, tagliando in modo ancora più sanguinoso quel poco di servizi pubblici rimasti (scuola,  sanità) e privatizzando tutto ciò che c’è  rimasto da privatizzare. 

Tornando alla questione iniziale. Come si combatte l’inflazione? Semplice. Se vuoi arrivare a fine mese devi rinunciare a curarti e a far studiare i tuoi figli. Possibile che il monte profitti dei padroni debba rimanere inattaccabile anche mentre la gente muore di fame? 

 E’ urgente e necessario un aumento delle retribuzioni  che si può realizzare solo attraverso un salario minimo garantito vero, deciso per via politica, e non per concertazione. Non c’è altra soluzione altrimenti l’ortaggio oblungo finirà sempre nelle terga dei soliti noti che, con il passare del tempo, diventano sempre più numerosi.

venerdì 10 giugno 2022

Un salario meno che minimo: una farsa europea

 Fonte: Coniare rivolta




La vicenda della direttiva europea sul salario minimo è un ottimo esempio di quello che le istituzioni europee possono fare in concreto per migliorare la vita dei lavoratori: nulla. L’esempio è istruttivo per due ragioni, una di merito ed una di metodo, strettamente intrecciate tra loro.

La ragione di metodo discende dal tortuoso percorso seguito dalla bozza di direttiva, proposta dalla Commissione europea nel 2020, poi sottoposta ad una lunga consultazione e, nella notte tra il 6 e il 7 giugno scorsi, fatta oggetto di un accordo tra i due legislatori europei, il Parlamento europeo ed il Consiglio dell’UE. Per comprendere questo lungo e (come vedremo) inconcludente percorso legislativo siamo costretti a scavare nelle fondamenta dell’Unione europea, e cioè in quei Trattati istitutivi che ne disciplinano le funzioni essenziali, i poteri e le competenze.

Il Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, al Titolo X dedicato alla Politica Sociale, menziona nell’art. 151 il “miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro” tra gli obiettivi dell’Unione. Un principio molto nobile, che trova la sua articolazione nel successivo art. 153, secondo cui l’Unione persegue tale obiettivo sostenendo e completando l’azione degli Stati membri in una serie di settori che include, al paragrafo 1, lettera b, le “condizioni di lavoro”.

In questo settore, prosegue il paragrafo 2, lettera b del medesimo articolo, i legislatori europei “possono adottare … mediante direttive, le prescrizioni minime applicabili progressivamente”. In altri termini, l’Unione europea può intervenire in tema di condizioni di lavoro con una direttiva, cioè con uno strumento normativo che vincola solamente nell’obiettivo (si parla qui di “prescrizioni minime applicabili”), lasciando libero ogni Stato membro di raggiungerlo con il percorso normativo più idoneo al proprio assetto istituzionale. Tutto lascerebbe intendere che vi sia lo spazio per fissare, come ci stanno raccontando in queste ore, un salario minimo europeo, che sarebbe un prezioso strumento di tutela del lavoro, un argine al cosiddetto lavoro povero.

Peccato che lo stesso art. 153 si concluda con il paragrafo 5, che recita testualmente: “Le disposizioni del presente articolo non si applicano alle retribuzioni, al diritto di associazione, al diritto di sciopero né al diritto di serrata.” Non si poteva essere più chiari, più espliciti, più netti di così nel definire il perimetro entro cui l’Unione europea esercita il suo potere vincolante nei confronti degli Stati membri. Nessuna ingerenza dell’Unione è prevista nella determinazione delle retribuzioni e nei più fondamentali diritti di associazione sindacale e di sciopero.

Basta dunque leggere i Trattati che disciplinano il funzionamento dell’Unione europea per capire che una direttiva in tema di salario minimo può essere solo un esercizio di stile, una roboante dichiarazione di principi sulla necessità di garantire condizioni di vita dignitose ai lavoratori europei e nulla più. Ed infatti, leggendo il comunicato stampa del Consiglio dell’UE sull’accordo raggiunto con il Parlamento europeo, apprendiamo che la direttiva si comporrà di due pilastri, uno più ridicolo dell’altro.

Il primo pilastro riguarda i Paesi membri che hanno già un salario minimo nella loro legislazione, e richiede (tenetevi forte!) che questi “realizzino uno schema procedurale per fissare ed aggiornare questo salario minimo secondo un insieme di criteri chiari.” Questo serve a capire cosa sia il nulla di cui parlavamo prima: un mero esercizio metodologico da offrire in pasto alla burocrazia europea per mostrare che la fissazione del salario minimo, lì dove è già normata, segua un qualche criterio formalmente accettabile.

Ma il nulla non finisce qui. L’adeguamento del salario minimo all’inflazione – un tema caldissimo in un frangente in cui la rincorsa dei prezzi ai costi dell’energia divora il potere d’acquisto dei salari – dovrà avvenire “al più tardi ogni quattro anni per i Paesi che individuano un meccanismo di indicizzazione automatica”, mentre per i paesi che non si doteranno dell’indicizzazione questo periodo dovrebbe essere di due anni. Anche se non si capisce a cosa farebbe riferimento questa indicizzazione (per chi ce l’ha…), non ci vuole un dottorato in economia per capire che un adeguamento completo dei salari ai prezzi calibrato su un orizzonte temporale così esteso – fino a quattro anni! – equivale ad una perdita secca. Fatichi ad arrivare alla fine del mese? Fatti coraggio, alla fine del quadriennio ci sarà un adeguamento del salario minimo all’inflazione!

Il secondo pilastro riguarda quei Paesi in cui la contrattazione collettiva copre meno dell’80% dei lavoratori, e richiede (allacciate le cinture!) che questi “definiscano un piano d’azione per la promozione della contrattazione collettiva”. Di nuovo, imperativamente, il nulla.

Su questi due pilastri, se così possiamo chiamarli, Consiglio dell’UE e Parlamento europeo stanno definendo gli ultimi dettagli della direttiva che dovrà poi essere votata da entrambe le istituzioni. A quel punto…bé, per questa rivoluzione occorrerà aspettare ancora un po’: è lo stesso comunicato stampa del Consiglio UE a confessare che “gli Stati membri avranno a disposizione due anni per trasporre la direttiva nella legislazione nazionale”. Insomma, l’Unione europea ha preso il coraggio a quattro mani e ha abbozzato una direttiva che chiede per favore agli Stati membri – ma solo a quelli che hanno già un salario minimo – di adeguare quel salario minimo all’inflazione in qualche maniera tra circa sei anni. Davvero, come dice il Partito Democratico, “un passo decisivo per la costruzione dell’Europa sociale”.

Se tutto questo non bastasse a dimostrare l’assoluta inconsistenza della proposta europea in tema di salario minimo, provate a mettervi nei panni di un lavoratore a) così sfortunato da vivere in un Paese europeo in cui non c’è alcuna normativa sul salario minimo e b) così fortunato da vivere in un Paese in cui la contrattazione collettiva copre già più dell’80% dei lavoratori. Già, stiamo parlando proprio dell’Italia, un Paese a cui non si applica nessuno dei due “pilastri” della nuova e folgorante direttiva europea. Una direttiva che non impone l’introduzione del salario minimo ai Paesi che non hanno previsto questo strumento e non impone alcun rafforzamento della contrattazione collettiva ai Paesi che hanno già un sufficiente grado di copertura. Insomma, una direttiva completamente inutile per i lavoratori italiani.

L’obiettivo è vago, non c’è alcun vincolo su modi e tempi, né meccanismi di verifica condivisi. È una misura fatta per non incidere su nulla: propone due vie per garantire un salario dignitoso, o il salario minimo o la maggiore diffusione della contrattazione collettiva, lasciando completa libertà di scelta ai Paesi. Dunque, nei paesi dove c’è già il salario minimo, non serve perché c’è già e non impone alcun miglioramento né tantomeno diffusione della contrattazione collettiva. E nei paesi dove è diffusa la contrattazione collettiva (come l’Italia), non serve perché non impone l’introduzione del salario minimo né tantomeno alcun rafforzamento dei sindacati. Insomma, il nulla.

Chiudiamo questa breve riflessione con la ragione di merito che, a nostro avviso, rende interessante tutta questa storia. Abbiamo visto che l’inutilità della direttiva europea non è un caso – magari connesso agli equilibri politici del momento – ma è radicata nell’architettura istituzionale dell’Unione europea, che impedisce alle istituzioni europee di incidere sui fattori chiave delle condizioni di lavoro, ossia su remunerazione, sindacalizzazione e scioperi.

Per capire il senso di questo assetto, il significato di questa impotenza europea in tema di salari, proviamo a volgere lo sguardo verso le materie che, al contrario, i Trattati affidano alla legislazione esclusiva dell’Unione europea, sottraendole al potere degli Stati membri e concentrandovi tutto il potere delle autorità europee: dazi, concorrenza, politica commerciale e politica monetaria. L’Unione europea si regge sulla libertà della produzione di spostarsi lì dove è più conveniente, ovvero la libertà di movimento dei capitali, e sulla libertà di continuare a vendere le proprie merci in tutti i Paesi europei, ovvero la libertà di commercio interno. Le istituzioni europee, disegnate dai Trattati, nascono in altri termini per garantire ai capitali di muoversi liberamente tra i Paesi europei alla ricerca delle condizioni più favorevoli per accrescere i profitti. Ma cosa sono, in ultima istanza, queste “condizioni più favorevoli”, se non le peggiori condizioni di lavoro – cioè proprio salari, sindacalizzazione, libertà di sciopero – che consentono alle imprese di sfruttare al meglio il lavoro e, dunque, di rendere massimi i propri profitti?

L’Unione europea nasce per tutelare i profitti di pochi, e quindi si fonda sulla necessità del capitale di mantenere bassi i salari, in modo da conservare e alimentare in Europa un habitat ideale per lo sfruttamento del lavoro. Se i lavoratori vogliono difendersi dal carovita non devono chiedersi cosa l’Unione europea possa fare per loro (lo abbiamo visto: non può fare assolutamente nulla), ma devono piuttosto chiedersi cosa possono fare loro per smantellare quell’organizzazione sociale basata sullo sfruttamento e sulle disuguaglianze.

Nel frattempo, se si vuole sostenere davvero il potere d’acquisto delle lavoratrici e dei lavoratori ed evitare che questi siano costretti a pagare l’ennesima crisi, serve una legge sul salario minimo di almeno 10 euro lordi l’ora, la cui introduzione comporterebbe – questa sì! – un aumento dello stipendio in busta paga per oltre 5 milioni di persone. Il salario minimo può essere una misura di civiltà e un argine all’aumento del costo della vita, peccato che la direttiva europea si riveli solo una misura di marketing senza conseguenze reali sulle condizioni materiali dei lavoratori.


mercoledì 8 giugno 2022

La Fiat promette una nuova “piattaforma” in Serbia. A spese degli operai di Kragujevac

 di  — 

Mentre l'Europa impone il salario minimo garantito, per assicurare una corretta  concorrenza - mica per un ragionamento di salvaguardia sociale! - La Fiat s'inventa quello che di seguito andiamo ad illustrare, tratto dal sito "altra economia"

P.S Dedicato a tutti i giornalisti del gruppo Gedi che in piena pandemia si sono indignati quando qualcuno ha osato obiettare sul prestito di 6 miliardi e trecento mila euro, concesso a  Fca, nel decreto liquiditàcon garanzia dello Stato, cioè di tutti noi

Luciano Granieri.


A fine aprile Stellantis ha annunciato una “svolta” elettrica per la fabbrica a Sud di Belgrado. I sindacati denunciano nuovi licenziamenti e proposte irricevibili, come andare a lavorare in Germania, Polonia, Slovacchia o Italia a proprie spese e senza garanzie. Il tutto dopo 10 anni di aiuti pubblici alla multinazionale. Il nostro reportage.



“Qui a Kragujevac le cose non stanno proprio come le racconta la Fiat”, dice a inizio giugno Rajko Blagojević, segretario territoriale dei metalmeccanici del sindacato serbo “Samostalni”. Dietro all’annuncio di una “nuova piattaforma elettrica” fatto a Belgrado a fine aprile 2022 dall’amministratore delegato di Stellantis, Carlos Tavares, e dal presidente della Repubblica Aleksandar Vučić, ci sarebbero infatti nuovi e pesanti licenziamenti. Con proposte alternative a quella di perdere il posto a dir poco ardite: ad esempio, spostarsi per due anni a lavorare in Germania, Polonia, Slovacchia o Italia a proprie spese e senza garanzie per il futuro.
Il tutto dopo oltre 10 anni di incentivi pubblici del governo serbo, condizioni fiscali di favore e costi del lavoro ridotti all’osso a beneficio della “FCA Srbija d.o.o. Kragujevac”, joint venture privato-pubblica che per il 67% è in mano a Stellantis (il colosso dell’automobile nato nel gennaio 2021 dalla fusione tra Fiat Chrysler Automobiles e PSA Groupe) e per il 33% all’esecutivo di Belgrado.

Incontriamo Blagojević in un bar di Kragujevac -140 chilometri a Sud della capitale-, non troppo distante dal mega stabilimento dove Fiat, annunci alla mano, avrebbe dovuto produrre dal 2012 300mila esemplari della 500L ogni anno, garantendo 30mila nuovi posti di lavoro, indotto incluso.

Le cose non sono andate però come promesso. Nel 2015, stando ai bilanci della stessa FCA, le 500L uscite da Kragujevac furono meno della metà, 91.769. Nel 2018 appena 56.303. Nel 2020 (ultimo anno disponibile) addirittura 23.272, neanche il 10% del target iniziale, tanto che quell’anno la società serba ha fatto registrare una perdita a bilancio di oltre 20,1 milioni di euro (2,3 miliardi di dinari serbi). Identico trend per i lavoratori: 3.200 nel 2016, 2.400 a fine 2019, oggi 2.016. “La fabbrica ora è praticamente ferma -dice il sindacalista-. Nel 2021 i giorni lavorativi sono stati 60 e i lavoratori hanno percepito il 65% dello stipendio (340 euro circa al mese in media, ndr)”. I giorni di sciopero lo scorso anno sono stati 12.

Il futuro non fa ben sperare, osserva il rappresentante del Samostalni (che in italiano significa “Indipendente”). Sarebbero infatti in corso trattative con il governo per “capire che cosa fare con 1.500 operai che la Fiat sostiene di non volere più”, continua Blagojević. A 500 sarebbe già stata comunicata l’interruzione del contratto, con una liquidazione complessiva pari a 2.500 euro (anche se la cifra esatta di questo “programma sociale” è ancora “incerta”), mentre per gli altri 1.000 si starebbe “cercando una soluzione”.

Il racconto di Blagojević stride molto con la versione pubblica di Stellantis. Contattata da Altreconomia l’azienda si è limitata a ribadire l’annuncio di Tavares e cioè che “installerà una nuova piattaforma elettrica a Kragujevac per produrre veicoli compatti a partire dalla metà del 2024”, riaffermando che “la Serbia e il suo stabilimento di Kragujevac svolgeranno un ruolo chiave nel piano strategico Dare Forward 2030 dell’azienda”.

Ma i 1.500 posti di lavoro tagliati o a rischio su 2.000? “Poiché lo stabilimento vedrà già nel corso del 2022 l’avvio delle attività per la realizzazione della nuova linea di produzione per la nuova piattaforma che sarà lanciata nel 2024, stiamo costruendo un ecosistema industriale flessibile e agile che vedrà una necessaria fase di transizione compresa la riqualificazione del personale”, è la tesi di Stellantis -che si è rifiutata di incontrarci e di rilasciare interviste approfondite nel merito-.

La circostanza riferita dal sindacato per la quale l’azienda abbia intenzione di “interrompere completamente la produzione dello stabilimento di Kragujevac inviando i lavoratori a lavorare all’estero e licenziando i lavoratori”, sempre secondo Stellantis, “non corrisponde al vero”. Al contrario la produzione della Fiat 500L “verrà sospesa per consentire l’ammodernamento delle linee produttive e ai lavoratori verrà offerta un’opportunità di lavoro all’estero (Europa) negli stabilimenti di Stellantis che già sono partiti sul fronte dell’elettrificazione”.

Quella che la multinazionale definisce “opportunità di lavoro” o “reskilling on the job” è riassunta in una tabella che sarebbe stata distribuita a maggio ai lavoratori in fabbrica con l’invito di far sapere presto le proprie intenzioni. Rajko ne mostra una copia. Le ipotesi per il trasferimento biennale sono quattro: Slovacchia (800 euro di salario netto), Polonia (850 euro), Italia (1.400 euro), Germania (1.900 euro). Nota numero uno: “L’alloggio è a carico dei dipendenti”.


“Com’è possibile proporre una cosa del genere a persone che hanno una famiglia?”, si domanda Blagojević, sottolineando come i lavoratori siano uniti nella protesta. “Abbiamo già manifestato tre volte dalla fine di aprile, andremo avanti”. L’obiettivo è far pressione sul governo di Belgrado che si sarebbe impegnato a investire sulla nuova “piattaforma” di Stellantis a Kragujevac 48 milioni di euro.

Accanto a Blagojević siede Rajka Veljovic, ex dipendente della Zastava, la fabbrica che produceva armi automobili e armi a Kragujevac, bombardata dalla Nato nella primavera del 1999. Da anni svolge un preziosissimo ruolo di “ponte” tra il sindacato e le associazioni di volontariato che promuovono progetti umanitari in Serbia (come “Mir Sada” di Lecco o “Non bombe ma solo caramelle Onlus” di Trieste). Mentre ascolta il racconto del sindacalista, Veljovic scuote ripetutamente la testa. “Di che cosa ci meravigliamo? Fin dal principio avevamo capito che con la Fiat nulla sarebbe stato normale”. Ripensa alla consegna dell’area produttiva di 370mila metri quadrati a Fiat da parte del governo senza oneri (all’epoca il presidente era Boris Tadic) o all’indicazione della stessa come “zona franca”, o ancora ai contributi economici per ogni operaio assunto (“9mila euro”, afferma). “Ricordo ancora gli striscioni ‘Benvenuti a casa’ affissi in giro per la città”. Oggi resta ben poco. Dalla facciata dello stabilimento è sparita anche la grande 500L che era formata da tanti piccoli operai. È rimasto solo lo slogan “Mi smo ono što stvaramo”, cioè “Siamo quello che produciamo”. Blagojević prende la penna e riscrive lo slogan cancellando due lettere dell’ultima parola. Diventa “Mi smo ono što varamo”: “Vuol dire ‘Siamo quelli che imbrogliamo’”.






lunedì 6 giugno 2022

Cinque referendum per ingabbiare la giustizia

 Comitati territoriali per la Difesa della Costituzione





Il buon funzionamento di una Democrazia come la nostra si basa sul bilanciamento fra i Poteri Legislativo, Esecutivo e Giudiziario, ognuno dei quali fa da contrappeso agli altri e ne limita i possibili eccessi. 

Il 12 giugno saremo chiamati al voto per 5 referendum abrogativi che riguardano la Giustizia, con lo scopo dichiarato di indebolire il Potere Giudiziario :cinque  quesiti molto difficili da capire per chi non conosce perfettamente i meccanismi di funzionamento dei Tribunali. Cerchiamo comunque di evidenziarne brevemente i pericoli. 

1. Particolarmente inaccettabile per i cittadini onesti risulta il quesito 1 che permette ai politici pregiudicati di poter essere eletti e rimanere in carica, mentre oggi la legge Severino per fortuna lo impedisce 

2. Se fosse approvato il quesito 2, l’abolizione di tutte le misure cautelari nel caso di pericolo di reiterazione dei reati favorirebbe in particolare le illegalità compiute dai “colletti bianchi”. Inoltre saranno abolite misure come l’allontanamento dalla casa familiare (violenza domestica) o il divieto di avvicinamento alla persona offesa (“stalking”): provvedimenti indispensabili per prevenire, ad esempio la violenza sulle donne che è in drammatico aumento. 

 3. La separazione delle carriere rischia di legare l’azione del Pubblico Ministero a quella dell’Esecutivo. Altro che separazione dei poteri! Il PM finirebbe sotto il controllo politico del Governo, con una forte limitazione della funzione inquirente (specie nei confronti del potere). 

4. Il quesito 4 chiede che alla valutazione delle pagelle dei magistrati partecipino anche gli avvocati. Un giudice si potrebbe trovare in aula un avvocato che con il suo voto, può influenzare la sua carriera. Addio imparzialità del giudizio. 

5. Infine la cosiddetta “riforma del CSM” renderebbe più caotica l’elezione dei magistrati per l’organo di autogoverno, senza riuscire ad abolire le “correnti”.

 Le cinque proposte di abrogazione convergono verso un unico scopo, quello di indebolire il Potere Giudiziario, spesso a scapito del cittadino comune e a favore dei politici e dei potenti. 

Per questo chiediamo di votare NO a tutt'e cinque i referendum del 12 giugno.