Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

sabato 6 novembre 2010

Lo scandalo che unisce Fini e Berlusconi e del quale nessuno parla



La storia di Leonida Maria Tucci, mobbizzato al Senato 


NAPOLI - Dopo la scissione con il Pdl, Gianfranco Fini ha subito un vero e proprio bombardamento mediatico da parte dei giornali del Premier Silvio Berlusconi per la sua casa a Montecarlo e per quell'intollerabile società off-shore dal sapore esotico. Dal canto loro, le riviste dell'opposizione, hanno tentato il solito contrattacco ricordando i dati sulle 64 off-shore possedute invece dal Cavaliere e pompando ossessivamente ogni dichiarazione scabrosa rilasciata da minorenni in cerca di gloria e quasi trentenni alle prese con sogni gieffini infranti. Nessuno dei supersegugi sguinzagliati dai vari Feltri e Belpietro, però, è riuscito a tirar fuori una storia incredibilmente melmosa e vergognosa che da anni interessa diversi gerarchi ex An e lo stesso defunto partito di Fini. Idem dicasi per la cosiddetta "sinistra" che da altrettanto tempo tace colpevolmente su questa vicenda.  Una vicenda che, è bene precisarlo, coinvolge in maniera trasversale sia An che il Pdl.

Iniziamo la nostra ricostruzione con il nome della vittima, Leonida Maria Tucci, confidando che il primo segnale alle coscienze di chi sa e tace o ancor peggio lavora per insabbiare sia così già arrivato.
Correva l'anno 1994, Leonida era un giovane addetto stampa solerte e molto motivato che lavorava, proprio all'interno di una della stanze di Palazzo Madama, per l’allora giovane gruppo parlamentare fondato da Gianfranco Fini. La prima, gravissima anomalia, si riscontra subito nel rapporto lavorativo tra il sig. Tucci ed An. Per rendersi conto di questo grande scandalo nato in casa finiana e poi "traslocato" nella casa delle libertà, basta infatti citare la breve ricostruzione che si trova all’inizio del ricorso presentato alla sezione lavoro del tribunale ordinario di Roma.
Nel documento si legge testualmente che:“Il Sig. Leonida Maria Tucci, dal 15 novembre 1994 e sino al 30 aprile 2008, ha prestato la propria attività lavorativa in via di fatto, cioè senza alcuna regolarizzazione ai fini contributivi e previdenziali; 
- dal 1 settembre 1996 al 30 aprile 2004 ha prestato la propria attività lavorativa in forza di ben 16 fittizi Contratti di Collaborazione Coordinata e Continuativa a tempo determinato, volti a dissimulare l’effettiva natura subordinata del rapporto di lavoro;
- dal 1 maggio 2004 al 31 marzo 2006 ha prestato la propria attività lavorativa in via di fatto, cioè senza alcuna regolarizzazione ai fini contributivi e previdenziali;
- dal 1 aprile 2006 al 30 aprile 2008, in forza di contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, con illegittima ed inappropriata applicazione del CCNL Commercio ed inquadramento nel IV° livello personale del suddetto CCNL
Ciò significa che, proprio all’interno de luogo dove vengono approvate le leggi per lo sviluppo e la tutela della collettività, non vengono rispettati i diritti civili di base riconosciuti ad ogni lavoratore italiano. Leggendo le date della varie prestazioni lavorative, inoltre, si nota che la vicenda Tucci si è trascinata tra innumerevoli azioni ritorsive, intimidazioni, promesse mai mantenuti e contratti regolari mai firmati fino al 2008 e, cioè, anche dopo l’entrata di An all’interno del Pdl. Non è un caso, tra l’altro, che i responsabili verso i quali la vittima ha sporto denuncia sono il Senatore Altero Matteoli, il senatore Domenico Nania, il senatore Maurizio Gasparri e l’intero gruppo parlamentare (al Senato) del Popolo della Libertà. 
L’ultimo schiaffo alla famiglia Tucci, già devastata da oltre 10 interminabili anni di battaglie legali, ritorsioni, minacce, privazioni e ristrezze economiche, è arriva nei mesi scorsi dall’Inail. In pratica, nonostante i riscontri confermativi del medico legale, degli psichiatri e degli stessi ispettori inviati dall’istituto per valutare l’effettivo riconoscimento della malattia professionale al sig. Tucci, l’Inail, in maniera inconcepibile, illogica ed inspiegabile, ha deciso di non riscontrare il nesso di causalità tra la grave patologia da cui è affetta la vittima e ciò che quest’ultima ha subito al lavoro. (nesso tra l'altro pienamente confermato anche dall’Asl di Pescara)
Un’odissea di ingiustizie eclatanti e di una reale, pervicace e debilitante azione di mobbing che si è consumata quindi proprio all’interno del Parlamento. Questo aspetto, da solo, basterebbe non soltanto per riempire le prime pagine delle principali testate nazionali e per interessare trasmissioni come “Annozero” e “Report” ma, di sicuro, data l’enorme mole di documenti incontrovertibili e di testimoni, potrebbe benissimo essere raccontato in un libro. Altro che casa di Montecarlo, altro che confessioni di una escort in cerca di fama: la storia di un uomo mobilizzato per anni direttamente al Senato della Repubblica, se rilanciata dalla stampa blasonata e spesso schierata, pigra o piegata, potrebbe rappresentare un danno d’immagine incalcolabile per tutti i personaggi più o meno credibili che si aggiustano il colletto bianco per apparire nei salotti tv, litigare sul nulla, snocciolare dati e documenti che attesterebbero l’inferiorità politica e morale dell’avversario e riempirsi la bocca ingorda ma vuota di concetti come libertà, democrazia, futuro, libertà, legalità e via discorrendo. Invece di tacere per la vergogna, si opta così per l’omertà criminosa e l’arringa boriosa di chi da anni tenta di convincere l’elettore che il peggio del peggio sia il meglio possibile. 
Osservando questa rovinosa filosofia di giudizio, qualcuno dotato di scarsa sensibilità e scarso spirito d’osservazione, potrà difatti puntualizzare che quello di Leonida Maria Tucci sia solo uno degli innumerevoli casi di mobbing e di irregolarità contrattuale e retributiva subiti da un onesto lavoratore. Il punto, però, è che tali reati si sono consumati non in una redazione qualunque ma all’interno di una delle due Aule del Parlamento Italiano. Tucci non è dunque un mobilizzato ma il mobilizzato al Senato che potrebbe essere motivo di accesa, doverosa e magari fruttuosa discussione su situazioni simili per dinamiche ma non per gravità, valore simbolico e ripercussioni fisiche, economiche e psicologiche.


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