Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

giovedì 12 settembre 2013

L’ attuazione della Costituzione è la via maestra

Paolo Ciofi 


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L’assemblea che si è svolta a Roma l’8 settembre per iniziativa di Lorenza Carlassarre, don Luigi Ciotti, Maurizio Landini, Stefano Rodotà e Gustavo Zagrebelsky sulla base del documento significativamente intitolato La via maestra costituisce un evento di notevole rilievo, in aperta e dichiarata controtendenza rispetto al degrado in cui si sta sfiancando il sistema politico. Le ragioni che rendono questo evento rilevante, e da seguire con grande attenzione per gli effetti che potrà generare, sono principalmente tre.
        
Innanzitutto, dopo anni di sottovalutazioni, tentennamenti e attenuazioni che hanno coinvolto anche le sinistre comunque denominate, tra incomprensioni e connivenze di chi ha governato, tra la retorica di chi si definisce democratico e gli strappi di chi si dichiara liberale, l’assemblea ha messo in chiaro qual è la posta in gioco nella crisi che soffoca l’Italia, ben al di là della formazione di un governo e del destino di un padrone megalomane. In gioco (e non da oggi) è la democrazia costituzionale. Vale a dire una conquista storica del popolo italiano sulla via dell’uguaglianza e della libertà: qualcosa di molto concreto, che riguarda la vita delle donne e degli uomini di questo Paese, il loro lavoro, i loro diritti, le loro aspirazioni. Non per caso il diritto al lavoro per un’intera generazione è diventato un’ irragiungibile utopia, mentre la Fiat pretende di abolire i diritti costituzionali nelle sue aziende e J. P. Morgan, tra i maggiori responsabili della crisi globale, sentenzia senza mezzi termini che le Costituzioni del sud Europa sono intrise di idee socialiste e perciò vanno tolte di mezzo.
         In secondo luogo, si è affermato con altrettanta chiarezza che lottare per l’attuazione della Costituzione è il tema del momento. Non si tratta semplicemente di difendere in astratto i principi costituzionali, ma di attuarli. Che è cosa ben diversa, e richiede una mobilitazione sociale e culturale ampia e articolata nei diversi territori del Paese, in grado di coinvolgere tutte le forze disponibili superando divisioni e settarismi, capace perciò di fare massa critica. Insomma, è tempo di abbandonare uno stanco difensivismo di routine e di aprire le porte a un progetto di trasformazione che guarda al futuro. Non difendiamo la Costituzione se non lottiamo per attuarla. Ma una lotta  combattuta sulle vecchie trincee del passato sarebbe destinata alla sconfitta. Perciò servono una visione dinamica della nostra Carta fondamentale, che ne liberi tutte le potenzialità innovative, e una manutenzione ordinaria adatta a questo scopo. Il contrario dello stravolgimento dell’articolo 138, che apre la strada alla Repubblica presidenziale e alla cancellazione di fondamentali diritti. È utile invece un riassetto istituzionale centrato sulla eliminazione del bicameralismo perfetto e la riduzione dei parlamentari: proposte avanzate fin dagli anni ottanta da Enrico Berlinguer e sempre respinte.
        
In terzo luogo, già nel documento preparatorio dell’assemblea di Roma, si sostiene senza possibilità di equivoci che lottare per l’attuazione della Costituzione significa promuovere un’altra idea di società, idonea a farci uscire dalla crisi. La Costituzione fondata sul lavoro è un progetto di società. non un coacervo di regole ammuffite, che impediscono all’uomo del destino di governare il Paese. «La difesa della Costituzione -  si legge nel documento – è innanzitutto la promozione di un’idea di società, divergente da quella di coloro che hanno operato finora tacitamente per svuotarla e, ora, operano per manometterla formalmente. Non è la difesa di un passato che non può tornare, ma un programma per un futuro da costruire in Italia e in Europa». Questo è il cuore del problema, che dà senso e contenuto alla politica, una politica completamente diversa da quella praticata in questi anni.
        
Il fondamento del lavoro cambia la natura dello Stato e della società rispetto al passato e apre le porte al futuro, a una civiltà più avanzata in cui l’economia sia posta al servizio dell’uomo e non viceversa. Non è la prima volta che mi capita di sottolineare che nella Costituzione il progetto di una società di tipo nuovo è realizzabile perché il centro di gravità della società e dello Stato non è più la proprietà ma il lavoro, ossia il lavoratore cittadino. E che perciò in questo disegno la democrazia politica non si riduce all’esclusiva rappresentanza istituzionale, ma si arricchisce con forme di democrazia diretta e con innovativi contenuti sociali. La Repubblica fondata sul lavoro, che nei suoi principi costitutivi innalza i lavoratori a protagonisti del cambiamento dando una nuova dimensione alla dignità della persona, non si limita a chiedere consenso: vuole partecipazione e protagonismo delle masse. L’opposto di ciò che vuole il capitale e di ciò che praticano i partiti attuali, più o meno leaderistici.
        
Non la Costituzione bisogna cambiare, ma i partiti e l’intero sistema politico. Ormai siamo molto vicini al punto di rottura di una contraddizione che appare sempre più lacerante e distruttiva: come può reggersi una Repubblica fondata sul lavoro se le persone che vivono del proprio lavoro, i nuovi lavoratori salariati (e non solo) del XXI secolo, non hanno alcun peso politico? Se i portatori di interessi contrapposti a quelli del capitale sono di fatto privi degli strumenti della politica? La lotta di classe praticata dal capitale anche sul terreno culturale e ideale ha avuto come effetto principale, sebbene efficacemente occultato e misconosciuto, la cancellazione dal sistema politico delle lavoratrici e dei lavoratori eterodiretti nella fase della globalizzazione capitalistica. Ma in tal modo la Repubblica democratica è stata disancorata dal suo fondamento, e sta andando alla deriva. Ciò spiega perché l’Italia viva in uno stato di sofferenza crescente e di perenne incertezza, sempre in bilico tra enormi potenzialità represse e regressioni reali.
        
Allora la scena si illumina, e appare di solare evidenza che una componente decisiva della lotta per l’attuazione della Costituzione è la costruzione, nel contatto vivo con i movimenti della società e delle spinte al cambiamento che in essa si manifestano, di una rappresentanza politica del lavoro del XXI secolo, ben più ampio del lavoro fordista sebbene frantumato e diviso nelle infinite forme della precarietà, del non-lavoro, della disoccupazione. C’è bisogno, nell’interesse stesso del Paese e dell’Europa, di un soggetto politico capace di interpretare le aspirazioni e i bisogni delle lavoratrici e di lavoratori della nostra epoca, costruendo insieme a loro nuove forme della politica, organizzate e capaci di produrre egemonia e alleanze, cioè un nuovo blocco storico in grado di dare respiro e concretezza al disegno costituzionale.
        
È un nodo che non si può eludere. E che dà senso alla parola sinistra: essere di parte per fermare i poteri economici e politici che stanno distruggendo la Costituzione e la società; essere di parte per trasformare la società applicando la Costituzione. Dando sbocco generale a quelle pur significative e vincenti iniziative che si sono espresse nel referendum sull’acqua e sul nucleare, nella resistenza della Fiom. Merito dei promotori dell’assemblea romana è di avere indicato un percorso di lotta e di mobilitazione, la cui prima tappa è la manifestazione di Roma, che si terrà anche se cade il governo Letta perché - ha detto Landini concludendo l’assemblea - non c’è oggi in Italia una forza politica che rappresenti le istanze indicate da La via maestra. E Rodotà aveva affermato che l’obiettivo è quello di aprire un nuovo spazio pubblico al di fuori dei partiti presenti. Precisando poi in una intervista: «personalmente, penso che con questo lavoro non escludente potremo poi ricostruire i tratti di una sinistra costituzionale».
        
Dunque, appare chiaro che se la mobilitazione per l’attuazione della Costituzione può e deve raccogliere uno schieramento più ampio di quello di una sinistra fondata sul lavoro, si può d’altra parte essere certi che in assenza di una sinistra politica fondata sul lavoro le possibilità di reggere l’urto dell’offensiva politica contro la Costituzione si riducono di molto. Al tempo stesso, dovrebbe essere altrettanto chiaro che una sinistra vera, qualunque sia il suo nome, può svolgere un ruolo in questo Paese solo se assume con coerenza rivoluzionaria i principi fondamentali e i diritti della Carta costituzionale. In definitiva, sono due facce di un unico problema. Si tratta di un dato oggettivo che sta nelle cose, nel processo stesso aperto dall’iniziativa dei promotori de La via maestra, di cui è difficile prevedere adesso l’approdo finale. Si dice che ci vuole cautela e ponderatezza per evitare errori, ed è vero. Ma attenzione: in questa fase di crisi e scomposizione del sistema politico si aprono spazi che bisogna saper coprire. I tempi non sono infiniti.

Intervento pubblicato anche su http://www.unoetre.it/
       

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