Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

domenica 21 ottobre 2018

Oltre il blues

Un saggio critico di Matt Sweeney
traduzione di Luciano Granieri





Il Mac’s Restaurant  il  nightclub  di Eugene nell’Oregon centrale, è il posto dove gli aficionados di blues si radunano per  godere del bar,   del cibo Cajun,e danzano sotto le pulsioni  del blues guidate dal potere della chitarra. I nostri amici  Alan e Susan vengono qui un paio di volte al mese per soddisfare la loro voglia di ballare al ritmo del boogie. Ogni qualvolta mia moglie ed io passiamo dalle parti di Eugene finiamo al Mac’s  con Alan e Susan. Loro aspettano con ansia gli innumerevoli blues festival che si tengono dalle loro parti e possono essere considerati dei veri esperti.



A me il blues piace . Ma amo anche il jazz. Susan è affascinata dal    blues ma non sopporta il jazz “il jazz moderno” per essere precisi. Sostiene   che mentre  balla al Mac’s è attraversata dalle pulsioni del basso, della batteria, dall’urlo del cantante, la Fender Stratocaster fa vibrare le sue ossa, i suoi muscoli, le sue pupille. Questo per lei è il paradiso. Questo è ciò che vuole dall’esperienza del  blues. 
Non “capisce” il jazz – troppo celebrale, per niente viscerale, “non riesce a stimolargli alcun feeling”.


Non sono d’accordo.  Mi fa piacere d poter condividere  condividere il divertimento del blues al Mac’s. Nessuno può persuadere  Susan o altri ad apprezzare il jazz  (o Wagner, o Edgar Varese, o Tom Waits) attraverso dotte disquisizioni. Però  la nostra conversazione  mi ha indotto a pensare al jazz  e al suo rapporto con il blues.  Pensieri  alla rinfusa tipo: “Cosa delle performance di jazz può scuotere le   ossa, i    muscoli, le pupille? Penso ad Art Blakey e i Jazz Messenger, a John Coltrane, o a Kenny Garret, Wallace Rooney, mentre stanno facendo venir giù il soffitto…”

Che dire di “Chasin’ The Trane” di John Coltrane.  Un blues registrato live al Village Vanguard  il 2 novembre del 1961 con il bassista Jimmy Garrison ed il batterista Elvin Jones.  Questa performance travolgente offre un esempio di come un trio musicale di geni (non parlatemi di  Coltrane) che suonano all’apice della loro carriera, possano prendere un blues di 12 battute e trasfigurarlo  nella frenesia di un ruggito, in una gioia torrenziale. Non c’è nulla di più viscerale di questo.

Il groove ,  il feroce potere dell’esecuzione di 16 minuti è paragonabile alla vera essenza dell’amore di Susan per un duro e  trascinante  blues. Ma gli altri aspetti del suono di  questo brano la lascerebbero sbalordita al limite dell’irritazione. Coltrane si estende ai limiti del suo sax tenore, producendo suoni atonali, urlando ed emettendo mucchi di note da capogiro  (la sua tela del suono),  che potrebbero  procurare a qualcuno    dei moti di brivido e indurlo ad  abbandonare  l’ascolto, mentre suscitare ad altri applausi e sorrisi di gioia  . Il brano non ha un inizio, assolutamente aborrito,  nonostante il trio stia già suonando furiosamente per dieci minuti, qualcuno improvvisamente accende il sound e la fine è molto più che improvvisa, determinata da un’unica rullata e una nota mantenuta alla fine dell’ultimo chorus.

Ma è blues. Si possono  apprezzare i cambi di accordi di Jimmy Garrison nonostante manchi il pianoforte a dettare la progressione appropriata (McCoy Tyner è fuori in questo pezzo) . Jimmy Garrison inoltre aiuta nel marcare l’inizio e la fine dei  chorus. Coltrane, naturalmente,  sembra ignorare la sequenza armonica  e sopravanza i cambiamenti di accordi. Il punto è che il superiore talento dei musicisti di jazz risiede nella capacità di trasformare il blues in una esperienza musicale che travalica la semplice struttura formata da tre semplici  accordi. Questo è ciò che rende il jazz appagante sia per la pancia che per il cervello.

Ci sono molte  altre esaurienti trattazioni su Chasin’ the Train, comprese le puntuali note   di  David Wiles che accompagnano la serie completa dei dischi della Impulse :”  Impulse’s Complete 1961 Village Vanguard Recordings , oppure sul blog di Ronan Guilfoyle “Mostly Music” ma non rendono l’idea.


Oppure cosa dire di una altro modo di superare il  blues, ma con caratteristiche del tutto differenti , come nel l brano  Balcony Rock” dall’album “Jazz goes to college” di Dave  Brubeck, registrato dal vivo  nelle università di Oberlin,  Cincicinnati  Michigan nel 1954 nel 1954. Questa performance è agli antipodi rispetto al fiammeggiante “ Chasin’the Trane”. Susan l’avrebbe giudicata   troppo celebrale.  

Ma il pezzo mostra una volta di più come un genio musicale può viaggiare oltre la strada segnata dagli accordi blues. Il quartetto comprendente  Dave  includeva, naturalmente, Paul Desmond al sax alto, Joe Dodge alla batteria, e il contrabbassista  Bob Bates ( Joe Dodge fu più tardi sostituito dallo straordinario Joe Morello. Dodge era meno virtuoso , ma più umorale   di Morello. Si accontentava, di essere un ottimo sideman  e non amava stare sotto i riflettori, andava molto più d’accordo  con Desmond).

Balcony Rock” rimane un blues di dodici battute , che in quel periodo il quartetto raramente suonava, preferendo le più complesse sequenze di accordi degli standard, che non avevano niente a che fare con il sound del blues, eccetto poche misure funk che Brubeck , per alleggerire l’esecuzione, inseriva qualche volta  nella prossimità centrale  dei pezzi da dodici minuti. Ciò per suscitare   alcuni momenti di leggerezza  presso il pubblico sorpreso dalla quella   stranezza. 

In Balcony Rock  la  spinta esplorazione della melodia e dell’armonia  prende una strada che va oltre ogni tipo di blues,  compreso ciò   avevo sentito da quando a 15 anni ne scoprii i dischi. Il  primo effetto che ebbe su di me fu  di gioia e meraviglia tale  influenza  non è diminuita con il passare degli anni. Come “l’Adagio per archi” di Barber, o “l’Adagetto” dalla Sinfonia n.5 di Mahler il suo effetto su di me non è mai diminuito.  (Lo so state dicendo che queste citazioni sono pretenziose, ma quante volte ascoltate  questi brani. Provate a sentirli e capirete cosa voglio dire).

Dal provvisorio  “ding dong, c’è qualcuno in casa?” che apre serenamente l’accativante melodia di chiusura , si realizza una compiuta e straordinariamente bella composizione. Gli assoli di Desmond e Brubeck , scaturiscono spontaneamente, come è naturale, ma il loro confluire verso l’empatia di ogni ascoltatore è totale. Ognuno compie una serie di passaggi, che ora , creano tensione, diffondono un crescendo,  ora  si risolvono in  una sensazione di rilassamento  che  consente di prendere fiato, sfoggiando sfarzo, ma mai attraverso accordi stilisticamente stucchevoli , e con una linea melodica   richiama la mente gli archi  dell’”Aria” dalla Suite in Re maggiore di Bach. 

Con  la  costante tenuta  di Bates e Dodge della  piacevole e basilare struttura a 12 battute  e, ancora meglio, delle  fondamenta  più essenziali dell’esecuzione jazz : il brano propone uno swing rilassato che si evolve in un travolgente groove in 4/4.

Ma nonostante la struttura in  12 battute sia rispettata,gli assoli di Desmond e Brubeck,  si ergono oltre la struttura  blues.  Un' idea di improvvisazione continua oltre i  punti d’interruzione della sequenza dei chorus,   estendendosi per tre o quattro giri  armonici consecutivamente  senza interruzioni.

George Avakian, il produttore di “Jazz Goes To College” descrive “Balcony Rock” più accuratamente e chiaramente , di quanto io sia stato capace di fare, ma è necessario comprare il CD per  leggere le sue note  . Vi consiglio di farlo perché molto meglio delle note di copertina è la loro performance.

Penso  che ne spedirò una copia a Susan.




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