Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

domenica 6 gennaio 2019

Cherles Mingus. Un ricordo del musicista e del rivoluzionario

Luciano Granieri





Il  5 gennaio di quarant’anni fa moriva Charlie Mingus, musicista poliedrico, sensibile, irascibile, magmatico, una caleidoscopica macchina  jazzistica. Contrabbassista, ma anche pianista ed artista a tutto tondo, l'importanza che Mingus rivestì nella storia del jazz non fu solo musicale ma anche politica. Il  be bop negli anni ’40 aveva segnato una rivoluzione espressiva scaturita da un moto di ribellione alle prevaricazioni che i neri, musicisti e non, stavano subendo dalla borghesia bianca . Charlie Parker, Dizzy e tutti gli altri  rimasero però  nel campo strettamente musicale, anche se i loro atteggiamenti da palco erano significativamente  politici. Con Sonny Rollins e Max Roach  Mingus  fu il primo musicista a impegnarsi nella lotta per i diritti civili del popolo nero  e non solo.  La sua azione di forte contrapposizione  si rivolse in generale verso i potenti, fu il primo musicista ad usare il termine “fascista”. Ciò si deve in particolare  alle sue origine sociali  che fin dall’infanzia generarono  in lui una situazione psicologica particolare. 

Un bastardo più bastardo degli altri
Il titolo del suo libro autobiografico  Beneath the Underdog  (Al di sotto di un bastardo) è emblematico nel descriverne le predisposizioni.  Charles Mingus  era un  “negro giallo”aveva  nelle sue vene sangue messicano e  pellerossa. Nacque nel 1922 a Nogales in Arizona, al confine con il Messico, città in cui oggi passa il muro di Trump voluto  per chiudere il passaggio agli immigrati messicani.  Crebbe nel ghetto nero di Watts in California   dove la segregazione razziale fu sempre ferocissima. Mingus si considerava    un “bastardo più bastardo degli altri”, più chiaro dei neri, ma non abbastanza  slavato  da poter  essere   accettato  dai bianchi. Riuscì a collaborare  con tutti i più celebrati jazzisti attraversando  le varie tappe che la musica afroamericana percorse nella storia degli Stati Uniti. A diciannove anni suono con Armstrong , forse il jazzman più “zio tomistico” della storia.  Passò dal clarinettista di Ellington, Barney Bigard alle orchestre di rhythm and blues . Nel 1948 era nell’orchestra di Lionel Hampton, un musicista che più allineato non poteva essere, e solo verso la fine della parabola di Charlie Parker, nel 1953,  riuscì  ad esprimersi con il sassofonista di Kansas City.  

Il maestro Duke Ellington
La particolarità del contrabbassista pellerossa stava  nel fatto che, a differenza dei suoi colleghi, più che Parker ebbe come stella polare Duke Ellington. Apprezzava   il sound delle orchestre ellingtoniane   che cercò di rielaborare in modo del tutto originale. Per anni la sigla delle sue esibizioni concertistiche fu ” Take The A Train. Riuscì pure  a suonare nell’orchestra  del Duca,fra il 1952 ed il 1953 ma a causa del suo carattere impulsivo ebbe a che dire con l’altrettanto impulsivo portoricano  Jaun Tizol , arrangiatore e trombonista dell’orchestra.  Il contrabbassista di Nogales ebbe l’ardire di trasporre ad un ottava superiore l’assolo di contrabbasso con l’archetto  che Tizol aveva scritto per lui. Ciò  per renderlo più “cantabile” alla stregua di un’esecuzione di violoncello.  La cosa non piacque all’arrangiatore di Ellington, il quale accusò Mingus di “essere come il resto dei neri della banda, cioè di non saper leggere la musica”La colluttazione seguita a questa dichiarazione, portò Tizol ad aggredire Mingus con un coltello, e Mingus, schivata la coltellata, a spaccare la sedia di Tizol con un ascia. Per il mite e rassicurante Ellington, un atteggiamento del genere non poteva proprio  essere tollerato. Costrinse  Mingus a dimettersi dall’orchestra. La formazione tecnico strumentale di  Mingus, pur incardinandosi nello swing, grazie ai suoi primi maestri, Red Callender su tutti, usufruì di una robusta influenza classica. Fra i suoi maestri  figurò Herman Reinshagen, primo contrabbassista dell’orchestra filarmonica di New York .  Partendo da un linguaggio così particolarmente formato Mingus  era sempre in cerca di nuove idee, concezioni armoniche, ma anche di talenti. Per svincolarsi dai compromessi imposti dalle case discografiche dei bianchi, con Max Roach , diede vita ad una piccola etichetta  la Debut  attraverso la quale registrò il famoso concerto al Massey Hall di Toronto  con Parker, Gillespie, Powell e lo stesso Roach. La casa fallì  quasi subito,  le difficoltà delle imprese costituite dai neri erano indicibili, per cui quelle straordinarie  incisioni furono rilevate dalla Fantasy. 


Quasi sconfitto dal razzismo
Le  sue capacità tecniche emersero presto  in particolare all’interno del trio con i bianchi   Red Norvo, al vibrafono e Tal Farlow alla chitarra   la cui collaborazione  , nel 49’, lo indusse a trasferirsi a New York.  Nonostante l’indubbia capacità tecnica Mingus trovò enormi difficoltà ad imporsi soprattutto per i pregiudizi razziali.  Lui nero fra due musicisti bianchi dovette subire diversi soprusi ed ingiustizie.  Ad esempio quando Il trio riuscì ad ottenere un ingaggio per una importante trasmissione televisiva, durante le prove, uno dei produttori disse che Mingus non avrebbe potuto suonare perché nero . I gruppi interrazziali non erano graditi agli spettatori razzisti ed ipocriti dell’epoca. La disillusione e la delusione fu tale   da  convincerlo ad abbandonare la musica. Fu Charlie Parker a tirarlo fuori dall’ufficio postale in cui aveva trovato un modesto lavoro per rilanciarlo nel panorama jazzistico mondiale che lo vide protagonista fino alla metà degli anni ’70. I suoi brani raggiunsero  altissimi valori artistici e furono il frutto di un’iniziativa che nell’epoca della massima diffusione del jazz bianco californiano, suonò veramente rivoluzionaria.  Mingus costituì  il “Jazz Workshop”  (laboratorio del jazz) che, con il trascorrere degli anni, divenne  prima  “Composer Workshop” ed infine “Jazz Composer Workshop” I Workshops furono per Mingus il “mezzo” per realizzare le sue idee musicali. Li  usava così come Ellington usava la sua orchestra.  Erano dei veri e propri laboratori nei quali ci si confrontava, si dibatteva, si cercava insomma di creare una musica veramente diversa che avesse come elemento fondante il collettivo.  

Laboratori affollati e creativi
I Workshops mingusiani non ebbero mai un organico fisso. A partire dal 1953 in essi si avvicendarono jazzisti come il trombettista Thad Jones, trombonisti come Jimmy Knepper, un numero notevole di sassofonisti da John La Porta, a Benny Golson a Pepper Adams. Anche i pianisti furono di notevole spessore a cominciare dal quel Bill Evans che nel 1959 dette vita con Miles Davis al capolavoro Kind of Blue, ma anche Paul Bley, Horace Parlan ed altri offrirono un contributo estremamente creativo .  In relazione ai batteristi, a parte Kenny Clarke, nessuno riuscì ad eguagliare la straordinaria dinamica ritmica di Dannie Richmond. Un musicista entrato nel Workshop a 21 anni e mai più uscito, accompagnando fino alla fine tutte le formazioni mingusiane. Nei Workshops ebbero spazio anche strumenti particolari come il violoncello di Jackson Wiley, l’oboe di Harry Schumann ma  soprattutto il flauto e il clarino basso di Eric Dolphy. Il critico Demètre Ioakimidis definì efficacemente la musica di Mingus come : “ Una sfida sardonica gettata contro l’ascoltatore”.  Lo stesso Mingus rivelò  quale fosse la sua    precisa fonte ispiratrice: “Io non posso suonare questa musica  se non penso ai pregiudizi, all’odio, alle persecuzioni, a tutto quanto è iniquo. Quando ho finito di suonare io, di solito penso. ‘ Gliel’ho detto, speriamo che mi abbiano ascoltato” .



La musica  e la rivolta
Nonostante queste   prese di  posizioni a chi gli chiedeva se davvero la sua musica fosse espressione della rivolta dei neri negli Stati Uniti  Mingus rispondeva: “L’arte non ha niente a che vedere con la politica e, in ogni caso, non dovrebbe avere niente a che fare con essa”. Al di là delle dichiarazioni tutto ciò che  Mingus farà come uomo e come musicista, si tradurrà sempre in  azione "musical-politica”. L’esempio più clamoroso è il brano Fables of Faubus  una sprezzante pièce musicale dedicata con sdegnoso atteggiamento insultante al governatore razzista dell’Arkansas Orval Faubus. Le “favolette”  raccontando di quando il Faubus   inviò la guardia nazionale per impedire il legittimo accesso all’università ad alcuni ragazzi afroamericani,  dopo che una sentenza della Corte Federale aveva abolito il segregazionismo nei Campus. La reazione nera fu decisa tanto che dovette intervenire anche il presidente Eisenhower, inviando l’esercito federale  per permettere l’accesso agli studenti afroamericani.  A  Mingus  veniva molto naturale  rilasciare dichiarazioni politiche,disse una volta : “Io non sono un nazista, certo ho sempre pensato  che non sarei capace di uccidere , anche  se ne ho avuto l’occasione quando hanno cercato di uccidere me , ma ora quando Wallace (George Wallace governatore dell’Alabama che aveva tentato di opporsi nel 1963 a tremila soldati inviati dal Presidente Kennedy a Birmingham  per sostenere  la legalità dell’integrazione nelle scuole) dice uccidete tutti i neri , non  mi si chieda di restare li ad aspettare come fecero gli Ebrei al tempo di Hitler; io posso andare ad ascoltarlo, ma con una bomba sotto la camicia , e se ciò che dice non mi va bene  io accenderò una sigaretta e farò esplodere tutto”. Assumere Mingus come simbolo della contestazione nera è abbastanza azzardato. Ma la determinazione nell'esporre con forza le sue idee attraverso la musica significò moltissimo, sia per lo sviluppo del jazz stesso  che per una parte della società americana vittima di ingiustizia e soprusi.  Capolavori come Black Sanits and the Sinner Lady (con il sax alto del bianco Charlie Mariano) e  l’agghiacciante Meditation  on a Inner Peace , che concluse il ciclo mingusiano degli anni ’60, furono esecuzioni probanti della lotta politica insita nelle sue  note.   Dunque 40 anni fa se ne andava un gigante non solo della musica  , ma anche  di quel modo di raccontare le vicende sociali e politiche di un intero popolo con il  linguaggio rivoluzionario del jazz. Chissà se musicisti e soprattutto politici di tale spessore torneranno a nascere?   

Good Vibrations

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