Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

domenica 22 luglio 2012

Perché Monti ha fallito

Piero Bevilacqua. Fonte: “il manifesto” del 22/07/2012



È possibile fare un breve e disincantato bilancio del governo Monti? La prima, avvilente constatazione, è che in quasi 9 mesi di "riforme" e di "vertici decisivi" la montagna del debito pubblico italiano non è stata neppure scalfita. Anzi si è fatta ancora più alta e imponente. Il debito ammontava a 1.897 miliardi di euro nel dicembre 2011, oggi è arrivato a. 1.966. Dunque, la ragione fondamentale della nostra condizione di rischio, la causa causarum delle nostre difficoltà presenti e future si è ulteriormente aggravata. 
Lo spread si mantiene elevato e torna sui 500 punti. Il Pil - questo vecchio totem delle società capitalistiche - è nel frattempo diminuito e diminuirà ancora. Scenderà di oltre il 2% nel 2012. Dicono gli esperti che si riprenderà nel 213. Ma per quale felice congiunzione degli astri non è dato sapere. Qui, infatti, la scienza economica si muta in astrologia, dà gli oroscopi. L'elenco dei disastri non è finito. 
La disoccupazione è aumentata, quella giovanile in particolare. Per quella intellettuale in formazione il governo propone ora di aumentare le tasse universitarie, così potrà essere efficacemente ridotta... Una nuova tassa sulle famiglie italiane di cui occorrerebbe informare l'on. Casini, che ne è uno zelante difensore.
Nel frattempo le più importanti riforme realizzate dal governo incominciano a mostrare effetti indesiderati che pesano e peseranno sull'avvenire del Paese. Prendiamo la riforma delle pensioni, sbandierata dai tecnici al governo come lo scalpo di un mostro finalmente abbattuto. 
Pur senza considerare qui il grande pasticcio dei cosiddetti esodati, che pure costituisce un dramma inedito per migliaia di famiglie, la riforma appare come un'autentica sciagura economica e sociale. L' allungamento dell'età pensionabile ha già bloccato l'assunzione di migliaia di giovani nelle imprese. Vale a dire che essa impedirà l'ingresso nelle attività produttive e nei servizi di figure capaci di portare innovazione e creatività. Mentre riduce ulteriormente prospettive e speranze di lavoro alle nuove generazioni. Quale slancio può venire da una società se si chiede agli anziani di continuare a lavorare sino alla vecchiaia e ai giovani di aspettare, cioé di invecchiare senza lavoro? Ma le imprese dovranno tenersi lavoratori logorati e demotivati sino a 65 anni e oltre. Chiediamo: è questo un incentivo alla crescita della produttività, fine supremo di tutte le scuole economiche? E' facile infatti immaginare - salvo ambiti limitati in cui l'anzianità significa maggiore esperienza tecnico-organizzativa - che questi lavoratori saranno più facilmente vittime di infortuni, che contrarranno più malattie , si assenteranno per stress, ecc. Dunque peseranno sul bilancio dello stato, probabilmente in maniera più costosa che se fossero in pensione. Non meno fallimentare appare la riforma del lavoro della ministro Fornero. A parte la razionalizzazione di alcuni aspetti di una normativa ingarbugliata, essa ha peggiorato la condizione dei lavoratori occupati. Come hanno mostrato tante analisi pubblicate sul manifesto, questi sono oggi più ricattabili da un padrone che può licenziarli con maggiore facilità tramite un indennizzo monetario. Nel frattempo la giungla legislativa del lavoro precario non è stata cancellata. I giovani, pochi, che entrano nel mondo del lavoro fanno ingresso nel regno dell'insicurezza, non diversamente da quanto accadeva in precedenza. Ma quanta nuova occupazione creerà questa rivoluzione copernicana della supponente ministro? Perché le imprese straniere dovrebbero precipitarsi a investire nel nostro Paese, dove prevale una forza-lavoro anziana, le università e i centri di ricerca sono privi di risorse, la pubblica amministrazione è in gran parte inadeguata, illegalità e criminalità sono fenomeni sistemici, dove spadroneggia un ceto politico fra i più inetti e affaristici dell'Occidente? Questi ultimi due aspetti, ovviamente, non sono addebitabili al governo Monti, ma fanno parte ineliminabile del quadro nazionale di cui occorrerebbe tener conto. Ebbene, dove ci porterà questo governo nei prossimi mesi? Economisti e media continuano il loro estenuato ritornello: faremo riforme strutturali, la formula magica che dovrebbe dischiudere la spelonca di Alì Babà, deposito di immensi tesori. Quali riforme strutturali? Forse la nazionalizzazione delle banche, una tassazione stabile sulle transazioni finanziarie, il 3% del Pil destinato alla formazione e alla ricerca, la creazione di un sistema fiscale progressivo, una tassa stabile sui patrimoni, una grande legge urbanistica che protegga il nostro territorio e faccia vivere civilmente le nostre città? Niente di tutto questo. Le riforme strutturali sono state già fatte e sono quelle che abbiamo esaminato e ora la spending review, che avrebbe bisogno di tempi lunghi e di circostanziata conoscenza della macchina statale per non diventare un'altra operazione di tagli lineari. Quale di fatto è. Deprimerà ulteriormente la domanda aggregata, con quali effetti sul Pil ce lo comunicheranno nei mesi seguenti, invocando qualche altro vertice decisivo. Ma il repertorio pubblicitario è in realtà esaurito. Proveranno con la svendita dei beni pubblici, ma non avranno né il tempo né l'agio. Chi dice dunque, a questo punto, che il re è nudo, che il governo Monti ha fallito? Il fallimento è certo globale. Sono ormai cinque anni che le società industriali navigano nella tempesta e gli uomini di governo, che hanno salvato le banche dalla rovina, protetto i potentati finanziari da tracolli su vasta scala, sono ancora col cappello in mano a chiedere comprensione ai grandi speculatori, definiti mercati. Cinque anni nei quali si potevano separare le banche di credito dalle banche d'affari, bandire i prodotti finanziari ad alto rischio, riformare le agenzie di rating, regolamentare i movimenti di capitale, chiudere i paradisi fiscali, applicare la Tobin tax, ecc. Eppure niente è stato fatto. La finanza spadroneggia e il ceto politico ubbidisce, demolendo pezzo a pezzo, su suo ordine, le conquiste sociali del XX secolo. E chiama riforme strutturali questo cammino all'indietro verso il XIX secolo. In Italia non si è fatta eccezione. Ma oggi occorre aggiornare il quadro. Non si tratta più, per gli italiani, come alla fine dello scorso anno, di scegliere fra uno dei peggiori governi dell'Italia repubblicana e la strada di una cura severa e dolorosa, ma che alla fine ci porterà fuori dalla catastrofe. Oggi non si da più questa alternativa. Il governo Monti ha solo ritardato la discesa del paese nell'abisso per un comprensibile effetto psicologico. Oggi appare nella sua piena luce di «governo ideologico», come lo chiama Asor Rosa: esso è la malattia che vuol curare i sintomi, acuendo le cause che ne sono all'origine. E' l'ideologia che domina a Bruxelles. Lo abbiamo visto con la Grecia, lo stiamo osservando con la Spagna. Un medico che dovrebbe dare ossigeno al malato e continua a tagliare col bisturi. Prima il "risanamento" e poi la crescita è un vecchio ritornello, che oggi appare tragicamente fallimentare. La presente crisi, com'è noto ormai a molti, origina dalla sproporzione fra l'immensa ricchezza prodotta a livello mondiale e la ridotta capacità della domanda di attingerla. Troppe merci a fronte di redditi popolari stagnanti e in ritirata, sostenuti con il surrogato dell'indebitamento familiare. La politica di austerità, dunque, rende più grave la crisi perché ne ripropone e alimenta le cause. Premi Nobel come Stiglitz e Krugman lo vanno ripetendo da mesi, anche sulla stampa italiana. Forse qualcuno dovrebbe rammentare ai dirigenti del partito democratico che in autunno le condizioni economiche generali del paese saranno peggiorate. E che agli occhi degli italiani il perdurante sostegno a Monti finirà col rendere tale partito interamente corresponsabile di un fallimento di vasta portata. La sua prudenza e il suo tatticismo si trasformeranno in grave irresponsabilità. Perché la forza politica che dovrebbe costituire e aggregare l'alternativa, non solo di facce, ma anche di politiche economiche, apparirà irrimediabilmente compromessa. Parte indistinguibile del mucchio castale che ha fatto arretrare le condizioni generali del Paese. Un vuoto drammatico che, temiamo, la sinistra radicale non riuscirà a colmare e che indebolirà il tentativo di una nuova "rotta d'Europa": vale a dire l'alleanza con le sinistre europee per cambiare strategia, a cui gruppi e singoli intellettuali vanno lavorando da tempo. Appare a tal proposito molto significativo che un giornalista come Eugenio Scalfari, uno dei più convinti sostenitori del governo Monti nell'area liberal progressista, abbia preso le distanze con tanta eleganza, ma con tanta fermezza, nel suo editoriale su Repubblica del 15 luglio. Che abbia più fortuna di Stiglitz e di Krugman ?


I voti anticapitalisti assicurano la vittoria del capitalismo.

Luciano Granieri



 Ieri il Partito della Rifondazione Comunista di Cassino   è uscito dalla maggioranza  del sindaco Petrarcone di cui era parte passando all'opposizione .  Nel post precedente , riportiamo la dichiarazione di voto contraria al  documento di bilancio del consigliere di Rifondazione Vincenzo Durante. Nell’intervento ufficiale, Durante descrive tutte gli accadimenti politici che hanno progressivamente spinto  il Prc cassinate ad uscire dalla maggioranza. Tali accadimenti in gran parte concernono il non rispetto da parte della giunta comunale del programma con cui  la coalizione “Bene Comune” aveva chiesto il consenso agli elettori in occasione della campagna elettorale. Sullo sfondo  si stagliano accordi e alleanze con l’UDC,  forze originariamente estranee all’azione di governo del Comune e di posizioni antitetiche a quasi tutti punti del programma definito  dalla coalizione che ha supportato Petrarcone.  Programma alla cui definizione   il Partito della Rifondazione Comunista aveva recitato un ruolo propositivo importante. L’esito, nonostante il consigliere Durante abbia strenuamente lavorato per riportare l’azione della giunta sui binari della coerenza, non poteva essere che l’uscita del Prc dalla maggioranza avvenuto proprio in concomitanza del voto di bilancio. Seppur con modalità  e tempi diversi la situazione di Cassino è assimilabile a quanto è avvenuto a Frosinone nella giunta presieduta dall’ex sindaco Marini. Giova ricordare che  anche in quella giunta, Rifondazione era in maggioranza inserita  nell’aggregazione denominata “Lista la sinistra” comprendente anche il Pdci e i Verdi. E anche nelle vicende di quella giunta si consumò lo strappo di Rifondazione. Come detto  a fronte dello steso risultato, la cronologia  e la natura degli eventi fu molto diversa. Lo strappo con la maggioranza Marini  avvenne , non per mano dei rappresentati presenti in consiglio,  ma dal basso, sollecitato dai nuovi militanti iscritti al circolo Prc di Frosinone Carlo Giuliani, fra cui il sottoscritto.  Il tutto si consumò  quando, a seguito del perdurare di politiche antisociali della giunta  avvallate dal consigliere Smania, rappresentante Prc in consiglio,  fu  ormai palese che la presenza di rappresentanti all’interno della maggioranza  era del tutto inefficace nel difendere  i diritti di quegli  elettori che avevano concesso loro fiducia. Anche a Frosinone la delibera  di bilancio fu  l’oggetto del vulnus. Il documento  economico frusinate presentava molte analogie con quello di Cassino, ossia riportava una crisi debitoria dovuta a crediti ormai non  esigibili, o per i quali non si erano volute mettere in atto tutte le azioni necessarie per esigerli, e  prevedeva il recupero del deficit attraverso politiche di attacco ai servizi sociali. A differenza di Durante a Cassino, il consigliere Smania votò quel documento in aperto contrasto con la base e i militanti del su circolo , per cui dovette subire la sfiducia del suo  circolo,     Rifondazione  uscì dalla lista “La sinistra” e dalla maggioranza . Le vicende successive sono note.  A Ceccano invece, a seguito delle ultime elezioni, lo strappo di Rifondazione con la maggioranza risultata vincente anche grazie ai voti conquistati dal Prc si è consumato subito. Anche in questo caso per il comportamento del neo sindaco Manuela Maliziola che ha voluto inserire nella sua squadra un membro di una lista civica originariamente avversa alla coalizione vincente e con una visione politica del tutto antitetica al programma elettorale condiviso da Rifondazione. Era quindi inevitabile la rottura anche presso il comune di Ceccano con una consiliatura ancora da iniziare.  Queste tre vicende diverse fra di loro, ma dall’esito simile, confermano la bontà  della  mia scelta di essere uscito dal Partito della Rifondazione Comunista, ma soprattutto,  confermano la mia convinzione  che non è attraverso le elezioni o l’attività all’interno delle istituzioni che si possono ottenere i cambiamenti necessari per la difesa della dignità dei cittadini così come previsto dalla costituzione. Forse l’unico vantaggio nel partecipare ad una campagna elettorale è la possibilità di  sfruttare spazi di visibiità che in altri momenti sarebbero preclusi, ma null’altro. Oggi la dialettica politica all’interno delle istituzioni non si articola più fra maggioranza e opposizione ma si sviluppa sulla contrapposizioni fra gli interessi  delle diverse lobby che manovrano gli schieramenti, determinando scelte che mai sono a favore dei cittadini. Il fenomeno ha assunto proporzioni gigantesche negli ultimi anni, quando dietro tali comitati di affari  si sono celati i poteri della speculazione finanziaria. Da quando cioè le scelte della politica sono sempre più succubi dei potentati  finanziari  e della grande imprenditoria. Le conseguenze si sono rivelati devastanti per i cittadini di Frosinone i quali hanno visto progressivamente deteriorarsi le tutele sociali. L’allora opposizione di centrodestra non esercitò in modo significativo la sua prerogativa conflittuale a tali decisioni. Non a caso  ad oggi le stesse forze che, a seguito delle elezioni vinte, sono diventate maggioranza, mostrano di voler seguire le stesse linee delle precedenti amministrazioni di colore diverso. Questo perverso gioco della parti,  comporta anche la compartecipazione, consapevole o inconsapevole, dei partiti cosiddetti  della sinistra radicale, i quali vengono usati per attrarre quella manciata di voti popolari  che serve alla coalizione  lobbistica di turno  per vincere le elezioni. Imbrogliando l’elettorato si concede a queste aggregazioni, che dovrebbero fare gli interessi del popolo,  alcuni punti programmatici orientati verso la promozione sociale, e verso politiche ridistributive, salvo poi, una volta ottenuto il risultato, fare carta straccia di queste promesse.  Le conseguenze presso i  “sinistri radicali” portatori d’acqua  e  di voti anticapitalisti al capitalismo, sono devastanti per loro  ma del tutto innocue per il potere . O si resta in maggioranza, tradendo il mandato dei propri elettori o si va in minoranza, o si esce dalla giunta. In ogni caso la tendenza alla scomparsa sarà sempre più incombente.  Quando i COMUNISTI capiranno che è ora di smetterla di partecipare ad un gioco, quello elettorale, che li vede sempre perdenti e sfruttati dal potere capitalistico e finanziario, quello sarà il momento in cui  il vento rivoluzionario potrà iniziare a soffiare. Purtroppo anche io l’ho capito tardi. 

sabato 21 luglio 2012

Bilancio Comune di Cassino

Il consigliere comunale PRC/FDS  Vincenzo Durante
Dichiarazione di Voto sull’approvazione Bilancio di Previsione Esercizio Finanziario 2012 Relazione Previsionale e Programmatica e Bilancio Pluriennale 2012/2014

Il documento contabile che qui oggi ci apprestiamo a votare, sostanzialmente dovrebbe rappresentare l’essenza delle impostazioni politico-programmatiche della coalizione di Governo di “Bene Comune” e l’apertura di una fase di prospettiva, di indirizzo e di sviluppo della città tenendo conto delle sue necessità, alla luce degli impegni assunti in campagna elettorale nei confronti dei cittadini di Cassino, ed il passaggio quindi a quella proposta di cambiamento auspicata nei contenuti programmatici per il ridisegno di una città diversa, da quella ereditata dalle passate e cattive amministrazioni di centro-destra, nonché in discontinuità con la vecchia prassi amministrativa. Sia nel merito che nel metodo, le aspettative di quel voto popolare, sono state nei fatti disattese. Fin da subito, appena dopo il ballottaggio, era talmente chiaro che un programma scaturito dopo un anno, di sana e costruttiva discussione e che vedeva come punto cardine la non alleanza con partiti di centro e di centrodestra, proprio perché antitetici e lontani da quella cultura. Infatti, l’accordo politico fatto con l’UDC, si può considerare a tutti gli effetti un vero e proprio tradimento della volontà di cambiamento voluta da un voto popolare plebiscitario, in alternativa ai vecchi partiti che avevano non governato questa città negli ultimi 50 anni. Avevamo già notato, sin dal primo Consiglio Comunale, che qualcosa invece andasse in senso contrario, proprio con l’investitura alla carica di Presidente del Consiglio Comunale dell’UDC, Marino Fardelli. Siamo stati gli unici a votare contro a questa investitura istituzionale. Siamo stati anche quelli più determinati ad estromettere questa forza politica da una coalizione caratterizzata da un programma in antitesi con questo partito. Nonostante tutto ciò, siamo stati sempre coerenti, sia con il mandato delle nostre posizioni politiche, che leali e collaborativi con il resto della maggioranza, assumendoci sempre le nostre responsabilità, anche rispetto ad alcuni passaggi politici incoerenti con le linee programmatica previste. In tale senso è testimonianza reale, l’impegno ed il contributo fattivo nella realizzazione del Regolamento dell’albo pretorio on-line, del Registro delle unioni civili, dell’Osservatorio sulla legalità, della Costituzione e del Regolamento dei Comitati di Quartiere, dei Gruppi di Acquisto Popolare (Gap), dell’Ampliamento e del Potenziamento della Biblioteca Comunale, che rappresentano un primo passo in avanti dal punto di vista della trasparenza, della legalità e della difesa dei cittadini. Paradossalmente una volta ristabilita la naturale composizione iniziale, abbiamo dovuto riscontrare nel momento più importante dell’attività amministrativa, un’ultima incoerenza proprio nei contenuti del bilancio. Infatti siamo stati costretti a presentare alcuni emendamenti migliorativi per cercare di rendere il documento contabile più consono ad un governo di centro sinistra. Abbiamo presentato un pacchetto di emendamenti proprio per attaccare il disagio sociale, come l’esenzione dell’Addizionale IRPEF aumentando la soglia del reddito a 11.300 Euro; come la reintroduzione della TOSAP sui Passi Carrabili già deliberati dal consiglio comunale in data 30 Gennaio 2012, ed in attesa per l’attuazione della relativa delibera di giunta per una previsione di Entrata di 50.000 euro, finalizzati al pagamento delle utenze domestiche in quanto coloro che non rientrano nel progetto Voucher sono estromessi da qualsiasi intervento di assistenza e di sostegno economico; abbiamo previsto l’istituzione di un Check-Point di turisti diretti a Montecassino con un introito previsto di 300.000 euro, da destinare alle politiche attive del lavoro (progetto di reinserimento socio-lavorativi per persone svantaggiate, reddito di formazione, sostegno al reddito per i fuoriusciti dal mondo del lavoro e riqualificazione professionale). L’unico progetto questo di sviluppo presentato nel bilancio comunale da tutte le forze politiche presenti in consiglio; abbiamo proposto il trasporto pubblico gratuito per gli over 65, in ottemperanza al programma di “Bene Comune” e la proposta del rifinanziamento provocatorio del reddito minimo garantito. Tutti emendamenti ad eccezione del reddito minimo garantito, che hanno avuto parere negativo da parte del collegio dei revisori dei conti, ma che contestualmente ha evidenziato l’assoluta mancanza da parte della maggioranza, di volontà e di indirizzi politici determinati alla realizzazione di risposte concrete e discontinue alla sola imposizione fiscale.

Non è tollerabile, l’accusa infondata rivoltaci soprattutto da parte dei consiglieri di SEL, di “monetizzare” il disagio sociale per tornaconti politici. Accusa grave ed inaspettata da un partito che si definisce di sinistra e che evidentemente risulta nei fatti insensibile a queste tematiche. Vogliamo precisare che con poco più di 600 voti, SEL ha incassato: la delega alla manutenzione, un assessorato, la presidenza della commissione servizi sociali, la rappresentanza nel consorzio dei servizi sociali, il referente nel nucleo di valutazione e l’indicazione di un membro dei revisori dei conti, fermandoci a questi fatti senza far alcuna considerazione. Ci chiediamo semplicemente qual’é il partito che monetizza il disagio sociale, visto che il PRC non ha avuto l’onore di ricevere nessun riconoscimento per l’impegno dimostrato sin dall’inizio del progetto di “Bene Comune”. Ma non è questo il motivo che ci porta, oggi qui a dissentire, rispetto ad una collaborazione durata un anno e che ha visto dagli altri componenti della maggioranza un’azione continua e discriminatoria nei confronti del nostro Partito, a partire dal Sindaco che doveva essere il garante per il rispetto della tenuta di tutta la maggioranza e quell’anello di collegamento tra le varie forze politiche della coalizione. E’ proprio vera la citazione del “non c’è più sordo di chi non vuol sentire”.



Occorre precisare che il fallimento del sistema Voucher è palese ed è sotto gli occhi di tutti i cittadini e di quelle famiglie che convivono con un grande disagio economico-sociale, e che in questi ultimi giorni stanno manifestando ininterrottamente dinanzi al palazzo comunale, perché hanno constatato nei Voucher Lavorativi, la mancanza di quelle risposte concrete alle esigenze di interi nuclei familiari con gravissimi problemi di sussistenza economica. La nostra posizione rispetto alle politiche sociali, così come risulta regolarmente depositata agli atti del Consiglio Comunale, in merito alle osservazioni e proposte del nostro partito, al momento della discussione sugli indirizzi generali di governo del Comune di Cassino, sono state completamente ignorate, forse proprio perché costituivano l’unica risposta seria e fattibile al problema del disagio economico-sociale, tramite la presa in carico dei soggetti per progetti individualizzati, così come previsto al punto n°7 del programma di “Bene Comune”, (che cita testualmente): «Progetti di re-inserimento socio-lavorativi per persone svantaggiate.», cioè l’accompagnamento dalla fuoriuscita dalla condizione di disagio. Questione questa, tragicamente tornata di attualità, e di dimensioni consistenti, come riportato dalle rilevazioni Istat nell’anno 2011/2012 sulle condizioni di povertà, che hanno colpito oltre 11 milioni di cittadini italiani. Come riteniamo demenziale l’affermazione dell’assessore Di Russo, che in un’intervista del 12 Luglio ha dichiarato che è “inutile” parlare di utopia come il Reddito Minimo, attuato inoltre dalla Regione Lazio e non dal Comune e legate all’espletamento del servizio civile. Affermazione questa grave e che denota un’assoluta impreparazione da parte dell’assessore in quanto è assolutamente falso l’erogazione del reddito minimo nell’espletamento del servizio civile, in quanto non previsto dalla legge regionale del reddito minimo. Così come ha segnato il nostro profondo dissenso, per la mancata ricezione da parte del Sindaco di un indirizzo chiaro sulla questione del Piano “Fabbrica Italia”, nel documento presentato al Consiglio Comunale di Torino e che ad oggi, con le vicende che riguardano anche lo stabilimento di Cassino tornano pesantemente d’attualità, evidenziando in maniera oramai palese il fallimento di quel progetto, con anche una indiscutibile e pesantissima ricaduta sulla tenuta occupazionale dello stabilimento e del territorio cassinate, fortemente esposti ad una totale mancanza di una politica industriale da parte della dirigenza Fiat e dalla mancata forte risposta della classe politica, dalle tante forzature dell’amministratore delegato di Fiat Sergio Marchionne, che ha posto sotto ricatto non solo i lavoratori, ma anche la politica e tutto il nostro paese. Noi avevamo concordato un documento politico unitario, con i partiti di SeL ed Idv, perché ci fosse una forte risposta comune, che caratterizzasse la presa di posizione del Sindaco del maggiore comune interessato dalla presenza dello stabilimento Fiat, che dopo esser stato concordato e sottoscritto è stato successivamente di fatto clamorosamente ritirato dagli stessi partiti di SeL ed Idv, vanificando la possibilità di incidere sulle scelte della Fiat e chiamandola a dare certezze e risposte ancora inevase. Tutto questo senza nessuna motivazione di alcun genere. Evidentemente la difficoltà di fare una scelta con cui stare, ha profondamente marcato anche l’assenza del Sindaco Petrarcone dall’ultima manifestazione della Fiom, svoltasi mercoledì 18 nella Piazza di Piedimonte San Germano, proprio sulla questione inerente alla chiusura o all’eventuale ridimensionamento dello stabilimento Fiat di Piedimonte San Germano, che evidentemente è stato considerato da Marchionne, non così importante e necessario mentre si apriva un dibattito serio sulle prospettive e sulle cose da fare e che aveva visto la partecipazione di esponenti di alto livello delle forze politiche e sindacali, come il Segretario Generale della Fiom Maurizio Landini. Tutti noi, cominciano a comprendere come le scelte fatte da Marchionne, rappresentano una vera bufala ed un pericolo per il nostro territorio e per tutti lavoratori. Non c’è nulla di più importante che la salvaguardia e la difesa dell’occupazione del territorio e le prospettive di una qualità di vita migliore per le famiglie della nostra provincia di Frosinone e del nostro comune. Quello che ci ha caratterizzato, nell’ultimo periodo d’impegno politico, è stata una straordinaria raccolta firme per una costituzione di una commissione d’inchiesta terza, che facesse luce sui debiti di bilancio comunali delle passate amministrazioni di centro-destra, e che contemporaneamente ha rilevato un boicottaggio sia da parte della maggioranza che dell’opposizione per la sua istituzione ed attuazione. La vicenda della commissione d’inchiesta sui debiti comunali, sta diventando una mera e pura barzelletta. C’è stata l’ennesima bocciatura per portarla in consiglio comunale per l’approvazione, nonostante le “opportune” modifiche e integrazioni richieste da parte di tutti i capigruppo consiliari nel perfezionare la relativa mozione presentata dal consigliere, Vincenzo Durante. Vorremmo ricordare, per onore di cronaca, che c’era stato chiesto di argomentare, nella riformulata mozione, circa le competenze, la composizione e l’eventuale copertura finanziaria. La Commissione d’Inchiesta sui debiti comunali era il minimo sindacale, che chiedevamo per restituire la promessa di trasparenza e legalità dell’azione politico-amministrativa del comune, ben espressa nel programma di “Bene Comune”. Se avessero voluto capire realmente l’importanza di tale strumento, saremmo arrivati in futuro, a proporre insieme la pubblicazione in rete di tutti gli atti di gestione e di previsione, perché è proprio da lì che si possono effettuare controlli reali su come è costruito il rendiconto o il bilancio. Allora la Commissione d’inchiesta sarebbe stata calata in un progetto più ampio d’’inchiesta democratica sul bilancio”, cioè: “UNA SPENDING REVIEW POPOLARE E DEMOCRATICA”. Ed oggi ci vediamo costretti a subire l’ennesima bocciatura di una commissione d’inchiesta “terza”, a costo zero per l’amministrazione comunale, sia da parte della minoranza di destra che da parte del resto della maggioranza, a partire dal sindaco che non ha recepito l’importanza della nostra richiesta. Oggi quindi ci si appresta a votare un bilancio al buio, dove sono state previste aliquote al massimo delle tasse comunale e vendita del patrimonio edilizio comunale esclusivamente per coprire debiti fuori bilancio determinati da altri amministratori. Ed infatti è notizia di questi giorni in cui sembrano emergere altri debiti fuori bilancio non previsti, come se si stesse appena alzando un coperchio da una pentola piena di soprese, e che comunque a noi sembra che non ci sia la volontà politica di vederci chiaro in tal senso, facendo un vero atto di trasparenza politica per portare a conoscenza di tutta la città di tutto ciò che è successo negli anni precedenti. Così come siamo contrari alle paventate esternalizzazioni che sono esattamente il contrario di ciò previsto nel programma di Bene Comune e cioè l’internalizzazione di tutti i servizi. Così come siamo stati disponibili alla proposta di vendita dei beni immobili anche se contrari politicamente ma come gesto di apertura nei confronti delle esigenze per le casse comunali. Rileviamo inoltre l’assoluta mancanza documentaria sul bilancio per avere una percezione reale dell’ammontare totale del debito che a tutt’ora risulta sconosciuto. Come pure l’assoluta mancanza di coinvolgimento per la stesura del bilancio partecipato, come previsto nel programma e dallo statuto comunale. Infatti registriamo la mancanza della convocazione dalle consulte delle associazioni. Sembra passato un anno ed invece sono passati solo due giorni da questa ennesima “imboscata” prodotta prima di tutto da Petrarcone e dall’Assessore al Bilancio e pensare che fino a due giorni fa immaginavamo che si onorassero “insieme” le promesse fatte ai cittadini per continuare a sperare in un progetto di partecipazione democratica anche con l’ausilio dei deliberati Comitati di Quartiere. Ma quale democrazia e quale partecipazione alla contabilità comunale!!!

Ad ogni buon fine si ricorda agli elettori che tutto ciò era possibile fare, noi abbiamo dato tutto l’impegno per farlo insieme con il resto della maggioranza. A questo punto il PRC di Cassino passa all’opposizione votando No al Bilancio, secondo le indicazioni del direttivo.



Cassino, 20 luglio 2012 Il consigliere comunale PRC/FDS

Vincenzo Durante










venerdì 20 luglio 2012

Un amministratore racconta il dramma della nuova povertà

Sandro Medici   fonte : http://www.ilmanifesto.it


Redditi familiari ai minimi storici, taglio al welfare. Una miscela esplosiva che sta creando situazioni ingestibili sui territori. Dove spesso si riversa tutta la rabbia della gente

Aumenta la povertà. Cresce la disoccupazione. Diminuiscono salari e stipendi. Redditi familiari ai minimi storici. Record di cassa integrazione. La precarietà del lavoro dilaga. Le rilevazioni sulla condizione sociale nel nostro paese ormai si susseguono incalzanti: sempre più allarmanti, quasi disperanti. Tutte ci restituiscono un panorama dolente di un paese piegato e stremato. Un'opacità che induce alla rassegnazione e soffoca anche la speranza.
Sono gli effetti di una crisi economica che da tempo attraversa i continenti. Ma è anche la conseguenza di scelte sciagurate, agite per contrastare le ricadute finanziarie, che però si scaricano come un flagello sulla platea sociale. Un flagello che diventa pena e sofferenza, angoscia di una condizione materiale in cui si dibattono milioni di persone impoverite e tormentate da bisogni che niente e nessuno più può soddisfare perché lo stato sociale è in via di estinzione.
Anziane e anziani, adulti e perfino minori che si ritrovano sulla soglia della sopravvivenza e che quindi si rivolgono all'amministrazione pubblica per essere aiutati, trovando quest'ultima svuotata e disarmata. Chi perde il lavoro e chi non ce l'ha, chi chiude bottega, chi s'indebita con le banche, chi non riesce a pagare le tasse; chi viene sfrattato o è senzacasa, chi non può più pagare l'affitto o il mutuo o le utenze, la luce, il gas, il telefono; chi non ce la fa a tirare avanti con la sola pensione o chi resta solo e vive nell'abbandono; chi si dibatte tra esclusione e precarietà affettiva; chi scappa da abusi e violenze e non sa dove andare, cosa fare; chi ha bisogno (e diritto) a sussidi e assistenza perché disabile o anziano fragile o malato; chi vive in strada o clandestino o variamente labile, o inesorabilmente emarginato, respinto, derelitto.


L'umanità dietro i numeri
E' tutta quest'umanità che poi si trasforma in numeri e percentuali, che finisce nelle statistiche e nelle classificazioni, che compone voci e insiemi, grafici e tabelle. E che infine viene bell'e confezionata, metodologicamente ordinata e scientificamente redatta.
Ma è molto diverso quando questa densità sociale afflitta si palesa concretamente: carne e ossa, sguardo e respiro. Quando chi ha diritto a essere sostenuto e aiutato ti viene a cercare, ti spara addosso tutta la sua collera, t'insulta e si dispera.
Sono un amministratore locale, lavoro in un Municipio romano di duecentomila abitanti, periferia sud-est. A stento, fino a qualche anno fa, si riusciva a gestire (e più o meno soddisfare) la domanda sociale che si rivolgeva ai servizi comunali. Sussidi e contributi non bastavano mai: ma insomma, prendi di qua, trasferisci di là, alla fine nessuno (o quasi) restava escluso. Una ventina di nuovi asilo-nido, una manciata di nuovi centri anziani, case-famiglia per accogliere disabili adulti, servizi d'accoglienza per donne in difficoltà, centri per persone fragili, una cospicua assistenza domiciliare, personale di sostegno nella scuola dell'obbligo, progettazione condivisa con utenti e soggetti gestori, welfare comunitario, sperimentazioni e prefigurazioni per includere e abbattere le liste d'attesa: tutto questo (e anche altro) e in definitiva le tante richieste si riuscivano a fronteggiare.
Non è più così. Oggi tutte le amministrazioni di prossimità, quelle che erogano servizi e tutelano i diritti sociali, non sono più nelle condizioni di fare quello che dovrebbero. Non garantiscono ciò imporrebbe la legge, oltreché la coscienza civile.
C'è un anziano signore con una gamba divorata dalla cancrena. Passa la giornata seduto su una panchina nei giardini del Municipio, di notte sale al quarto piano e dorme su un divano. L'hanno più volte ricoverato, sta in ospedale qualche giorno e poi torna da noi. Parla poco, preferisce guardare e chissà cosa pensa dietro quegli occhi azzurri e sfiniti.
Un paio di giorni fa, una signora ha voluto a tutti i costi parlare con me, sperando che potessi aiutarla. Sono rimasto a sentirla per circa mezz'ora. Tra i suoi problemi, quelli di sua figlia, di suo genero e della sua nipotina c'è da compilare un catalogo di guai e avversità, e soprattutto di richieste d'assistenza. Una pensione al minimo, uno sfratto esecutivo, una disoccupazione cronica, un disagio mentale, una vistosa anoressia. L'ho salutata dicendole che avrei provato ad aiutarla. Non so quanto ci riuscirò. E' probabile che non ci riuscirò.


Gli occhi della disperazione
Con la disperazione negli occhi, un ragazzone senegalese mi ha chiesto se potevo autorizzarlo a mettere su una bancarella. «Un aiuto, prego» - diceva continuamente. I vigili urbani l'avevano più volte dissuaso dal vendere abusivamente e lui non riusciva a capire perché. Ho provato a spiegarglielo di nuovo, ma credo che per lui licenze commerciali, suolo pubblico, ambulantato abbiano continuato a restare cose misteriose. Prima d'andarsene m'ha regalato una giraffa di legno.
Una giovane donna mi ha confessato d'aver occupato un seminterrato in un edificio di case popolari perché era stata sfrattata, e con la sua bambina non ce la faceva più a vivere dentro la sua utilitaria. Chi c'era prima di lei, abusivo anch'esso, l'ha denunciata e quindi rischia di essere sgomberata. «Prima, là dentro, affittavano i letti agli immigrati - dice agitatissima - perché non posso starci io e mia figlia? Se mi cacciano - aggiunge con la pena nel cuore - c'è il rischio che i servizi sociali mi tolgano la bambina».
Una ragazza mi ha fermato per strada, urlando contro di me e contro tutti. Suo padre è malato di Sla, e fino all'anno scorso avevamo attivato un servizio domiciliare per questi casi. Poi hanno tagliato i fondi sociali e siamo stati costretti a interrompere quest'attività. «Sono disperata - diceva - io lavoro e non posso occuparmi di mio padre e l'unico reddito familiare è il mio: come faccio ad andare avanti così?». Bella domanda. Ho provato a spiegarle che il Comune ci aveva ridotto i trasferimenti e che dunque non potevamo più assicurare quel servizio. Temo che non sia servito a nulla. Se n'è andata con tutte le sue ragioni al seguito e io sono rimasto solo con la mia pena.
«Preside', m'aiuti lei» - con una voce appena sussurrata, la settimana scorsa, un anziano signore mi ha confidato che con la sua pensione non riesce più a vivere. E' solo, suo figlio vive all'estero e pare non se la passi troppo bene. Aveva cercato il suo nome nella lista dei sussidi, ma non l'aveva trovato. Ce n'erano altri, di nomi, di altri anziani che evidentemente stanno messi peggio di lui. Abbiamo parlato un po', gli ho detto quello che lui già sapeva e che io sono stanco di ripetere, e cioè che i soldi non sono sufficienti. Ci siamo salutati, ho stretto quella mano un po' tremolante. Mi ha sorriso e ringraziato. Mi è scappato un gran sospiro e sono scappato via.


La fotografia del Social center
Nel nostro Municipio da diverso tempo c'è un servizio preziosissimo, retaggio di stagioni in cui si potevano fare progetti interessanti. E' il Social center, uno sportello unico a cui rivolgersi per l'intera offerta dei servizi sociali: invece di costringere i cittadini a sbattersi da un ufficio all'altro, in questo centro si possono risolvere con efficacia ed efficienza tutti i problemi di pertinenza comunale. Ma il Social center è anche un formidabile strumento di analisi territoriale dei bisogni e della domanda: dalla semplice ricognizione di quanto arriva a quello sportello si coglie immediatamente quali sono le esigenze più diffuse, i soggetti più a rischio, le necessità a cui corrispondere. Ebbene, dagli ultimi dati rilevati (anno 2011) si coglie intanto una sensibile crescita delle persone che si rivolgono al centro, intorno al 28% da un anno all'altro. Sono in particolare persone anziane, quelle che richiedono sussidi e sostegno (+39%). Di queste, il 69% segnala disagi derivanti da una condizione di solitudine e il 52% chiede un'assistenza sanitaria più accurata; mentre all'89% dichiara di considerare insufficiente la propria pensione. Ma il dato che forse più di tutti allarma e avvilisce è che, se fino al 2009 le richieste di sussidio trovavano un pressoché totale accoglimento, l'anno scorso le persone anziane che non hanno potuto ricevere alcun aiuto sono più del 300% di quelle che l'hanno ottenuto.
Forse lo sapevamo già che in questa nostra società sempre più affannata e ripiegata, sono gli anziani i più esposti al disagio e al malessere. Ma non sono purtroppo i soli. Le figure sociali a rischio crescono costantemente. Nuovi sintomi si stratificano su quelli tradizionali, laddove al malessere sociale si aggiunge e s'intreccia quello di natura psicologica (o psichiatrica). C'è il «barbonismo domestico», persone che in casa accumulano di tutto, rifiuti, carte, plastiche, mangiano appena e si esprimono con aggressività. C'è una generalizzata diffidenza paranoide, che spinge a interpretare tutto e tutti come minaccia. C'è un intensificarsi delle richieste di pacchi alimentari, a riesumare l'odioso rito elemosiniero, peraltro incoraggiato dalla stessa giunta Alemanno. C'è il rifugiarsi dove possibile: nei condotti fognari, nelle grotte naturali o in quelle che si scavano in proprio. C'è la progressiva diffusione di abusi e violenze domestiche, spesso derivante da frustrazione sociale.
Insomma, raccontata da una periferia romana, si conferma che la crisi produce povertà e insicurezza. Ma per attenuarne gli effetti non si possono massacrare i più deboli, quasi fossero scorie umane da sacrificare, nella speranza che chi resiste possa poi almeno cavarsela in seguito. Sui tempi lunghi saremo tutti morti, diceva un grande economista, ma il problema è sopravvivere nei tempi brevi.
Ps. Mentre si consuma la messa in liquidazione del welfare, nel mio territorio sono in corso due vertenze operaie che mettono a rischio centinaia di posti di lavoro: negli stabilimenti di Cinecittà e nell'ippodromo di Capannelle.



“AKTION T4” L’OLOCAUSTO DEGLI “INIDONEI”

COBAS: Comitati di base della scuola


Le prime vittime del genocidio nazista furono i malati. Già prima della guerra i nazisti, con il piano T4, diffusero l’idea secondo cui  i malati erano una zavorra superflua e dannosa e nel 1935, un libro di testo introdusse subdolamente questo tema in alcuni esercizi di matematica:
Esercizio 97
Un malato di mente costa circa 4 marchi al giorno, un invalido 5,50 marchi, un delinquente 3,50 marchi. In molti casi un funzionario pubblico guadagna al giorno 4 marchi, un impiegato appena 3,50 marchi, un operaio non qualificato neanche 2 marchi per ciascun membro della famiglia.  Secondo prudenti valutazioni in Germania ci sono 300 000 malati di mente, epilettici ecc. in case di cura..Quanto costano annualmente costoro complessivamente se per ciascuno ci vogliono 4 marchi?
 (E. Collotti, Nazismo e società tedesca (1933-1945), Torino, Loescher, 1982, p. 188)

La revisione di spesa che Monti e i partiti Italiani stanno per approvare definitivamente rappresenta l’ultimo tentativo di ‘liberarsi’, nello stesso subdolo modo, dei docenti che per GRAVI motivi di salute sono stati costretti ad abbandonare le classi ed occupano, ora, posti in Biblioteca, nei laboratori didattici oppure offrono sostegno al piano dell’offerta formativa. Così gli insegnanti saranno  ‘obbligati’ a transitare nei ruoli ATA, lavorando nelle segreterie o diventando assistenti tecnici di laboratorio e costretti a svolgere mansioni troppo gravose per le patologie riportate. Per questi motivi molti docenti non riusciranno a svolgere compiutamente quanto loro assegnato, rischiando così il licenziamento.
Ma i docenti “ idonei ad altri compiti” rivendicano il proprio ruolo nella scuola e nella società, perché nonostante non stiano più in classe, non hanno perso il proprio posto di lavoro e ancora svolgono, con passione e dignità, la funzione per la quale hanno acquisito i titoli necessari ad esercitarla.
I docenti “ idonei ad altri compiti” hanno avanzato, peraltro, una concreta proposta alternativa e indicato le risorse specifiche  per ottenere i risparmi richiesti: utilizzare, infatti, il finanziamento previsto per le Funzioni strumentali ( figure di supporto al piano dell’offerta formativa nelle scuole ), pari a 100/140 milioni di euro, costituirebbe la possibilità concreta di incamerare le somme necessarie alla revisione di spesa per far rimanere gli “ idonei ad altri compiti” sui posti attualmente occupati.
I COBAS, INSIEME AI DOCENTI “IDONEI AD ALTRI COMPITI”
hanno indetto un sit-in permanente il 23-24-26 luglio presso il Senato
e invitano tutti ad essere presenti dalle ore 10 alle 19
di ognuna delle giornate
poiché in quelle date sarà approvato “AKTION T4”
 L’Olocausto degli inidonei

il dito, la luna e landini

Giovanni Morsillo



In merito alla manifestazione del 18 luglio a Piedimonte tenuta dalla FIOM e con la presenza di alcuni partiti, gruppi sindacali di base e tanti lavoratori e cittadini, si sono fatte analisi e commenti da più parti, alcune favorevoli, altre molto meno, altre ancora tendenti classicamente a mistificare ponendo l'accento su questioni del tutto marginali (come qualche slogan di contestazione strillato contro il rappresentante del PD o contro il segretario provinciale della CGIL da alcuni simpaticoni con autocertificazione di rivoluzionari) e tentare così di oscurare i temi e le proposte, oltre che gli impegni di lotta, avanzati dalla FIOM stessa nella persona del suo segretario generale Maurizio Landini.
Di questi ci occupiamo poco, non c'è risposta che serva, per quanto argomentata, per chi non vuole capire, e conviene quindi ragionare su chi anche sbagliando esprime giudizi in buona fede. Fra quelli che hanno criticato la posizione della FIOM ci sono naturalmente coloro che pensano che il conflitto sociale sia un male assoluto, e che derivi sempre e solo dall'incontentabile sete di "privilegi" dei sindacati dei lavoratori. Sebbene si tratti di una minestra assai stantìa, possiamo suggerire a costoro di verificare se le condizioni generali della società sono migliori o peggiori dove più alto è il potere dei lavoratori, dove cioè i diritti sono ampi ed estesi rispetto ai luoghi dove essi sono conculcati o semplicemente ignorati. Non ci pare coerente considerare i paesi in cui i lavoratori sono schiavi e poveri fino all'inverosimile come "Terzo Mondo" e poi proporre più o meno le stesse ricette per le società più avanzate!
I commenti favorevoli che abbiamo registrato sulla stampa e l'informazione locale, a meno di una nostra svista, hanno però generalmente trascurato un paio di aspetti di quanto espresso da Landini e dalla FIOM che riteniamo invece cruciali limitandosi a registrare le prese di posizione sui temi e le vertenze più classiche e imminenti. Il segretario provinciale della CGIL ha avuto invece il merito (ed oggi si può parlare anche di coraggio) di mettere in discussione il ruolo monopolistico della Fiat nella produzione di auto in Italia, spiegando anche come fare. Quella che una volta si chiamava lotta alle concentrazioni, quella che si poneva l'obiettivo di smantellare i monopoli o gli oligopoli, è la politica che riemerge dalle parole di De Santis, e gliene va reso ampio merito. Da sempre le forze del lavoro si oppongono alla formazione di concentrazioni in grado di imporre alla politica ed alla società i loro disegni grazie alla propria potenza economica e al conseguente potere di ricatto. Da tempo però questa consapevolezza ha registrato un affievolimento generale, vinta in parte dalle ideologie dominanti del mercato e dall'isolamento conseguente delle forze meno asservite. Bene De Santis, quindi, e la sua proposta di creare alternative reali alla Fiat per non dismettere anche il comparto automotive nel paese dopo la fine fatta dalla siderurgia, dall'elettronica, dalla chimica, dal tessile, dall'agroalimentare e da tutti quei settori d'eccellenza la cui misera fine è stata ampiamente analizzata e documentata da studiosi del livello di Gallino ed altri economisti e sociologi.
Landini, ha superato poi ogni banalità sconvolgendo gli schemi cui ci hanno avvezzati decenni di remissivismo anche sindacale, ed ha spiccato il volo: ha detto che il tema dei temi è la rappresentanza, che fonda ogni possibilità di conquista dei diritti, sia sul campo specifico del lavoro che più in generale sul terreno della democrazia. Ottimo l'intervento, sia per consequenzialità, per coerenza che per il livello dei temi e degli argomenti. La rappresentanza è stata espulsa dall'agire civile sia nella costruzione dello Stato, e quindi degli organismi che ne regolano il conflitto interno, sia dal lavoro, con il tentativo di riduzione del sindacato da una parte a gestore di pezzi di stato e di welfare (INPS, CAAF, fondi pensione, ecc.) dall'altra a semplice notaio certificatore delle volontà padronali. Questo è il nuovo corso del capitalismo, il sistema post-democratico nel quale non è previsto il dissenso. Benissimo Landini, quindi. Ma bisognerà tornare a scuola, ad imparare che il vero problema non sta nell'effetto, ma nelle cause che lo determinano. Solamente in questo modo si potranno fare scelte in grado di affrontare le crisi non solo economiche, soltanto aggredendo le radici del problema e creando gli strumenti perché non si possano sviluppare. Per capirci, è pura illusione da bravi ragazzi pensare di risolvere la crisi con un po' di soldi elargiti dall'UE o dalla BCE, e non affrontare il problema complessivo del modello economico fondato sulla speculazione mettendo in discussione santuari come la Borsa, il FMI, il WTO e tutta l'impalcatura dell'economia finta che  chiamiamo finanza. Landini non risolverà il problema. Non da solo. Per farlo occorre riconcepire la società, darsi obiettivi certi e lottare per quelli, recuperando la saldatura necessaria fra tematiche e lotte sindacali e questione politica generale. Il lavoro non è un pezzo qualsiasi della democrazia: ne è la sostanza più profonda, ma occorre ricostruire la consapevolezza di questo.

Assumi tre e paghi uno

Luciano Granieri


 La Fiat nel primo semestre 2012 ha subito un calo di vendite rispetto all’anno precedente, pari al 19,7%. (-24,4% solo a giugno) Questa notizia è musica per le orecchie  del  tagliatore di teste Sergio Marchionne. In realtà, per qualsiasi  amministratore delegato una dato del genere dovrebbe segnare un fallimento, anzi dovrebbe indurre la proprietà a licenziare il suddetto   amministratore delegato che, fra l’altro, percepisce un stipendio 500 volte maggiore  a quello di un operaio.  Non è il caso di  Marchionne. Infatti l’obbiettivo non dichiarato, ma del tutto evidente, del manager italo-canadese e dalla Fiat che lo paga così profumatamente, non è quello di vendere autovetture bensì quello, di svendere mano d’opera .   Ridurre all’osso il  costo del lavoro sbattendo in mezzo alla strada i lavoratori italiani, e trasferendo i siti industriali in Serbia e in altri paesi dove un operaio viene sfruttato con una retribuzione da fame, corrisposta  in parte dallo Stato che ospita gli stabilimenti, è il "must".  Il tutto con somma soddisfazione degli azionisti che grazie a queste operazioni intascano cospicui dividendi . Dunque il calo delle vendite non è una iattura ma una ulteriore giustificazione per chiudere stabilimenti in Italia e trasferirli all’estero. Gli operai questo l’hanno capito bene . La dichiarazione di Marchionne secondo cui, proprio a causa della crisi di vendite, che determina dinamiche  di sovra produzione, è necessario  porre in cassa integrazione gli operai dello stabilimento modello di Pomigliano, e poi chiudere almeno una fabbrica, o quantomeno accorparla con un altro sito, non fanno altro che trasformare  il timore in  crudele e triste presagio. Coloro i quali tremano  più di tutti  sono gli operai di Piedimonte S.Germano che,  vedendo passare sotto la catena di montaggio solo i componenti della Giulietta, sospettano, a ragione, che lo stabilimento ciociaro  sarà il primo ad essere tagliato, o al massimo accorpato a Pomigliano. Prima di addentrarmi sulle ragioni per cui la FIAT subisce un tale bagno di sangue in termini di vendite, vorrei riportare alla memoria quanto accadde in occasione del referendum a Pomigliano.  Vorrei ricordare a tutti i sindacati, gli amministratori locali e nazionali, che invitavano gli operai di Pomigliano a votare il piano schiavista imposto da Marchionne,  perché ciò avrebbe significato l’assicurazione della produzione Panda nello stabilimento campano, l’impegno da parte del manager italo-candese a riassumere tutti gli operai licenziati prima della riapertura , e   a  investire 20 milioni di euro per il rilancio produttivo, che forse non fidarsi delle promesse di un tale squalo sarebbe stata cosa buona e giusta. La FIOM lo aveva capito e ha lottato fino all’ultimo pagando dazio con la cacciata dei propri iscritti dalla fabbrica.  Ricordiamo le dichiarazione del democristiano  Bonanni della Cisl, il quale se la prendeva con i metalmeccanici della CGIL perché, secondo lui, non ci si poteva  arroccare sulla difesa dei   diritti relativi ai metodi   di  lavoro  se il lavoro non c’era. Col senno di poi  ci siamo resi conto   che i diritti sono sfumati, a causa del risultato referendario,   ma è sfumato anche quel lavoro, l’assicurazione del quale,  secondo Bonanni, doveva far digerire le nefandezze iscritte nel  ricatto referendario.  Pomigliano va in cassa integrazione per tutta l’estate, e un altro stabilimento è a rischio concreto di chiusura.  Se fossi un operaio che ha votato a favore del referendum secondo le indicazione del mio sindacato di regime,  pretenderei le dimissioni di coloro che all’interno di quel sindacato hanno spinto affinché si votasse il piano Marchionne, e chiederei la denuncia per truffa di Marchionne stesso.  Ma veniamo al punto relativo alla crisi delle vendite. E’ evidente che tutto il mercato dell’auto segna il passo. La Fiat però oltre che dalla crisi è punita da una gamma di vetture, o obsolete, o  male posizionate in termini di marketing. Cominciamo da Cassino. Oltre alla Giulietta qui si produceva la Lancia Delta, che ha lo stesso autotelaio della Giulietta, e la Bravo. Quest’ultimo modello era già vecchio, in termini di contenuti tecnologici sin dal 2007, data della sua nascita. Il segmento "C" è una  tipologia di autovetture comprendente  Bravo, Giulietta, e Delta, ma anche  Golf,  Audi A3,   Ford Focus, tutte auto  tecnologicamente più avanzate rispetto alla Bravo, che non è mai riuscita a conquistarsi una fetta di mercato significativa . Veniamo alla Punto. Questo forse è il modello che ancora tiene un po’ in piedi la baracca. Prodotta a Melfi,  pur non proponendo  contenuti tecnici eccelsi, presenta comunque un ottimo rapporto qualità prezzo, per cui ancora oggi rimane leader del segmento "B" quello comprendente modelli tipo  la VW Polo, la Opel Corsa e la Ford Fiesta. La 500, vanto dello stabilimento di Tichy (Polonia),  nata come vettura status, tale da presentare un prezzo decisamente sopra la media, ha tenuto fino a quando le condizioni economiche consentivano ai figli di professionisti, o a signore benestanti, di spendere mediamente 15mila euro per un attrezzo che attualmente  viene definito  il beauty case di Jennifer Lopez. Oggi la crisi ha messo in luce il costo eccessivo rispetto ai  contenuti dell’auto, segnando  una caduta delle vendite.Tanto che la Fiat sta cercando di riposizionare il prezzo per renderla più appetibile. L’"Idea" non esiste più  sarà sostituita dalla “Cinquecentona” che anziché essere costruita a Mirafiori,  come promesso da Marchionne in cambio della sottoscrizione  a Torino dello stesso piano schiavista di Pomigliano, verrà prodotta in Serbia, altra truffa ai danni degli operai torinesi. Del Freemont macchinone americano importato in Italia con il marchio Fiat meglio non parlare. Non solo non si vende, addirittura  diventa complicato anche ordinarlo. Ma il flop vero è quello della nuova Panda. La vettura su cui Pomigliano basava la sua rinascita.  Bisogna considerare che la Panda così come conosciuta fino a ieri è stata forse l’ultimo  grande successo della Fiat. 4milioni e cinquecentomila vetture vendute dal momento della presentazione del primo modello fino ad oggi. La Fiat “p’andà ndo’ te pare” era , ed è, perché ancora in produzione (in Polonia), una vettura economica versatile, dalla personalità ben definita che la rende veramente una delle utilitarie di maggior  successo. Andare quindi a modificare  una linea così competitiva  è sempre un’operazione rischiosa. Facendolo snaturando completamente l’immagine del  modello è suicida. La nuova Panda secondo Fiat dovrebbe ricalcare le orme della 500, ossia un’auto  dallo stile  particolare, desiderabile. In effetti la vettura è gradevole in termini di design sia esterni che interni , diciamo pure che è bella, il che dovrebbe giustificare un prezzo di 14mila euro, aria condizionata e radio incluse. L’immagine  Panda però da sempre è  associata ad una vettura economica. Panda è sinonimo di un mezzo che con pochi soldi ti consente di andare dove vuoi con un discreto confort. Quindi le aspettative di che si avvicina  alla nuova creature made in  Pomigliano non sono  quella di trovare un’auto così costosa seppur bella, tutt'altro . Infatti in termini di vendite la vettura è stato un flop vero e proprio e anche in questo caso è in atto da parte di Fiat una massiccia operazione di riposizionamento  del prezzo al ribasso che ancora risulta insufficiente.  Come si vede al di là della assenza completa di investimenti sull’evoluzione tecnologica, la gamma Fiat subisce le conseguenze di politiche di marketing dissennate che pongono i modelli della multinazionale italo-americana fuori dal mercato, in una posizione poco competitiva rispetto alla concorrenza. E perché la causa di queste defaillance di management devono ricadere sugli operai?  Perché, e torniamo al tema con cui abbiamo aperto il post, A FIAT NON INTERESSA VENDERE AUTOVETTURE MA SVENDERE MANO D’OPERA.




P.S.
Per chi ancora non lo sapesse, preciso che la mia professione è quella di consulente di vendita presso una concessionaria Fiat della zona, per cui le problematiche commerciali della casa torinese, mi sono ben note.