Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

domenica 22 giugno 2014

Incontro evento sulla Valle del Sacco

Gruppo di Lavoro "Incontriamoci"

Il gruppo di lavoro “Incontriamoci”, una rete trasversale formata da soggetti del mondo associativo, civile e politico del nostro territorio, ha organizzato il giorno venerdi 27 giugno alle ore 17:30 presso il Castello Colonna di Patrica un evento – dibattito sul tema “ La Valle del Sacco: ieri , oggi, domani” .
Il problema dell’inquinamento della Valle nasce da lontano: come è noto la presenza di pesanti industrie insistenti sul nostro territorio, discariche di rifiuti e inceneritori, nel corso di decenni ha determinato , e continua a farlo, gravi conseguenze su ambiente e sulla salute dei cittadini della Valle, che sono stati in parte sottoposti a sorveglianza sanitaria per la contaminazione biologica da Betaesaclorocicloesano, e che pagano, tutti, un prezzo altissimo in termini di qualità della vita .

Studi epidemiologici sulle aree interessate hanno evidenziato il nesso tra la presenza di impianti di incenerimento, rifiuti e malattie respiratorie e broncopolmonari ostruttive e non; sul versante economico finanziario i danni sono anch’essi ingenti per l’impossibilità di utilizzare produttivamente le aree interdette prossime alle rive del fiume .

La condizione della Valle è divenuta ancor di più per la sua gravità al centro dell’attenzione negli ultimi mesi e negli ultimi i giorni , a causa del ripetersi , da sud a nord della Valle, di pesantissimi episodi , che stanno facendo vivere la popolazione nel timore dell’inquinamento costante, nonostante l’impegno costante di fatto delle forze dell’ordine. Gli sversamenti clandestini nel fiume ricoperto di schiuma a Ceccano, l’ aria irrespirabile per i miasmi emanati per l’incendio della discarica a Colleferro, la questione del TMB , quella dell'impianto di compostaggio a Ferentino, quella degli inceneritori, del trasporto illegale di rifiuti tossici, ed altre , numerose, stanno delineando una situazione che rischia di diventare ingestibile, come evidenziato anche dalle numerose iniziative di sensibilizzazione in atto e dalla grandissima partecipazione alla manifestazione a Ferentino dello scorso 7 giugno , organizzata dai cittadini esasperati dalla mancanza di risoluzione concreta al problema dell’inquinamento della Valle e richiedenti maggiori controlli,più severi,sistematici,costanti e capillari del territorio contro i reati ambientali .

E’ ormai inderogabile la piena realizzazione di un'azione di concerto tra istituzioni, politica, sindaci, enti, associazioni e cittadinanza attiva volta ad intraprendere un percorso progettato , coordinato e condiviso, con il contributo di tutte le parti in causa, per individuare a 360 gradi gli ambiti di intervento e lavorare, invertire la rotta sul tema dell’inquinamento e avviare una prospettiva concreta di risanamento ambientale e sviluppo sostenibile del territorio della Valle .

Due sono le tematiche aperte al centro del dibattito sul territorio e dell’evento organizzato da “Incontriamoci” : una è quella della battaglia contro il declassamento del Sito di Interesse Nazionale sancito nel gennaio 2013 dal decreto Clini , dei relativi ricorsi presentati da Regione Lazio, Legambiente e ad adiuvandum da Retuvasa, sostenuti dalla petizione popolare consegnata al ministro Galletti e dall’interrogazione parlamentare dell’On. Ermete Realacci, e dell’esito dei quali siamo in attesa circa il pronunciamento del TAR del Lazio; l’altra è quella dell’inserimento dei provvedimenti di bonifica dell’area della Valle come uno degli obiettivi delle linee guida della programmazione europea 2014-2020 da parte della Regione Lazio.

A questo proposito è fondamentale sensibilizzare i Comuni della Valle, affinché si prendano carico del loro decisivo ruolo di proposta, di azioni e interventi nella direzione del risanamento e dello sviluppo sostenibile del territorio. Ai Sindaci dei comuni della Valle , a ciascuno di loro, sarà riservata una sedia nel convegno/dibattito del 27 giugno, perché apportino il loro contributo, in un confronto costruttivo e produttivo tra il mondo delle Istituzioni, quello delle associazioni e quello dei cittadini .

Le popolazioni dei nostri territori attendono risposte. “INCONTRIAMOCI”, organizzatore dell’evento/dibattito “La Valle del Sacco: ieri, oggi, domani” , è un gruppo di lavoro costituito da: Antonella D’Emilia e Luca Ascani , promotori della petizione popolare contro il declassamento del SIN “Valle del Sacco” ; Francesco Raffa, Legambiente Frosinone; Antonio Di Salvo, Società Operaia di Frosinone;Alberto Valleriani, Retuvasa ; Margherita Antonucci Presidente CAI Frosinone; Olga Kozarova , Legambiente Circolo Sgurgola; Silvano Veronesi Circolo Legambiente Lamasena.


sabato 21 giugno 2014

Nablus 21/06/2014 ancora sotto attacco

Samantha Comizzoli



Una settimana di attacchi notturni da parte dei nazisti Israeliani. Durante la notte al centro di Nablus per sparare e rapire i Palestinesi. L'immagine finale l'ho girata all'ingresso del Wtanja Hospital.

L’artista e le lotte di classe, ovvero: quando la critica delle armi impone una visione del mondo. Appunti politici attorno al film Giù la testa di Sergio Leone

Collettivo Militant


La Rivoluzione non è un pranzo di gala, non è una festa letteraria, non è un disegno o un ricamo, non si può fare con tanta eleganza, con tanta serenità e delicatezza, con tanta grazia e cortesia. La Rivoluzione è un atto di violenza
Mao Tse Tung
Non è immediato oggi cogliere il significato della citazione di Mao che apre il film di Leone. Eppure, da qui bisogna partire per comprendere il senso politico dell’opera. A prima vista, l’introduzione del presidente cinese, ancora in vita al momento della realizzazione del film, appare totalmente fuori luogo, al più ridondante. Per quanto il prolifico e altalenante filone del “western all’italiana” abbia contribuito alla vitalità artistica di un cinema ormai in declino, non può essere certo ascritto a quel movimento cinematografico “impegnato” caratteristico di quegli anni. Allo stesso tempo, non può bastare un accostamento superficiale tra violenza degli eventi narrati e ineludibilità storica di quest’ultima, certificata dalla citazione utilizzata come giustificazione della violenza presente nel film. Il fatto è che Giù la testa non è un western, ma un film politico, un film sulla Rivoluzione e sui mezzi necessari alla lotta per il potere. E Mao Tse Tung non viene usato per giustificare un discorso, men che meno per omaggiarne la figura, ma per dare una linea politica.
Gli anni Settanta in Italia erano anni di violenza politica e di repressione. Nel vortice politico che risucchiò una generazione di militanti e che costrinse il mondo intellettuale a schierarsi da una parte o dall’altra (quasi sempre dall’altra), Sergio Leone interviene a gamba tesa. Scegliendo di schierarsi, non si lascia attrarre da giustificazionismi di sorta, come se l’uso della forza delle classi subalterne fosse determinato solo dal comportamento corrotto delle elite di potere. Sergio Leone decide di stare dalla parte della Rivoluzione dicendo che questa non può darsi senza la lotta armata. E lo dice nel momento in cui, in Italia, questa prenderà vita. Probabilmente, la spirale di eventi che porteranno migliaia di militanti a prendere sul serio questo discorso provocherà una crisi di rigetto da parte di tanta parte di mondo intellettuale non ancora pronto al salto definitivo verso l’ignoto rivoluzionario, dove non esistono posizioni di rendita intellettuale tali da assicurare comodità. Il blocco cinematografico di Leone dopo questo film non va pertanto letto unicamente come “pausa intellettuale” o “vuoto creativo”, ma anche come crisi politica ed umana. La crisi di chi, dopo aver spiegato come si fa, poi viene costretto a cimentarsi con una realtà sempre più vicina alla teoria.
Sebbene inserito nel filone western, Giù la testa non è un western. Non è ambientato nei nascenti Stati Uniti alla conquista dell’ovest, non ha come protagonisti banditi o bovari in cerca di fortuna, non descrive una lotta fra guardie e ladri in una terra di nessuno dell’incerto controllo statale in fase costituente. E’ invece il racconto della Rivoluzione, delle sue contraddizioni, dei suoi passi falsi, narrata da chi comprende che un evento di tale portata non può essere preso frontalmente. Il Messico del 1916 è allora il posto ideale per gettare questo sguardo obliquo avendo come obiettivo ciò che succede in Italia negli anni Settanta.
Il film ruota attorno a tre dinamiche decisive nel discorso politico di quegli anni: l’incontro/scontro tra classe sociale e avanguardie politiche; la necessità della lotta armata quale sostanza ineludibile di ogni discorso politico rivoluzionario; le asprezze della lotta e della repressione, soprattutto inerenti al cedimento del fronte interno tramite la dissociazione, cioè il tradimento politico.
Il discorso sopra affinità e divergenze tra la “classe in sé” e i militanti politici è sempre stato, e lo è tutt’ora, uno dei nodi centrali di ogni percorso organizzativo. Nell’opera, la parte del proletario senza interessi politici, disincantato e cinico, ma con un istintivo odio di classe verso i ricchi e il potere, viene simboleggiato da un bandito, Juan Miranda, che insieme alla sua famiglia rapina diligenze e vive come può alla giornata sognando il grande colpo alla banca. Il combattente politico è invece personificato da un militante dell’IRA, John Mallory, in fuga dall’Irlanda ormai braccato dalla repressione, e che giunge in Messico per portare a compimento quella rivoluzione non riuscita in patria. Sebbene repressione e delusioni umane e politiche abbiano anche in lui prodotto la medesima disillusione e cinismo, rimane evidente la differenza, che nel film viene descritta quasi come antropologica, fra i due personaggi. L’uno politico, l’altro no.
Purtroppo, nonostante il coraggio del regista nel trattare il tema, il rapporto tra i due risente di una visione idealista, in un certo senso tipica anche oggi, del discorso sopra l’incontro tra avanguardia politica e base sociale di riferimento. Il proletario e il militante sono due esseri socialmente diversi quindi, in ultima istanza, incomunicanti: il primo vive sulla pelle quelle contraddizioni che il secondo legge sui libri, e questo fatto non può che produrre una contraddizione. La fiducia rivoluzionaria del secondo è viva solamente grazie alla distanza che separa questo dalle reali condizioni di vita dei subalterni. Non c’è possibile convergenza: grazie all’esperienza di lotta fatta insieme, il proletario giungerà alla “presa di coscienza” rivoluzionaria solo quando il militante giungerà all’estremo disincanto delle ragioni della lotta. Riproducendo il classico schema, piccolo-borghese e sovente smentito dalla storia, per cui di fronte alle concrete asprezze della lotta, sarà il proletario a rimanere in piedi e il militante a cedere di fronte alla repressione. Nonostante il militante dell’IRA non ceda, tutto il mondo politico attorno a lui e un mondo costellato da dissociazioni, da cedimenti alle torture, di delazioni che reiterano la percezione di una presa di coscienza libresca che di fronte alla crudezza della lotta viene meno. Ma il sentimento che persiste lungo tutto il film è quello della sfiducia: nonostante il percorso assieme, per il proletario la fregatura è sempre dietro l’angolo, esemplificato da un discorso che il bandito Miranda fa al militante irlandese :
“Quelli che leggono i libri vanno da quelli che non leggono i libri, i poveracci, e gli dicono: Qui ci vuole un cambiamento! E la povera gente fa il cambiamento. E poi i più furbi di quelli che leggono i libri si siedono dietro un tavolo e parlano, parlano e mangiano, parlano e mangiano; e intanto che fine ha fatto la povera gente? Tutti morti! Ecco la tua rivoluzione! Per favore, non parlarmi più di rivoluzioni!”
Il bandito messicano riesce, al contrario, ad accogliere in pieno le ragioni della lotta, divenendone suo malgrado uno dei leader, solamente di fronte alla morte dei suoi figli, cioè quando vive sulla propria pelle le crudeltà della repressione statale. Anche qui, l’idealismo di maniera impedisce al film di essere utilizzato come paradigma. Il fatto è che, descritti come antropologicamente diversi, può prodursi un incontro umano tra le due figure, ma difficilmente un incontro politico slegato dall’amicizia o dall’esperienza diretta, capace di generalizzare quell’incontro. La storia delle lotte di classe, in Italia come in America Latina o in Asia, smentisce tale interpretazione, non a caso reiterata dal racconto borghese delle rivoluzioni, per cui queste sono il prodotto di manipolazioni populiste da parte di una elite in cerca di potere. Non c’è alcuno scarto tra proletario e militante politico, perché il militante politico rivoluzionario è, nella grande maggioranza dei casi, un proletario. E se il percorso della fatidica “presa di coscienza” è variegato, non sono “i libri” a determinare la volontà rivoluzionaria. Semmai, elementi culturali possono intervenire a strutturare questa volontà, ad indirizzarla verso questo o quel percorso, ma non c’è contraddizione o distanza fra classe sociale e sue avanguardie.
Al contrario, il discorso dove Sergio Leone riesce ad esprimere un coraggio e una chiarezza inusuali per un certo tipo di intellettualità è quello sulla lotta armata. Come detto in precedenza, proprio nel momento in cui anche in Italia iniziano a nascere certe esperienze di lotta, il regista fa una scelta di campo e indica una direzione: il discorso rivoluzionario concerne l’uso della forza, e l’uso della forza va organizzato. Non c’è alcun cedimento umano o pietistico intorno al tema. Nel film, i nemici politici vanno eliminati, senza ripensamenti. Non è odio personale contro questo o quell’esponente del governo o dell’esercito, ma una violenza politica che concerne la lotta per il potere. Nel momento della lotta la parola passa alla razionalità politica, senza spazio alcuno alla filosofia o al moralismo. Anche le continue riflessioni critiche tra i due protagonisti scompaiono durante il conflitto, perché questo impone una scelta di campo, e a questa scelta non è possibile sottrarsi. La strada per il potere rivoluzionario è fatta di sangue, che lo si voglia o meno. Tanto vale organizzare questo sangue, con scientificità, senza avventurismi.
Altro discorso centrale dell’opera è il rapporto con il tradimento. La asprezze della lotta provocano cedimenti difficilmente razionalizzabili. Dapprima in Irlanda, poi in Messico, il militante dell’IRA John Mallory è costretto a subire il tradimento dei suoi compagni, la dissociazione, la delazione sotto tortura. Di fronte al dramma del compagno che cede alla tortura, Leone-Mallory indica due strade, simbolo dell’impossibilità di razionalizzare l’evento. In Irlanda, Mallory uccide il compagno (e suo migliore amico) Sean Nolan (di qui il tema musicale di Ennio Morricone,Sean Sean) che, cedendo alle torture, fa arrestare il resto dell’organizzazione. La scelta estrema sarà motivo del disincanto del protagonista, che viene riprodotta in Messico: qui è il dirigente dell’organizzazione, il dottor Villega, che non regge la brutale repressione, mandando decine di rivoluzionari alla fucilazione. Di fronte alla riproposizione dell’evento, Mallory decide di non decidere, concedendo al traditore di vivere. Questa scelta imporrà una redenzione del traditore, che troverà una morte da eroe nella battaglia per arginare le forze militari mandate a sconfiggere i rivoluzionari. La morte da eroe cancella il cedimento sotto tortura? A questa domanda il regista non risponde. Di fronte al cedimento (qui parliamo del tradimento dovuto a tortura fisica, non alla dissociazione o al pentimento per meri tornaconti personali) solo due strade si aprono: il ritiro dalla politica o la morte in battaglia. Non esiste una terza strada. Il coraggio e la capacità nel trattare il tema, ancora oggi dovrebbero illuminare schiere di intellettuali e dirigenti politici. Soprattutto nel nostro paese, la via della dissociazione ha aperto la strada alritorno in politica. Non possiamo che rimpiangere allora l’indicazione di Leone.
Il film oggi non può che reiterare la propria “inattualità”. La possibilità delle classi subalterne di razionalizzare l’uso della forza è un’immagine espunta dal discorso politico. L’unica violenza ammessa è la reazione rabbiosa di fronte alla povertà, rabbia e violenza descritte come tentativo sottoproletario di accedere al consumismo senza freni, unica loro possibilità di soddisfazione. Il “riot”, per forza di cose impolitico, viene represso ma non criminalizzato perché funzionale ad un discorso di potere. La valvola di sfogo della violenza senza obiettivi può ben essere trattata dalla forza pubblica alla stregua della comune criminalità, perciò in qualche modo sistemica e dunque fisiologica. Ciò che va espunto dalla storia non è allora la violenza in quanto tale, ma la sua organizzazione politica. E’ l’avanguardia politica che organizza la forza che va repressa senza alcun termine di mediazione. Laddove si presenta, è d’altronde palese il tentativo di ricondurre l’evento a fatto d’ordine pubblico, da risolvere attraverso l’uso della polizia. Tanto all’interno dei propri confini quanto in operazioni che non a caso vengono definite di polizia internazionale. Il nemico politico non è pensabile, ma questo può essere descritto solo nei termini del terrorista o del criminale comune.
Eppure, nonostante la distanza discorsiva difficilmente colmabile tra l’opera di Leone e la realtà odierna, la banca di Mesa Verde trasformata in prigione politica descrive ancora con forza impareggiabile la violenza del capitale, che non è solo o soltanto una violenza economica, quanto una violenza politica. Nel momento della lotta, anche l’icona dello sfruttamento economico, la banca, può ben servire alla ragione di Stato. Le casseforti un tempo colme di denaro possono rapidamente adattarsi a celle per militanti, se lo impone il corso degli eventi, cioè la lotta di classe. Non è rapinando una banca che si cambia la ragione sociale di quell’istituzione allora, ma attentando al potere politico che consente a quella banca di svolgere quella funzione. Un discorso quanto mai attuale, in questa fase di rifiuto del politico.

CONFRONTO PUBBLICO PER L'ATTUAZIONE DELLA L.R. 5/2014

COORDINAMENTO REGIONALE ACQUA PUBBLICA LAZIO


Mercoledì 25 giugno

Poggio Mirteto (RI)
Sede ARCI – Via Cairoli/Piazza Martiri della Libertà

  
programma

ore 15,00 – Incontro Coordinamento regionale acqua pubblica Lazio

ore 17,00 – Confronto pubblico con amministratori locali e tecnici esperti

ore 20,00 – Cena a sottoscrizione


E' stato invitato ad intervenire l'Assessore Regionale all'Ambiente Fabio Refrigeri


Dal 5 aprile nel Lazio è in vigore una nuova legge regionale che regola il servizio idrico integrato secondo i principi di solidarietà, autonomia degli enti locali e di salvaguardia della risorsa idrica, cercando di sottrarla alle speculazioni e alle logiche di mercato come hanno chiesto la maggioranza dei cittadini con i referendum del 2011.
In questi giorni, volontari dei comitati locali, ricercatori, tecnici esperti e amministratori hanno cominciato a lavorare per l'attuazione immediata di una delle leggi più innovative in Italia in tema di servizio idrico. A Poggio Mirteto si terrà un primo confronto aperto a tutta la cittadinanza per cercare di aumentare la consapevolezza sul tema dell'acqua ed in particolare sulle problematiche concrete che affliggono i territori.


Per informazioni sull’iniziativa:
3474807602 - 3333783599
                                                                                 Coordinamento                                                   
                                                                                        acqua pubblica
                                                                                        della Sabina

Abc, l'esperimento democratico di Napoli

Ugo Mattei. Fonte: http://www.sbilanciamoci.info/

Lo Stato dell'economia/La società che gestisce il servizio idrico ha uno statuto sociale ed ecologico e una governance fondata sulla partecipazione

La crisi industriale richiede un nuovo intervento pubblico e riporta all'ordine del giorno la questione del governo democratico dell'economia. Ma - come ci ricordano i casi di politiche sbagliate e di corruzione - non basta dare potere e risorse a soggetti pubblici per risolvere i problemi: serve un controllo democratico e forme di gestione rivolte a tutelare l'interesse collettivo.
La stagione dei beni comuni - referendum sull'acqua, occupazione dei teatri, costituente per i beni comuni ha radicalmente posto in discussione la dicotomia tra pubblico (Stato) e privato (mercato), e in particolare la riduzione della questione democratica alle istituzioni del primo. Certo, la critica alla rappresentanza non poteva che rivolgersi principalmente alle istituzioni politiche pubbliche: la «ripubblicizzazione» dell'acqua e degli altri servizi di interesse economico generale non può coincidere con un ritorno a un pubblico burocratico, gerarchico e verticale. Ma la questione democratica si pone naturalmente anche nelle sedi economiche, e non più soltanto in quelle politiche.
In questo quadro ho seguito l'importante esempio di trasformazione dalla veste privatistica (Spa) a quella pubblicistica (Azienda speciale) avvenuto a Napoli, dove l'acquedotto, un servizio a vocazione industriale con fatturato ben superiore ai 100 milioni di euro e con un numero di dipendenti dell'ordine del mezzo migliaio è stato definitivamente trasformato in Azienda Speciale ABC (Acqua Bene Comune) nell'aprile del 2013, proponendosi come modello (finora non seguito) di ottemperanza fedele al referendum di tre anni fa.
Sul piano teorico, il processo non poteva essere più limpido e cristallino. L'Azienda Speciale ai sensi del Testo unico sugli enti locali è dotata di piena autonomia statutaria. Lo statuto è il vero Dna di ogni soggetto economico perché determina i comportamenti degli amministratori, perciò tutto sta nell'adottarne uno coerente con la natura di bene comune del servizio idrico. Lo statuto di ABC dovrebbe vincolare così gli amministratori (per due quinti espressione del «mondo ambientalista») ad un governo dell'acqua come bene comune, ossia ad uno spirito ecologico, contestuale, solidaristico, generativo e senza fini di lucro.
Si supera così la natura tipicamente estrattiva, di breve periodo, verticalmente aziendalistica e «for profit» delle Spa (indipendentemente dal fatto che l'azionariato sia pubblico o privato). Il bene comune servizio idrico non è frazionato in azioni, per loro natura agevolmente alienabili, sicché il valore d'uso torna a prevalere strutturalmente su quello di scambio e la privatizzazione è davvero scongiurata.
Fatta questa scelta, occorre affrontare il problema per cui insieme allo «scopo di lucro» si rischia di perdere i servigi della sola «agenzia» capace di misurare l'efficienza aziendale, ossia «il mercato». È quindi essenziale sostituire il «controllo del mercato» con «il controllo della partecipazione», o meglio affiancare il secondo al primo, allestendo una sorta di parlamentino dell'acqua (il Comitato di sorveglianza) che a regime dovrebbe dotarsi dei mezzi tecnici (per esempio una matrice dei beni comuni) idonei a garantire che il governo ecologico e sociale non degeneri in collocamento del nipote scemo del potente di turno.
Questa combinazione di statuto ecologico e sociale con governance fondata sul controllo partecipato dell'operare degli amministratori è sicuramente la chiave di volta del nuovo governo democratico dell'economia di cui ABC si propone come modello. Ovviamente, è necessario molto lavoro teorico e pratico che non può essere portato avanti in solitudine, sicché ABC ha promosso a livello nazionale Federcommons associazione che cerca di legare fra loro le oltre duemila aziende di servizi ancora interamente in proprietà pubblica il cui valore, dell'ordine di ben 500 miliardi (stime dell'Imf), costituisce la vera preda delle prossime rapaci privatizzazioni.
Infatti se a Napoli abbiamo allestito il parlamentino dell'acqua, composto di cinque lavoratori eletti, cinque utenti sorteggiati, cinque componenti del consiglio comunale e cinque rappresentanti dei movimenti ambientalisti (oltre all'assessore con delega all'acqua) nulla vieta di immaginare altrove un parlamentino della spazzatura, uno dei trasporti, uno della scuola, uno della Rai, in modo da attirare al governo dell'azione pubblica intesa come bene comune le migliori energie della cittadinanza attiva.
È presto per valutare i nostri risultati anche perché come prevedibile scontiamo non poca resistenza su diverse linee. Intanto, la ripubblicizzazione, ponendosi in contrasto radicale con i tentativi continui di aggirare il referendum, si ritrova come nemici i poteri finanziari (che cercano di limitate l'accesso al credito, per fortuna oggi assai basso), e l'informazione dominante, portatrice di interessi direttamente in conflitto con il mantenimento dell'acqua pubblica.
Inoltre, scontiamo un ritardo soprattutto culturale da parte delle istanze comunali che stentano a comprendere che il modello ABC lungi dal voler concentrare maggiori poteri nella politica rappresentativa, costituisce un avanzato tentativo destituente volto alla restituzione al popolo sovrano del potere mal utilizzato dalla rappresentanza. A questo proposito, si sta giocando una delicata partita proprio su alcune proposte modifiche di Statuto che rischiano di mettere la «mordacchia» ad ABC, mentre invece occorrerebbe ripensare al controllo analogo con piena responsabilizzazione del parlamentino, ovviando altresì ai problemi gravissimi generati dall'inerzia e dai tempi della politica. Infine ben scarso entusiasmo per questo esperimento è manifestato dai movimenti napoletani, i quali non si rendono conto che il meglio è nemico del bene e paiono assi riluttanti ad assumere la responsabilità che deriva dal partecipare al gioco istituzionale. Incredibilmente, la sola componente che ancora non ha dato i suoi cinque rappresentanti del parlamentino dell'acqua è proprio quella di movimento! Verrebbe da dire: è facile predicare la ripubblicizzazione, molto meno è sporcarsi le mani per metterla in pratica.
L'esperimento ABC sta dando risultati largamente positivi sul piano economico, finanziario e degli investimenti in chiave di beni comuni. I risultati di gestione sono tutti migliori rispetto al budget nonostante l'assai becera applicazione di spending review ed altri arroganti interventi esterni, dall'Agenzia delle entrate, a Inps, Inpdap, ad alcuni uffici comunali, ai favoritismi intollerabili della Regione Campania nei confronti dei soliti gruppi privati: ABC resta l'unica partecipata virtuosa del Comune di Napoli, in attivo a dispetto dei Santi! È forse a causa di questi risultati che l'esperienza istituzionale di ABC è occultata dal dibattito pubblico.

venerdì 20 giugno 2014

Il coordinamento ambiente di Anagni ha incontrato il nuovo sindaco

Coordinamento per l’Ambiente di Anagni

Associazione  “Anagni Viva”,  Associazione  Diritto alla Salute DAS,  Associazione Terra  Dolce,  Comitati di quartiere Ponte del Papa, Osteria della Fontana, Vox Populi, S, Bartolomeo

Mercoledì 18 giugno una delegazione del Coordinamento Ambiente di Anagni ha incontrato ufficialmente il neo Sindaco di Anagni, dott. Fausto Bassetta.
La delegazione,costituita da Alessandro Compagno per la Das, Piero Ammanniti per il Comitato salviamo l’Ospedale di Anagni, Anna Natalia, Rita Ambrosino, Luciano Marinelli per Anagni Viva, Vincenzo La Pastina, per il Comitato San Bartolomeo e Pasquale Maiorano, per Terra Dolce, ha esposto in sintesi gli sviluppi che la situazione ambientale del territorio di Anagni e dell' intera Valle del Sacco ha avuto nel corso degli anni, per giungere alla condizione attuale che presenta, purtroppo rafforzate, tutte le tipologie di inquinamento dell'aria, dell' acqua e della terra che, per accumulo nel tempo, hanno raggiunto livelli non più tollerabili, le cui conseguenze non colpiscono soltanto il territorio ma le condizioni di vita e di salute, sempre più compromesse, di tutti i cittadini.
Al Sindaco è stato chiesto di impegnare l' Amministrazione in un progetto organico che preveda controlli sistematici del rispetto delle leggi per gli impianti presenti nel territorio e le sanzioni per i responsabili delle violazioni, per non dover più agire per rispondere soltanto alle emergenze.
È stato sottolineata da tutti i presenti la necessità di delineare una posizione di fermezza dell' Amministrazione di Anagni e delle Amministrazioni dei Comuni limitrofi in sede di Conferenza dei Servizi, per respingere decisioni di apertura di discariche e installazioni di inceneritori in un territorio che non è più disposto a subire ulteriori devastazioni.
A tale proposito, il Coordinamento ha espresso al sindaco la necessità di intervenire con una ferma opposizione al progetto di realizzazione di un impianto per il  trattamento di RSU che si sta tentando di realizzare in località Casarene.
Inoltre diventa indispensabile l'avvio di seri ed efficaci progetti di bonifica e risanamento, quanto la richiesta di risarcimento per i danni inferti a questa valle e ai suoi cittadini.
Il Sindaco ha preannunciato il rafforzamento della polizia ambientale, il possibile impegno per tirocinio sull' ambiente di laureati e laureandi, potendo usufruire di finanziamenti regionali, e la contrarietà all' impianto di Casarene.
Saranno avviate misure sistematiche di controllo con la costituzione di una Commissione Ambiente Permanente.
Il Coordinamento ha molto apprezzato l' attenzione dimostrata dal Sindaco per le sollecitazioni avanzate e per l' impegno a collaborare con il gruppo di associazioni e comitati e, a sua volta, esprime fiducia nell' avvio di un nuovo corso per affrontare efficacemente la grave questione ambientale.


I nuovi sfascisti

Luciano Granieri


Il tempo è galantuomo. E’ vero, anche se tale la galanteria, spesso, si rivela inutile quanto beffarda.  Mi riferisco alla campagna elettorale cui ho partecipato nelle fila di Rifondazione Comunista per le elezioni comunali del 2012. Competizione disastrosa anche in termini di deterioramento di rapporti umani, ma molto utile per capire certe dinamiche. 

Il tempo è galantuomo perché in quella campagna elettorale eravamo gli unici, noi del circolo Carlo Giuliani di Rifondazione di Frosinone , a sostenere, e quindi a voler inserire nel programma, la necessità di contravvenire al patto di stabilità per i Comuni . Venimmo bollati come terroristi dai componenti delle altre liste (Sel e una civica denominata Frosinone Bene Comune) che con noi appoggiavano il candidato sindaco    Marina Kovari. Il patto di stabilità era una iattura ma non rispettarlo era un atto scellerato di disobbedienza civile ci dissero  . 
Oggi  a distanza di due anni,  il patto di stabilità è il pericolo pubblico numero uno .  Perfino Matteo Renzi, evidentemente non un terrorista, tuona contro questa odiosa prescrizione divenuto bersaglio anche dei sindaci più moderati .  

Ma il tempo ci onora dell’elogio di galantuomini anche per altre cosucce accadute prima e durante quella campagna elettorale. Proprio il tempo ci  riabilita dalle accuse di sfascismo ricevute dalla segreteria provinciale del nostro ex partito, la quale aveva identificato nella nostra condotta politica, orientata  a fuggire dall’abbraccio mortale con il Pd e altri pezzi  riformisti in libera uscita nei comuni della Provincia chiamati al voto, la causa dello scioglimento del Circolo Carlo Giuliani di Frosinone. 

Sfascisti era anche l’accusa che ci venne dal  circolo di Rifondazione di Ceccano impegnato anch’esso nella campagna elettorale per  le comunali. Nella tappa di avvicinamento alle elezioni i compagni di Ceccano prima schifarono sia  la Maliziola, accusata di essere una borghese riformista al servizio di Schietroma,  sia il candidato trito e ritrito del Pd Maurizio Cerroni. Poi in nome del “laboratorio della buona politica” si turarono il naso e scelsero la Maliziola, per assicurare comunque al loro esponente Umberto Terenzi  lo   scranno a vita  in consiglio comunale .  

La scelta portò il laboratorio della buona politica alla vittoria con l’elezione a sindaco di Manuela Maliziola . Ma subito i  rifondaroli ceccanesi dovettero abbozzare  l’entrata in giunta dell’ex forzitaliota  indigesto   Angelino Stella.  Morale della favola. Il Circolo della Buona politica, ha governato con la Maliziola contro il Pd, poi ha governato con la Malziola e il Pd  infine ha sfasciato  tutto, firmando insieme alle odiate forze amiche nemiche Psi-Sel-Pd  e qualcuno di Fratelli d’Italia,  le dimissioni  in massa sancendo la fine prematura della giunta Maliziola . 

La ripicca per non aver ottenuto le poltrone richieste è arrivata ad un punto tale  da autocertificare il proprio fallimento, buttare a mare il voto dei cittadini ed affidare la città con la sua marea di maleodoranti  problemi ad un commissario.  Come esempio di sfascismo non è male! Noi venimmo accusati di aver sfasciato  il circolo di Frosinone, ma questi, Dio li benedica, hanno sfasciato un intero consiglio comunale dove pure sedevano in maggioranza, e si sono rottamati da soli, perché non so quanto questa faccenda sia stata apprezzata dai cittadini di Ceccano e quanto questi siano disposti a rivotarli.  Il bue che dice cornuto all’asino. 

E veniamo a coloro che ci accusavano di aver voluto sfasciare una coalizione, quando alla vigilia del ballottaggio, fra Ottaviani e Marini, coerentemente decidemmo al contrario delle liste che con noi sostenevano Marina Kovari, di non appoggiare nessuno dei candidati.  Sel, Frosinone bene Comune e anche la segreteria del nostro stesso partito ci accusarono  di sfascismo per la scelta di non schierarci a fianco di Michele Marini, candidato Pd ai ballottaggi. 

L’allora segretario provinciale di Sel, Nazareno Pilozzi, oggi deputato, sosteneva che Marini  era più di sinistra di Ottaviani, dimenticando che lo stesso esponente del Pd era sostenuto da ciarpame fascistoide raccolto in diverse liste. Fu  lo stesso Pilozzi ad accusarci di sfascismo. Ma anche in questo caso l’allievo ha superato il maestro. Noi avremo anche sfasciato la coalizione, ma il buon Pilozzi pare sia  in prima linea per guidare il bulldozer che asfalterà Sel dopo la diaspora dei “Miglioristi”. Colui che ci accusava di sfascismo è pronto a passare, armi e bagagli, magari dopo una piccola sosta in qualche gruppo misto, alla corte di Renzi, rendendosi corresponsabile dello sfascio, non di un circolo cittadino di Sel, ma dell’intero partito. E’ proprio vero chi di sfascismo ferisce, di sfascismo perisce. Noi avremo sfasciato un circolo cittadino di Rifondazione, ma abbiamo lasciato integra la nostra digitò politica. Lo sfascismo di altri è stato molto più devastante.

Di seguito l'intervento, quanto mai profetico, nella nostra campagna elettorale dell'allora presidente della FIOM Giorgio Cremaschi.