Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

sabato 4 aprile 2020

Le bugie di “Cov-industria”

Marco Bersani Attac Italia




I reiterati appelli all’unità nazionale da parte delle istituzioni continuano a rimuovere il conflitto di fondo che pone, da una parte, il mondo delle imprese, per le quali l’obiettivo primario è non fermare alcuna produzione e, dall’altra, i lavoratori in lotta per il proprio diritto alla vita e alla salute. Un conflitto che ha visto diversi scioperi spontanei auto-organizzati dai lavoratori (solo in un secondo momento sostenuti anche dai maggiori sindacati), per rivendicare la chiusura di tutte le produzioni non fondamentali, al fine di difendere la salute collettiva ed evitare di divenire carne da macello sull’altare dei profitti di pochi.
Un conflitto che ha avuto e continua ad avere come teatro principale i territori di Brescia e Bergamo, le due aree più industrializzate d’Europa, divenute in queste settimane i simboli della trasformazione di un serio problema sanitario in una tragedia di massa.
Il rapporto fra il numero di imprese aperte e la diffusione dei contagi è sempre stato negato da Assolombarda, il cui presidente Carlo Bonomi, non più tardi di dieci giorni fa dichiarava: “Non credo ci sia questo rapporto, nessun dato conferma un’ipotesi di questo tipo. Piuttosto noto che si sta cercando di far passare l’idea che la colpa del contagio siano le imprese. E un paradigma del sentimento anti-industriale che c’è nel nostro Paese” (intervista a La Repubblica, 21 marzo).
Ma la realtà è ben diversa e, mentre ai cittadini viene impedito qualsiasi uscita di casa, anche solo per far passeggiare i bambini, fino al 25 marzo scorso erano attive in tutto il Paese oltre 800.000 imprese (155.000 della quali in Lombardia).
Che fossero tutte legate ad attività fondamentali per l’emergenza sanitaria si è rivelata una bugia dalle gambe cortissime, come ha dimostrato lo studio dei ricercatori Matteo Gaddi e Nadia Garbellini dal quale si evince come, fra tutte le persone costrette al lavoro, fossero almeno 4,5 milioni quelle impiegate in produzioni non fondamentali. L’accordo del 25 marzo, salutato dai maggiori sindacati come una vittoria, ha in realtà influito pochissimo sui numeri sopra riportati, essendo state subito migliaia le richieste di deroga messe in campo dagli imprenditori sulla base di semplici autocertificazioni (!).
Non soddisfatta di questo vergognoso risultato -che rivela la totale sudditanza del governo ai desiderata delle imprese – Confindustria ha aperto un nuovo fronte: la richiesta di soldi per garantire liquidità alle aziende. Questa volta si è espresso direttamente il Presidente Vincenzo Boccia: “Occorre salvaguardare tutte quelle aziende che avranno fatturato prossimo allo zero: c’è bisogno di liquidità. Serve un Fondo di garanzia nazionale, ampliato anche a livello europeo, che “copra” le imprese per il credito a breve in questa fase di transizione, da economia di guerra, con la possibilità di rendere questo debito di guerra in tempi lunghi, ossia 30 anni. E’ l’unico modo per evitare che alla fine di questa crisi le imprese non possano più aprire”.
Ma è davvero così drammatica la situazione delle aziende italiane? Sembra proprio il contrario, stando ad un ulteriore e dettagliato studio prodotto dai medesimi ricercatori che, analizzandone minuziosamente i bilanci, dimostra come, le imprese del settore metalmeccanico abbiano una disponibilità pari a 99 miliardi (25 dei quali di liquidità immediata); le imprese del settore chimico-tessile-gomma-plastica-energia possano contare su 112 miliardi (32 di liquidità immediata) e le imprese del settore cartaceo abbiano a disposizione 7,8 miliardi (2 di liquidità immediata).
Come si può intuire, non siamo di fronte ad alcun nemico esterno ed invisibile da contrastare con un rinnovato sentimento di unità nazionale: siamo ancora una volta dentro un conflitto tra la vita e la salute di tutti e il profitto dei soliti noti.
Si tratta semplicemente di scegliere la vita. Tutte e tutti assieme, la vita.

Video a cura di Luciano Granieri

venerdì 3 aprile 2020

Coronavirus: dopo un mese di quarantena alcune riflessioni e propositi

Luciano Granieri





E’ passato un mese esatto da quando personalmente, insieme alla mia famiglia e a molti altri amici attivi nell’associazionismo, ho iniziato il periodo di osservanza del “distanziamento sociale” e di parziale reclusione domiciliare interrotta solo per i motivi consentiti dai vari DPCM. Il coronavirus propone  nuovi  eventi come la commemorazione del “mese di quarantena”.  

L’ultima uscita pubblica, è stata proprio il 4 marzo e,  vedi la coincidenza,  si è trattato della festa di tesseramento della sezione di Frosinone di Cittadinanzattiva  Tribunale per la difesa dei diritti del malato (TDM) , associazione  di cui faccio parte. Nel corso della festa è stato proiettato   un video  nel quale erano documentati i  momenti salienti  delle attività del  TDM. Una narrazione  costituita per lo più dalla partecipazione a manifestazioni organizzate contro il progressivo smantellamento dei presidi pubblici all’interno della Asl della Provincia.  

Colpisce nel filmato come  i vari momenti di conflitto si siano succeduti,  sia ai tempi della giunta regionale di centro-destra (Polverini), che in quelli di governo del centro-sinistra (Zingaretti), i quali hanno perseguito in modo scientifico gli stessi obiettivi: chiusura di ospedali, diminuzione dei posti letto e del personale,  costante depauperamento dei servizi sanitari pubblici a favore dei presidi privati.

 E’ vero, come dicono molti politici e amministratori, che la sanità non è né di destra né di sinistra. Infatti è del capitale finanziario che manovra amministrazioni, tanto  di  destra quanto  di  sinistra, affinchè possano  assicurare  illimitati profitti da realizzarsi  sulla pelle dei malati. 

Prima dell’irrompere della pandemia, come TDM, ci stavamo occupando, fra le altre cose , del drammatico problema dei biblici tempi d’attesa necessari  per ottenere una visita o un esame diagnostico. Nel merito fra le criticità  c'è  una cronica inefficienza, quando non mancanza, di macchinari diagnostici (anche i più semplici, come un elettrocardiografo) di infrastrutture (in alcuni ambulatori la   linea Adsl  è fatiscente tanto  che diventa difficile compilare una ricetta de materializzata). Così il blocco della assunzione di medici ed infermieri ,  ha causato una diminuzione del personale in grado di offrire le prestazioni richieste allungando in modo assolutamente non ragionevole i tempi di effettuazione di visite ed esami.  

Mancanza di medici, insufficienza delle strutture e delle dotazioni necessarie, a cominciare dalle mascherine per il personale sanitario, sono le stesse identiche cause  della  deflagrazione del   coronavirus. Con la differenza, che se per l’espletamento più rapido di un esame o di una visita un paziente che se lo può permettere , pagando, può rivolgersi ad una struttura privata, per il Coronavirus i privati, pur lautamente sovvenzionati, dalle convenzioni con le Asl, nulla possono neanche per il malato più ricco. Anzi, sarà un caso, ma proprio nelle due principali strutture private accreditate della nostra Provincia si sono registrati un numero cospicuo di casi positivi al Covid-19. 

Nulla sarà più come prima, bisogna far tesoro della lezione impartitaci dalla pandemia, si usa dire. Infatti la lotta per la difesa del sistema sanitario nazionale e per la piena realizzazione della tutela della salute come diritto inviolabile dell’individuo e della collettività, a differenza di prima  dovrà essere molto più incisiva e costante. 

Essa però dovrà essere accompagnata dalla consapevolezza che la  privatizzazione dei profitti e la  socializzazione delle perdite si sta impossessando del servizio sanitario , ed   è la prima regola del sistema neo liberista.  Tutto ciò  va rovesciato. Socializzazione delle perdite in sanità significa provocare la strage   che il Coronavirus sta determinando giorno per giorno.  E’ un fatto che non può e non deve essere dimenticato per non ritrovarsi in un futuro magari non molto lontano a non sapere dove seppellire altre vittime.

Di seguito il video
buona visione


martedì 31 marzo 2020

In tempi di coronavirus ascoltiamo un disco insieme

Luciano Granieri





Sul mio motorino rosso stavo percorrendo la strada che porta  alla stazione, quella che passa in mezzo ai palazzoni di edilizia popolare.  Fra il manubrio e il fanale anteriore era infilato un disco tenuto saldo dai cavi dell’acceleratore   e dei freni.  L’ellepi era Now he sings, now ho sobs, di Chick Corea.  Stavo andando a casa di un mio amico il quale mi voleva far sentire a sua volta  un disco di John Coltrane. Io  gli facevo ascoltare Corea, lui mi proponeva Coltrane. 

Questo scenario mi è apparso come una visione   prendendo in mano il disco Now he sings, now he sobs. In tempi di Coronavirus le giornate trascorrono anche riordinando i propri libri o dischi, nel mio caso di jazz. Proprio compiendo questa operazione mi sono passati  per le mani tanti capolavori, e in particolare il disco di Corea. 

L’ho estratto dal gruppo degli altri LP, ho guardato la copertina, me lo sono rigirato fra le mani quasi per apprezzare il contatto di quel cartone ormai un po’ liso , involucro di un disco straordinario. Ho letto le poesie che sono scritte nella parte interna della copertina, ho estratto il vinile e ho iniziato ad apprezzare, nota per nota, pulsione per pulsione, tutto quanto era inciso in quei solchi. Ho pensato che, nonostante la preoccupazione per la salute - sia mia che dei mie cari, in particolare di mia madre e di mia suocera che hanno abbondantemente  passato gli ottant’anni -nonostante l’ansia del  mio lavoro che si è praticamente fermato con le inevitabili  drammatiche conseguenze economiche , un po’mi ritengo fortunato.  

Sono vittima, come tutti ,dei disastri sociali portati alle estreme conseguenze dalla pandemia,  ma originati  da un sistema in cui l’accumulazione è legge, dove  impera il predominio dell’avere sull’essere, la logica dell’arricchimento ad ogni costo, l’esaltazione dell’individuo come imprenditore di se stesso - base malsana su cui si è costruito    un individualismo sfrenato  che alimenta una feroce guerra fra poveri -ma sto cercando di resistere. 

Ancora non mi ha colto   la disabitudine diffusa a non soffermarsi sulle note di un disco, sulle frasi di un libro, sui tratti di un quadro, o semplicemente su le meraviglie della natura. Questa è la mia  fortuna.  E’ rimasto l’unico baluardo di resistenza. In questo periodo di distanza sociale imposta dal virus, ma forse auspicata da certe èlite, non saper più apprezzare la bellezza e  le manifestazioni della creatività umana, porta dritto all’abisso.  

Dopo le cantate sui balconi niente.  Tutto  si veicola da un device:  Spotify, gli audio libri. Anche l’espressione creativa deve essere consumata in fretta, in pillole, perché bisogna correre, non si ha tempo. Ecco la perdurante quarantena di tempo ce ne sta donando  a iosa, il problema è che ci si accorge  di non sapere che farsene. 

Il video che segue è un tentativo di tornare a quel periodo in cui con alcuni amici appassionati di jazz, condividevamo l’ascolto dei dischi, ne parlavamo, ne apprezzavamo la musica. Ecco io voglio condividere con chi vorrà avere la bontà di seguire il filmato, tutto le emozioni di Now he sings, now he sobs di Chick Corea.  Grazie per l’attenzione  e Buona Visione.


mercoledì 25 marzo 2020

Appello per una svolta nella politica economica europea


Coordinamento per la Democrazia Costituzionale

La crisi provocata dal Covid 19 pone l'Europa di fronte ad un bivio. L'Europa può uscirne rafforzata e più solidale oppure precipitare in una divisione che potrebbe diventare irreversibile.

E' in gioco l'esistenza stessa dell'Europa, perfino più che ai tempi della crisi finanziaria che portò Draghi a dichiarare che la Bce avrebbe fatto tutto il necessario per difendere l'Euro. Reagire a questo pericolo vuol dire adottare con determinazione misure europee per opporsi a questa crisi. Anzitutto per affrontare una drammatica emergenza sanitaria che riguarda la vita di centinaia di migliaia di persone e - come affermano diversi appelli di economisti e studiosi di economia - per affrontare una crisi europea con misure europee.

In particolare  lettera aperta di oltre 550 economisti alle istituzioni europee afferma con chiarezza che nessuno stato europeo deve affrontare la crisi o indebitarsi da solo, come avverrebbe applicando le regole del Mes.

E' infatti il momento di superare resistenze ormai fuori tempo, andando oltre il necessario impegno della Bce, per adottare con coraggio e capacità di innovazione politiche e strumenti europei di finanziamento alle misure necessarie per uscire dalla crisi economica, inevitabile conseguenza della pandemia.

Strumenti come gli Eurobond sono ora indispensabili per la mutualizzazione dei rischi connessi con l'impegno finanziario, fondato sulla solidarietà europea, per il rilancio occupazionale e produttivo di uno sviluppo rispettoso dell'ambiente e della società
Occorre uno strumento europeo come gli Eurobond per impedire una crisi dell'idea stessa di Europa.


Appello economisti: Le idee che hanno guidato la politica economica sono sbagliate



Neanche di fronte a un disastro l’attuale classe dirigente europea è disposta a prendere atto che le idee che hanno guidato finora la politica economica sono profondamente sbagliate. Questa classe dirigente pretende che tali idee interpretino il modo migliore di far funzionare i mercati, elevati a mitici giudici di ciò che è giusto e ciò che non lo è e di fatto sostituiti al processo democratico. Ma proprio la reazione dei mercati alle prime decisioni dei ministri finanziari e poi della Bce su come fronteggiare l’emergenza hanno sepolto sotto una valanga di vendite da panico la palese incomprensione della situazione da parte dei massimi dirigenti europei, costringendoli a frettolosi tentativi di riparazione.

Queste reazioni non sono però servite a convincere leader e tecnocrati della fallacia delle loro teorie. Gli interventi sono presentati come una risposta d’eccezione a uno stato di eccezione, senza che questo metta in questione le regole di funzionamento dell’Unione che – si sottintende – passata la tempesta riprenderanno ad operare pienamente.

Il Patto di stabilità in un primo momento non era stato nemmeno sospeso, preferendo affermare che non ce n’era bisogno perché “consente tutta la flessibilità necessaria”. Il “whatever it takes” di Mario Draghi è stato dapprima smentito, provocando il crollo dei mercati, e poi ripetuto in un tentativo di recupero. Ma è stata persa la credibilità, che è la condizione indispensabile affinché quella frase sia efficace, sia perché è evidente che sia stata detta solo perché forzata dagli eventi, sia perché i nuovi provvedimenti annunciati dalla Bce prevedono limiti e paletti (come la capital key, gli acquisti di titoli sovrani in base alle quote di capitale della Banca che ogni Stato possiede, seppure attenuata) e non sono quindi nella logica di “qualsiasi cosa sia necessaria”.

Il cosiddetto Fondo salva-Stati (Mes) è rimasto ai margini degli annunci, a riprova che non è in grado di salvare nulla. Si tratta in effetti solo di uno strumento di disciplina che gli Stati egemoni vogliono usare per imporre il loro dominio su quelli che cadano in difficoltà. Ne vogliono fare la chiave di accesso agli interventi della Bce, una chiave che sarebbe pagata con la “grecizzazione” di chi incautamente vi facesse ricorso, ossia l’impoverimento del paese e la sua successiva spoliazione da parte delle economie più forti.

Nell’immediato è necessario che:

- la Bce riaffermi con forza che i 750 miliardi di interventi annunciati rispondono solo alle prime necessità della crisi, e che è disposta ad interventi illimitati in base a quanto necessario;

- gli acquisti di titoli pubblici non avverranno più in base alle quote di capitale della Banca che ogni Stato possiede (criterio che peraltro non è applicato per le obbligazioni societarie), ma in base alla necessità di contrastare la speculazione;

- la Bce dichiari che i titoli sovrani detenuti in base ai vari programmi di acquisto saranno rinnovati indefinitamente;

- la Bce trovi la formula giuridica compatibile con i Trattati per acquistare a titolo definitivo bond senza scadenza emessi dagli Stati, con rendimento zero o prossimo allo zero, da collocare poi presso le Banche centrali nazionali.

Per il futuro è necessario che:

- i governi Ue abbandonino l’idea che la crescita dell’economia possa essere affidata alle sole esportazioni, continuando a perseguire indefinitamente una politica di contenimento dei bilanci pubblici e dei consumi interni;

- i governi Ue prendano atto che l’inserimento del Fiscal compact all’interno dei trattati europei è stato bocciato dal Parlamento europeo e quindi quelle prescrizioni vanno lasciate cadere;

- i governi Ue concordino che il pareggio di bilancio debba valere solo per le spese correnti;

- i governi Ue prendano ufficialmente atto che la politica fiscale possa essere usata in funzione anticongiunturale, anche se ciò comporta un deficit pubblico o un suo aumento;

- i governi Ue abbandonino i criteri di sorveglianza basati su parametri inaffidabili come il Pil potenziale e l’output gap.

Le decisioni necessarie ad assicurare la sopravvivenza dell’Unione europea non sono naturalmente soltanto queste - valga per tutte l'impellente necessità di dare vita agli eurobond - e ci sarà modo di discuterne in futuro, ma ciò che ora importa è che i vertici europei si rendano conto dei clamorosi errori ripetuti nel tempo e dichiarino di voler seguire d’ora in poi una strada diversa. Se questo non sarà fatto la crisi sarà pagata duramente da tutti i cittadini europei e sarà messa a forte rischio la stessa sopravvivenza dell’Unione.

Nicola Acocella (univ. Roma La Sapienza)
Massimo Amato (univ. Bocconi)
Davide Antonioli (univ. Ferrara)
Marco Antoniotti (univ. Milano Bicocca)
Roberto Artoni (univ. Bocconi)
Pier Giorgio Ardeni (univ. Bologna)
Lucio Baccaro (Managing Director, Max Planck Institute, Colonia)
Alberto Baccini (Univ. Siena)
Giancarlo Bertocco (Univ. dell’Insubria)
Paolo Borioni (univ. Roma La Sapienza)
Sergio Bruno (univ. Roma La Sapienza)
Sergio Cesaratto (univ. Siena)
Roberto Ciccone (univ. Roma Tre)
Giulio Cifarelli (univ. Firenze)
Carlo Clericetti (giornalista)
Antonio Cuneo (univ. Ferrara)  
Massimo D'Antoni (univ. Siena)
Antonio Di Majo (univ. Roma Tre)
Giovanni Dosi (Scuola Superiore Sant'Anna)
Sebastiano Fadda (univ. Roma 3)
Guglielmo Forges Davanzati (univ. del Salento)
Maurizio Franzini (univ. Roma La Sapienza)
Andrea Fumagalli (univ. Pavia)
Mauro Gallegati (univ. Politecnica delle Marche)
Claudio Gnesutta (univ. Roma La Sapienza)
Dario Guarascio (univ. Roma La Sapienza)
Andrea Guazzarotti (univ. Ferrara)
Andres Lazzarini (univ. of London e Roma Tre)
Riccardo Leoncini (univ. Bologna)
Riccardo Leoni (univ. Bergamo)
Enrico Sergio Levrero (univ. Roma Tre)
Stefano Lucarelli (univ Bergamo)
Ugo Marani (univ. Napoli l'Orientale)
Maria Cristina Marcuzzo (univ. Roma La Sapienza e Acc. Lincei)
Massimiliano Mazzanti (univ. Ferrara)
Marco Missaglia (univ. Pavia)
Francesco Morciano (univ. Pavia)
Mario Morroni (univ. Pisa)
Guido Ortona (univ. Piemonte orientale)
Ruggero Paladini (univ. Roma La Sapienza)
Daniela Palma (Enea)
Gabriele Pastrello (univ. Trieste)
Anna Pettini (univ. Firenze)
Paolo Piacentini (univ. Roma La Sapienza)
Paolo Pini (univ. Ferrara)
Cesare Pozzi (Luiss Guido Carli e univ. di Foggia)
Michele Raitano (univ. Roma La Sapienza)
Simonetta Renga (univ. Ferrara)
Guido Rey (Scuola superiore Sant'Anna)
Umberto Romagnoli (univ. Bologna)
Roberto Romano (economista)
Alessandro Roncaglia (univ. Roma La Sapienza e Acc. Lincei)
Vincenzo Russo (univ. Roma La Sapienza)
Enrico Saltari (univ. Roma La Sapienza)
Roberto Schiattarella (univ. Camerino)
Alessandro Somma (univ. Roma La Sapienza)
Antonella Stirati (univ. Roma Tre)
Pietro Terna (univ. Torino)
Mario Tiberi (univ. Roma La Sapienza)
Leonello Tronti (univ. Roma Tre)
Marco Valente (univ. dell'Aquila)
AnnaMaria Variato (univ. Bergamo)
Andrea Ventura (univ. Firenze)
Antimo Verde (univ. della Tuscia)
Marco Veronese Passarella (Leeds University Business School)
Gennaro Zezza (univ. Cassino)

Aderiscono anche:

Roberto Burlando (univ. Torino)
Riccardo Cappellin (univ. Roma Tor Vergata)
Andrea Coveri (univ. Urbino)
Lucio Gobbi (univ. Trento)
Lia Pacelli (univ. Torino)
Giuseppe Tattara (univ. Venezia)
Fabio Berton (univ. Torino)
Maurizio Zenezini (univ. Trieste)
Enzo Valentini (univ. Macerata)
Alessandro Balestrino (univ. Pisa)
Roberto Balduini (economista, Roma)
Nino Galloni (economista, Roma)
Annaflavia Bianchi (economista, Bologna)
Luca Fantacci (univ. Bocconi)
Elena Cefis (univ. Bergamo)
Alessandra Corrado (univ. della Calabria)
Emanuele Leonardi (univ. Parma)
Federico Chicchi (univ. Bologna)
Angelo Salento (univ. del Salento)
Carmelo Buscema (univ. della Calabria)
Devi Sacchetto (univ. Padova)
Lorenzo Robotti (univ. Politecnica delle Marche)
Luca Michelini (univ. Pisa)
Paolo Paesani (univ. Roma Tor Vergata)
Silvia Lucciarini (univ. Roma La Sapienza)
Fabio Fiorillo (univ. Politecnica delle Marche)
Marilena Giannetti (univ. Roma La Sapienza)
Giulia Zacchia (univ. Roma La Sapienza)
Gianni Viaggi (univ. Pavia)
Francesco Scacciati (univ. Torino)
Stefano Giubboni (univ. Perugia)
Daniela Federici (univ. Cassino)
Francesco Ferrante (univ. Cassino)
Valentino Parisi (univ. Cassino)
Eleonora Sanfilippo (univ. Cassino)
Carlo Devillanova (univ. Bocconi)
Elena Paparella (univ. Roma La Sapienza)



martedì 24 marzo 2020

La salute vale più dei profitti: sciopero subito!

fonteConiarerivolta



Era il 5 marzo quando il presidente Conte, per fronteggiare la diffusione del coronavirus, annunciava la chiusura di tutte le scuole sul territorio nazionale. Dopo giorni di sottovalutazione del problema e rassicurazioni su rassicurazioni promanate dal mondo imprenditoriale e dai suoi organi di stampa, impauriti dal rischio di una chiusura integrale delle attività economiche, iniziava la serie di decreti restrittivi sulla libertà di movimento delle persone. Solo quattro giorni dopo, il 9 marzo, veniva approvato il decreto che di fatto imponeva a tutti gli italiani, a partire dall’indomani, un isolamento quasi totale, consentendo gli spostamenti e le uscite di casa solo in caso di comprovata necessità e incentivando il lavoro agile per tutte le attività che lo permettevano.
Da allora sono trascorsi più di dieci giorni e l’epidemia corre veloce, con il suo pesante strascico di vittime. Il distanziamento sociale coatto ha determinato drastiche conseguenze sulle nostre abitudini e sulla nostra quotidianità, ma ha comportato soprattutto effetti economici drammatici per numerose categorie di lavoratori, rimasti senza occupazione e con ammortizzatori sociali limitati, se non del tutto assenti: partite iva; lavoratori precari a tempo determinato, cui non è stato offerto il rinnovo; lavoratori in nero. Uno stillicidio economico-sociale dalle conseguenze ancora incalcolabili.
La richiesta di isolamento nel proprio domicilio di giorno in giorno si fa più pressante, fino al punto di scatenare nella psicologia collettiva vere e proprie “cacce all’uomo”, contro il corridore di quartiere o la famiglia che fa uso, per qualche minuto, di un giardino condominiale per prendere una boccata d’aria. Ebbene, proprio in questo clima di forte tensione, costantemente alimentato dai media, succede che le imprese italiane, anche nelle zone dove i contagi sono molto concentrati, continuino a produrre indisturbate in tutti i settori produttivi, costringendo i lavoratori a viaggiare sui mezzi pubblici e a praticare attività che li vedono inevitabilmente a contatto e a rischio di contagio, in barba a qualunque norma di sicurezza dettata dai decreti sinora approvati. Come ammesso dell’assessora milanese Cristina Tajani, i dati mostrano che il 40% dei lombardi si sposta da casa per ragioni di lavoro e non per qualche pisciatina di troppo di cani incontinenti o per qualche giro di troppo per buttare la spazzatura.
L’Italia si ferma, ma i profitti delle imprese evidentemente non possono fermarsi, a costo di contribuire alla diffusione a catena dei contagi, che sta flagellando in particolare alcune province lombarde, non a caso ad altissima densità di attività produttive. È in queste condizioni che si arriva al nuovo annuncio, nella notte di sabato 21 marzo. A fronte del precipitare della situazione sanitaria e al crescente stato di agitazione dei lavoratori di molte aree del nord, timidamente assecondati dai sindacati confederali, questo nuovo decreto sembrava – sembrava! – finalmente stabilire la chiusura di tutte le attività produttive non essenziali a decorrere da lunedì 23 marzo.
Il ritardo con cui questo decreto è stato introdotto rivela le responsabilità e gli interessi sociali che il Governo preferisce tutelare: varando la chiusura delle attività non essenziali, l’esecutivo ha esplicitamente ammesso che la misura è quantomai necessaria per combattere l’epidemia e che la sua applicazione tardiva è esclusivamente riconducibile ai diktat di Confindustria. I profitti di pochi sopra la salute di tutti. Come se non bastasse, la pressione di Confindustria si è immediatamente scatenata sul Governo al punto da indurre un drastico cambiamento nei tempi ma soprattutto nei contenuti del decreto. Non solo l’efficacia del decreto decorrerà da mercoledì 25, ma le attività essenziali – qualificate inizialmente come quelle che soddisfano i bisogni primari irrinunciabili e incomprimibili (settore energetico, alimentare, farmaceutico-sanitario e altri) – sono diventate un elenco interminabile di ben 80 settori nella lista definitiva, dichiarati indirettamente legati alle attività essenziali: dall’edilizia agli studi professionali, dal commercio all’ingrosso, al tessile e alla meccanica, dai call center alla attività di pulizia. C’è proprio di tutto.
Per di più, la possibilità di proseguire l’attività è consentita anche ad altre aziende, grazie ad una comunicazione da parte dei proprietari ai prefetti, che dichiari che queste siano funzionali alla fornitura di beni e servizi ai settori essenziali dell’elenco citato. I prefetti delle diverse aree territoriali devono poi vagliare la comunicazione, secondo una logica del silenzio-assenso. In altre parole, finché il prefetto non obietta l’attività prosegue indisturbata.
Le pressioni del mondo imprenditoriale evidentemente hanno ottenuto il risultato sperato. Peccato che in questo modo l’efficacia del decreto potrebbe rivelarsi molto contenuta e corriamo il rischio di perdere tempo prezioso nella nostra battaglia di contenimento del contagio e a sostegno del funzionamento del Sistema Sanitario Nazionale.
Sul fronte opposto, i sindacati confederali non hanno nascosto un forte malumore per un decreto che calpesta i principi guida frutto di un accordo lungamente contrattato tra governo e parti sociali. Protestano, a piena ragione, battono i pugni sul tavolo, ma lanciano il sasso e nascondono la mano.
Di fronte alla gravità del momento e all’arroganza di una classe padronale che non ammette eccezioni alla propria sete di profitti, anziché convocare uno sciopero generale di tutte le attività non essenziali, i confederali delegano di fatto alle rappresentanze sindacali locali l’iniziativa di sciopero, affermando di dare a posteriori il pieno appoggio: una strategia pavida e pericolosa, che lascia campo libero al ricatto dei datori di lavoro nelle singole realtà locali, depotenziando così l’efficacia di una battaglia sacrosanta in difesa non solo del lavoro e dei lavoratori, ma di un’intera nazione alle prese con un’emergenza sanitaria di proporzioni inedite.
Oggi, più di sempre, quello che serve è l’unità dei lavoratori e di tutti i cittadini per la difesa dell’interesse collettivo, contro gli interessi particolari di chi rapacemente vorrebbe continuare a lucrare sulla pelle di tutti. L’unica arma che abbiamo contro il vergognoso atteggiamento di Confindustria è lo sciopero, a difesa della salute pubblica e di ogni lavoratore, perché il contagio si ferma solo con la chiusura, vera, delle fabbriche non essenziali.
Per questa ragione Coniare Rivolta appoggia lo sciopero generale di 24 ore indetto dall’USB per il 25 marzo e aperto alla partecipazione dei lavoratori di tutte le siglecosì come lo sciopero continuo di 48 ore indetto nei soli settori non essenziali per lunedì e martedì, per costringere anche CGIL, CISL e UIL fuori dall’atteggiamento prudente e irresponsabile dei loro segretari. Non siamo in tempi in cui la moderazione paga.
All'appello di Coniare Rivolta si associa Aut-Frosinone

Sciopero subito!

lunedì 23 marzo 2020

Conte chiude ma non chiude

Francesco Ricci

                                                   Nessuna fiducia nel governo!

Dopo aver negato per settimana la chiusura delle fabbriche, sprecando un tempo prezioso che è costato migliaia di vittime, dopo l'accordo "L'Italia non si ferma", scandalosamente sostenuto dalle burocrazie sindacali in nome della "concordia generale", ieri notte, il governo Conte ha annunciato la chiusura "totale".

Gli operai avevano già indicato da giorni, con scioperi che hanno scavalcato le burocrazie, quale era la via da prendere, l'unica realmente efficace per impedire il diffondersi del contagio: fermare le fabbriche e il trasporto delle merci non di prima necessità. Il contagio ha continuato infatti a diffondersi perché le fabbriche rimanevano aperte per ingrassare qualche decina di industriali miliardari. 

Non è un caso se le regioni dove il virus si sta diffondendo più rapidamente sono quelle con la maggior presenza di industrie.

La borghesia e il suo governo, con la complicità criminale di Landini e degli altri dirigenti dei grandi sindacati, ha fatto orecchie da mercante fino a ieri. Adesso, sotto la pressione degli scioperi, per paura che la protesta dilaghi (Landini: "dobbiamo impedire che la paura si trasformi in rabbia"), comprendendo in parte che la mancata chiusura rischia di compromettere maggiormente gli stessi profitti padronali, il "comitato d'affari della borghesia", cioè il governo Conte, ha tardivamente deciso per la chiusura, come gli operai invocavano da tempo.

Ma la borghesia e i suoi politici non sono in grado di vedere oltre il proprio naso e per questo la chiusura, presentata come "totale", lascia ancora aperte produzioni non indispensabili e, con espressioni ambigue, riserva un alto grado di discrezionalità ai padroni. 

La lista delle attività esentate dalla chiusura è molto ampia. Non solo: come previsto dal protocollo coi sindacati, dove si chiude lo si fa utilizzando ferie e permessi dei lavoratori o si scaricano i mancati guadagni padronali sulle casse pubbliche, usando la cassa integrazione (che in molti casi preannuncia i licenziamenti).

E' necessario allora che i lavoratori continuino a tenere la barra: valutando in ogni fabbrica se, a prescindere dalle indicazioni del governo, si tratta realmente di una produzione vitale per la sopravvivenza e scioperando in tutte le fabbriche di merci che non sono di prima necessità.

Le vicende di questi giorni chiariscono una volta di più la irrazionalità del sistema capitalistico, fondato sulla divisione in classi e la schiavitù salariale, basato sulla criminalità della classe borghese e delle sue istituzioni, sulla complicità delle burocrazie sindacali. La tragedia del coronavirus è una grande scuola di massa in cui milioni di proletari apprendono rapidamente cosa è il capitalismo.

E' un sistema barbaro che va rovesciato da cima a fondo e sostituito con un sistema opposto, che abolisca le classi e il lavoro salariato, serve un sistema che produca per le reali esigenze delle masse e non per i profitti di un pugno di miliardari. 

Serve il socialismo! Questo è l'orizzonte per cui lottare. Ma per poter continuare la lotta bisogna per prima cosa ora salvare le vite dei proletari, quelle vite che per la borghesia valgono meno dei suoi profitti.

Per questo è necessario che gli operai, che per primi hanno indicato la via, non si fermino davanti alle mezze misure di Conte, non ripongano nessuna fiducia nel governo e nei burocrati sindacali. Per questo è necessario che siano gli operai a chiudere tutte le produzioni non essenziali che Conte non vuole chiudere.