Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

lunedì 9 dicembre 2019

Campania: la classe operaia c’è ed è combattiva: chi la frena?

Mario Avossa



C’è un luogo comune, quello che al Sud della Penisola non vi sia classe operaia e che i suoi (presunti) reliquati siano svogliati e assenti. Il che spiegherebbe capitolazioni e licenziamenti. Nulla di più falso. Il luogo comune è alimentato da fonti che hanno tutto l’interesse a disegnare uno scenario deprimente e grigio delle condizioni soggettive delle classi subalterne: borghesia, riformisti e alti funzionari dei sindacati maggiori. La prima perché tiene a demoralizzare la classe operaia: alcuni sostengono nientemeno che sia scomparsa, con vari artifici di vocabolario e storpie perifrasi. I secondi perché hanno bisogno di dissimulare le politiche opportuniste e compiacenti nei confronti della borghesia capitalista di cui si sono fatti promotori in questi anni. I terzi perché devono occultare le responsabilità delle loro direzioni nelle sconfitte a raffica subite dai lavoratori dagli anni Otanta ad oggi. E invece negli ultimi mesi si assiste a un incremento della combattività operaia nelle regioni meridionali della Penisola.
 
2019. Un nuovo autunno caldo agita la classe operaia in Campania. Portuali, Napoli
Msc e armatori danno il via a un attacco contro i portuali e contro i loro marittimi. Pretendono che la movimentazione dei carichi sia affibbiata ai marittimi imbarcati, cui non compete, e sottratta alle cooperative dei portuali, con conseguenze sui livelli occupazionali e sulla sicurezza del lavoro. Gli armatori la chiamano autoproduzione. È un ulteriore sfruttamento di lavoratori a mare e a terra, già sottopagati e ricattabili.
La lotta parte il 2 maggio da Napoli, dove i lavoratori fanno riferimento al SiCobas, con blocchi della produzione e assemblee nei piazzali. I lavoratori a Napoli sono intimiditi già dal 2015 con licenziamenti ritorsivi. Il responsabile dell’Autorità Portuale si astiene dall’intervenire nel confronto, in modo compiacente alla Msc. La lotta monta, i confederali sono costretti a inseguire, i portuali di Genova si associano, mentre la controparte si rifiuta di trattare per il rinnovo del contratto collettivo nazionale di lavoro, perché le compagnie sono riuscite a imporre contratti a tempo determinato, apprendistato, agenzie interinali e a loro vanno bene così. Si proclama lo sciopero nazionale di categoria di ventiquattro ore il 23 maggio.
L’appello dei portuali di Genova a quelli di Napoli riporta: «Rialziamo la testa! Solo uniti si vince!». Ma, mentre i lavoratori colgono lucidamente il ruolo delle controparti armatoriali e portuali, i dirigenti di Cgil, Cisl e Uil distolgono l’attenzione da queste e piagnucolano come la situazione sia «ignorata dal governo che elude ogni richiesta di confronto». Pur registrando una buona riuscita dello sciopero del 23 maggio, le compagnie e le autorità portuali fanno orecchie da mercante, per cui si proclama un nuovo sciopero generale il 24 luglio. I confederali dirigono le lotte distogliendo ulteriormente gli operai dalle controparti reali e invocano l’intervento del Mise per «richiamare il governo alle sue responsabilità rispetto al settore». L'Esecutivo nicchia.
Paradigmatica la tattica delle massime dirigenze Cgil Cisl Uil: al malcontento operaio che si rende concreto attraverso sigle sindacali combattive, segue la presa in carico delle lotte, la proclamazione di uno o più scioperi di sfogo e il deragliamento delle lotte operaie verso sponde istituzionali, anziché chiamare ad azioni di sciopero prolungato. Le istituzioni, a loro dire, sarebbero terze rispetto ai contendenti di classe: fingendo di ignorare che i governi borghesi rappresentano «il comitato d’affari della borghesia» in ogni luogo e in ogni tempo. Su questa falsificazione poggiano tutta la trattativa a perdere.
 
Whirlpool, Napoli
Il gruppo Whirlpool possiede marchi di prestigio (Indesit, Hotpoint, Bauknecht, KitchenAid) e ha sedi multiple (Pero, Cassinetta, Siena, Melano, Fabriano, Comunanza, Carinaro, Napoli) con 5.565 lavoratori impiegati. Il mercato va a gonfie vele. Il gruppo ha goduto di generose elargizioni pubbliche: accordi di programma con le Regioni e ammortizzatori sociali (2019/2020) in cambio della concessione che nessun licenziamento collettivo sarebbe stato previsto fino al 31 dicembre 2020. Ma il 31 maggio 2019 la multinazionale comunica ai sindacati la volontà di disimpegnarsi dal sito di Napoli perché comporterebbe una perdita di 20 milioni di euro l’anno. E annuncia 420 licenziamenti in tronco.
I funzionari Cgil Cisl Uil velocemente trasferiscono la vertenza al ministero. In sede ministeriale la Whirlpool ventila la cessione di ramo d’azienda a una società fantasma con sede in Svizzera; in cambio della rinuncia a tale opzione, chiede altri soldi pubblici (da intascare per poi fuggire col malloppo). Scavalcato il ministro Patuanelli, si arriva a Conte, ma senza risultati apprezzabili. I lavoratori scendono in lotta con cortei e manifestazioni combattive e partecipate. Si proclamano scioperi a ripetizione, che coinvolgono tutti i siti nazionali. A Napoli gli operai occupano e bloccano in massa l’autostrada. Di fronte alla pressione operaia, Whirlpool è costretta a recedere dalla minaccia di cessione di ramo d’azienda (un gioco al rialzo, e De Luca -presidente della Regione Campania- appare in scena con 20 mln di euro). Il 30 ottobre scorso la segretaria generale Fiom Francesca Re David sbandiera come una vittoria la revoca della cessione di ramo d’azienda, ma il macigno dei licenziamenti resta. A novembre riparte la lotta con lo sciopero generale dei metalmeccanici, in cui ancora una volta si fa notare la straordinaria combattività della base operaia, con manifestazioni nutrite, cortei e assemblee. Appare fra gli operai la parola d’ordine della nazionalizzazione.
La multinazionale riteneva di assestare un colpo facile alla classe operaia partendo dal Sud, eppure gli operai hanno reagito con vigore, ostacolando le intenzioni dei padroni. Anche in questo caso gli alti funzionari Cgil Cisl e Uil non hanno neanche fatto cenno all’eventuale occupazione della fabbrica né alla sua nazionalizzazione, pilotando immediatamente in sede istituzionale la vertenza, di fatto ignorando la controparte industriale e affidando al comitato d’affari della borghesia la contesa fra operai e padroni.
 
Jabil, Marcianise (Ce)
La Jabil Circuits Italia (ex Ericsson) lo scorso 24 giugno ha annunciato 350 licenziamenti per lo stabilimento di Marcianise (Caserta), che ne conta 706. Mandare a casa la metà dei dipendenti significa chiudere la fabbrica, che da tanti anni è in attivo e produce utili ingenti.
Molto reattivi, gli operai proclamano scioperi subentranti e assemblee di lotta. Tutti i 706 dipendenti chiedono il ritiro della procedura di licenziamento. I lavoratori scioperano fino al 18 luglio, data in cui i sindacati maggioritari hanno un incontro con la direzione Jabil alla sede di Confindustria Caserta. A giugno l’assessore regionale al lavoro della Campania Sonia Palmieri incontra i lavoratori rivendicando l’esodo facilitato di 150 licenziamenti nel 2018 ma restando nel vago in merito alla raffica di licenziamenti annunciati. Il 9 luglio i lavoratori scendono in piazza animando un combattivo corteo. S’insedia un presidio fisso dinanzi ai cancelli della fabbrica mentre la Cgil (Guglielmi) dichiara che «Da soli rappresentiamo una forza relativa, abbiamo bisogno delle istituzioni politiche a tutti i livelli. Urge gestire in modo serio ed efficace l’intera questione degli ammortizzatori sociali». Deludenti dichiarazioni accolte con dissimulata soddisfazione dalla Jabil.
Il 7 ottobre Cgil Cisl Uil emettono un comunicato in cui annunciano «un percorso condiviso anche con le istituzioni» e supplicano per un improbabile «piano di reimpiego con aziende in grado di garantire prospettive industriali». Altre buone notizie per la Jabil. Il 17 ottobre la Jabil concede alla Regione e ai sindacati un altro incontro, che si conclude con un nulla di fatto.
È notizia del 18 novembre il fallimento della trattativa con una sconfitta per la classe operaia, con i licenziamenti e la cassa integrazione. Anche in questo caso, alta combattività della classe operaia, lotte e scioperi egemonizzati dai funzionari Cgil Cisl Uil, deragliamento istituzionale, nessun disturbo alla multinazionale e 350 licenziamenti.
 
Treofan, Battipaglia (Sa)
La Treofan di Battipaglia produce da anni le migliori pellicole da imballaggi industriali sul mercato europeo (polipropilene bi-orientato), oberata di commesse cui fa fronte ricorrendo a straordinari ed extra. Il 24 ottobre 2018 la proprietà è ceduta al gruppo multinazionale Jindal: questa ne fa manifestamente un acquisto ostile, poiché ha già interessi analoghi in Germania e a Terni. I lavoratori comprendono immediatamente il pericolo e, infatti, la Jindal annuncia senza indugi il licenziamento in tronco di tutti gli operai e la chiusura della fabbrica. Le maestranze scendono in lotta con scioperi subentranti e un presidio fisso davanti ai cancelli (ma senza occupare la fabbrica); si susseguono battagliere manifestazioni, cortei e presidi di lotta, durante i quali i lavoratori indossano giubbotti gialli, e chiedono la nazionalizzazione.
Queste lotte, manco a dirlo, sono presto egemonizzate dagli alti papaveri di Cgil Cisl e Uil che le deviano nel binario morto istituzionale, in Regione Campania e a Roma, al Mise. Nel dicembre scorso si muove perfino Gigino Di Maio (allora vicepremier), che si reca al presidio davanti ai cancelli (la tornata elettorale è vicina), dove annuncia strabilianti future iniziative a favore degli operai di Battipaglia. Il risultato attuale è il sollievo della Jindal, che ha già intascato 12 mln euro. Il consorzio Asi revoca la concessione dei terreni Treofan alla Jindal, ma pende ancora lo spettro della chiusura della fabbrica e del licenziamento in tronco di tutti i 78 restanti operai.
 
Alla crisi del capitalismo i lavoratori reagiscono con la lotta
Di fronte alla crisi di sovrapproduzione e alla recessione internazionale, le grandi multinazionali non si fanno scrupolo di rovesciare sulla classe operaia le conseguenze della crisi da loro stesse creata. L’ossessiva ricerca di profitto dei capitalisti li induce ad assottigliare sempre di più i ranghi dei lavoratori da loro impiegati nei siti produttivi, aumentandone lo sfruttamento; e, ricorrendo alla ripartizione internazionale del lavoro, moltiplicano il tasso di sfruttamento perché la delocalizzazione sposta gli impianti produttivi laddove la classe operaia è più debole, povera e priva di diritti.
La capacità reattiva della classe è evidente: nonostante il timore di ritorsioni, i lavoratori scendono in lotta, danno vita a manifestazioni, cortei, presidi. Si stringono insieme in insediamenti di fortuna dinanzi alle fabbriche, affrontano disagi insieme, si rinforzano legami di solidarietà operaia, invocano la collaborazione degli altri operai e dei cittadini, scrivono appelli a chiunque, persino al Papa e al Presidente, popolano i social.
 
L’arte della trattativa è l’arte della lotta
Ma accadono fatti strani. A fronte delle capacità combattive operaie, non si è vinta una sola lotta.
I responsabili locali di Cgil Cisl Uil impongono i temi di trattativa, pilotano le assemblee con i loro oratori e, di fatto, avocano quelle lotte all’apparato, ai dirigenti e ai funzionari centrali. Questi, anziché rilanciare la lotta, stornano le trattative dallo scontro con i capitalisti e le indirizzano invariabilmente sul binario morto dei tavoli di lavoro nelle sedi istituzionali. Gli interlocutori sono: pubblica amministrazione locale, Regione Campania, presso assessorato al lavoro, Mise; raramente più in alto. A tutti i livelli, i tavoli si ripropongono con sfiancanti lungaggini che dilatano i tempi di vertenza di mesi e mesi, intercalati da comunicati ufficiali.
Abbiamo imparato a memoria le dichiarazioni rituali e la fraseologia di circostanza adoperate dai funzionari sindacali e dai rappresentanti istituzionali ai tavoli. Questo dà agio ai capitalisti di organizzare i loro piani concreti in tutta tranquillità. Spesso i padroni ottengono nuovi incentivi economici a fondo perduto: li intascheranno a danno degli operai, differiranno di alcuni mesi i loro piani e poi licenzieranno egualmente. Si perviene alla capitolazione operaia con prepensionamenti, cassa integrazione, incentivi all’esodo (licenziati cui è corrisposto un premio in denaro), tutto finanziato con fondi pubblici.
Non abbiamo visto nessuna occupazione di fabbrica né di sito produttivo, non abbiamo visto nessun piantonamento dei magazzini né degli impianti; alle pressanti richieste di unità di classe, di chiamare alla lotta le fabbriche sorelle, di proclamare scioperi generali di durata seria, i funzionari sindacali centrali sono rimasti sordi e ciechi. I portuali di Genova e gli operai Treofan-Jindal di Terni hanno cercato di costruire da soli questa solidarietà. Le direzioni sindacali delle rispettive realtà produttive hanno fatto piccole concessioni formali alla platea operaia per non restare scavalcati e hanno consentito qualche sciopericchio di solidarietà puramente dimostrativo.
Non siamo con quegli ultrasinistri che demonizzano l’interlocuzione istituzionale. L’attività sindacale necessariamente attraversa anche momenti di confronto e scontro con le istituzioni, così come può associarsi a vertenze in tribunale, ma è un percorso che va sostenuto con le lotte e con l’unità di classe, non lasciato a sé stesso. Gli incontri istituzionali non vanno intesi come unica e sola strada di soluzione del confitto operaio. Occorre tenere ben presente che l’elemento più importante di ogni lotta non è tanto la vittoria, ancorché parziale, che (forse) si riuscirà a ottenere; questa vittoria operaia corrisponde a concessioni strappate alla resistenza dei padroni, i quali se le riprenderanno alla prima occasione utile; piuttosto, come diceva Lenin, la lotta operaia è una scuola di guerra: i lavoratori imparano a lottare contro il nemico di classe e così iniziano a comprendere la vera natura del sistema capitalistico che li sfrutta e opprime.
Le strutture sindacali appartengono ai lavoratori, non ai funzionari. Devono essere i lavoratori, rappresentati dai comitati di fabbrica, a produrre i temi di lotta nelle assemblee. Devono poter decidere le azioni di lotta più efficaci e chiamare alla lotta e all’unità di classe. Quest’ultima e la democrazia interna nei sindacati sono indispensabili ma non si ottengono per semplice domanda; i lavoratori hanno bisogno di strutture unitarie che possano raccoglierli intorno a un fronte comune di classe, indipendentemente se siano sindacalizzati o meno e indipendentemente dalla sigla sindacale cui sono iscritti. Questo pone nelle mani dei lavoratori il contrappeso più efficace alle pretese del padronato e le lotte possono assumere un andamento diverso. Uno strumento già esiste, è il Fronte di Lotta No Austerity, che si rivolge a tutti i lavoratori, iscritti o meno ai sindacati, di qualunque sindacato, perché i focolai di lotta operaia facciano rete e rendano la classe operaia, che è combattiva, protagonista e non spettatrice delle sue lotte.
 

domenica 8 dicembre 2019

Quel giorno di Chet a Frosinone

Luciano Granieri




 Annus horribils il 1980.  Iniziava il riflusso, la marcia di 40.000 alla Fiat segnava la definitiva sconfitta delle lotta operaie, aprendo la strada a quella che sarebbe stata l’annientamento delle classi subalterne da parte del capitalismo e della sua deriva neo liberista. 

Ma il fervore artistico, e in particolar modo musicale, diede vita ad una sorta di onda lunga che, proprio fra la fine dei ’70 e l’inizio degli ’80l si consolidò in modo consistente nel vecchio continente. Una marea di jazzisti americani, in particolar modo dell’avanguardia free, incrementò il proprio esodo, da un’America  lanciata a vele spiegate verso l’edonismo reaganiano, con tutto il suo devastante portato di macelleria sociale e culturale, verso l’Europa. Nel Vecchio Continente  l’epoca delle rivolte fra la fine degli anni ’60 e  tutti gli anni ’70 e la maturazione di notevoli  musicisti autoctoni aveva reso terreno fertile alla fruizione di espressioni  artistiche complesse, quanto ermetiche ed espressivamente di difficile comprensione.  

Fatto sta che artisti del calibro degli Art Ensemble of Chicago, Steve Lacy, Ornette Coleman, Don Cherry, solo per citarne alcuni, ma anche Miles Davis , Chet Baker, due jazzisti non proprio consoni al free-anche se Miles aveva avvicinato la sperimentazione con implicazioni elettriche in Bitches Brew - erano di casa in Europa. In Francia, in Scandinavia, ma anche in Italia. A  Roma , Milano nei jazz club,   nei teatri, nei festival, Umbria jazz su tutti,  era frequente imbattersi in musicisti che probabilmente nel loro paese d’origine, l’America, non si sentivano capiti e neanche sicuri. Non a caso Roscoe Mitchell, sassofonista degli Art Ensemble of Chicago, ebbe a dire che almeno in Europa potevano girare senza il fucile in macchina visto che non correvano rischi di subire aggressioni razziste. 

In quei fatidici anni ’80 un po’ di quel ben di Dio jazzistico passò anche da Frosinone. In un contesto di crescente passione per il jazz che si concretizzò  con l’organizzazione di concerti dei migliori jazzisti italiani, presenti nel territorio anche grazie alla fama del conservatorio - da Enrico Pieranunzi a Maurizio Giammarco, a Patrizia Scascitelli,   solo per citarne alcuni - capitarono a Frosinone proprio gli Art Ensemble of Chicago e Chet Baker.  Lester Bowie e compagni offrirono   una memorabile performance  al teatro Nestor.  Chet,  invece,    tenne un concerto presso il mitico auditorium Edera, sito sotto l’omonimo grattacielo. 

Un fecondo  fervore culturale aveva pervaso tutta la città grazie anche all’attività di un gruppo di giovani, radunati nella  cooperativa culturale “La Luna”, che con la loro ostinazione  e pervicacia riuscì a sensibilizzare l’amministrazione comunale   a dare una mano affinchè nel capoluogo della Ciociaria sorgesse un piccolo Birdland.  Sicuramente gli amministratori di allora, pur con tutti i loro difetti, avevano molto più a cuore il livello culturale dei cittadini e ne avevano anche un giudizio migliore, rispetto a chi guida la città oggi. 

 L'attuale   sindaco persegue l'unico scopo   di assicurare una sarabanda tutta luci ed effetti speciali da dare in pasto ad un popolo considerato di scarsa levatura culturale. Il popolo della "sbicchierate" a cui   la posticcia piana di plastica e terra incolta  del parco Matusa ,caciarona e greve, è sufficiente a dichiarare imperitura fedeltà al suo conducador. Fatto salve il festival dei conservatori , che pure presenta limiti organizzativi e costi spropositati,   l’immondizia culturale è tutto ciò che questa amministrazione è in grado di offrire con una tendenza al peggioramento visto che i prossimi tagli dell’ente ridurranno a mero deposito il museo archeologico. Ma questa è un’altra storia. 

Tornando a quegli incredibili concerti ricordo con particolare emozione quel clima. Poco più che diciannovenne, insieme ad altri amici con cui nel garage di casa strimpellando su una chitarra, un sax ,un basso, e una batteria cercavamo di ispirarci a quei mostri sacri, mi adoperai a dare una mano ai ragazzi della “Luna”. Bassa manovalanza in cambio dell’ascolto  dei nostri eroi in carne ed ossa.  

In particolare la performance di Chet Baker fu entusiasmante. Contornato da straordinari musicisti, Enrico Pieranunzi al pianoforte, Nicola Stilo al flauto, Enzo Pietropaoli al contrabbasso, e Roberto Gatto alla batteria, Chet ci ammaliò con il fraseggio morbido, drammaticamente rilassato della sua tromba,  con la sua voce così particolare ed ipnotica. I suoi compagni di avventura non furono da meno ricordo un Nicola Stilo particolarmente ispirato in grado di fornire delle suggestioni timbriche coinvolgenti  insieme alla tromba di Baker. 

Proprio in quel periodo usciva per la Edi-Pan Record il disco  Soft Journey  inciso da Chet e Pieranunzi  con la stessa formazione del concerto di Frosinone tranne Nicola Stilo sostituito in sala di registrazione da Maurizio Giammarco al sax. Un vinile che ho consumato a furia di ascoltarlo, perché ogni nota di quelle tracce   da Funny Valentine a Night Bird, ad Animali diurni,   è preziosa per la sua esecuzione ma soprattutto perché mi riporta alle meravigliose sensazioni di quel concerto all’Auditorium di Frosinone. 

Ringrazio Maurizio Barnaba che su Fb ha pubblicato lo foto scattate all’epoca di Rino Zangrilli durante quella incredibile esibizione. Foto straordinarie  ma che solo marginalmente riescono a descrivere l’incredibile magia di ciò che stavamo vivendo.    



sabato 7 dicembre 2019

Fermate il Mes, voglio scendere…

Marco Bersani*



Nel surreale dibattito politico, la questione della riforma del Mes (Meccanismo Europeo di Stabilità) è precipitata come un copione teatrale con ruoli predeterminati: ecco allora la maschera Salvini erigersi a paladino anti-sistema, con il controcanto delle maschere Governo-Pd sulle magnifiche sorti e progressive dell’integrazione europea.
Pare impossibile, dentro questo scenario, dire parole di verità. Proviamo quindi a sgombrare il campo: il Mes non nasce oggi, è attivo dal luglio 2012, come Fondo salva-Stati, ed è l’evoluzione di precedenti meccanismi, il Fesf (Fondo europeo di stabilità finanziaria) e il Mesf (Meccanismo europeo di stabilità finanziaria), pensati, con l’insorgere della crisi finanziaria globale del 2008, come strumenti per tutelare l’Unione monetaria dall’effetto domino di crisi occorse a singoli Paesi.
Fa parte del medesimo processo che ha visto, sempre nel 2012, l’approvazione del Fiscal Compact, che il nostro Paese ha inserito all’unanimità addirittura in Costituzione.
Tutte le tappe sinora descritte, compresa l’attuale, hanno visto la condivisione di tutte le forze politiche, che oggi fingono contrasti, avendo solo in testa l’infinita campagna elettorale che caratterizza il nostro Paese.
Il Mes è già intervenuto, e ciascuno può intuire in quale direzione, nelle crisi finanziarie di Irlanda, Portogallo, Cipro e naturalmente Grecia, la più grande lezione di pedagogia “austeritaria” sinora realizzata. Perchè l’essenza del MES sta nella “condizionalità” dei suoi interventi: se un Paese ne richiede l’aiuto, deve sottoscrivere un Memorandum, ovvero una serie di “riforme” sotto il segno della riduzione del costo del lavoro, dei tagli alla spesa pubblica e delle privatizzazioni.
Se tutto questo è già in campo, di cosa si sta quindi discutendo? Di una riforma del MES, che va verso l’estensione del suo ruolo, tanto in merito alle richieste di aiuto degli Stati, quanto a quelle del sistema bancario.
Nel caso degli Stati, sarà proprio il Mes (che, non va dimenticato, agisce per statuto come un creditore privato e non come un’istituzione pubblica) a valutare la sostenibilità del debito pubblico e a proporre la linea di credito Pccl (Precautionary conditioned credit line), senza contropartite, per i Paesi “virtuosi”, o la linea Eccl (Enhanced conditions credit line), con richiesta di pesanti misure di austerità, per i Paesi con rapporto debito/pil superiore al 60%.
Nel caso delle banche, la novità è che il MES potrà essere utilizzato per finanziare l’attuale Fondo di risoluzione unico, creato dalle banche europee per sostenere gli istituti in difficoltà (misura messa ora in campo non a caso, dato l’attuale rischio di collasso del sistema bancario tedesco).
Due brevi riflessioni ne conseguono. La prima è relativa al fatto che, con questa riforma, si rinsalda il binomio trappola del debito pubblico/politiche liberiste e di austerità. Fatto un sospiro di sollievo per il mancato successo delle forze sovraniste e nazionaliste alle ultime elezioni europee, le elite politico-finanziarie continentali hanno deciso di rafforzare la gabbia del debito e di inasprire ulteriormente l’architettura iper-finanziarizzata dell’Unione Europea.
La seconda è che chi si oppone alla riforma del Mes (appellandosi magari a supremi interessi nazionali), senza mettere in discussione l’intero telaio, che, da Maastricht in avanti, ha costituzionalizzato il liberismo come unica via per il continente europeo, sta mischiando le carte del medesimo mazzo truccato.
Perché una ineludibile domanda ci riguarda tutti: come affrontare la crisi climatica, la diseguaglianza sociale, la questione migratoria e il diritto al reddito senza stracciare il trattato di Maastricht e avviare un nuovo processo costituente europeo?

*fonte "il manifesto del 07/12/2019

giovedì 21 novembre 2019

Verso il 25 novembre: Contro la violenza maschilista

In piazza con le masse del mondo in lotta!



Dichiarazione della Lit - Quarta Internazionale

Quasi 60 anni fa, il 25 novembre, le sorelle Mirabal sono state uccise per aver affrontato la dittatura di Trujillo nella Repubblica Dominicana. In base ai documenti ufficiali, l’Onu ha decretato questa data come la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, ma noi la consideriamo un giorno di lotta, un giorno per denunciare la violenza che viene esercitata su noi donne tutta la vita e che uccide decine di migliaia di donne ogni anno.
Oggi milioni di donne nel mondo stanno combattendo contro dittature e governi «democratici», affermando che tutto deve essere cambiato perché in questo modo non è possibile continuare. Il modo migliore per combattere la violenza maschilista è che continuiamo ad essere in prima linea in queste lotte per le strade di tutto il mondo.
 
La situazione nel mondo
Le organizzazioni internazionali provano a presentare programmi e discussioni con cui dimostrare che stiamo meglio, ma anche le loro statistiche indicano il contrario. Secondo l’Onu e l’Oms, 120 milioni di donne sono state vittime di abusi sessuali in un qualche momento della loro vita, 60 milioni muoiono ogni anno per mano dei femminicidi, tra i quali quasi la metà sono loro parenti o membri maschi della famiglia.
È scioccante sapere che 1 donna su 3 nel mondo ha subito violenza fisica e/o sessuale, e che queste statistiche sono valide sia nei Paesi poveri che in quelli ricchi. Statistiche incomplete perché non registrano i transfemicidi, e perché molti casi non vengono denunciati in quanto perpetrati principalmente all’interno della famiglia.
In tutto il mondo vengono eseguiti ogni anno 22 milioni di aborti non sicuri, soprattutto nei Paesi poveri, che portano molte donne alla morte o alla mutilazione. Per non parlare della violenza istituzionale subita nei Paesi dove l’aborto è totalmente proibito, come per esempio El Salvador, dove all’estremo vengono imprigionate le donne che hanno subito aborti spontanei.
L'America latina è una delle aree più violente per le donne, ospita 14 dei 25 Paesi con i più alti tassi di femminicidio al mondo, secondo l’Onu in questa area, includendo i Caraibi, 12 tra donne e ragazze vengono uccise ogni giorno. Nell'Unione europea, il 50% delle donne a partire dai 15 anni ha subito qualche tipo di molestia sessuale; 1 europeo su 3 giustifica l'abuso sessuale in  alcuni casi. Nell'Africa centrale e meridionale, il 40% delle giovani donne si sposa prima dei 18 anni e il 14% è costretto a farlo prima dei 15 anni.
Sebbene ci siano donne negli uffici pubblici o discorsi che «ci includono», la violenza maschilista continua ad essere un'epidemia globale che deve essere combattuta.
 
Anche noi diciamo Basta!
La violenza che subiamo è parte della violenza generale che questo sistema capitalista esercita sui poveri, sui lavoratori e sugli oppressi. La crisi economica, la fame e la disuguaglianza hanno colpito duramente le donne.
Ci violano con salari da fame, con tagli alla salute e all’istruzione, nostra e dei nostri figli, non ci permettono nemmeno di andare in pensione con dignità. Siamo discriminate quando migriamo dalla nostra terra in cerca di un pezzo di pane, siamo l'oggetto sessuale delle grandi società per vendere i loro prodotti e poi condannate quando decidiamo liberamente della nostra sessualità.
Le giovani donne soffrono la mancanza di lavoro, così come la brutale precarietà, che è spesso accompagnata da molestie sessuali sul lavoro. Insieme alle bambine siamo vittime permanenti delle reti della tratta e camminiamo con paura per le strade.
Ma la discriminazione sul lavoro e la violenza aumentano per quelle di noi che sono nere, indigene o migranti, le nostre morti passano senza alcuna commozione nei media e fanno parte di vuote statistiche.
Travestiti e trans difficilmente hanno accesso al lavoro, vengono gettati nel flagello della prostituzione, motivo per cui la polizia li perseguita, li picchia e li stupra senza possibilità di difesa. Per non parlare del diritto all'identità di genere o all'orientamento sessuale che nella maggior parte dei Paesi non è ammesso.
Ma la gente dice basta e anche noi. Le masse in Ecuador, Haiti, Hong Kong, Iraq, Cile o Bolivia sono scese in piazza. Lì si vedono le donne in prima linea nella lotta, abbattendo tutti i pregiudizi e combattendo i loro governi per una vita più dignitosa. Le donne boliviane, con i loro figli al seguito, affrontano il colpo di Stato razzista di destra nel loro Paese e dimostrano di essere parte della lotta. Le giovani donne cilene sono state il calcio iniziale di una rivoluzione in atto, occupando la metro, mobilitandosi per le strade, affrontando la repressione di Piñera e organizzandosi in assemblee popolari, sconfiggendo così il mito che il nostro posto è a casa. Le pensionate marciano per i loro diritti nello Stato spagnolo e le giovani donne catalane sono in prima linea nella lotta per l’indipendenza.
 
La violenza maschilista come repressioneIn Cile, le forze militari e di polizia stanno rispondendo con brutale repressione alle masse popolari che si sono mobilitate, si contano già 22 morti, oltre 2000 feriti, di cui 200 che hanno perso un occhio e migliaia di detenuti e detenute.
I governi tremano quando le masse scendono in piazza, ma se le donne abbandonano la paura e vi si uniscono, allora sono terrorizzati. Ecco perché nel Paese delle Ande usano un metodo più brutale di repressione su di loro: l’aggressione maschilista. Ci sono almeno 50 denunce di abusi sessuali contro donne e giovani Lgbti, più di 30 svestizioni e omicidi di donne durante le manifestazioni. Questo modus operandi non solo riflette il maschilismo recalcitrante dei militari, ma è un metodo di intimidazione per il resto delle donne.
Le masse popolari cilene e la classe lavoratrice mondiale devono ripudiare questa situazione con enfasi, denunciarla e invitare le donne ad unirsi con più forza alla lotta, organizzando con loro l'autodifesa per sconfiggere la repressione. Non si tratta più di un'espressione repressiva, è una violenza specifica su metà della popolazione che deve essere ripudiata con enfasi.
 
Basta alla violenza contro le donne, basta allo sfruttamento!
La nostra lotta per la fine della violenza maschilista è e dovrebbe essere parte della lotta della classe lavoratrice e delle masse popolari. Noi donne siamo in cima alle barricate a richiedere anche i nostri diritti.
L'oppressione che subiamo è uno strumento per sfruttarci maggiormente, per trarre benefici dalla nostra sofferenza a favore dei grandi capitalisti. I diritti della parità di genere devono far parte delle richieste di tutti e non solo di noi donne. Non c'è possibilità di cambiare le cose in Cile, se non si combatte anche per le donne. Sconfiggere il colpo di Stato in Bolivia significa lottare anche per le donne, le indigene, povere e lavoratrici.
La disuguaglianza è fondamentale per il sistema capitalista e il maschilismo è una forma di controllo su di noi. Per darci i lavori peggiori, perché la cura della famiglia sia il nostro compito senza alcuna remunerazione, in modo che la classe lavoratrice sia divisa e non combatta per interessi comuni.
Porre fine alla violenza maschilista implica porre fine a questo sistema che perpetua la nostra oppressione a beneficio dei capitalisti. Non diciamo che la rivoluzione risolverà immediatamente tutti i nostri problemi, ma siamo convinte che senza di essa non ci sarà via d'uscita.
Per noi cambiare questa società è questione di vita o di morte, come Lit-Quarta Internazionale continueremo ad essere in piazza con le donne che lottano insieme alle masse popolari e usciremo questo 25 novembre per gridare ad alta voce:
• Basta con la violenza maschilista!
• Basta con l'oppressione e lo sfruttamento!
• Lunga vita alla lotta delle masse nelle strade!
• Abbasso i governi affamatori e repressivi!

Con il Mes il rischio di passare dalla padella alla brace

Alfonso Gianni (il manifesto 21 novembre 2019)



Le fibrillazioni interne al governo non vengono solo dalla legge di bilancio su cui piovono migliaia di emendamenti, buona parte dei quali dall’interno delle stesse forze di maggioranza. Ma anche da una vicenda tenuta fin qui come la polvere sotto il tappeto, che non poteva non riemergere con un certo fragore. Alcuni commentatori, che come al solito leggono le questioni europee dal buco della serratura degli scenari politici del nostro paese, hanno parlato del risorgere di una tenaglia pentaleghista che assedia il Conte due. Mettendo insieme cose tra loro diversissime, come lo ius culturae e la revisione dei decreti “sicurezza” con la “riforma” in itinere del Mes, il meccanismo europeo di stabilità, ovvero il Fondo Salva-Stati. Se la prima questione riporta in superficie la vena xenofoba e securitaria che attraversa in particolare il M5S, a cominciare dal suo “capo politico”, la seconda merita tutt’altra valutazione. Delle modifiche al funzionamento del Mes avevano cominciato a parlare la Merkel e Macron nel vertice franco-tedesco, tenutosi a Mesemberg il 19 giugno dell’anno scorso. Da lì era cominciato un cammino che passando attraverso diverse riunioni europee, dal vertice euro del dicembre 2018 all’Eurogruppo dello scorso 7 novembre, ha infine portato  il presidente Centeno ad affermare che i lavori tecnici e legali erano stati concordati e chiusi. Quindi il pacchetto è pronto per giungere nei parlamenti europei, dai quali come al solito si pretende una semplice ratifica.  Ma non si tratta di bruscolini, tanto che anche da parte dell’ex capoeconomista della Confindustria, Giampaolo Galli, nonché dallo stesso Governatore di Bankitalia, sono emerse preoccupazioni e aperte critiche. Queste, sommate alle proteste della Lega e degli stessi grillini che si sono sentiti tagliati fuori, hanno prima costretto Palazzo Chigi a negare che vi fosse già stato un accordo formale in sede Ue da parte del governo italiano e quindi a convocare un vertice di maggioranza per il primo mattino di domani. Nel frattempo Gualtieri, che difende le linee di riforma, si è dichiarato disponibile a essere sentito dalla commissione finanze  del Senato e dal Pd si fa velenosamente notare che la trattativa sulla materia era stata condotta dal ministro Tria. La modifica delle regole del Mes corrisponde in realtà ad un ulteriore giro di vite nella governance del tutto a-democratica della Ue. Infatti il potere decisionale passa dalla Commissione al Mes, che è un organismo intergovernativo formato da  tecnocrati. Questo dovrebbe valutare la sostenibilità del debito pubblico di un paese dell’eurozona ai fini della concessione di aiuti finanziari. Né la Commissione né la Bce potrebbero agire senza la decisione del Mes che potrebbe disporre di due linee di credito, una a paesi ritenuti solidi sulla base di una semplice lettera di intenti, l’altra a paesi che non soddisfano tutti i requisiti, in questo caso sottoponendoli a un preciso Memorandum. In sostanza il Mes agirebbe come una sorta di Fondo monetario europeo, sostituendo il Fmi in una rinnovata Troika, dotato del potere di costringere un paese a ristrutturare il proprio debito in modo preventivo rispetto alla richiesta di aiuti. La vicenda greca si ripropone sotto altre vesti. L’invasività del Mes nelle politiche di bilancio degli stati membri diventerebbe clamorosa, tale da porre seri aspetti di incostituzionalità alla luce della nostra Carta fondamentale. Sarebbe un’applicazione perversa, ma dal loro punto di vista logica, di quell’austerità espansiva di cui hanno straparlato le elite europee. Anche Visco ha recentemente avvertito che gli eventuali benefici di una ristrutturazione del debito dovrebbero essere messi a confronto col fatto che il solo suo annuncio potrebbe innescare aspettative di default. In attesa del vertice di venerdì la linea del Conte due sembra essere quella del rinvio delle decisioni, dati i tempi strettissimi, visto che incombe l’Eurogruppo del 4 dicembre e il vertice dei capi di Stato e di governo del 13 dello stesso mese, con l’a richiesta di varare un pacchetto che comprenda anche passi avanti in tema di unione bancaria. Ma questa pare arenata sul tema dell’assicurazione comune dei depositi, avendo contro la Germania e i Paesi del Nord Europa, che vorrebbero che gli istituti bancari italiani si alleggerissero del fardello degli Npl (i crediti non o difficilmente esigibili) e che i titoli di stato non siano più risk-free, un guaio per le nostre banche che si sono riempite di Btp. Non sarebbe uno scambio, ma un passaggio dalla padella alla brace.

domenica 17 novembre 2019

E' lotta di classe? No è matematica

Luciano Granieri




Visto che spesso ci accusano di essere utopisti e poco pratici, stavolta affidiamoci alla freddezza dei conti. 

Il debito pubblico italiano è arrivato a 2.436 miliardi di euro. Secondo una stima di Deutsch Bank il patrimonio pubblico totale è di 571 miliardi. E’ evidente che anche vendendoci il Colosseo non potremmo mai "apparare" tutti  i buffi.  Viene fra l’altro il dubbio che i creditori non vogliono il ripianamento debitorio , infatti quale banca presterebbe 2400 miliardi a chi ha un patrimonio pari quasi ad un quinto di quanto dovrebbe restituire? Evidentemente  è  meglio non rinunciare a  60 miliardi d’interessi sicuri  all’anno. Ed è proprio la spesa per interesse ad alimentare il debito in un circolo vizioso.   Infatti se andiamo a considerare la differenza fra le uscite e le entrate  che lo Stato  incassa in tributi  al netto dell’evasione, ci rendiamo conto che queste  ultime superano le prime. Cioè entrano più tasse rispetto a quanto si spende per  il benessere della collettività. 

Siamo dunque rovinati? Nient’affatto.  Infatti , secondo una stima della Banca d’Italia, i patrimoni privati ammontano a 9.743 miliardi di euro solo per i beni e servizi dichiarati, cioè al netto dei capitali trasferiti nei paradisi fiscali. 

Dunque l’equazione matematica è molto semplice.

 Per  azzerare il debito pubblico, risparmiando gli interessi , basta prendere i soldi dove ci sono, cioè nelle tasche di quei soggetti privati   titolari di quasi 9.800 miliardi  di patrimoni . 

In particolare, se espropriassimo  solo 4.743 miliardi da questo tesoretto, avremmo i soldi per azzerare il  debito pubblico con annessa spesa per interessi , in più avanzerebbero altri 2.300 miliardi per, ad esempio,  nazionalizzare e riconvertire l’Ilva,  creando posti di lavoro non nocivi , evitando di  avvelenare i cittadini. Avremmo la totale libertà di mandare a quel paese i pescecani di ArcelorMittal, previo pagamento di danni ed indennizzi, e fargli pure concorrenza nel mercato dell’acciaio. Si potrebbero riportare sotto il controllo della collettività, asset strategici come Alitallia.

 I Comuni, anziché arrabattarsi con le miserie che il patto di stabilità interna lascia loro, costringendoli a svendere le città ai privati,  potrebbero ricevere finanziamenti per attuare politiche di riconversione energetica degli immobili residenziali e comunali  a titolo gratuito. Vi immaginate quanti piani industriali di riconversione produttiva ecologica  potrebbero partire, sfruttando le ricerche scientifiche delle nostre università, anch’esse, come l’intero comparto dell’istruzione, da rivitalizzare con una tale ingente mole di denaro?  Oppure quanto potrebbe giovarsi la sanità pubblica da questa operazione?  

Come fare? Semplice. Dal momento che la suddetta ricchezza (9.473 miliardi)  in mano a pochi fortunati  è rappresentata per il 95% da patrimoni finanziari ed immobiliari, è sufficiente una bella patrimoniale sull'accumulazione  e  sugli immobili,  in particolare quelli vuoti, fonte di speculazione immobiliare , oltre che, come propone Potere al Popolo, un tassa extra del 10%  sui redditi dell’1% dei soggetti più ricchi

Sarebbe   una grande operazione di redistribuzione del reddito che farebbe ripartire alla grande l’economia reale, ma anche  una sorta di riappropriazione di quanto indebitamente sottratto alla popolazione. 

Giova ricordare che tali fortune sono state accumulate attraverso lo sfruttamento del lavoro altrui -  con una continua e scientifica    sottrazione di redditi dal lavoro a favore della speculazione finanziaria – con   l’evasione fiscale, la corruzione e il dispiegarsi di criminali sistemi tangentizi. 

Si tratterebbe quindi di riprendersi il mal tolto. Potere al Popolo ha provato a sensibilizzare e coinvolgere quanti più cittadini possibile nelle piazze di molte città in questa pianificazione di riappropriazione “DEBITA” e nonostante il silenzio dei media pare che l’operazione abbia avuto successo. Si dirà è lotta di classe? Sicuramente,  ma è in primo luogo una semplice  una operazione matematica.

Per sapere di più sulle manifestazioni organizzata da  da Potere al Popolo clicca qui

Un novembre di 61 anni fa con Billie Holiday a Milano

La storia del jazz come la storia di tutte le cose umane è fatta di piccoli grandi eventi, anniversari, ricordi. Di seguito un brano tratto dal libro Stasera Jazz di Arrigo Polillo, in cui   il più grande critico di jazz italiano, racconta quando, nel novembre di 61 anni, fa Billie Holiday fu a Milano. Un anniversario di poca importanza per i più ma di grande rilevanza per gli appassionati di jazz. Buona Lettura.
Luciano Granieri




Billie Holiday (protestata)

Arrigo Polillo

Billie Holiday capitò a Milano nel novembre del 1958, e cioè verso la fine della sua tribolatissima esistenza . E qui fu umiliata come non le era capitato mai nel corso della sua carriera di cantante.

Ebbe la disgrazia di essere scritturata da un impresario che trattava per lo più numeri d’attrazione per gli avanspettacoli  e più in generale per lo show business minore. Costui, che probabilmente non sapeva bene chi fosse, la mise nel cartellone del cinema Smeraldo (un teatrone  frequentato da un pubblico popolare) insieme a giocolieri, fantasisti e così via. C’era anche Fausto Cigliano.

Non so in quanti andammo ad ascoltarla la prima sera: certo eravamo in pochissimi, in teatro, a sapere chi fosse Billie Holiday. Gli altri del pubblico pensavano di trovarsi dinanzi a una delle tante fasulle “attrazioni internazionali” che negli spettacolini dello Smeraldo si sprecavano.

Per quanto ricordo, Billie contò pressappoco come faceva  sempre nei suoi ultimi dischi: non era più, beninteso, la favolosa “Lady Day” di Strange Fruit, ma era pur sempre una più che notevole cantante di jazz. Fatto sta che il pubblico non la capì affatto. Ecco come io riferii i fatti su “Musica Jazz”: “Quando è entrata in scena Billie Holiday e ha iniziato a cantare accompagnata dall’eccellente pianista  Mal Waldron e da un’orchestrina di fossa su cui è persino inutile infierire , è successo il finimondo. La voce acre, le inflessioni deliberatamente distorte di Billie sono state scambiate per il farfugliamento di un’avvinazzata:  si è capito subito che non sarebbe stato possibile giungere al termine del “numero” e men che meno della scrittura. Billie aveva appena terminato la quinta canzone che fu pregata, dal presentatore, di lasciare il palcoscenico (su cui non ricomparve più perché fu protestata): al pubblico fu detto che “non stava bene”.

I più accesi jazzofili milanesi non si dettero pace per quanto era accaduto. La sera dopo tre o quattro suoi ammiratori , tra i quali anch’io, si recarono all’Hotel Duomo, dove Billie era alloggiata, per confortarla in qualche modo e per offrirle qualche distrazione.

Lei ci fu riconoscente e accettò volentieri la nostra compagnia per la serata. L’accompagnammo alla Taverna Messicana a sentire un po’ di jazz nostrano; poi andammo tutti a casa di Mario Fattori, pubblicitario innamorato del jazz, a bere qualcosa e a chiacchierare.

Billie, si sa, era schiava delle droghe pesanti, e non era di grande compagnia: di tanto in tanto la sorprendevo a fissare intensamente il vuoto o qualche punto del muro. Spesso, ascoltando la musica degli altri (quella del complessino della Taverna Messicana, oppure di un disco di Sinatra, che volle ascoltare a casa di Fattori), la riprendeva subito per canticchiarla a sua volta, distorcendone la melodia in quella sua inconfondibile maniera. Per il resto rispondeva alle domande che le venivano rivolte, ma non faceva certo conversazione. Era una donna amara, risentita: non ricordo di averla mai vista sorridere.

Penso che sia stata quella sera un poco lugubre a dare a Fattori l’idea di organizzare per lei, insieme a Pino Maffei, uno spettacolo riparatorio a cui potesse assistere la fine creme  degli appassionati del jazz milanese. Comunque sia , pochi giorni dopo i due affittarono il Gerolamo, un minuscolo teatrino destinato per lo più-allora- agli spettacoli di marionette, e fecero  passare la voce fra gli amici.

Quella sera le strutture del teatrino furono messe a dura prova dalla folla che lo riempì:  eppure le balconate “a prova di bambino” ressero bene. Quanto a Billie,  s’impegnò a fondo, e diede uno splendido, commovente recital. Il pubblico le tributò ovazioni trionfali. In quel teatrino così piccolo ciascuno aveva l’impressione di poterla abbracciare. E sembrava volesse farlo.

Sei mesi dopo, o giù di li, ci giunse la notizia che Billie era morta, nel letto di un ospedale di New York. C’era un poliziotto a sorvegliarla, fuori dalla sua camera.