"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"
Ottobre è il mese del vino, o almeno una volta lo era, oggi in
nome del Dio mercato il succo d’uva
fermentato si fa tutto l’anno. Ma forse per la particolare vena di follia che porta il nettare di bacco, è fuori dubbio
che nel mese in cui l’inverno comincia a
bussare alle porte nascano dei geni creativi.
Non è un caso che
proprio in ottobre 100 anni fa nasceva uno dei più grandi musicisti della storia del jazz. Era l’11 ottobre del
1919 quando a Pittsburgh Pennsylvania veniva alla luce Art Blakeyuno dei più grandi batteristi, e band leader della storia del jazz.
Una
vita tormenta, non conobbe mai il suo vero padre e perse la madre a soli 5
mesi, fu allevato da una cugina materna molto religiosa appartenete ad una
famiglia avventista del settimo giorno. Operaio adolescente nelle acciaierie
Carnagie di Pittspburgh, vittima, come tutti i suoi compagni neri dei più
violenti episodi di razzismo. Nel 1942 un poliziotto gli sfonda a manganellate
un’arcata sopraccigliare, sostituita dai medici con una piastra metallica.
Unica colpa quella di aver reagito all’arresto perché sorpreso in macchina a
chiacchierare con un bianco musicista suo
compagnonell’orchestra di Fletcher
Henderson, formazione in cui allora militava. E si sa un nero se si mette a parlare nella macchina di un bianco commette
un reato.
Svezzato come operaio in fabbrica, maturato
sotto le manganellate della polizia, non c’è che dire un eccellente back ground
sociale , preciso per suonare jazz che è forse l’unica espressione culturale mondiale nata
dagli sfruttati. Blakey cresce a pianoforte e bibbia per poi dedicarsi
interamente apelli e piatti.
Se il jazz è patrimonio culturale dell’Unesco,
Art Blakey è patrimonio incommensurabile del jazz. In mezzo secolo di carriera
con i suoi Jazz Massengers, hapercorso
in lungo ed il largo la vie della musica afroamericana, cresciuto nel mito di
batteristi come Sidney Catlett e soprattutto
di Chuck Web, swingamirabilmente nell’orchestra
di Fletcher Henderson, uno che aveva tenuto a battesimo nei locali di New York,
un’imberbe Louis Armostrong.
All’inizio
degli anni ‘40 è in gestazione il fragore del Be Bop. I ragazzi usciti dall’orchestra
del cantante Bill Eckstine, Charlie Parker, Dizzy Gillespie, oltre che Sarha
Vaughan, Dexter Gordon, Kenny Dorham, stanno mettendo a punto i loro voli
pindarici dentro il Minton’s . Non è un caso che il batterista dell’orchestra
di Eckstine sia proprio Art Blakey.
Con Partker, Gillespie, Miles Davis, anima
in "combo" le serate del Birdland. Ma è nel 1947 che con otto transfughi dell’orchestra di Eckstine, entra
in sala d’incisione per incidere il primo disco a nome "Art Blake’s Messangers",
non un gran che invero, ma da allora la leggenda di Blakey e dei suoi Messangeri
del Jazz entra nella storia, soprattutto quando nel 1952 incontra Horace Silver,
un pianista il cui stile si sposa bene con le idee del batterista di Pittsburgh.
E’ un periodo,quello dei ’50, in cui il Be Bop sta perdendo il suo smalto. Uno
stile frenetico in cui nel breve arco di 3 -4 minuti un musicista deve esprimere
tutta la sua vena creativa non è precisamente il massimo per l’industria
discografica .
Il nuovo stile “Hard Bop” di cui Blakey è uno degli inventori ,
dilata temporalmente le esecuzioni, i pezzi diventano più lunghi, il blues
torna, calmierando, per certi versi, i
bollenti spiriti delle infuocate improvvisazioni Be Bop. Ne scaturisce una musica che, pur non prescindendo dalle
corse sfrenate, rilascia suggestioni
emotive dall’elevata intesità.
Ancora roba per grandi musicisti e dai
Messengers di Blakeyne sono passati
tanti nel corso di decenni. Dai
trombettisti Kenny Dorham, Lee Morgan, Freddie Hubbard, fino agli ultimi Wynton
Marsalis, Wallece Rooney, ad una pletora di sassofonisti, Jackie Mc Lean,
Johnny Griffin, Wayne Shorter, Branford
Marsalis, e ancora pianisti del calibro di Bobby Timmons, Cedar Walton, Keith
Jarret, l’elenco è sterminato, non vado oltre, fatto sta che grazie
alla perizia nello scovare talenti il contributo di Blakey è andato oltre l’apporto
prettamente musicale del grande
batterista, contribuendo ad arricchire la scena jazzistica di grandi musicisti.
La massima dedizione ha
sempre contraddistinto la sua vita artistica, non si risparmiava mai, era
capace di suonare per ore con le sue bombe alla Philly Jo Jones che scaturivano
da un drumming coinvolgente, affascinante, che spingeva anche chi non era
addentro alla cose ritmiche a battere il piede.
Ne rimasi impressionato quando verso la metà degli anni 80’ (era l’83 o l’84) andai a vederlo in un concerto al Music Inn di
Roma. Dovevano esibirsi con lui i fratelli Marsalis: Wyton , tromba e Branford Sax, musicisti di
cui allora si dicevano mirabilie. In realtà apprezzammo altri giovani talentuosi
musicisti che nel frattempo li avevano sostituiti . Erano Terence Blanchard
alla tromba, Billie Pierce al tenore, con
loro Donald Harrison al sax alto, Johnny O’Neal al piano e Charles Fambrough al
basso. Il set fu straordinario. Dopo
quasi tre ore di musica i giovani jazzisti che lo accompagnavano erano esausti, lui ,Blakey dall’alto del suo
armamentario di pelli e cimbali continuava a deliziarci con una potenza ritmica
inusitata.
E’ proprio vero, ottobre è il mese degli effluvi creativi un po’ folli, e uno come Blakey non
poteva che nascere in una giornata di ottobre di cento anni fa.
Domenica scorsa 27 ottobre 2019 si è svolto presso Piazza
Garibaldi l’incontro dibattito "Giornata per la Vita Terre Avvelenate”. Un evento, organizzato dall’associazione
“Spazio Arte Rigenesi” di Fabiana Fattori e Riccardo Spaziani, in si è ragionato sul degrado della Valle del Sacco e della città di Frosinone in particolare. Oltre
ai relatori, appartenenti ad associazioni che si occupano delle problematiche
socio-ambientali del territorio, hanno fornito il loro decisivo, dissacrante e ironico
contributo gli attori del teatro di strada Guglielmo Bartoli, Milena
Frantellizzi, e il giovane maestro di giocoleria Elia Bartoli. A tutti loro va
un grande ringraziamento, perché il grave problema dell’inquinamento nel nostro
territorio va affrontato in modo sistematico. Svegliarsi solo quando va a fuoco un’azienda di
stoccaggio e smaltimento rifiuti, o quando compare la schiuma nel fiume Sacco o
in concomitanza di mefitici miasmi
provenienti dalle discariche, per poi dimenticarsi del problema è riduttivo e
nocivo . Di seguito il contenuto del mio intervento al dibattito al
quale ho avuto l’onore di partecipare grazie all’invito di Riccardo e Fabiana che ringrazio ancora.
L'attrice Milena Frantellizzi (alias Marianicola) insieme al moderatore Francesco Notarcola
Trasparenza e Competenza
La piaga della Valle
del Sacco, il degrado globale della
nostra provincia, in termini d’inquinamento, tutela della salute, qualità della
vita puntualmente, condannanoil nostro territorioad occupare i primi posti fra i luoghi in
cui si vive peggio. Periodicamente il tema assurge all’onore delle cronache a
seguito di qualche evento particolare, poi si ritorna nel limbo. C’è l’incendio
della Mecoris? Per un po’ di tempo
si parla delle emissioni nocive nell’aria della nostra città, poi tutto passa
in cavalleria. Compare la schiuma nel
fiume Sacco? S’intensificano le ricerche dell’untore della acque per non
vedere che l’inquinamento dell’asta fluviale è cronico, sedimentato nel tempo,
enon basta perseguire, per quanto sia
giusto, il lavagista che ha sversato sapone nell’acqua per risolvere il
problema. Arrivanoi rifiuti da Roma, odori mefitici di diffondono nell’aria? Per
qualche settimana le pagine dei giornali e isocial media si riempiono del più che giustificato rifiuto del
territorio a diventare la discarica d’Italia,
ma la possibilità di una diversa gestione della raccolta e dello smaltimento
dell’immondiziaviene considerata in
modo sommario.
Un argomento che viene poco
affrontato, ma secondo me è di fondamentale importanza riguardal’urbanizzazione selvaggia. Osserviamo attentamente la nostra città. Frosinone è invasa da colate
di cemento in continua espansione.Nell’ultimo
rapporto Ispra, si rileva che nel 2018 a fronte di un consumo di
suolo provinciale del 7%e
regionale dell,8,1% Frosinone spicca per un clamoroso e
devastante 29%.Per consumo di suolo s’intende la
concentrazione di insediamenti abitativi, di attività industriali,produttive in aree definite.
L’abnorme cessione di spazi verdi al cemento comporta l’aumento della velocità
di scorrimento delle acque verso i fiumi, l’annullamento dell’effetto filtro del terreno
sugli inquinanti, la drastica diminuzione dell’effetto di assorbimento del
particolato da parte degli alberi . Per contro si genera unincremento dei reflui nocivi, l’immissione in atmosfera di aria
inquinata generata dagli scarichi delle autovetture, degli impianti di
riscaldamento , dalle industrie , il tutto amplificato se in
queste aree gli impianti di depurazione idrica e controllo
delle emissioni sono insufficienti e non
si applicano le direttive di sicurezza sulle emissioni degli insediamenti
industriali ad alto impatto ambientale.Il risultato di questo scempio si deve alla completa cessione della
pianificazione urbanistica pubblica agli
interessi dei fondi di speculazione immobiliare e all’urbanistica contrattata.
Vi invito a
fare un giro per la città. Andate a De Matthaeisin Via Tiburtina. Di fronte all’ufficio postale è in costruzione una
lottizzazione di due stabili con offerta
di appartamenti e locali adibiti a utilizzo commerciale. Se vi girate dall’altro lato della strada ci sono negozi che stanno chiudendo palazzi in
cui su quasi ogni balcone si legge la scritta “Vendesi o Affittasi” . Viene
dunque da chiedersi che vantaggio c’è ad asfaltare spazi verdi
per costruire alloggi e negozi quando la
città si sta spopolando ele attività
commerciali stanno chiudendo?Nessuno
per i cittadini, ma ciò arreca molti vantaggi per i detentori di patrimoni nei fondi immobiliari i quali speculano sul
fluttuare del valore degli immobili, sulle modificazioni delle destinazioni
d’uso.Per non parlare dell’edilizia
contrattata per cui un Comune, impossibilitato a causa del patto di stabilità interna, ad investire in
opere utili alla cittadinanza. Per provvedere alla sistemazione di una piazza
deve interessare l’edilizia privatache,
in cambio del lavoro, potrà disporre di ampie parti di città dove costruire palazzoni e mega strutture.
La morale, come
diceva una pubblicità di un tempo, è sempre quella. Quando l’interesse della
speculazione privata prevale sul bene pubblico, i cittadini vanno
inevitabilmenteincontro crollo della
qualità della vita. Per tornare alle città, come Frosinone, ma anche gli altri
insediamenti urbani della Valle del Sacco, bisogna ricordare come rimanga critica la
depurazione delle acque reflue. 58 Sono i depuratori mal funzionanti o per
nulla funzionanti, guarda caso gestiti tutti da Acea che preferisce elargire
dividendi milionari ai propri azionisti, anziché sistemare i depuratori urbani ed impedire che gli scarichi fognari vadano
direttamente nei fiumi.
Quali le soluzioni? Restituire la città ai loro veri
padroni, i cittadini. Eliminare il patto di stabilità interna, odiosa
conseguenza del fiscal compact, velenoso lascito dei trattati imposti dalla Ue,
in modo che ogniMunicipio possa
disporre difinanzeproprie o, al limite, ricorrere a
finanziamentida banche pubbliche
d’investimento – altra istituzione che manca e Dio sa quanto sarebbe benedetta
-per gestire direttamente i servizi alla città in primis quelli destinati alla
tutela ambientale.La quotadei Comuni sul debito pubblico, che è ormai
arrivato a 2400 miliardi, è pari all 1,8% e allora perché questi devono subire
tagli draconiani per ammanchi che non
hanno prodotto, se non in minima parte?
Inoltre
i soldi gestiti dalle amministrazioni
comunali , in collaborazionecon
associazioni di cittadini, aggiungo io, sarebbero anche spesi meglio. Riporto un esempio delclamoroso spreco di denaro pubblico stanziato a favore dell’incremento di energia
verde.Per la diffusione delle energie
rinnovabili lo Stato Italiano stanziò degli incentivi a favore di chi avesse voluto installare un sistema
fotovoltaico. Il “conto energia”
così si chiamava l’agevolazione partita nel 2006 e interrotta nel 2013. Prevedeva una quota di contributo per ogni kw di energia prodotta con
sistemi fotovoltaici, per la durata del ciclo di vita di un impianto, che mediamente è
di 25 anni. Di fatto gli ultimi utenti che hanno usufruito di questi
incentivi , installando impianti nel 2013, acquisiranno il bonus fino al 2038. Il problema vero è che essendo l’agevolazione
legata all’energia prodotta, più grande
era l’impianto, più alta era la somma ricevuta, hanno usufruito quindi di questi sgravi, solo banche e grandi aziende, le prime perché
hanno finanziato importanti strutture in
cambio della cessione dell’incentivo, leseconde perché hanno costruito vere e proprie centrali, talmente imponenti
, da consentire di vendere l’energia prodotta ricavandone profitto, ed avere un
rendimento finanziario sicuro per 25 anni. Il tutto dal 2006 ad oggi, ed anche
in futuro, hae avrà un costo perle finanze pubbliche di 6,7 miliardi l’anno.
Se da allora e fino alla scadenza degli incentivi quei 6,7 miliardi l’anno fossero stati dati ai
Comuni , si sarebbero potuti pianificare programmi di riqualificazione
energetica urbanapubblica attraverso il finanziamento totale o parziale
(da definire in base al reddito) di
impianti fotovoltaici a favore degli alloggi residenziali , o edifici di proprietà comunale, le scuole ad
esempio. Oppure si sarebbero potuti finanziare piani di riconversione elettrica
della mobilità urbana.
Ecco perché, tornando alla Valle del Sacco, mi preoccupa il destino di quei 53 milioni destinati alla bonifica, visto che la
loro gestione, affidata alla RegioneLazio, vedrà incarichi importanti di coordinamento attribuiti ad enti esterni ed aziende private, come la Pricewaterhouse Cooper Advisor Spa, o la Ecoter Srlper carenza di personale regionale dedicato, queste le motivazioni
dell’ente.
Non vi è stato alcun coinvolgimento del Coordinamento dei Sindaci della Valle del Sacco , del resto questo organismo, creato ad hoc, si è
disgregato visto che ad alcuni sindaci non interessa granchè della salute dei
propri cittadini a cominciare da quello di Frosinone . Fortunatamente il
commissario incaricato all’attuazione delle azioni di bonifica ha convocato le
associazioni di cittadini come Retuvasa, che da tempo si occupano della Valle del
Sacco, per coinvolgerle ed informarle sui piani di azione.
Visti i precedentisembra
una discreta apertura. Allora facciamo appello a loro e a tutti i cittadini , affinchè controllino scrupolosamente il destino di
questi53 milioni di euro.E’ fondamentale perché troppe volte soldi investiti per la collettività hanno finito per arricchire
qualcuno, peggiorando, anziché migliorarle, le condizioni di vita dei cittadini. E noi
cittadini della Valle del Sacco saremmo anche stanchi di subire ildegrado della nostra salute e dalla qualità
della vita in genere, dopo aver visto passare milioni e milioni di euro
sprecati o spesi per ingrassare i soliti potentati politico-finanziari.
Questo mese, per ordine del presidente Recep Tayyip Erdogan, l'esercito turco ha avviato un attacco e un'invasione nei cantoni curdi situati nel nord-est del territorio siriano (Rojava). L'azione è stata appoggiata dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che aveva precedentemente determinato il ritiro di 2.000 soldati statunitensi da quella regione e, di conseguenza, la rottura dell'alleanza che il suo Paese aveva con i curdi. Questo segna un cambiamento nella politica dell'imperialismo yankee in Siria: dopo aver approfittato del generoso sforzo dei curdi nella lotta contro l'Isis (Stato islamico), simboleggiato dall'eroica difesa della città di Kobane, ora li abbandona per ristabilire buoni rapporti con un alleato storico (Turchia ed Erdogan). Questa inversione di rotta era già stata preparata da diversi mesi. Non è il primo attacco da parte di Erdogan contro i curdi del Rojava. Alla fine del 2016 aveva eseguito l'operazione «Scudo dell’Eufrate» per «interrompere» il corridoio che i curdi stavano cercando di formare tra i cantoni di Afrin e Jazira. L'obiettivo fu raggiunto e le forze turche mantennero il controllo della città siriana di Yarabulus e di altre città minori. All'inizio del 2018, lanciò la «Campagna Ramo di Ulivo» che consolidò la sua presenza militare nella regione di Afrin. Come nei casi precedenti, la nostra posizione di fronte a questa nuova aggressione è assolutamente chiara: sosteniamo e difendiamo il campo militare curdo contro l'attacco turco avallato da Trump. Ripudiamo l'attacco di Erdogan contro il popolo curdo e invitiamo a manifestare la solidarietà militante con il popolo del Rojava. Combattiamo e continueremo a farlo per il diritto all'autodeterminazione del popolo curdo nel suo insieme, per la costruzione di uno Stato confederato unificato del popolo curdo, attualmente disperso tra Siria, Turchia, Iran e Iraq. Oltre a rilasciare questa dichiarazione, riteniamo necessario riprendere e approfondire le analisi e le considerazioni che abbiamo fatto in vari articoli negli ultimi anni, a causa dei complessi fattori internazionali e regionali che si combinano tra loro (e le modifiche al loro interno).
I curdi Il popolo curdo è la più grande nazionalità mediorientale senza un suo Stato, poiché il trattato di Losanna (firmato nel 1923 per dividere i domini dell'Impero turco-ottomano, sconfitto nella prima guerra mondiale) negò loro quel diritto. I curdi risultarono divisi in quattro Paesi (Turchia, Iran, Iraq e Siria), in ciascuno dei quali costituiscono una nazionalità oppressa e gravemente repressa quando combatte per cercare di invertire questa situazione. Nel territorio siriano sono ampiamente maggioritari nei cantoni di Afrin, Jazira e Kobane, nella fascia nord-orientale del Paese (al confine con la Turchia a nord e l'Iraq a est). Questi cantoni occupano un’area di circa 15.000 km2 e sono abitati da poco più di 2.000.000 di curdi (e coloni di altre origini). I curdi, per la maggior parte, provengono da migrazioni dalla Turchia. Come esempio dell'oppressione subita in questo Paese, ricordiamo che fino a pochi anni fa non avevano neanche il diritto di essere cittadini turchi. Da marxisti rivoluzionari, se una nazionalità oppressa dichiara di volere la sua indipendenza, sosteniamo e difendiamo incondizionatamente questa decisione. Il caso curdo è speciale: è ovvio che si tratta di una nazione oppressa, ma non si trova in un singolo Paese, essendo divisa e oppressa in quattro Paesi. Per questa ragione, l'unico modo di esercitare la sua autodeterminazione è rompere quella divisione e riunificarsi. Pertanto, come punto di partenza, riconosciamo e difendiamo il diritto dei curdi di separare i loro territori storici dagli Stati che oggi li integrano e costituire il loro Stato indipendente (e sosteniamo pienamente la loro lotta in questo senso). Crediamo che, in questo caso, inoltre, non si tratterebbe di un'atomizzazione ma, al contrario, di una riunificazione progressiva.
Le autonomie curde Negli ultimi anni, il popolo curdo ha ottenuto il controllo di due regioni autonome: una in Iraq (Basur) e un'altra in Siria (Rojava). In realtà, si tratta di due Stati o embrioni di Stati veri e propri. I processi che hanno portato a queste autonomie, guidati da Massoud Barzani e dal Pdk (Partito Democratico del Kurdistan) a Basur, e dal Pyd (Partito dell'Unione Democratica) nel Rojava, sono molto diversi. Entrambi i partiti (Pdk e Pyd) si contendono fortemente la direzione del popolo curdo nei loro territori e nei Paesi in cui vivono. Il Pyd è l'espressione del Pkk (Kurdistan Workers Party, fondato in Turchia) in Rojava. Il Basur non ha rappresentato, fino ad ora, alcun problema per l'imperialismo e la Turchia. Il governo Barzani e il Pdk fanno affidamento su grandi risorse, sull’agricoltura e su un importante sviluppo capitalista. Sin dall'attacco dell’imperialismo contro il regime di Saddam Hussein, il Pdk si è strettamente legato all'imperialismo. È inoltre diventato il partner economico e politico di Erdogan, poiché fornisce quasi tutto il petrolio di cui la Turchia ha bisogno, mentre la borghesia turca investe a Basur. Come riflesso, Erdogan ha ricevuto Barzani ad Ankara con il massimo degli onori che vengono attribuiti a un capo di Stato. Inoltre, l'influenza di Barzani svolge un ruolo «pacificatore» nella borghesia e nei ceti medi curdi della Turchia, incoraggiandoli a integrarsi nelle «istituzioni» attraverso il partito Hdp. Al contrario, l'autonomia del Rojava ha costituito un fattore profondamente destabilizzante per la Turchia, poiché oggettivamente la sua esistenza è un fattore che incoraggia la lotta dei curdi in Turchia. Inoltre, la borghesia turca è particolarmente preoccupata dal ruolo di direzione politica e dall'influenza del Pkk su entrambi i lati del confine (un «confine curdo armato» molto pericoloso). Pertanto, inizialmente, la politica di Erdogan è stata quella di incoraggiare e sostenere l'Isis nei suoi attacchi contro i curdi. Ma la politica americana (che analizzeremo più approfonditamente in seguito) aveva la necessità di affrontare l'Isis e di armare i curdi del Rojava come principale forza di supporto in tale compito. La base economica del Rojava è molto diversa da quella di Basur: non vi era praticamente, all’atto della sua formazione, nessuna borghesia curda nella regione perché quasi tutta la regione era di proprietà dello Stato siriano. Nel quadro della rivoluzione iniziata nel 2011 contro il regime di Al Assad (e la successiva guerra civile), i curdi del Rojava dichiararono la loro autonomia e stipularono un accordo di «non aggressione» con il regime siriano. Nell'acquisire una regione di scarso sviluppo economico capitalista e con i suoi pilastri centrali nelle mani dello Stato, il Pyd ha dovuto adottare speciali forme istituzionali e un funzionamento economico centralizzato. Ciò ha portato vari settori della sinistra ad affermare che sarebbe nato un nuovo Stato socialista nel Rojava (o in transizione verso il socialismo). Pensiamo che questa sia un'opinione affrettata e soggettiva, data l'estrema debolezza economica del territorio, l'assenza della classe operaia e il disimpegno del Pyd da un qualsivoglia progetto socialista per un Kurdistan unito e per la regione. Ma al di là di queste analisi, riteniamo che le autonomie raggiunte a Basur e Rojava siano un progresso nella direzione di uno Stato curdo unificato e, pertanto, debbano essere difese. Non devono essere considerate l'«obiettivo finale» ma devono essere messe al servizio della lotta per raggiungere quello Stato unificato e una confederazione socialista nella regione. In tal senso, non abbiamo alcuna fiducia nelle attuali direzioni curde, sia per il loro carattere di classe (borghese o piccolo-borghese) sia per la loro politica di abbandono della lotta per lo Stato curdo unificato. Stiamo nel loro campo militare, ma combattiamo le loro politiche in relazione all'imperialismo Usa, ad Assad o ad Erdogan.
La svolta di Trump L'amministrazione Trump completa la svolta che aveva già iniziato a prendere nel 2018, sostenendo la Turchia ed Erdogan e lasciando i curdi del Rojava al loro destino. Inoltre, secondo la stessa Casa Bianca, i curdi saranno obbligati a consegnare i prigionieri dell'Isis alle forze turche. Nel frattempo, centinaia di prigionieri dell'Isis hanno approfittato dell'attacco per fuggire. La ragione principale di questa svolta degli Usa è, ovviamente, quella di riguadagnare buoni rapporti con un alleato storico (la Turchia) che, per vari motivi (incluso il sostegno ai curdi), si era deteriorato. Ma implica anche che il governo americano ignora il conflitto siriano e lascia che altri Paesi, in particolare la Russia, dirigano la situazione. Questa svolta ha suscitato un intenso dibattito all'interno della borghesia imperialista. Negli Stati Uniti Trump non è stato criticato solo dai democratici, ma ha anche causato una crisi all'interno dello stesso Partito repubblicano. Anche altri Paesi imperialisti lo criticano. Jonathan Marcus, corrispondente della Bbc per le questioni relative alla Sicurezza e alla Difesa, afferma che: «Il potenziale caos potrebbe facilitare una rinascita dello Stato islamico». Questa decisione «segna un tradimento di Washington nei confronti dei suoi alleati curdi, un tradimento che molti altri Paesi della regione percepiranno come un campanello d’allarme. Sia i sauditi che gli israeliani si stanno rendendo conto che la retorica di Trump non coincide quasi mai con le sue azioni». Il dibattito che questa decisione di Trump ha scatenato, nell’ambito dell’imperialismo, è stato così acceso che il presidente degli Stati Uniti è stato costretto ad annunciare sanzioni economiche alla Turchia e a twittare minacce.
Al Assad si è avvantaggiato Negli anni immediatamente successivi al 2011, il presidente siriano Assad è stato messo alle strette, ha perso il controllo di una parte importante del territorio siriano e stava per cadere di fronte all'offensiva militare dei ribelli. È sopravvissuto grazie agli «aiuti stranieri»: le milizie libanesi di Hezbollah e il sostegno in armi dell'Iran e, soprattutto, della Russia. Nel 2015, le forze militari russe sono entrate direttamente in guerra e ciò ha consentito ad Assad una forte offensiva verso Oriente, sfrattando le forze ribelli da molti dei territori e atomizzandole. Gli attacchi turchi sono una violazione della sovranità siriana. Ma, nel 2018, il regime siriano non ha fatto nulla e non ha nemmeno chiesto a Putin di impedirli. Sebbene sembri contraddittorio, Bashar al Assad beneficia di questo attacco turco. La tregua di fatto che aveva istituito gli è servita a concentrarsi nella lotta contro le forze ribelli, mentre i curdi rallentavano l'avanzata dell'Isis in Siria. Ma soprattutto, supportato dagli Stati Uniti, l'Ypg/Sds si è fortemente rafforzato militarmente e territorialmente, estendendo il suo controllo alle aree non curde, costituendo una minaccia strategica per il regime di Assad e per le sue aspirazioni a riprendere il controllo dell'intero territorio siriano. L'attacco turco indebolisce le forze curde, le costringe a ritirarsi e rompe l'alleanza tra gli Stati Uniti e Ypg/Sds. Se ciò non avesse costituito un vantaggio per sé e per il regime siriano, Assad avrebbe cercato di prendere accordi con la leadership curda del Rojava per difendere il confine e limitare l'avanzata turca, patteggiando l'ingresso delle truppe governative. Si sostiene anche che le Ypg/Sds verranno integrate nell'esercito siriano. Ci sono già città, come Hasaka o Qamishli, sulla rotta delle raffinerie di petrolio del Paese, dove queste milizie agiscono assieme. Le forze russe presenti nel Paese accompagnano questo movimento, si sono stabilite nelle basi americane abbandonate e agiscono come una sorta di linea di divisione difensiva tra le forze di Ankara e quelle di Bagdad.
Il ruolo di Putin A partire dall'ascesa di Trump alla presidenza degli Stati Uniti, era stato stabilito un accordo di fatto tra gli Usa e il governo Putin, che determinava «aree di responsabilità» in Siria: a ovest del fiume Eufrate la Russia e ad est gli Stati Uniti, per evitare scontri diretti tra le loro forze o tra i loro alleati. Ciò si è già manifestato durante l'attacco di Afrin nel 2018, quando le forze russe non hanno fatto nulla per impedirlo e hanno liberato lo spazio aereo per consentire l'azione dell'esercito turco. L'obiettivo di Putin in Siria è la difesa del regime dittatoriale di Assad e della sua strategia di riguadagnare il controllo dell'intero territorio siriano, al fine di incrementare i benefici degli oligarchi russi nell'attività di ricostruzione del Paese e, soprattutto, nel rafforzare la Russia come potenza regionale. Il ritiro americano può solo favorire i suoi piani.
Il prezzo elevato di una politica di alleanze equivoche del Pyd La situazione in Siria è quella di un «poligono di forze» complesso e mutevole. Queste forze intervengono e definiscono la loro politica in una combinazione di interessi strategici e bisogni congiunturali e specifici. La «scacchiera siriana» cambia non solo costantemente nei domini territoriali che ciascun settore mantiene, ma anche nelle alleanze e negli accordi che si stanno configurando. In quel gioco, non dobbiamo mai dimenticare che, come negli scacchi, ci sono re, alfieri e pedine. Pertanto, nel contesto della sua complessità, se guardiamo la questione con obiettività, una cosa è chiara: dietro l'attacco turco è stato realizzato un accordo controrivoluzionario contro i curdi, tra Erdogan, Putin, Trump, Assad e gli ayatollah iraniani. È lo stesso accordo che ha contribuito a infliggere pesanti sconfitte a una parte importante dei ribelli siriani e a rafforzare Assad. È una conclusione che i curdi devono trarre chiaramente: i «pezzi grossi» (Usa e Russia) sviluppano un loro gioco, in difesa dei loro interessi, in cui le «pedine» possono sempre essere sacrificate. La cecità strategica da un punto di vista politico e di alleanze della leadership del Pyd/Pkk (tregua con il regime di Al-Assad, rifiuto di un'alleanza con i ribelli siriani, impegno centrale a sostegno dell'imperialismo Usa) ora costringe i curdi a pagare un prezzo altissimo. Non serve a nulla lamentarsi che Trump ora li avrebbe «pugnalati alle spalle». Era qualcosa che avrebbe potuto verificarsi molti anni fa. Manuel Martorell, autore del libro Kurdi, pubblicato nel 2016, aveva anticipato, prima dell'attacco turco dell'anno scorso: «Ciò che è accaduto ad Afrin si ripeterà nel nord della Siria… questo causerà un terribile disastro umanitario. Forse milioni di persone dovranno fuggire al confine con l'Iraq... Gli Stati Uniti hanno fatto come al solito, hanno risposto ai loro interessi strategici». Di sicuro, il popolo e le milizie curde del Rojava combatteranno con l'eroismo che hanno avuto negli anni precedenti contro l'Isis. Ma la loro situazione è molto difficile: attaccati dall'esercito turco, di gran lunga superiore nelle truppe e nelle armi, indeboliti nelle loro provviste e costretti a stabilire un accordo con il regime di Assad e le forze russe. La fine dell'oppressione subita dai curdi e la conquista del proprio Stato non saranno mai raggiunti con l'aiuto di Trump o Putin. Sebbene possano trarre vantaggio dalle loro contraddizioni, saranno sempre strategicamente i loro nemici e preferiranno sempre sostenere i loro «alfieri» (come Assad, Erdogan o gli ayatollah iraniani) invece che i loro pedoni. È stata la politica dell'alleanza seguita dal Pyd/Pkk che ha portato a questa situazione. La lotta dei curdi potrà trionfare solo e prima di tutto attraverso l'unità del popolo curdo stesso, indipendentemente dal Paese in cui vengono oppressi. È necessario richiedere ai peshmerga del Basur di difendere i loro fratelli nel Rojava. È necessario chiedere che le milizie del Pkk in Turchia (per quanto possibile) vadano oltre le semplici dichiarazioni e le supportino da oltre confine. La politica seguita dal Pyd-Ypg-Fds (fare una tregua con Assad e attaccare battaglioni di ribelli e popolazioni siriane da loro controllati) è stato un errore e un crimine politico. È necessaria una svolta a 180º in questa politica e si deve cercare un'alleanza con i settori più progressisti delle forze di opposizione ad Assad che stanno ancora combattendo. Infine, occorre invocare la solidarietà internazionale dei lavoratori e delle masse del mondo.
Sostegno incondizionato alla lotta dei curdi contro l'invasione turca Riaffermiamo la nostra posizione di sostegno e difesa del campo militare curdo contro l'attacco turco approvato da Trump e ci uniamo alla campagna internazionale unitaria a favore di questa posizione. Combattiamo per il diritto all'autodeterminazione del popolo curdo e per la costruzione di uno Stato federale unificato di quel popolo, attualmente disperso tra Siria, Turchia, Iran e Iraq. Crediamo che il compito di costruire uno Stato curdo unificato potrà essere raggiunto solo in una lotta insieme a tutti i lavoratori e ai popoli del Medio Oriente, nella prospettiva di formare una grande federazione di repubbliche socialiste di nazioni arabe e musulmane. Infine, di fronte alla direzione curda (sia il Pkk/Pyd che il Pdk) è più che mai necessario costruire una direzione rivoluzionaria curda che sia disposta a portare quella lotta alla sua vittoria.
La lista è impressionante: insurrezioni in Ecuador, Cile e Haiti, università occupate in Costa Rica, manifestazioni gigantesche a Honk Kong, lotte rivoluzionarie in Libano e Sudan, le piazze di Barcellona invase da centinaia di migliaia di manifestanti.
E' la prova di quanto diciamo da anni: non è in corso nessuna "ondata reazionaria", a differenza di quanto predicano i profeti della sconfitta. Ciò che ostacola le lotte (anche qui da noi) non è l'assenza di volontà dei lavoratori ma le burocrazie sindacali e la sinistra riformista e governista. Qui traduciamo un appello dei nostri compagni del Mit (Movimiento Internacional de Trabajadores), sezione cilena della Lit. Proprio in queste ore, a fianco dei manifestanti entrano in campo anche i battaglioni della classe operaia cilena, a partire dallo sciopero proclamato dai minatori.
Appello del Mit
(sezione cilena della Lit-Quarta Internazionale)
Il governo Pinera ha decretato lo stato d'emergenza per tutta la regione metropolitana di Santiago. E' l'unica risposta che può dare questo governo corrotto e padronale all'enorme rabbia che è esplosa negli ultimi giorni nel Paese, a partire da Santiago, dove è in corso una autentica sollevazione popolare.
La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato l'aumento dei biglietti dei mezzi pubblici. Ma dietro la rabbia esplosa questa settimana, guidata coraggiosamente dagli studenti liceali, c'è la rabbia di tutta la classe operaia, delle masse popolari e di tutti noi che viviamo quotidianamente gli abusi padronali.
In decenni di governi che hanno sempre e solo arricchito i padroni, abbiamo visto peggiorare le nostre condizioni di vita a un livello mai raggiunto prima.
Lo sfruttamento sempre più brutale nei posti di lavoro. La miseria negli ospedali e nelle scuole pubbliche. Le migliaia che sono morti aspettando inutilmente di essere curati. I nostri anziani condannati alla fame che moltiplica i suicidi. Il narcotraffico nei nostri quartieri. La persecuzione del popolo mapuche. La devastazione ambientale. E, come contropartita, un governo diretto da un presidente corrotto, le gigantesche frodi fiscali della borghesia, la repressione delle lotte da parte dei carabinieri.
E' quanto sta succedendo in tutti i Paesi dell'America Latina. Lo abbiamo visto pochi giorni fa in Ecuador, con la grande lotta alla cui testa sono gli indigeni e larghi settori della classe lavoratrice.
Noi stiamo prendendo esempio da loro.
Il governo e i mezzi di comunicazione non fanno che mostrare le devastazioni a Santiago. Sono state bruciate 16 stazioni della metro e l'edificio della multinazionale Enel, gli scontri con le "forze speciali" in ogni via.
Ma la reazione popolare è legittima ed è il risultato della provocazione del governo Pinera che, dopo averci attaccati con l'aumento delle tariffe dei trasporti e dell'energia, ha ordinato l'occupazione poliziesca dei licei e delle stazioni della metro per reprimere brutalmente i manifestanti.
Noi crediamo che la violenza che stanno utilizzando i giovani e i lavoratori è totalmente legittima. E' l'espressione di una massa popolare troppo a lungo repressa e che è consapevole che le proteste pacifiche non danno risultati.
In milioni abbiamo manifestato, negli ultimi anni, e l'unica risposta del governo è stata quella di fare una controriforma che arricchisce ancora di più chi specula sulle nostre pensioni.
Uniti per difenderci
La strada indicata dai liceali è quella giusta. Ma non possiamo lottare in modo disordinato, senza organizzarci. I lavoratori portuali ora ci indicano un cammino da seguire. Ormai la lotta sta diffondendosi in tutte le regioni del Paese. E altre città continuano ad aggiungersi contro gli attacchi padronali come l'approvazione in parlamento del trattato commerciale Tpp o come la dichiarazione da parte del governo dello "stato d'emergenza".
La destra nostalgica di Pinochet, come Kast e il suo Partito repubblicano, insieme al padronato, serra le file attorno al goveno Pinera e alle Forze armate. Noi, lavoratori e lavoratrici, studenti, disoccupati, masse popolari, dobbiamo a nostra volta stringerci in un solo fronte, perché già sappiamo che nessun partito politico di "opposizione" si schiererà realmente dalla nostra parte. Lo hanno peraltro già dimostrato col loro silenzio in parlamento e col silenzio delle direzioni dei principali sindacati tradizionali.
Il nostro primo compito è garantire la sicurezza dei manifestanti e organizzare l'autodifesa contro lo stato d'emergenza. Il governo lo ha decretato non per proteggerci dai "vandali" ma per dividerci diffondendo il terrore.
Abbiamo bisogno di organizzare comitati di vigilanza e di allerta nei quartieri e nelle occupazioni. Dobbiamo dibattere nei nostri luoghi di lavoro e in ogni organizzazione. Dobbiamo invitare ogni dirigente sindacale, di quartiere, studentesco a organizzare assemblee. I dirigenti che si sottraggono ai loro compiti vanno sostituiti.
L'organizzazione e l'azione unitaria di chi lotta è la nostra miglior difesa. Dobbiamo moltiplicare le manifestazioni in tutto il Paese, coinvolgendo tutte le organizzazioni dei lavoratori.
Il nostro appello
Come Mit facciamo appello a tutti i lavoratori, gli studenti, le popolazioni dei quartieri poveeri a stare in allerta permanente e a organizzare:
- assemblee in ogni luogo di lavoro, anche dove non ci sono sindacati
- comitati di vigilanza e autodifesa nei quartieri e nei luoghi di lavoro
- comitati contro la repressione nei licei, nelle università e nelle scuole
- dichiarazioni a favore delle mobilitazioni contro lo stato d'emergenza, contro le misure governative
- convocazioni di lotta dei sindacati che già si sono dimostrati disponibili, a partire dai portuali e dai lavoratori della metro
- nella capitale auto-organizzare il trasporto per lavoratori e studenti, per respingere la chiusura della metro ordinata dal governo
- no allo stato d'emergenza!
- via le milizie dalle strade!
- facciamo appello alla base delle Forze armate a disobbedire ai loro ufficiali e a non reprimere la popolazione!
- per la nazionalizzazione sotto controllo dei lavoratori dei mezzi di trasporto!
- per un sistema nazionale di trasporto pubblicato, gratuito, sotto controllo dei lavoratori!
- per il blocco di prezzi e tariffe!
- per la riduzione della giornata di lavoro senza riduzione del salario, fino a porre termine alla disoccupazione!
- per un aumento del salario minimo a 500 mila pesos!
- costruiamo un grande sciopero generale nazionale per rovesciare questo governo padronale e corrotto! Facciamo come le masse dell'Ecuador!
Facciamo appello a tutti i lavoratori e le lavoratrici, ai giovani, alle masse popolari, a unirsi a noi per costruire il Mit, un partito al servizio dell'organizzazione e della lotta della classe operaia, per porre fine allo sfruttamento capitalistico e riappropriarci delle nostre ricchezze. Un partito che lotta perché noi lavoratori possiamo realizzare quella rivoluzione che ponga fine al capitalismo e metta tutta la ricchezza prodotta dalla nostra classe al servizio delle necessità del proletariato
Strana notte quella di sabato di 19 ottobre a Frosinone. Una
notte nera, certamente, perché giunta a conclusione di una settimana che ha
visto l’estromissione definitiva della cultura dall’ottica amministrativa del
Comune di Frosinone. Sotto il taglio draconiano del 40% delle spese per la cura
sociale dei cittadini, cade pesantemente il servizio ai campi sportivi, la
Villa Comunale non ospiterà più mostre ed eventi artistici, la Casa della
Cultura marciràdentromura assediate dall’umidità, saranno
dimezzati i fondi destinati alla biblioteca e al museo archeologico, i cui
finanziamenti erogati dalla Cassa
depositi e Prestiti per riqualificarlo, sono stati destinati allo Stadio, un’opera
di un privato.
Giova ricordare che
l’alienazione di ogni opzione pubblica sulla promozione delle attività
sportiveculturali, segue la falcidia di
altri servizi tesi al benessere della collettività frusinate. Il servizio di
scuolabus? Eliminato. Mense scolastiche per gli istituti primari? A
pagamento.Asili Comunali? Chiusi.
Una notte nera perché proprio alla
contemporanea “notte bianca” - carnevalataorganizzata dall’amministrazione Comunale per
mostrare una valenza culturale di facciata, fatta di sguaiate sbicchierate a uso
e consumo di un popolino ammaestrato al
campaccio dell’ ex Matusa - hanno partecipato i fascisti del terzo millennio dispensatori
di farneticazioni razzistenel loro
covomascherato da Pub.
Notte nera per i
servizi alla cittadinanza, ormai falcidiati e svenduti agli interessi privati,
notte bianca per la cultura, nel senso
che ogni prospettiva culturale è andata in bianco. Ma fra il nero ed il bianco
in questanotte così particolare ha
spiccato un’oasi di colore. In piazza Garibaldi nel circolo, questo si, artistico-culturale “RigenesiSpazio Arte” gestito
da Riccardo Spaziani e Fabiana Fattori, i colori della
musica afroamericana - comprendente contaminazionifra il groove nerodel blues, del jazz, lo stile solare e
diafano delle suggestioni sudamericane,fra samba e bossanova, il rosso fuoco della passione spagnoleggiante -
hanno levato alto la loro potente trasgressione sonora, grazie alla Whistle
Jazz Band.
Un gruppo di amici appassionati di jazz e di musica(Alberto Bonanni - sax tenore, Antonello Panacchia - basso,
Raimondo Pisano - chitarra e il sottoscritto Luciano Granieri alla Batteria)
hanno lanciato, con le armi della creatività, la propria
invettiva in musica contro la grettezza di
chi ha costruito su razzismo ,odio
verso gli altri, il proprio consenso.
Abbiamo provato grande soddisfazione
quando ad una certa ora “Rigenesi Spazio Arte” si è riempita di ragazze e ragazzi
delusi dal grigiore della notte nero-bianca frusinate,pronti a nutrirsi dei colori della
tolleranza, della condivisione e socializzazione, anche culinaria: da un lato una ciociarissima sagne e fagioli,
dall’altra un’americana Chiffon Cake.
Ecco noi speriamo che i cittadini
ciociari tornino ad invocare una città con i colori della tolleranza e di una
rinnovata condivisione sociale, lontana dal grigiore di un’amministrazione che
ha solo badato ad allargare il tappeto sotto il quale nascondere cumuli d’immondizia
e macerie risultato di una scellerata gestione della città.
L’ANPI della provincia di Frosinone, unendosi agli appelli
ed alle mobilitazioni in atto in tutta Italia e nel mondo intero a sostegno del
popolo kurdo e del suo diritto all’autodeterminazione ed alla tutela della
libertà, ha indetto due manifestazioni pubbliche chiamando i cittadini, le
forze politiche e sindacali e le organizzazioni associative democratiche ed
antifasciste ad impegnarsi per contribuire a far cessare lo sterminio che si
profila. La prima si terrà Venerdì 18 dalle ore 17:00 a Frosinone, in Piazza
Gramsci davanti alla Sede istituzionale più alta della Provincia. La seconda si
svolgerà a Sora domenica 20, anche questa davanti alla massima Istituzione
locale, il Municipio. Hanno già aderito molte realtà (partiti, sindacati,
associazioni, gruppi) e singoli cittadini, altri stanno aderendo.
La netta opposizione a qualsiasi guerra di conquista e di
sopraffazione che da sempre ci caratterizza si congiunge oggi, davanti
all’aggressione di Erdoğan ai Kurdi ed alla sua invasione del territorio dello
Stato sovrano di Siria già martoriato, ad ulteriori considerazioni particolari
e specifiche, che riguardano sia il recente passato sia la prospettiva.
La prima considerazione, di ordine politico, sta nel nostro
dovere di gratitudine verso il sacrificio affrontato dai Kurdi nella lotta
contro i criminali dell’ISIS, che altri hanno invece finanziato e allevato con
grande impegno. I Kurdi hanno combattuto a casa loro contribuendo in modo
decisivo a fermare e sconfiggere le milizie del Califfato, determinando così la
fine della minaccia che esso rappresentava soprattutto per noi Europei. Mentre
noi tremavamo e restringevamo progressivamente le nostre stesse libertà, i
Kurdi combattevano sul terreno, subendo perdite umane e sofferenze indicibili
con la sola speranza di sopravvivere e di ottenere finalmente un territorio.
Questa speranza si è rivelata, ancora una volta, una illusione, per il
tradimento di Trump ai loro danni che ha permesso al dittatore sanguinario Erdoğan
di attuare il suo piano criminale di annientamento del popolo kurdo.
La Turchia
non è nuova a queste imprese, anche se non vuole sentirne parlare (Armeni,
Cipro, ecc.)
La seconda, di ordine più pratico, riguarda la prospettiva:
le decine di migliaia di terroristi dell’ISIS che stanno fuggendo dalle carceri
e dai campi di detenzione controllati finora dai Kurdi riprendono fiato, si
riversano nuovamente nel mondo con intenzioni facilmente immaginabili, e
tornano ad essere una minaccia terrificante per noi e per tutto il mondo.
Temiamo fortemente che si ripeteranno fatti criminali come il Bataclan o il
mercatino di Berlino o Nizza o Charlie Hébdo, e allora sarà inutile e grottesco
piangere e far sfilare i capi di Stato e di governo democratici fingendo unità
e determinazione.
L’unità e la determinazione, vere, servono adesso! Occorre
fermare sul serio i giochi di morte del Sultano turco, non bastano né le timide
dichiarazioni senza seguito dei nostri responsabili diplomatici né la
sospensione dei contratti futuri (!) per le forniture di armi.
Serve passare ai fatti, congelando i capitali turchi in
Europa, bloccando le forniture militari in partenza anche per contratti già in
essere, pretendere dalla NATO di intervenire politicamente sul governo turco,
che di essa fa parte, attivare il Consilgio di Sicurezza dell’ONU chiedendo
senza tanti infingimenti l’invio di truppe di interposizione a tutela della
sicurezza dei Kurdi e dei confini attuali dei quattro Stati coinvolti, per poi
discutere seriamente provvedimenti a favore dell’autonomia del popolo kurdo in
termini territoriali, militari, diplomatici.
Sappiamo che le resistenze sono molte, in primis da parte
del cosiddetto “mercato”, vista l’enorme esposizione delle banche di affari
europee e americane negli investimenti in Turchia, e che l’interscambio di
merci e prodotti critici (componentistica, abbigliamento, agroalimentare, ecc.)
è assai elevato. Ma se baratteremo ancora una volta il sangue di un intero
popolo con i nostri consumi materiali ci caricheremo di una responsabilità che
ci avvicinerà di molto a coloro che strinsero le spalle di fronte allo
sterminio nazista degli anni ’40 del secolo scorso. Saremo l’umanità che
sapeva, che ha visto, e non ha impedito rendendosi complice.
Maurizio Acerbo, segretario nazionale Rifondazione Comunista - Sinistra Europea
Maurizio Acerbo: “In Italia la censura la subiscono gli antifascisti mentre gli squadristi del terzo millennio vengono protetti e coccolati”.
Il 18 ottobre a Roma si terrà un “convegno” organizzato dal Primato Nazionale, il mensile dei fascisti del Terzo Millennio, sul tema della censura e dei nuovi media.
Leggere che un giornalista come Peter Gomez del Fatto si presta a partecipare a un dibattito su "libertà di espressione" e censura con il capo di Casa Pound e il giornale dei neofascisti fa cadere le braccia. Insieme a lui saranno ospiti un membro del cda Rai e a un esponente di Fratelli d'Italia. Anche Gomez si aggiunge all'elenco degli sdoganatori di un partito che si dichiara apertamente fascista.
La legittimazione di Casapound, vicina a Salvini e Meloni, va avanti da tempo nonostante le aggressioni squadristiche di cui sono stati protagonisti i suoi militanti.
Ricordiamo che con l'Anpi da tempo ne chiediamo lo scioglimento in attuazione della Costituzione.
Non c'è nulla di liberale nel legittimare gruppi politici che incitano all'odio razziale e fanno apologia del fascismo.
Per quanto riguarda la Rai facciamo notare che con vertici Pd come con quelli grilloleghisti continua l'oscuramento maccartista di Rifondazione Comunista. In Italia la censura la subiscono gli antifascisti mentre gli squadristi del terzo millennio vengono protetti e coccolati.