Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

mercoledì 30 ottobre 2019

Art Blakey, cent'anni di "Drummitudine"

Luciano Granieri





Ottobre è il mese del vino, o almeno una volta lo era, oggi in nome del Dio mercato  il succo d’uva fermentato si fa  tutto l’anno. Ma forse per la particolare vena di follia che porta il nettare di bacco, è fuori dubbio che  nel mese in cui l’inverno comincia a bussare alle porte   nascano dei geni creativi. 

Non è un caso che proprio in ottobre 100 anni fa nasceva uno dei più grandi musicisti  della storia del jazz. Era l’11 ottobre del 1919 quando a Pittsburgh Pennsylvania veniva alla luce  Art Blakey  uno dei più grandi batteristi,  e band leader della storia del jazz. 

Una vita tormenta, non conobbe mai il suo vero padre e perse la madre a soli 5 mesi, fu allevato da una cugina materna molto religiosa appartenete ad una famiglia avventista del settimo giorno. Operaio adolescente nelle acciaierie Carnagie di Pittspburgh, vittima, come tutti i suoi compagni neri dei più violenti episodi di razzismo. Nel 1942 un poliziotto gli sfonda a manganellate un’arcata sopraccigliare, sostituita dai medici con una piastra metallica. Unica colpa quella di aver reagito all’arresto perché sorpreso in macchina a chiacchierare con un bianco  musicista   suo compagno  nell’orchestra di Fletcher Henderson, formazione in cui allora militava. E si sa un nero se si mette  a parlare nella macchina di un bianco commette  un reato.  

Svezzato come operaio in fabbrica, maturato sotto le manganellate della polizia, non c’è che dire un eccellente back ground sociale , preciso per suonare jazz che è forse l’unica espressione culturale mondiale  nata dagli sfruttati. Blakey cresce a pianoforte e bibbia per poi dedicarsi interamente a  pelli e piatti.  

Se il jazz è patrimonio culturale dell’Unesco, Art Blakey è patrimonio incommensurabile del jazz. In mezzo secolo di carriera con i suoi Jazz Massengers, ha  percorso in lungo ed il largo la vie della musica afroamericana, cresciuto nel mito di batteristi come  Sidney Catlett e soprattutto di Chuck Web, swinga  mirabilmente nell’orchestra di Fletcher Henderson, uno che aveva tenuto a battesimo nei locali di New York, un’imberbe  Louis Armostrong. 

All’inizio degli anni ‘40 è in gestazione il fragore del Be Bop. I ragazzi usciti dall’orchestra del cantante Bill Eckstine, Charlie Parker, Dizzy Gillespie, oltre che Sarha Vaughan, Dexter Gordon, Kenny Dorham, stanno mettendo a punto i loro voli pindarici dentro il Minton’s . Non è un caso che il batterista dell’orchestra di Eckstine sia proprio Art Blakey.

 Con Partker, Gillespie, Miles Davis, anima in "combo" le serate del Birdland.  Ma  è nel 1947 che con otto  transfughi dell’orchestra di Eckstine, entra in sala d’incisione per incidere il primo disco a nome "Art Blake’s Messangers", non un gran che invero, ma da allora la leggenda di Blakey e dei suoi Messangeri del Jazz entra nella storia, soprattutto quando nel 1952 incontra Horace Silver, un pianista il cui stile si sposa bene con le idee del batterista di Pittsburgh. 

E’ un periodo,quello dei ’50, in cui il Be Bop sta perdendo il suo smalto. Uno stile frenetico in cui nel breve arco di 3 -4 minuti un musicista deve esprimere tutta la sua vena creativa non è precisamente il massimo per l’industria discografica . 

Il nuovo stile “Hard Bop” di  cui Blakey è uno degli inventori , dilata temporalmente le esecuzioni, i pezzi diventano più lunghi, il blues torna, calmierando, per certi versi,  i bollenti spiriti delle infuocate improvvisazioni Be Bop. Ne scaturisce    una musica che, pur non prescindendo dalle corse sfrenate, rilascia  suggestioni emotive dall’elevata intesità. 

Ancora roba per grandi musicisti e dai Messengers di Blakey  ne sono passati tanti nel corso di decenni.   Dai trombettisti Kenny Dorham, Lee Morgan, Freddie Hubbard, fino agli ultimi Wynton Marsalis, Wallece Rooney, ad una pletora di sassofonisti, Jackie Mc Lean, Johnny Griffin, Wayne Shorter,  Branford Marsalis, e ancora pianisti del calibro di Bobby Timmons, Cedar Walton, Keith Jarret, l’elenco è sterminato, non vado oltre, fatto sta che   grazie alla perizia   nello scovare talenti  il contributo di Blakey è andato oltre l’apporto prettamente musicale   del grande batterista,  contribuendo ad arricchire  la  scena jazzistica  di  grandi musicisti. 

La massima dedizione ha sempre contraddistinto la sua vita artistica, non si risparmiava mai, era capace di suonare per ore con le sue bombe alla Philly Jo Jones che scaturivano da un drumming coinvolgente, affascinante, che spingeva anche chi non era addentro alla cose ritmiche a battere il piede.  

Ne rimasi impressionato quando verso la metà degli anni 80’ (era l’83 o l’84)  andai a vederlo in un concerto al Music Inn di Roma. Dovevano esibirsi con lui i fratelli Marsalis:  Wyton , tromba e Branford Sax, musicisti di cui allora si dicevano mirabilie. In realtà  apprezzammo altri giovani talentuosi musicisti che nel frattempo li avevano sostituiti . Erano Terence Blanchard alla tromba,  Billie Pierce al tenore, con loro  Donald Harrison al sax alto,  Johnny O’Neal al piano e Charles Fambrough al basso. Il set fu straordinario.  Dopo quasi tre ore di musica  i giovani jazzisti  che lo accompagnavano erano esausti, lui ,Blakey dall’alto del suo armamentario di pelli e cimbali continuava a deliziarci con una potenza ritmica inusitata. 

E’ proprio vero, ottobre è il mese degli effluvi  creativi  un po’ folli, e uno come Blakey non poteva che nascere in una giornata di ottobre di cento anni fa.

lunedì 28 ottobre 2019

Valle del Sacco e Frosinone le facce del degrado fra analisi e provocazioni.

Luciano Granieri


Domenica scorsa 27 ottobre 2019 si è svolto presso Piazza Garibaldi l’incontro dibattito  "Giornata per la Vita Terre Avvelenate”. Un evento, organizzato dall’associazione “Spazio Arte Rigenesi” di Fabiana Fattori e Riccardo Spaziani, in si è ragionato  sul degrado della Valle del Sacco e della città di Frosinone in particolare. Oltre ai relatori, appartenenti ad associazioni che si occupano delle problematiche socio-ambientali del territorio,  hanno fornito il loro decisivo, dissacrante e ironico contributo gli attori del teatro di strada Guglielmo Bartoli, Milena Frantellizzi, e il giovane maestro di giocoleria Elia Bartoli. A tutti loro va un grande ringraziamento, perché il grave problema dell’inquinamento nel nostro territorio va affrontato in modo sistematico. Svegliarsi  solo quando va a fuoco un’azienda di stoccaggio e smaltimento rifiuti, o quando compare la schiuma nel fiume Sacco o in concomitanza di mefitici  miasmi provenienti dalle discariche, per poi dimenticarsi del problema è riduttivo e nocivo . Di seguito il  contenuto  del mio intervento al dibattito al quale ho avuto l’onore di partecipare grazie all’invito di Riccardo  e Fabiana che ringrazio ancora.

L'attrice Milena Frantellizzi (alias Marianicola) insieme al moderatore Francesco Notarcola


Trasparenza e Competenza

La  piaga della Valle del Sacco, il  degrado globale della nostra provincia, in termini d’inquinamento, tutela della salute, qualità della vita   puntualmente, condannano  il nostro territorio   ad occupare i primi posti fra i luoghi in cui si vive peggio. Periodicamente il tema assurge all’onore delle cronache a seguito di qualche evento particolare, poi si ritorna nel limbo. C’è l’incendio della Mecoris? Per un po’ di tempo si parla delle emissioni nocive nell’aria della nostra città, poi tutto passa in cavalleria. Compare la schiuma nel fiume Sacco? S’intensificano le ricerche dell’untore della acque per non vedere che l’inquinamento dell’asta fluviale è cronico, sedimentato nel tempo, e  non basta perseguire, per quanto sia giusto, il lavagista che ha sversato sapone nell’acqua per risolvere il problema. Arrivano  i rifiuti da Roma,  odori mefitici di diffondono nell’aria? Per qualche settimana le pagine dei giornali e i  social media si riempiono del più che giustificato rifiuto del territorio  a diventare la discarica d’Italia, ma la possibilità di una diversa gestione della raccolta e dello smaltimento dell’immondizia  viene considerata in modo sommario.  

Un argomento che   viene poco affrontato, ma secondo me è di fondamentale importanza riguarda  l’urbanizzazione selvaggia.  Osserviamo attentamente  la nostra città. Frosinone è invasa da colate di cemento in continua espansione.  Nell’ultimo rapporto  Ispra, si rileva che nel 2018 a fronte di un consumo di suolo provinciale del 7%  e regionale dell, 8,1%   Frosinone spicca per un clamoroso e devastante 29%. Per consumo di suolo s’intende la concentrazione di insediamenti abitativi, di attività industriali,  produttive in aree definite. L’abnorme cessione di spazi verdi al cemento comporta l’aumento della velocità di scorrimento delle acque verso i fiumi,  l’annullamento dell’effetto filtro del terreno sugli inquinanti, la drastica diminuzione dell’effetto di assorbimento del particolato da parte degli alberi . Per contro   si genera un  incremento dei reflui nocivi, l’immissione in atmosfera di aria inquinata generata dagli scarichi delle autovetture, degli impianti di riscaldamento , dalle industrie , il tutto amplificato  se in queste aree gli  impianti di depurazione idrica e controllo delle emissioni sono insufficienti  e non si applicano le direttive di sicurezza sulle emissioni degli insediamenti industriali ad alto impatto ambientale. Il risultato di questo scempio si deve alla completa cessione della pianificazione urbanistica pubblica  agli interessi dei fondi di speculazione immobiliare  e all’urbanistica contrattata. 

Vi invito a fare un giro per la città.  Andate  a De Matthaeis  in Via Tiburtina.  Di  fronte all’ufficio postale è in costruzione una lottizzazione  di due stabili con offerta di appartamenti e locali adibiti a utilizzo commerciale. Se vi  girate dall’altro lato della strada  ci sono negozi che stanno chiudendo palazzi in cui su   quasi ogni balcone si legge la scritta “Vendesi o Affittasi” . Viene dunque da chiedersi che vantaggio c’è ad asfaltare   spazi verdi  per costruire alloggi e negozi quando la città si sta spopolando e  le attività commerciali stanno chiudendo?  Nessuno per i cittadini, ma ciò arreca molti vantaggi  per i detentori di patrimoni  nei fondi immobiliari i quali speculano sul fluttuare del valore degli immobili, sulle modificazioni delle destinazioni d’uso.  Per non parlare dell’edilizia contrattata per cui un Comune, impossibilitato a causa del  patto di stabilità interna, ad investire in opere utili alla cittadinanza. Per provvedere alla sistemazione di una piazza deve interessare l’edilizia privata  che, in cambio del lavoro, potrà disporre di  ampie parti di città dove costruire  palazzoni e mega strutture. 

La morale, come diceva una pubblicità di un tempo, è sempre quella. Quando l’interesse della speculazione privata prevale sul bene pubblico, i cittadini vanno inevitabilmente  incontro crollo della qualità della vita. Per tornare alle città, come Frosinone, ma anche gli altri insediamenti urbani della Valle del Sacco,  bisogna ricordare come rimanga critica la depurazione delle acque reflue. 58 Sono i depuratori mal funzionanti o per nulla funzionanti, guarda caso gestiti tutti da Acea che preferisce elargire dividendi milionari ai propri azionisti, anziché sistemare i depuratori urbani  ed impedire che gli scarichi fognari vadano direttamente nei fiumi. 

Quali le soluzioni? Restituire la città ai loro veri padroni, i cittadini. Eliminare il patto di stabilità interna, odiosa conseguenza del fiscal compact, velenoso lascito dei trattati imposti dalla Ue, in modo che ogni  Municipio possa disporre di  finanze  proprie o, al limite, ricorrere a finanziamenti  da banche pubbliche d’investimento – altra istituzione che manca e Dio sa quanto sarebbe benedetta -per gestire direttamente i servizi alla città in primis quelli destinati alla tutela ambientale.  La quota    dei Comuni sul debito pubblico, che è ormai arrivato a 2400 miliardi, è pari all 1,8% e allora perché questi devono subire tagli draconiani per  ammanchi che non hanno prodotto, se non in minima parte?  

Inoltre  i soldi gestiti dalle amministrazioni comunali , in collaborazione  con associazioni di cittadini, aggiungo io,  sarebbero anche spesi meglio.  Riporto un esempio del  clamoroso spreco di denaro pubblico  stanziato a favore dell’incremento di energia verde.  Per la diffusione delle energie rinnovabili   lo Stato Italiano stanziò  degli incentivi a favore di  chi avesse voluto installare un sistema fotovoltaico. Il “conto energia” così si chiamava l’agevolazione partita nel 2006 e interrotta  nel 2013.  Prevedeva una quota di contributo   per ogni kw di energia prodotta con sistemi fotovoltaici, per la  durata  del  ciclo di vita di un impianto, che mediamente è di  25 anni. Di fatto gli  ultimi utenti che hanno usufruito di questi incentivi , installando impianti nel 2013, acquisiranno il bonus fino al 2038.  Il problema vero è che essendo l’agevolazione legata  all’energia prodotta, più grande era l’impianto, più alta era la somma ricevuta,  hanno usufruito quindi di questi sgravi,  solo banche e grandi aziende, le prime perché hanno finanziato importanti  strutture in cambio della cessione dell’incentivo, le  seconde perché hanno costruito vere e proprie centrali, talmente imponenti , da consentire di vendere l’energia prodotta ricavandone profitto, ed avere un rendimento finanziario sicuro per 25 anni. Il tutto dal 2006 ad oggi, ed anche in futuro, ha   e avrà un costo per  le finanze pubbliche di 6,7 miliardi l’anno. 

Se da allora e fino alla scadenza degli incentivi  quei 6,7 miliardi l’anno fossero stati dati ai Comuni  , si sarebbero potuti  pianificare programmi di riqualificazione energetica urbana   pubblica  attraverso il finanziamento totale o parziale (da definire in base al reddito)  di impianti fotovoltaici a favore degli alloggi residenziali ,  o edifici di proprietà comunale, le scuole ad esempio. Oppure si sarebbero potuti finanziare piani di riconversione elettrica della mobilità urbana. 

Ecco perché, tornando alla Valle del Sacco, mi preoccupa  il destino di quei 53 milioni destinati alla bonifica, visto che la loro gestione, affidata alla Regione  Lazio, vedrà incarichi importanti di coordinamento attribuiti  ad   enti esterni ed  aziende private, come la Pricewaterhouse Cooper Advisor Spa, o la Ecoter Srl  per carenza di personale regionale  dedicato, queste le motivazioni dell’ente. 

Non vi è stato  alcun  coinvolgimento del Coordinamento dei Sindaci della Valle del Sacco ,  del resto questo organismo, creato ad hoc, si è disgregato visto che ad alcuni sindaci non interessa granchè della salute dei propri cittadini a cominciare da quello di Frosinone . Fortunatamente il commissario incaricato all’attuazione delle azioni di bonifica ha convocato le associazioni di cittadini  come Retuvasa, che da tempo si occupano  della Valle del Sacco, per coinvolgerle ed informarle sui piani di azione.  

Visti i precedenti   sembra una discreta apertura. Allora facciamo appello a loro e a tutti i cittadini , affinchè controllino scrupolosamente il destino   di questi  53 milioni di euro.  E’ fondamentale perché   troppe volte soldi investiti per  la collettività hanno finito per arricchire qualcuno, peggiorando, anziché migliorarle,  le condizioni di vita dei cittadini. E noi cittadini della Valle del Sacco saremmo anche stanchi di subire il  degrado della nostra salute e dalla qualità della vita in genere, dopo aver visto passare milioni e milioni di euro sprecati o spesi per ingrassare i soliti potentati politico-finanziari.


sabato 26 ottobre 2019

Con il popolo curdo contro l'aggressione della Turchia sostenuta da Trump

dichiarazione della Lit-Quarta Internazionale



Questo mese, per ordine del presidente Recep Tayyip Erdogan, l'esercito turco ha avviato un attacco e un'invasione nei cantoni curdi situati nel nord-est del territorio siriano (Rojava). L'azione è stata appoggiata dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che aveva precedentemente determinato il ritiro di 2.000 soldati statunitensi da quella regione e, di conseguenza, la rottura dell'alleanza che il suo Paese aveva con i curdi.
Questo segna un cambiamento nella politica dell'imperialismo yankee in Siria: dopo aver approfittato del generoso sforzo dei curdi nella lotta contro l'Isis (Stato islamico), simboleggiato dall'eroica difesa della città di Kobane, ora li abbandona per ristabilire buoni rapporti con un alleato storico (Turchia ed Erdogan). Questa inversione di rotta era già stata preparata da diversi mesi.
Non è il primo attacco da parte di Erdogan contro i curdi del Rojava. Alla fine del 2016 aveva eseguito l'operazione «Scudo dell’Eufrate» per «interrompere» il corridoio che i curdi stavano cercando di formare tra i cantoni di Afrin e Jazira. L'obiettivo fu raggiunto e le forze turche mantennero il controllo della città siriana di Yarabulus e di altre città minori. All'inizio del 2018, lanciò la «Campagna Ramo di Ulivo» che consolidò la sua presenza militare nella regione di Afrin.
Come nei casi precedenti, la nostra posizione di fronte a questa nuova aggressione è assolutamente chiara: sosteniamo e difendiamo il campo militare curdo contro l'attacco turco avallato da Trump. Ripudiamo l'attacco di Erdogan contro il popolo curdo e invitiamo a manifestare la solidarietà militante con il popolo del Rojava. Combattiamo e continueremo a farlo per il diritto all'autodeterminazione del popolo curdo nel suo insieme, per la costruzione di uno Stato confederato unificato del popolo curdo, attualmente disperso tra Siria, Turchia, Iran e Iraq.
Oltre a rilasciare questa dichiarazione, riteniamo necessario riprendere e approfondire le analisi e le considerazioni che abbiamo fatto in vari articoli negli ultimi anni, a causa dei complessi fattori internazionali e regionali che si combinano tra loro (e le modifiche al loro interno).
I curdi
Il popolo curdo è la più grande nazionalità mediorientale senza un suo Stato, poiché il trattato di Losanna (firmato nel 1923 per dividere i domini dell'Impero turco-ottomano, sconfitto nella prima guerra mondiale) negò loro quel diritto. I curdi risultarono divisi in quattro Paesi (Turchia, Iran, Iraq e Siria), in ciascuno dei quali costituiscono una nazionalità oppressa e gravemente repressa quando combatte per cercare di invertire questa situazione.
Nel territorio siriano sono ampiamente maggioritari nei cantoni di Afrin, Jazira e Kobane, nella fascia nord-orientale del Paese (al confine con la Turchia a nord e l'Iraq a est). Questi cantoni occupano un’area di circa 15.000 km2 e sono abitati da poco più di 2.000.000 di curdi (e coloni di altre origini). I curdi, per la maggior parte, provengono da migrazioni dalla Turchia. Come esempio dell'oppressione subita in questo Paese, ricordiamo che fino a pochi anni fa non avevano neanche il diritto di essere cittadini turchi.
Da marxisti rivoluzionari, se una nazionalità oppressa dichiara di volere la sua indipendenza, sosteniamo e difendiamo incondizionatamente questa decisione. Il caso curdo è speciale: è ovvio che si tratta di una nazione oppressa, ma non si trova in un singolo Paese, essendo divisa e oppressa in quattro Paesi. Per questa ragione, l'unico modo di esercitare la sua autodeterminazione è rompere quella divisione e riunificarsi. Pertanto, come punto di partenza, riconosciamo e difendiamo il diritto dei curdi di separare i loro territori storici dagli Stati che oggi li integrano e costituire il loro Stato indipendente (e sosteniamo pienamente la loro lotta in questo senso). Crediamo che, in questo caso, inoltre, non si tratterebbe di un'atomizzazione ma, al contrario, di una riunificazione progressiva.
Le autonomie curde
Negli ultimi anni, il popolo curdo ha ottenuto il controllo di due regioni autonome: una in Iraq (Basur) e un'altra in Siria (Rojava). In realtà, si tratta di due Stati o embrioni di Stati veri e propri. I processi che hanno portato a queste autonomie, guidati da Massoud Barzani e dal Pdk (Partito Democratico del Kurdistan) a Basur, e dal Pyd (Partito dell'Unione Democratica) nel Rojava, sono molto diversi. Entrambi i partiti (Pdk e Pyd) si contendono fortemente la direzione del popolo curdo nei loro territori e nei Paesi in cui vivono. Il Pyd è l'espressione del Pkk (Kurdistan Workers Party, fondato in Turchia) in Rojava.
Il Basur non ha rappresentato, fino ad ora, alcun problema per l'imperialismo e la Turchia. Il governo Barzani e il Pdk fanno affidamento su grandi risorse, sull’agricoltura e su un importante sviluppo capitalista. Sin dall'attacco dell’imperialismo contro il regime di Saddam Hussein, il Pdk si è strettamente legato all'imperialismo. È inoltre diventato il partner economico e politico di Erdogan, poiché fornisce quasi tutto il petrolio di cui la Turchia ha bisogno, mentre la borghesia turca investe a Basur. Come riflesso, Erdogan ha ricevuto Barzani ad Ankara con il massimo degli onori che vengono attribuiti a un capo di Stato. Inoltre, l'influenza di Barzani svolge un ruolo «pacificatore» nella borghesia e nei ceti medi curdi della Turchia, incoraggiandoli a integrarsi nelle «istituzioni» attraverso il partito Hdp.
Al contrario, l'autonomia del Rojava ha costituito un fattore profondamente destabilizzante per la Turchia, poiché oggettivamente la sua esistenza è un fattore che incoraggia la lotta dei curdi in Turchia. Inoltre, la borghesia turca è particolarmente preoccupata dal ruolo di direzione politica e dall'influenza del Pkk su entrambi i lati del confine (un «confine curdo armato» molto pericoloso). Pertanto, inizialmente, la politica di Erdogan è stata quella di incoraggiare e sostenere l'Isis nei suoi attacchi contro i curdi. Ma la politica americana (che analizzeremo più approfonditamente in seguito) aveva la necessità di affrontare l'Isis e di armare i curdi del Rojava come principale forza di supporto in tale compito.
La base economica del Rojava è molto diversa da quella di Basur: non vi era praticamente, all’atto della sua formazione, nessuna borghesia curda nella regione perché quasi tutta la regione era di proprietà dello Stato siriano. Nel quadro della rivoluzione iniziata nel 2011 contro il regime di Al Assad (e la successiva guerra civile), i curdi del Rojava dichiararono la loro autonomia e stipularono un accordo di «non aggressione» con il regime siriano. Nell'acquisire una regione di scarso sviluppo economico capitalista e con i suoi pilastri centrali nelle mani dello Stato, il Pyd ha dovuto adottare speciali forme istituzionali e un funzionamento economico centralizzato. Ciò ha portato vari settori della sinistra ad affermare che sarebbe nato un nuovo Stato socialista nel Rojava (o in transizione verso il socialismo). Pensiamo che questa sia un'opinione affrettata e soggettiva, data l'estrema debolezza economica del territorio, l'assenza della classe operaia e il disimpegno del Pyd da un qualsivoglia progetto socialista per un Kurdistan unito e per la regione.
Ma al di là di queste analisi, riteniamo che le autonomie raggiunte a Basur e Rojava siano un progresso nella direzione di uno Stato curdo unificato e, pertanto, debbano essere difese. Non devono essere considerate l'«obiettivo finale» ma devono essere messe al servizio della lotta per raggiungere quello Stato unificato e una confederazione socialista nella regione.
In tal senso, non abbiamo alcuna fiducia nelle attuali direzioni curde, sia per il loro carattere di classe (borghese o piccolo-borghese) sia per la loro politica di abbandono della lotta per lo Stato curdo unificato. Stiamo nel loro campo militare, ma combattiamo le loro politiche in relazione all'imperialismo Usa, ad Assad o ad Erdogan.
La svolta di Trump
L'amministrazione Trump completa la svolta che aveva già iniziato a prendere nel 2018, sostenendo la Turchia ed Erdogan e lasciando i curdi del Rojava al loro destino. Inoltre, secondo la stessa Casa Bianca, i curdi saranno obbligati a consegnare i prigionieri dell'Isis alle forze turche. Nel frattempo, centinaia di prigionieri dell'Isis hanno approfittato dell'attacco per fuggire.
La ragione principale di questa svolta degli Usa è, ovviamente, quella di riguadagnare buoni rapporti con un alleato storico (la Turchia) che, per vari motivi (incluso il sostegno ai curdi), si era deteriorato. Ma implica anche che il governo americano ignora il conflitto siriano e lascia che altri Paesi, in particolare la Russia, dirigano la situazione.
Questa svolta ha suscitato un intenso dibattito all'interno della borghesia imperialista. Negli Stati Uniti Trump non è stato criticato solo dai democratici, ma ha anche causato una crisi all'interno dello stesso Partito repubblicano.
Anche altri Paesi imperialisti lo criticano. Jonathan Marcus, corrispondente della Bbc per le questioni relative alla Sicurezza e alla Difesa, afferma che: «Il potenziale caos potrebbe facilitare una rinascita dello Stato islamico». Questa decisione «segna un tradimento di Washington nei confronti dei suoi alleati curdi, un tradimento che molti altri Paesi della regione percepiranno come un campanello d’allarme. Sia i sauditi che gli israeliani si stanno rendendo conto che la retorica di Trump non coincide quasi mai con le sue azioni».
Il dibattito che questa decisione di Trump ha scatenato, nell’ambito dell’imperialismo, è stato così acceso che il presidente degli Stati Uniti è stato costretto ad annunciare sanzioni economiche alla Turchia e a twittare minacce.
Al Assad si è avvantaggiato
Negli anni immediatamente successivi al 2011, il presidente siriano Assad è stato messo alle strette, ha perso il controllo di una parte importante del territorio siriano e stava per cadere di fronte all'offensiva militare dei ribelli. È sopravvissuto grazie agli «aiuti stranieri»: le milizie libanesi di Hezbollah e il sostegno in armi dell'Iran e, soprattutto, della Russia. Nel 2015, le forze militari russe sono entrate direttamente in guerra e ciò ha consentito ad Assad una forte offensiva verso Oriente, sfrattando le forze ribelli da molti dei territori e atomizzandole.
Gli attacchi turchi sono una violazione della sovranità siriana. Ma, nel 2018, il regime siriano non ha fatto nulla e non ha nemmeno chiesto a Putin di impedirli. Sebbene sembri contraddittorio, Bashar al Assad beneficia di questo attacco turco. La tregua di fatto che aveva istituito gli è servita a concentrarsi nella lotta contro le forze ribelli, mentre i curdi rallentavano l'avanzata dell'Isis in Siria.
Ma soprattutto, supportato dagli Stati Uniti, l'Ypg/Sds si è fortemente rafforzato militarmente e territorialmente, estendendo il suo controllo alle aree non curde, costituendo una minaccia strategica per il regime di Assad e per le sue aspirazioni a riprendere il controllo dell'intero territorio siriano. L'attacco turco indebolisce le forze curde, le costringe a ritirarsi e rompe l'alleanza tra gli Stati Uniti e Ypg/Sds.
Se ciò non avesse costituito un vantaggio per sé e per il regime siriano, Assad avrebbe cercato di prendere accordi con la leadership curda del Rojava per difendere il confine e limitare l'avanzata turca, patteggiando l'ingresso delle truppe governative. Si sostiene anche che le Ypg/Sds verranno integrate nell'esercito siriano. Ci sono già città, come Hasaka o Qamishli, sulla rotta delle raffinerie di petrolio del Paese, dove queste milizie agiscono assieme. Le forze russe presenti nel Paese accompagnano questo movimento, si sono stabilite nelle basi americane abbandonate e agiscono come una sorta di linea di divisione difensiva tra le forze di Ankara e quelle di Bagdad.
Il ruolo di Putin
A partire dall'ascesa di Trump alla presidenza degli Stati Uniti, era stato stabilito un accordo di fatto tra gli Usa e il governo Putin, che determinava «aree di responsabilità» in Siria: a ovest del fiume Eufrate la Russia e ad est gli Stati Uniti, per evitare scontri diretti tra le loro forze o tra i loro alleati. Ciò si è già manifestato durante l'attacco di Afrin nel 2018, quando le forze russe non hanno fatto nulla per impedirlo e hanno liberato lo spazio aereo per consentire l'azione dell'esercito turco.
L'obiettivo di Putin in Siria è la difesa del regime dittatoriale di Assad e della sua strategia di riguadagnare il controllo dell'intero territorio siriano, al fine di incrementare i benefici degli oligarchi russi nell'attività di ricostruzione del Paese e, soprattutto, nel rafforzare la Russia come potenza regionale. Il ritiro americano può solo favorire i suoi piani.
Il prezzo elevato di una politica di alleanze equivoche del Pyd
La situazione in Siria è quella di un «poligono di forze» complesso e mutevole. Queste forze intervengono e definiscono la loro politica in una combinazione di interessi strategici e bisogni congiunturali e specifici. La «scacchiera siriana» cambia non solo costantemente nei domini territoriali che ciascun settore mantiene, ma anche nelle alleanze e negli accordi che si stanno configurando. In quel gioco, non dobbiamo mai dimenticare che, come negli scacchi, ci sono re, alfieri e pedine.
Pertanto, nel contesto della sua complessità, se guardiamo la questione con obiettività, una cosa è chiara: dietro l'attacco turco è stato realizzato un accordo controrivoluzionario contro i curdi, tra Erdogan, Putin, Trump, Assad e gli ayatollah iraniani. È lo stesso accordo che ha contribuito a infliggere pesanti sconfitte a una parte importante dei ribelli siriani e a rafforzare Assad.
È una conclusione che i curdi devono trarre chiaramente: i «pezzi grossi» (Usa e Russia) sviluppano un loro gioco, in difesa dei loro interessi, in cui le «pedine» possono sempre essere sacrificate. La cecità strategica da un punto di vista politico e di alleanze della leadership del Pyd/Pkk (tregua con il regime di Al-Assad, rifiuto di un'alleanza con i ribelli siriani, impegno centrale a sostegno dell'imperialismo Usa) ora costringe i curdi a pagare un prezzo altissimo.
Non serve a nulla lamentarsi che Trump ora li avrebbe «pugnalati alle spalle». Era qualcosa che avrebbe potuto verificarsi molti anni fa. Manuel Martorell, autore del libro Kurdi, pubblicato nel 2016, aveva anticipato, prima dell'attacco turco dell'anno scorso: «Ciò che è accaduto ad Afrin si ripeterà nel nord della Siria… questo causerà un terribile disastro umanitario. Forse milioni di persone dovranno fuggire al confine con l'Iraq... Gli Stati Uniti hanno fatto come al solito, hanno risposto ai loro interessi strategici».
Di sicuro, il popolo e le milizie curde del Rojava combatteranno con l'eroismo che hanno avuto negli anni precedenti contro l'Isis. Ma la loro situazione è molto difficile: attaccati dall'esercito turco, di gran lunga superiore nelle truppe e nelle armi, indeboliti nelle loro provviste e costretti a stabilire un accordo con il regime di Assad e le forze russe.
La fine dell'oppressione subita dai curdi e la conquista del proprio Stato non saranno mai raggiunti con l'aiuto di Trump o Putin. Sebbene possano trarre vantaggio dalle loro contraddizioni, saranno sempre strategicamente i loro nemici e preferiranno sempre sostenere i loro «alfieri» (come Assad, Erdogan o gli ayatollah iraniani) invece che i loro pedoni. È stata la politica dell'alleanza seguita dal Pyd/Pkk che ha portato a questa situazione.
La lotta dei curdi potrà trionfare solo e prima di tutto attraverso l'unità del popolo curdo stesso, indipendentemente dal Paese in cui vengono oppressi. È necessario richiedere ai peshmerga del Basur di difendere i loro fratelli nel Rojava. È necessario chiedere che le milizie del Pkk in Turchia (per quanto possibile) vadano oltre le semplici dichiarazioni e le supportino da oltre confine.
La politica seguita dal Pyd-Ypg-Fds (fare una tregua con Assad e attaccare battaglioni di ribelli e popolazioni siriane da loro controllati) è stato un errore e un crimine politico. È necessaria una svolta a 180º in questa politica e si deve cercare un'alleanza con i settori più progressisti delle forze di opposizione ad Assad che stanno ancora combattendo. Infine, occorre invocare la solidarietà internazionale dei lavoratori e delle masse del mondo.
Sostegno incondizionato alla lotta dei curdi contro l'invasione turca
Riaffermiamo la nostra posizione di sostegno e difesa del campo militare curdo contro l'attacco turco approvato da Trump e ci uniamo alla campagna internazionale unitaria a favore di questa posizione.
Combattiamo per il diritto all'autodeterminazione del popolo curdo e per la costruzione di uno Stato federale unificato di quel popolo, attualmente disperso tra Siria, Turchia, Iran e Iraq.
Crediamo che il compito di costruire uno Stato curdo unificato potrà essere raggiunto solo in una lotta insieme a tutti i lavoratori e ai popoli del Medio Oriente, nella prospettiva di formare una grande federazione di repubbliche socialiste di nazioni arabe e musulmane.
Infine, di fronte alla direzione curda (sia il Pkk/Pyd che il Pdk) è più che mai necessario costruire una direzione rivoluzionaria curda che sia disposta a portare quella lotta alla sua vittoria.
Manifestazioni  a Sora e Frosinone


mercoledì 23 ottobre 2019

Le lotte crescono in tutto il mondo! Appello dei nostri compagni cileni

La lista è impressionante: insurrezioni in Ecuador, Cile e Haiti, università occupate in Costa Rica, manifestazioni gigantesche a Honk Kong, lotte rivoluzionarie in Libano e Sudan, le piazze di Barcellona invase da centinaia di migliaia di manifestanti.
E' la prova di quanto diciamo da anni: non è in corso nessuna "ondata reazionaria", a differenza di quanto predicano i profeti della sconfitta. Ciò che ostacola le lotte (anche qui da noi) non è l'assenza di volontà dei lavoratori ma le burocrazie sindacali e la sinistra riformista e governista. Qui traduciamo un appello dei nostri compagni del Mit (Movimiento Internacional de Trabajadores), sezione cilena della Lit. Proprio in queste ore, a fianco dei manifestanti entrano in campo anche i battaglioni della classe operaia cilena, a partire dallo sciopero proclamato dai minatori.


Appello del Mit

(sezione cilena della Lit-Quarta Internazionale)

Il governo Pinera ha decretato lo stato d'emergenza per tutta la regione metropolitana di Santiago. E' l'unica risposta che può dare questo governo corrotto e padronale all'enorme rabbia che è esplosa negli ultimi giorni nel Paese, a partire da Santiago, dove è in corso una autentica sollevazione popolare.
La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato l'aumento dei biglietti dei mezzi pubblici. Ma dietro la rabbia esplosa questa settimana, guidata coraggiosamente dagli studenti liceali, c'è la rabbia di tutta la classe operaia, delle masse popolari e di tutti noi che viviamo quotidianamente gli abusi padronali.
In decenni di governi che hanno sempre e solo arricchito i padroni, abbiamo visto peggiorare le nostre condizioni di vita a un livello mai raggiunto prima.
Lo sfruttamento sempre più brutale nei posti di lavoro. La miseria negli ospedali e nelle scuole pubbliche. Le migliaia che sono morti aspettando inutilmente di essere curati. I nostri anziani condannati alla fame che moltiplica i suicidi. Il narcotraffico nei nostri quartieri. La persecuzione del popolo mapuche. La devastazione ambientale. E, come contropartita, un governo diretto da un presidente corrotto, le gigantesche frodi fiscali della borghesia, la repressione delle lotte da parte dei carabinieri.
E' quanto sta succedendo in tutti i Paesi dell'America Latina. Lo abbiamo visto pochi giorni fa in Ecuador, con la grande lotta alla cui testa sono gli indigeni e larghi settori della classe lavoratrice.
Noi stiamo prendendo esempio da loro.
Il governo e i mezzi di comunicazione non fanno che mostrare le devastazioni a Santiago. Sono state bruciate 16 stazioni della metro e l'edificio della multinazionale Enel, gli scontri con le "forze speciali" in ogni via.
Ma la reazione popolare è legittima ed è il risultato della provocazione del governo Pinera che, dopo averci attaccati con l'aumento delle tariffe dei trasporti e dell'energia, ha ordinato l'occupazione poliziesca dei licei e delle stazioni della metro per reprimere brutalmente i manifestanti.
Noi crediamo che la violenza che stanno utilizzando i giovani e i lavoratori è totalmente legittima. E' l'espressione di una massa popolare troppo a lungo repressa e che è consapevole che le proteste pacifiche non danno risultati.
In milioni abbiamo manifestato, negli ultimi anni, e l'unica risposta del governo è stata quella di fare una controriforma che arricchisce ancora di più chi specula sulle nostre pensioni.

Uniti per difenderci
La strada indicata dai liceali è quella giusta. Ma non possiamo lottare in modo disordinato, senza organizzarci. I lavoratori portuali ora ci indicano un cammino da seguire. Ormai la lotta sta diffondendosi in tutte le regioni del Paese. E altre città continuano ad aggiungersi contro gli attacchi padronali come l'approvazione in parlamento del trattato commerciale Tpp o come la dichiarazione da parte del governo dello "stato d'emergenza".
La destra nostalgica di Pinochet, come Kast e il suo Partito repubblicano, insieme al padronato, serra le file attorno al goveno Pinera e alle Forze armate. Noi, lavoratori e lavoratrici, studenti, disoccupati, masse popolari, dobbiamo a nostra volta stringerci in un solo fronte, perché già sappiamo che nessun partito politico di "opposizione" si schiererà realmente dalla nostra parte. Lo hanno peraltro già dimostrato col loro silenzio in parlamento e col silenzio delle direzioni dei principali sindacati tradizionali.
Il nostro primo compito è garantire la sicurezza dei manifestanti e organizzare l'autodifesa contro lo stato d'emergenza. Il governo lo ha decretato non per proteggerci dai "vandali" ma per dividerci diffondendo il terrore.
Abbiamo bisogno di organizzare comitati di vigilanza e di allerta nei quartieri e nelle occupazioni. Dobbiamo dibattere nei nostri luoghi di lavoro e in ogni organizzazione. Dobbiamo invitare ogni dirigente sindacale, di quartiere, studentesco a organizzare assemblee. I dirigenti che si sottraggono ai loro compiti vanno sostituiti.
L'organizzazione e l'azione unitaria di chi lotta è la nostra miglior difesa. Dobbiamo moltiplicare le manifestazioni in tutto il Paese, coinvolgendo tutte le organizzazioni dei lavoratori.

Il nostro appello
Come Mit facciamo appello a tutti i lavoratori, gli studenti, le popolazioni dei quartieri poveeri a stare in allerta permanente e a organizzare:
- assemblee in ogni luogo di lavoro, anche dove non ci sono sindacati
- comitati di vigilanza e autodifesa nei quartieri e nei luoghi di lavoro
- comitati contro la repressione nei licei, nelle università e nelle scuole
- dichiarazioni a favore delle mobilitazioni contro lo stato d'emergenza, contro le misure governative
- convocazioni di lotta dei sindacati che già si sono dimostrati disponibili, a partire dai portuali e dai lavoratori della metro
- nella capitale auto-organizzare il trasporto per lavoratori e studenti, per respingere la chiusura della metro ordinata dal governo
- no allo stato d'emergenza!
- via le milizie dalle strade!
- facciamo appello alla base delle Forze armate a disobbedire ai loro ufficiali e a non reprimere la popolazione!
- per la nazionalizzazione sotto controllo dei lavoratori dei mezzi di trasporto!
- per un sistema nazionale di trasporto pubblicato, gratuito, sotto controllo dei lavoratori!
- per il blocco di prezzi e tariffe!
- per la riduzione della giornata di lavoro senza riduzione del salario, fino a porre termine alla disoccupazione!
- per un aumento del salario minimo a 500 mila pesos!
- costruiamo un grande sciopero generale nazionale per rovesciare questo governo padronale e corrotto! Facciamo come le masse dell'Ecuador!
Facciamo appello a tutti i lavoratori e le lavoratrici, ai giovani, alle masse popolari, a unirsi a noi per costruire il Mit, un partito al servizio dell'organizzazione e della lotta della classe operaia, per porre fine allo sfruttamento capitalistico e riappropriarci delle nostre ricchezze. Un partito che lotta perché noi lavoratori possiamo realizzare quella rivoluzione che ponga fine al capitalismo e metta tutta la ricchezza prodotta dalla nostra classe al servizio delle necessità del proletariato

martedì 22 ottobre 2019

Tutti i colori di una notte frusinate

Luciano Granieri





























Strana notte quella di sabato di 19 ottobre a Frosinone. Una notte nera, certamente, perché giunta a conclusione di una settimana che ha visto l’estromissione definitiva della cultura dall’ottica amministrativa del Comune di Frosinone. Sotto il taglio draconiano del 40% delle spese per la cura sociale dei cittadini, cade pesantemente il servizio ai campi sportivi, la Villa Comunale non ospiterà più mostre ed eventi artistici, la Casa della Cultura marcirà  dentro   mura assediate dall’umidità, saranno dimezzati i fondi destinati alla biblioteca e al museo archeologico, i cui finanziamenti erogati dalla  Cassa depositi e Prestiti per riqualificarlo, sono stati destinati allo Stadio, un’opera  di un privato. 

Giova ricordare che l’alienazione di ogni opzione pubblica sulla promozione delle attività sportive  culturali, segue la falcidia di altri servizi tesi al benessere della collettività frusinate. Il servizio di scuolabus? Eliminato. Mense scolastiche per gli istituti primari? A pagamento.  Asili Comunali? Chiusi.  

Una notte nera perché proprio alla contemporanea  “notte bianca” - carnevalata  organizzata dall’amministrazione Comunale per mostrare una valenza culturale di facciata, fatta di sguaiate sbicchierate    a uso e consumo di un popolino ammaestrato   al campaccio dell’ ex Matusa - hanno partecipato i fascisti del terzo millennio dispensatori di farneticazioni razziste  nel loro covo  mascherato da Pub. 

Notte nera per i servizi alla cittadinanza, ormai falcidiati e svenduti agli interessi privati, notte bianca  per la cultura, nel senso che ogni prospettiva culturale è andata in bianco. Ma fra il nero ed il bianco in questa  notte così particolare ha spiccato un’oasi di colore. In piazza Garibaldi nel circolo, questo si,  artistico-culturale “Rigenesi  Spazio Arte” gestito da Riccardo Spaziani e Fabiana Fattori,  i colori della musica afroamericana - comprendente contaminazioni  fra il groove nero  del blues, del jazz, lo stile solare e diafano delle suggestioni sudamericane,  fra samba e bossanova, il rosso fuoco della passione spagnoleggiante - hanno levato alto la loro potente trasgressione sonora, grazie alla Whistle Jazz Band. 

Un gruppo di amici appassionati di jazz e di musica  (Alberto Bonanni  - sax tenore, Antonello Panacchia - basso, Raimondo Pisano - chitarra e il sottoscritto Luciano Granieri alla Batteria) hanno lanciato, con le armi della  creatività,   la propria invettiva in musica contro la grettezza di chi ha costruito su razzismo ,  odio verso gli altri, il proprio consenso. 

Abbiamo provato grande soddisfazione quando ad una certa ora “Rigenesi Spazio Arte” si è riempita di ragazze e ragazzi delusi dal grigiore della notte nero-bianca frusinate,  pronti a nutrirsi dei colori della tolleranza, della condivisione e socializzazione, anche culinaria:  da un lato una ciociarissima sagne e fagioli, dall’altra un’americana Chiffon Cake. 

Ecco noi speriamo che i cittadini ciociari tornino ad invocare una città con i colori della tolleranza e di una rinnovata condivisione sociale, lontana dal grigiore di un’amministrazione che ha solo badato ad allargare il tappeto sotto il quale nascondere cumuli d’immondizia e macerie risultato di una scellerata gestione della città.

Whistle Jazz Band


martedì 15 ottobre 2019

A sostegno del popolo kurdo, contro la guerra di aggressione


L’ANPI della provincia di Frosinone, unendosi agli appelli ed alle mobilitazioni in atto in tutta Italia e nel mondo intero a sostegno del popolo kurdo e del suo diritto all’autodeterminazione ed alla tutela della libertà, ha indetto due manifestazioni pubbliche chiamando i cittadini, le forze politiche e sindacali e le organizzazioni associative democratiche ed antifasciste ad impegnarsi per contribuire a far cessare lo sterminio che si profila. La prima si terrà Venerdì 18 dalle ore 17:00 a Frosinone, in Piazza Gramsci davanti alla Sede istituzionale più alta della Provincia. La seconda si svolgerà a Sora domenica 20, anche questa davanti alla massima Istituzione locale, il Municipio. Hanno già aderito molte realtà (partiti, sindacati, associazioni, gruppi) e singoli cittadini, altri stanno aderendo. 

La netta opposizione a qualsiasi guerra di conquista e di sopraffazione che da sempre ci caratterizza si congiunge oggi, davanti all’aggressione di Erdoğan ai Kurdi ed alla sua invasione del territorio dello Stato sovrano di Siria già martoriato, ad ulteriori considerazioni particolari e specifiche, che riguardano sia il recente passato sia la prospettiva.

La prima considerazione, di ordine politico, sta nel nostro dovere di gratitudine verso il sacrificio affrontato dai Kurdi nella lotta contro i criminali dell’ISIS, che altri hanno invece finanziato e allevato con grande impegno. I Kurdi hanno combattuto a casa loro contribuendo in modo decisivo a fermare e sconfiggere le milizie del Califfato, determinando così la fine della minaccia che esso rappresentava soprattutto per noi Europei. Mentre noi tremavamo e restringevamo progressivamente le nostre stesse libertà, i Kurdi combattevano sul terreno, subendo perdite umane e sofferenze indicibili con la sola speranza di sopravvivere e di ottenere finalmente un territorio. Questa speranza si è rivelata, ancora una volta, una illusione, per il tradimento di Trump ai loro danni che ha permesso al dittatore sanguinario Erdoğan di attuare il suo piano criminale di annientamento del popolo kurdo. 

La Turchia non è nuova a queste imprese, anche se non vuole sentirne parlare (Armeni, Cipro, ecc.)
La seconda, di ordine più pratico, riguarda la prospettiva: le decine di migliaia di terroristi dell’ISIS che stanno fuggendo dalle carceri e dai campi di detenzione controllati finora dai Kurdi riprendono fiato, si riversano nuovamente nel mondo con intenzioni facilmente immaginabili, e tornano ad essere una minaccia terrificante per noi e per tutto il mondo. Temiamo fortemente che si ripeteranno fatti criminali come il Bataclan o il mercatino di Berlino o Nizza o Charlie Hébdo, e allora sarà inutile e grottesco piangere e far sfilare i capi di Stato e di governo democratici fingendo unità e determinazione.

L’unità e la determinazione, vere, servono adesso! Occorre fermare sul serio i giochi di morte del Sultano turco, non bastano né le timide dichiarazioni senza seguito dei nostri responsabili diplomatici né la sospensione dei contratti futuri (!) per le forniture di armi.

Serve passare ai fatti, congelando i capitali turchi in Europa, bloccando le forniture militari in partenza anche per contratti già in essere, pretendere dalla NATO di intervenire politicamente sul governo turco, che di essa fa parte, attivare il Consilgio di Sicurezza dell’ONU chiedendo senza tanti infingimenti l’invio di truppe di interposizione a tutela della sicurezza dei Kurdi e dei confini attuali dei quattro Stati coinvolti, per poi discutere seriamente provvedimenti a favore dell’autonomia del popolo kurdo in termini territoriali, militari, diplomatici.

Sappiamo che le resistenze sono molte, in primis da parte del cosiddetto “mercato”, vista l’enorme esposizione delle banche di affari europee e americane negli investimenti in Turchia, e che l’interscambio di merci e prodotti critici (componentistica, abbigliamento, agroalimentare, ecc.) è assai elevato. Ma se baratteremo ancora una volta il sangue di un intero popolo con i nostri consumi materiali ci caricheremo di una responsabilità che ci avvicinerà di molto a coloro che strinsero le spalle di fronte allo sterminio nazista degli anni ’40 del secolo scorso. Saremo l’umanità che sapeva, che ha visto, e non ha impedito rendendosi complice.


A.N.P.I. 
Comitato provinciale di Frosinone 
Il Presidente 
(Giovanni Morsillo)


lunedì 14 ottobre 2019

Peter Gomez e Rai a convegno con Casa Pound su censura

Maurizio Acerbo, segretario nazionale Rifondazione Comunista - Sinistra Europea

Maurizio Acerbo: “In Italia la censura la subiscono gli antifascisti mentre gli squadristi del terzo millennio vengono protetti e coccolati”.



Il 18 ottobre a Roma si terrà un “convegno” organizzato dal Primato Nazionale, il mensile dei fascisti del Terzo Millennio, sul tema della censura e dei nuovi media. 
Leggere che un giornalista come Peter Gomez del Fatto si presta a partecipare a un dibattito su "libertà di espressione" e censura con il capo di Casa Pound e il giornale dei neofascisti fa cadere le braccia. Insieme a lui saranno ospiti un membro del cda Rai e a un esponente di Fratelli d'Italia. Anche Gomez si aggiunge all'elenco degli sdoganatori di un partito che si dichiara apertamente fascista. 
La legittimazione di Casapound, vicina a Salvini e Meloni, va avanti da tempo nonostante le aggressioni squadristiche di cui sono stati protagonisti i suoi militanti. 
Ricordiamo che con l'Anpi da tempo ne chiediamo lo scioglimento in attuazione della Costituzione. 
Non c'è nulla di liberale  nel legittimare gruppi politici che incitano all'odio razziale e fanno apologia del fascismo. 
Per quanto riguarda la Rai facciamo notare che con vertici Pd come con quelli grilloleghisti continua l'oscuramento maccartista di Rifondazione Comunista. In Italia la censura la subiscono gli antifascisti mentre gli squadristi del terzo millennio vengono protetti e coccolati.