Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

sabato 6 maggio 2017

Massimo Urbani il fragile genio

L'8 maggio Massimo Urbani avrebbe compiuto 60 anni. Pubblichiamo di seguito un ricordo di Enrico Rava







Era tenero, dolce, irritante, inaffidabile, fragile. Era geniale. Massimo  Urbani, il mio fratellino.
Non riesco neppure ad immaginarlo sessantenne. Nella mia mente rimane la sua immagine di sedicenne, come quando l’ho conosciuto, a Roma, nel ’73. Un sedicenne un po’ cicciottello che mi venne a cercare al teatro delle Muse dove avevo appena terminato l’ultimo concerto del tour con quartetto che avevo portato da New York dove vivevo in quegli anni. Amici musicisti mi avevano parlato di questo giovanissimo  sassofonista. Se ne dicevano meraviglie.
Quando un paio di giorni dopo, lo sentii suonare in jam session ne rimasi stregato. Massimo quella sera non si limitava a suonare benissimo. Volava. Letteralmente volava con una leggerezza incredibile, come se la gabbia degli accordi e del tempo non esistessero. Come se avesse superato i limiti della conoscenza per entrare in un’altra dimensione, al di là della forma e delle convenzioni musicali. Aveva solo sedici anni ma sembrava avesse assorbito un secolo di storia del jazz per potersi spingere ancora più in là. Stupefacente. Un paio d’anni dopo lo feci venire da me a New York. Con lui, Calvin Hill al basso e Michael Carvin alla batteria. Un paio di apparizioni in televisione e due settimane in un club. Il Saint James Infirmary. A quei tempi l’usanza (peraltro faticosissima) era di fare tre  set di un’ora. Si era sparsa la voce che nel corso del terzo tempo invitavo a salire  sul palco con noi,  musicisti che lo desiderassero. Ovviamente si era anche sparsa la voce che c’era questo ragazzino italiano che suonava come un pazzo, per cui tutte le sere si presentava una fila di saxofonisti  bellicosissimi , pronti a sfidare Max. Alcuni di loro avevano già un certo nome nel giro, c’era chi suonava con Art Blakey, chi con Horace Silver ecc. Massimo non faceva neanche una piega  e con un aplomb incredibile li faceva fuori  uno dopo l’altro, come ai tempi eroici di New Orleans. Ero così fiero di lui.
Poi però si finiva di suonare e si andava a casa. Stavamo all’angolo dell’ottava strada con la quinta Avenue, a pochi  metri da Washington Square. E li cominciavano i problemi perché Massimo, che aveva questa straordinaria agilità per quanto riguardava le chiavi del suo strumento, era privo della più elementare manualità per tutto il resto. Aprire un pacchetto di sigarette era una specie di lotta che normalmente terminava con la vittoria del pacchetto e con metà delle sigarette distrutte. Per non parlare di cambiare le pile di una radiolina, per esempio. Cosa che bisognava assolutamente impedirgli di fare per non ritrovarsi con una radio a pezzi e inutilizzabile. Come successo a un mio mangiacassette che incautamente avevo lasciato nelle sue mani. O l’uso delle posate. Insomma qualunque cosa ipotizzasse l’uso delle mani.

GALLINE E TACCHINI.
Anche camminare insieme non era facile perché continuava a canticchiare,anzi , a mugolare, una specie di motivetto informe al tempo del quale regolava il passo, per cui improvvisamente accelerava per alcuni metri, per poi rallentare e poi ancora riaccelerare. Passeggiare con lui era un’esperienza stressantissima. Era un personaggio bizzarro. Aveva delle fissazioni peculiari. Una di quelle era il terrore dei pennuti. Tutti i pennuti , ma in particolare  le galline, i tacchini  ecc. Insomma i pennuti da cortile. Chiuderlo da qualche parte con uno di questi animali poteva causargli un infarto.
Oddio, un po’ lo capivo dato che anch’io da piccolo ero terrorizzato dalle oche. Ma questa è un’altre storia. E poi sapeva tutto di Roma. Chissà come mai, dato che se tutto va bene era arrivato alla terza media. Bastava chiedergli qualunque cosa , che so, ad esempio “chi  era Manlio Publio Nasone?” e lui partiva in quarta e ti snocciolava qualunque dettaglio sulla vita di questo personaggio. Così  come sapeva tutto su strade statali e autostrade. Era un tom tom (ambulante) ante litteram. “Max come facciamo per arrivare nel tal posto?” E lui senza esitare “ prendi la ss 14 e poi esci per la ss3  ecc.”. Non ci siamo mai riusciti a spiegare come facesse e soprattutto perché.

IL TAXI
Dicevo inaffidabile. Sì, perché da un certo punto in poi non si poteva più avere la certezza che si sarebbe presentato. Ma non era il mio caso: in tutti gi anni in cui abbiamo suonato insieme non mi ha mai fatto il bidone. E’ sempre arrivato in tempo per il concerto a costo di viaggiare in autostop, o come quella volta che è arrivato dalla Sardegna clandestino a bordo del traghetto dormendo nella scialuppa di salvataggio, per poi continuare in autostop fino a La Spezia dove aveva luogo il concerto.
O un’altra volta  che lo aspettavo a Sanremo (c’era un festival di jazz a quei tempi). Cominciavo ad essere nervoso si faceva tardi e Max non si vedeva quando finalmente arriva e mi fa: “me puoi prestà qualcosa che devo da pagà er taxi?” “Certo” faccio io e gli allungo un deca. “No man” fa lui “So dugentomila lire”. Perché avendo pochissimi soldi in tasca, era andato in stazione , aveva mostrato quel poco che aveva al bigliettaio “Fin dove posso arrivare con questo?” “A Pisa”, e lui si era comprato un biglietto per Pisa e lì aveva preso un taxi per Sanremo.
E dire che all’epoca guadagnava bene, ma tra le sostanze e tutto il resto finivano quasi immediatamente . Anche perché era una delle persone più voraci che abbia mai conosciuto. Vorace di tutto: delle sigarette, delle sostanza, dell’alcol, del sesso, della musica, dell’amore. Della vita, che ha divorato senza pietà.
Chiamava tutti Man anche sua mamma. “Stai tranquilla man!” le diceva. La nonna la chiamava grandfather. Passare una giornata con lui poteva essere una fatica pazzesca, ma era anche così divertente….  E poi quando suonava, che gioia, che emozione.
Purtroppo come si sa , certe abitudini dopo un po’ cominciano a tirare fuori il peggio delle persone. Per non parlare di tutti gli avvoltoi che si presentavano non appena Max suonava da qualche  parte. Per cui si faceva un primo tempo strepitoso poi, durante l’intervallo, i rapaci lo cooptavano e molte volte non si presentava per il secondo, ma, se lo faceva,  sembrava una caricatura di se stesso. Poco per volta il lavoro per lui cominciava a diradare.
Io stesso , benché  da un paio d’anni fossi immerso in un progetto musicale diverso, provai di nuovo a chiamarlo a suonare con me, ma dopo un po’ di esperienze veramente pesanti, avevo dovuto a malincuore rinunciare malgrado il grandissimo affetto che avevo per lui. Per un paio d’anni non lo vidi più. Ogni tanto mi arrivavano notizie. Quasi sempre preoccupanti perché il declino era inarrestabile. Poi una brutta, bruttissima mattina di giugno, ero a Vienna per una registrazione, compro un giornale italiano e nella pagina degli spettacoli leggo “il sax di Massimo Urbani non vola più”. Una tristezza infinita. Era il 24 giugno 1993. Aveva 36 anni.
Gone too soon.

Enrico Rava.

fonte "alias" del 6 maggio.

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