Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

sabato 4 maggio 2019

Four dead in Ohio, quando la musica si fa storia e impegno sociale.

Luciano Granieri


La foto di Joe Filo

Siamo agli inizi di maggio del 1970.  Gli studenti della Kent State University dell’Ohio sono in subbuglio. La sollevazione studentesca contro la guerra in Vietnam coinvolge molte università d’America. 

Quel comunicato  trasmesso in TV il primo maggio   dal  presidente Nixon, in  si cui  annuncia l’invasione della Cambogia da parte dell’esercito USA, riempie di rabbia gli studenti della Kent State.  In  fretta e furia si organizza una grande manifestazione di protesta per il successivo  4 maggio. 

 Il preside provvede a tappezzare l’istituto di locandine nella quale si intima l’annullamento del corteo. Nonostante ciò duemila studenti si radunano davanti all’ateneo per manifestare la loro rabbia e la loro protesta contro la decisione guerrafondaia del presidente Nixon.

 Lo scontro con la guardia nazionale in assetto antisommossa è inevitabile. Gli studenti sono fermi nel loro intento, neanche i lacrimogeni riescono a disperderli. Ma alle 12,22 di quel maledetto 4 maggio di 39 anni fa la guardia nazionale apre il fuoco contro i ragazzi disarmati. 

Nove di loro rimangono feriti. Ma a terra privi di vita restano anche  quattro studenti fra i 19 e 20 anni. Due, Jeffrey Miller e Allison Krause, sono  attivisti, gli altri Sandra Scheuer e William Schroder stavano semplicemente cambiando aula fra una lezione e l’altra. 

Una ragazzina di 14 anni, Mary Ann Vecchio, all’epoca quattordicenne,  scappata di casa per partecipare alla protesta, corre disperata vero il corpo di Jeffrey Miller riverso in una pozza di sangue.  Si  china, urla disperata, ma non c’è nulla da fare. 

L’attimo drammatico viene  immortalato  dallo scatto di uno studente di fotogiornalismo, John Filo,che esce  dalla sua aula  al rumore degli spari.  Credendo che i proiettili fossero finti in un primo momento scatta la foto, poi accortosi che i colpi erano veri fugge atterrito . 

Lo scatto  ormai   realizzato   gli  valse il premio Pulitzer del  1971 nella sezione Spot News Photography.  Filo ricorda il disprezzo con cui un soldato rovesciò il corpo di Miller nella sua pozza di sangue per accertarsi che fosse morto. La foto di John Filo fece il giro del mondo e divenne  un’icona della lotta pacifista in America. 

L’eccidio non provocò particolare indignazione nella popolazione americana. I soldati della guardia nazionali responsabili della strage  verranno assolti.  Il  presidente Nixon e il governatore dell’Ohio Williams Rohdes saranno rieletti senza troppi problemi negli anni successivi.

 A non rimanere indifferente, ma anzi profondamente colpito dai fatti, fu Neil Young. Il 19 maggio vide la foto in un reportage  della  rivista Life.  In 12 minuti scrisse una brano per condannare la violenza governativa contro gli studenti rilanciare la lotta contro la guerra in Vietnam. Il titolo era “Ohio” iniziava con questi versi “Tin soldiers and Nixon coming” (i soldatini di latta e Nixon stanno arrivando). Il pezzo uscì come singolo del gruppo   Crosby Still Nash & Young. 

Fu bandito dalle radio per le dure critiche all’amministrazione Nixon. Ma i passaggi ripetuti  nelle  radio clandestine ed underground ne decretarono ugualmente il successo. Altri tempi!


venerdì 3 maggio 2019

La mosche di Frosinone non s'ha da fare perchè non ci sono i parcheggi e le scarpiere

Luciano Granieri Potere al Popolo Frosinone




E’ emersa  la possibilità di costruire una moschea  Frosinone. Il consigliere comunale Marco Ferrara di Fratelli d’Italia  ha reso noto alla cittadinanza che la Ettuba  Onlus, per mezzo del suo incaricato, l’architetto Giuseppe Arduini, ha presentato il progetto alcune settimane fa  al settore urbanistica del Capoluogo. A quanto pare ci sarebbe l’intenzione da parte del dirigente responsabile  Arch. Elio Noce, di proporre  il progetto all’approvazione dell’assise comunale, la quale dovrebbe anche modificare la destinazione d’uso dell’area individuata in Via America Latina. Ricordiamo che il sito dovrebbe offrire una recettività migliore alla mosche di Via Maria che li  si trasferirebbe.  Dunque non si tratterebbe  dell’aggiunta di un nuovo  luogo di preghiera ma del trasferimento di quello già esistente. 

 La notizia ha visto la ferma opposizione della Lega e  del partito di Ferrara, Fratelli d’Italia.   La sezione locale FdI   ha ribadito che,  pur nel rispetto della libertà di culto, non è ammissibile costruire una moschea in un luogo adibito ad esclusivo utilizzo residenziale;  a meno di dieci metri da una scuola (La Ignazio De Luca) dove non ci sono parcheggi sufficienti ad ospitare le macchine dei fedeli. Su queste basi la stessa  Fratelli d’Italia ha organizzato  una consultazione, on line, e in piazza,  per raccogliere firme contro l’edificazione del luogo di culto.  

L’iniziativa ha subito rivestito una dimensione nazionale con la convinta adesione del senatore Massimo Ruspandini, sempre di Fratelli d’Italia, al quale si è unita la deputata, nonché  segretaria nazionale, Giorgia Meloni, dopo che lo stesso Ruspandini è stato fatto oggetto di critiche da parte di Marco Tallini, coordinatore dei giovani democratici di Frosinone. Il sindaco Nicola Ottaviani ha ribadito che per ora è in essere solo  una mera richiesta di variazione  di stato d’uso. 

Da quanto emerge, dunque,   la contestazione e la conseguente raccolta di firme  verte su questioni prettamente urbanistiche. Cioè se la moschea fosse edificata in un luogo diverso Fratelli d’Italia e la Lega non avrebbero nulla da obiettare. Il che è anche peggio. 

A che titolo un senatore e un deputato della repubblica oltre che segretario  di partito s’intromettono sull’assetto urbanistico di in comune? Sono consiglieri comunali? Ammesso e non concesso che la viabilità di Frosinone fosse entrata improvvisamente nel  cuore e nel programma nazionale di Fratelli d’Italia, perché non raccogliere la firme anche contro la piastra davanti la chiesa della Sacra Famiglia che ha ridotto notevolmente l’area limitrofa adibita a parcheggio, o contro la rotatoria piazzata vicino alla parrocchia di Madonna della Neve che complica enormemente la viabilità dei fedeli che escono dalla chiesa o che si dirigono verso il cimitero ? 

Quando queste due opere sono state pianificate dalla prima giunta Ottaviani comprendente  anche il consigliere Ferrara, dev’erano la Meloni e Ruspandini? A fare danni.   Il secondo purtroppo anche a livello locale   impegnato a distruggere la città di Ceccano e la Provincia di Frosinone. 

Ma se l’OOOOLAAANDA  se li pigliasse con tutti i suoi adepti? Oppure perché non vanno a meditare dentro la scuola politica di Bannon a Trisulti? Neanche il monaco laico Harnwell li vorrebbe. Hai voglia a spolmonarsi e catechizzare . Cavare sangue da certe rape è veramente difficile anche solo per formare nuovi Orban e Salvini.



giovedì 2 maggio 2019

Primo maggio, una routine senza memoria.

Luciano Granieri

Ceccano  1 maggio 2019. Deposizione di Rose per commemorare i morti sul lavoro.



Dopo il 25 aprile viene il primo maggio. 

Coraggio eroi penta leghisti siamo al “due”  la vostra sofferenza è finta.  Voi che non avete nè storia (se non una  revisionista e fascista riscrittura né di destra, né di sinistra, come voi amate dire)  né memoria,  soffrite maledettamente quando la storia, quella vera,  fa riemergere certe conquiste  sociali e civili    ottenute  grazie a lotte  dure, cruente  ma condivise. Mi riferisco alla  liberazione del 1945 e la manifestazione di Chicago del 1 maggio 1867 in cui si festeggiava l’ottenimento delle otto ore lavorative giornaliere. Chi  condivide solo i ricordi su  Facebook cosa volete ne sappia della memoria storica? 

A dire il vero la ricorrenza del primo maggio comincia ad essere una sofferenza anche per chi come me contrappone i valori socialisti e comunisti  alla criminalità fascista e liberista .  Una sofferenza causata dal fatto che  questa data, con il procedere degli anni,  si è ridotta    più a  commemorare  caduti su  cantieri  e  fabbriche,  anziché festeggiare il lavoro come promozione della dignità umana.  Non è un caso che nella mattinata del  primo maggio scorso eravamo a Ceccano  con l’ANPI a deporre  rose sulla stele che ricorda i morti ceccanesi  sul lavoro .  Nel pomeriggio doverosa è stata  la partecipazione   ad Isola del Liri   alla presentazione del libro di  Paolo Ceccano “Il 1° Maggio a sinistra del fiume Liri , storie del corteo di Isola Liri”. Un prezioso  volume di  testimonianze fotografiche e di storie dei cortei del 1 maggio tenuti nel passato  in quella che veniva definita la Manchester d’ Italia. 

Commemorazione delle vittime  e memoria del bel tempo che fu, a  questo è ridotto il primo maggio? 

 Neanche il concertone di Piazza San Giovanni è più lo stesso.  A farla da padrone il rap, stile musicale di lotta per autonomasia è vero, ma oggi  reso innocuo dal   business. Però in fondo è meglio così. Anche questa ipocrisia è giusto che finisca. La kermesse organizzata dal CGIL, CISL e UIL, inizia nel 1990. 

Già 6 anni prima il protocollo Scotti aveva introdotto i contratti a termine. Iniziava l’era della riduzione del costo e   della dignità del lavoro. Il clamore del primo concertone organizzato dalla "triplice"  non scongiurò la legge del giugno ’90 sulla limitazione del diritto di sciopero. Nel 1996 i Modena City Ramblers, che dal palco cantavano Contessa, non impedirono a CGIL CISL e UIL di sponsorizzare l’accordo per il lavoro redatto il 24 settembre dello stesso anno. Il viatico definitivo all’approvazione del pacchetto  Treu del giugno  1997  in cui la dignità dei lavoratori, attraverso  l’introduzione del lavoro interinale, l’estensione dei contratti a termine e di formazione lavoro, venne  completamente svenduta ai padroni. A questa seguì  la privatizzazione del collocamento e il predominio della chiamata individuale su quella numerica. 

Dopo  la mega manifestazione contro l’abolizione dell’articolo 18 indetta da Cofferati nel marzo del 2002,  gli stessi sindacati si fecero turlupinare dal governo Berlusconi con la legge Biagi in cui, grazie alla modifica che rendeva legale e libero il trasferimento del ramo d’azienda e l’ammissibilità della somministrazione della mano d’opera,  le grandi aziende poterono eludere le tutele dell’art.18 formando tante piccole attività con meno di 15 dipendenti  cui l’obbilgo di reintegro per licenziamento ingiusto non era applicabile. 

Nel 2011 mentre Neri Marcorè  guidava dal palco di San Giovanni la pattuglia dei cantanti resistenti, CGIL, CISL e UIL nulla avevano da obiettare  al  decreto Sacconi che sanciva, di fatto, la fine del contratto collettivo dei lavoratori. Nella normativa  era prevista    la possibilità per le aziende di stipulare accordi  in deroga avendo mano libera su temi come licenziamento,  modalità di assunzione e disciplina del rapporto di lavoro  -con  ampia libertà di ricorrere  alle collaborazioni coordinate  continuative  e a progetto- 

 Nel  2012   irrompe la legge Fornero che elimina la causale obbligatoria per le aziende che intendono ricorrere ai  contratti a tempo determinato per la  durata di un anno.  Normativa resa ancora più penalizzante  dal ministro renziano  Poletti e , ad oggi, leggermente mitigata da Di Maio con  il decreto dignità  che reinserisce la causala solo dopo il primo anno di precariato . Per non parlare del jobs act.   La resa definitiva dei lavoratori alle imprese  decretata dal governo Renzi.

L’abolizione totale delle tutele dell’art.18, per altro bollata come incostituzionali dalla Consulta, non ha smosso minimamente Cisl e Uil, mentre la Cgil ha rinunciato alla protesta di piazza  imbarcandosi nella vicenda del referendum abrogativo del jobs act. Un quesito referendario  scritto talmente male da essere rigettato dalla Corte Costituzionale lasciando i lavoratori senza lotta né giustizia sociale . 

Questi signori, i riformisti e il corporativismo sindacale loro sodale, ancora al 1 maggio 2019 continuano a lamentare la perdita di dignità del lavoro , le inesistenti tutele per la sopravvivenza  dei lavoratori. Se la prendono con  il governo giallo-verde fautore delle peggiori politiche antisociali. 

Forse sarebbe bene che anche i sedicenti riformisti facessero esercizio di memoria.  Si renderebbero conto che se oggi siamo tornato allo schiavismo e al lavoro a cottimo la responsabilità più grave è la loro . Non c’è futuro senza memoria? Appunto. Affidarsi ancora a gente smemorata non è umano ma diabolico. E non c’è da stupirsi se oggi siamo alla mercè dei penta- fascio-leghisti. 

Dal palco di Bologna Landini invocava, per l’ennesima volta,  l’unità sindacale. E’ sacrosanto.  Mai come in questi tempi servirebbe un movimento sindacale forte e unito a difesa dei lavoratori. Ma senza la  memoria di come si è arrivati a questa deriva schiavista, senza fare i conti con il passato ed operare una decisa inversione di tendenza su come si è operato negli ultimi quarant’anni, il prossimo primo maggio sarà l’ennesimo rituale fondato sull’amarcord e la commemorazione delle vittime sul lavoro.

lunedì 29 aprile 2019

Nuova pagina Facebook

Luciano Granieri



La nuova pagina  Facebook  di  Aut   nasce con lo scopo di diffondere con più efficacia   i contenuti di questo blog. Aut Frosinone nasce nel 2007. Da allora ha documentato 12 anni  di eventi politico-sociali per lo più legati alla Ciociaria ed in particolare a Frosinone. E’ stato , e lo è ancora, la voce dell’Osservatorio Peppino Impastato. Il suo  modo di raccontare, si ispira proprio alla narrazione graffiante e ironica di Radio Aut, da cui il blog prende il nome. La cultura, ed in particolare la musica, rivestono una sezione molto importante. Sezione che s’intende  ulteriormente implementare. Aut ha appoggiato massicciamente movimenti di lotta locali impegnati nella difesa dei diritti sociali e civili. Ha  sostenuto campagne referendarie come quella sull’acqua e la più recente  contro la riforma costituzionale targata Renzi. Aut  Frosinone è un area web (defascistizzata) evidentemente di parte, perché chi la cura , come Gramsci, odia  chi non parteggia. Ad  Aut si affianca il  canale   You Tube del sottoscritto  dove più di mille video documentano, più o meno efficacemente  quanto accaduto in questi anni  . In realtà questa attività di diffusione di Aut su Facebook non è nuova. I contenuti del blog venivano veicolati attraverso il mio profilo personale. Penso però che l’ individualismo,  e l’esaltazione del proprio “capitale umano” per usare una triste terminologia molto di moda, siano comportamenti indotti da un sistema che ci vuole sempre più connessi ma sempre meno  capaci di  socializzazione fra donne e uomini reali. Facebook è un potente catalizzatore di autopromozione e a volte di autoesaltazione . Un’autopromozione tanto più apprezzata, quanto più mostra ciò che si possiede, ciò che si vuole mostrare di sé  secondo gli schemi  indotti dal marketing applicato alla singola persona. Il guaio è che tutto ciò è diventata anche comunicazione politica, di adulazione leaderistica . Non interessa sapere come la pensi (anche se dubito pensino)  un Di Maio o un Salvini o un Renzi, ma è molto più interessante sapere cosa mangiano a colazione, dove vanno  in vacanza quante fidanzate hanno. La popolarità si misura sul numero dei selfie e dei like .  Queste riflessioni mi hanno convinto a scomparire da Facebook come persona, le cui abitudini non ritengo possano interessare ai più. Preferisco curare una pagina dove siano esclusivamente le idee a contraddistinguere me e chiunque voglia condividere i contenuti di Aut. Lo spazio è aperto.

venerdì 26 aprile 2019

Come lo festeggi tu il 25 aprile?

Luciano Granieri Antifascista


Carla Corsetti, Silan Ekinci, Giovanni Morsillo 

In quale veste sei qui oggi?” Questa è la domanda che ieri, 25 aprile, mi ha posto Giovanni Morsillo Presidente Provinciale dell’ANPI. Eravamo a Ceprano. Stava per iniziare il convegno pomeridiano  organizzato da Potere al Popolo di Frosinone con la partecipazione dell’ANPI, di Democrazia Atea dal titolo: Itala e Kurdistan storie di  Partecipazione democratica. Ospite Silan Ekinci attivista curda la quale  , proprio insieme a Giovanni, avrebbe provato mettere in relazione  la resistenza curda con  quella partigiana. 


Già in quale veste ero lì? Come iscritto a PaP, ma anche come iscritto all’ANPI. La risposta non era così scontata. La  mattina avevo partecipato ai festeggiamenti del 25 aprile a Frosinone, davanti alla stele dei Martiri Toscani.  Ero li in veste di militante di PaP?  Come ANPI? Certamente, ma anche come attivista degli amici della Mezzaluna Rossa Palestinese. Insomma un rebus. Alla fine ho trovato la risposta.   

Ho festeggiato il 25 aprile da antifascista. Pur   nella gioia di vedere una buona partecipazione di giovani, sia a Frosinone che a Ceprano, una cosa mi ha fatto male. Silan, il cui racconto sui soprusi subiti del popolo curdo è stato angosciante, quanto terribile ,  auspicava  che un giorno anche la sua gente avrebbe potuto festeggiare un 25 aprile. Ma come? Un popolo vessato, pur  indomito e resistente invoca,  e forse ci invidia, il grande  valore  del  25 aprile e noi, che godiamo di quanto quella lotta ci ha dato in termini di dignità umana,    lo svalutiamo  sotto una serie di distinguo, di ambigue prese di posizioni? Questa riflessione mi ha molto intristito .  

Solo qualche mese fa, era la fine di agosto, a Castelliri  ho assistito ad un esaltante concerto di Goran Bregovic , il cui culmine si è  raggiunto quando il musicista, di madre serba e padre  croato,  ha eseguito, non senza orgoglio e felicità “Bella Ciao” come se fosse un canto  suo.  Un   inno  di liberazione universale  gridato  in tutte le piazze,  da Istanbul ad Honk Kong, da Atene a Parigi, che tutto il mondo ci invidia,  solo nel luogo d’origine è visto come un elemento divisivo. Divisivo di che?  In che modo quel canto  potrebbe dividere   un popolo liberato dalla lotta antifascista? Chi considera la liberazione ottenuta con la resistenza un fatto di parte è fascista. 

Ecco perché mi considero antifascista prima di ogni cosa . Perchè sono contro quei fascisti che in l’altro ieri hanno inneggiato a Mussolini a Piazzale Loreto, che invocano i gerarchi dalle curve dello stadio. Ma sono anche contro colori i quali considerano il 25 aprile come la messa in scena di un derby fra opposti estremismi,  questi  sono i fascisti della peggior specie.  

Fascista  è chi dice di non essere né di destra né di sinistra.  Fascista è chi giustifica le intemperanze dei militanti di Casapound e di Forza Nuova derubricandole a semplici goliardate, fascista è chi consente a queste forze di partecipare  alle elezioni.  Fascista è chi  ordina lo sgombero delle case popolari  occupate da poveracci,  ma   non ha il coraggio di sgomberare i nipotini del duce  del terzo millennio dall’elegante  palazzetto di proprietà dello Stato  che abusivamente occupano.  

Fascisti sono i sovranisti nazionalisti  fautori del motto Dio Casa e Famiglia.   Fascisti sono coloro che si spacciano per difensori degli interessi popolari ingegnandosi invece  nell’alimentare la propria consorteria elitaria. 

Fascista è colui che, rinnegando la propria provenienza , il 25 aprile del 2017  fece   sfilare gli iscritti del suo partito con  le bandiere europee,  rivendicando  l’obiettivo  non già di celebrare i partigiani , vecchi orpelli di un passato da rottamare , ma di esaltare  personaggi di sicuro valore nei loro rispettivi campi, ma che nulla avevano a che fare con la resistenza. 

 Potrei andare avanti all’infinito. Come è evidente  siamo circondati dai fascisti, forse non ce ne siamo mai liberati. Ecco perché bisogna essere prima di ogni altra cosa  antifascisti senza se e senza.  Esibire in modo palese il proprio antifascismo cantando  a squarciagola  Bella Ciao in ogni occasione, anche in chiesa come fece Don Gallo.  Restando umani e antifascisti sempre, oggi domani e dopo domani, forse la speranza in un mondo migliore non si spegnerà definitivamente.  

P.S. A Bella Ciao preferisco Fischia il Vento ma questa è un’altra storia.

Il 25 aprile a Frosinone



mercoledì 24 aprile 2019

Festa d'Aprile, festa di liberazione e impegno di lotta per renderci completamente liberi.

Luciano Granieri




25 aprile  festa di liberazione. Liberazione dal nazifascismo, liberazione dal giogo tedesco. Dopo una lotta crudele e cruenta che ha coinvolto  presone normali, quelle che mai avrebbero immaginato di impugnare un fucile, si è  arrivati a quel giorno di primavera del 1945. Da li è partito il lungo percorso che, attraverso la Costituzione ci ha donato la consapevolezza di essere cittadini,  ispirati dai principi di solidarietà  iscritte nella stessa Carta. 

Ma ad oggi possiamo definirci completamente liberi, pienamente in grado di disporre  della nostra dignità umana?  Evidentemente no perché quelle lotte  ci hanno liberato solo in parte dal complesso coercitivo che il nazifascismo portava con se.  Nelle analisi e negli scritti dei maggiori esponenti del partito comunista italiano  del tempo, dal 1929 in poi,  emerge come  il fascismo fosse  considerato la “serra artificiale del capitalismo”. Con la lotta di liberazione ci siamo disfatti della serra, ma il suo contenuto è ancora pienamente in vita, è diventato  sempre più coercitivo costituendo a sua volta una dittatura globale spesso più crudele di quella da cui ci siamo liberati. 

Se la lotta al nazifascismo ha avuto un esito vittorioso, quella al capitalismo è naufragata .  Questa parte di conflitto  proprio dalla resistenza aveva tratto nuova linfa, fluido vitale, ma  con il passare del tempo, anche con  il concorso di forze cosiddette democratiche nate dopo la liberazione, si è essiccato.

 La voracità predatoria capitalistica  era ben viva nel ventennio.   Il 4 novembre del 1931  il regime fascista salvò, con denaro pubblico,   la Banca Commerciale italiana dal fallimento  assorbendone i debiti attraverso   Banca d’Italia e Cassa depositi e prestiti. La Banca Commerciale Italiana deteneva  quote azionarie della più grandi imprese italiane dell’epoca, dall’industria chimica, a quella idroelettrica, tanto da concentrare nel suo capitale la proprietà di tutto il panorama industriale che, ovviamente, veniva gestito in regime di monopolio. La crisi della Comit  fu determinata  dalla mancata affluenza di capitali americani (7 miliardi) prosciugati dalla grande crisi del ’29. Dopo poco meno di un secolo le dinamiche non sono cambiate.  Come non trovare analogie con i recenti salvataggi delle banche in dissesto costati 20 miliardi di euro. Allora come oggi il drenaggio di denaro pubblico verso le banche costò molto caro alla popolazione e ai lavoratori in particolare. 

La stessa finanzianziarizzazione da parte della Banca Commerciale di tutte le più importanti imprese fu ordita in combutta con il regime fascista attraverso la rivalutazione della lire messa in atto da Mussolini. La maggior parte delle attività produttive  basate sull’esportazione rischiarono il tracollo se la Banca Commerciale Italiana non ne avesse acquisito le azioni di fatto assumendone il controllo . Così come per mantenere la competitività delle imprese, a fronte di una lira più forte, furono compressi pesantemente i salari elargendo agli operai stipendi da fame. Non si rileva qualche affinità a quanto capita  oggi ai lavoratori italiani dopo l’adozione dell’euro?  

Ma veniamo ai  grandi trusts  che oggi definiremmo multi nazionali .  La  più importante, senza ombra di dubbio,  fu  la Montecatini. Durante il ventennio ha controllato la quasi totalità della produzione   siderurgica, estrattiva, energetica, chimica e  bellica . La battaglia del grano voluta da Mussolini nel 1925 fu una manna per la Montecatini, unica produttrice di concimi chimici necessari ad implementare i raccolti di cerali . Ma il boom avvenne con l’avvio delle politiche di guerra e dell’autarchia. Lo  studio per la produzione di “ersatz”(carburanti, gomme, e altri elementi da ottenersi, in mancanza di materia prima,  con sostitutivi chimici), la produzione di zinco e coke metallurgico   sancirono il decollo finanziario dell’impresa  . Nel 1938 la Montecatini chiuse il bilancio con un ricavo netto di 180 milioni di lire, in tre anni assicurò 260 milioni di dividendi agli  azionisti i quali si arricchirono a dismisura proprio  grazie a Mussolini con l’autarchia e le  politiche di guerra che nel contempo, per i prezzi elevati di beni e merci, stavano  affamando la popolazione. 

Come non trovare analogie con gli  attuali player privati  dell’energia e dell’erogazione idrica che, grazie allo shock dell’economia a debito, piegano i governi ai loro desiderata favorendo leggi e provvedimenti  utili ad assicurare  dividendi milionari ai propri azionisti, espropriando i cittadini  dei beni fondamentali alla vita come l’acqua.  Anch’essi realizzano  profitti tali da impoverire gran parte della popolazione. 

In un comunicato del maggio 1941, scritto  della federazione giovanile  comunista d’Italia si legge: “Il fascismo aveva promesso di liberare il popolo dalla schiavitù del regime capitalistico; ma oggi tutte le ricchezze del paese sono nelle mani dei grandi capitalisti, sono monopolizzate dai trusts e dai consorzi. Alcune centinaia di pescecani, affaristi e di speculatori le amministrano nel loro interesse esclusivo, schiacciando i produttori piccoli e medi”

Oggi come allora dunque il mondo finanziario-speculativo guida  i governi totalitari e non. Oggi come allora  la ricchezza smisurata di pochi  è la causa dell’estrema precarietà di molti . La classe subalterna durante il ventennio  vedeva nella propaganda fascista un’effimera promessa di riscatto, lasciando guidare  la propria  rabbia dal regime verso l’intolleranza razziale, verso la discriminazione spinta nei confronti di chi non corrispondesse all’archetipo del  maschio italico   e della donna incubatrice di prole.  

Anche oggi la frustrazione di che si sente solo, titolare del proprio  misero “capitale umano”  la     rabbia sorda, guidata dalla propaganda populista,  si scaglia contro gli altri ultimi, i migranti, i discriminati di ogni genere. Oggi come allora non ci siamo liberati dalla dittatura del capitale, reso ancora più vorace dall’ideologia liberista. Un regime liquido, etereo che  opprime e umilia, disseminando la vita di quegli ostacoli che la Repubblica dovrebbe rimuovere per consentire il pieno sviluppo della persona umana. 

Ma fra le tante cose importanti che la resistenza ha insegnato c’è  la necessità di unire  forze, pur culturalmente diverse  fra loro,  contro l’oppressore. Facendo tesoro di questo insegnamento, gli oppressi delle periferie, gli esclusi dal triturante ciclo economico, i precari della vita dovrebbero unirsi a chi soffre come loro ma arriva dall’altra parte del mediterraneo. Dovrebbero considerare queste persone non come usurpatori di miseria ma come compagni di lotta. Buon  25 aprile  a tutti.

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Informazioni  tratte da: 

"Il dissesto della Commerciale" articolo comparso nella pubblicazione bimestrale  "Lo stato Operaio"(ottobre-novembre 1931)

"I grandi lineamenti dell'economia italiana visti attraverso la Montecatini" articolo di Paolo Tedeschi, pseudonimo di Velio Spano, pubblicato il 7 maggio 1938 su "La Corrispondence internationale"





lunedì 22 aprile 2019

PER UN 25 APRILE ANTIFASCISTA E ANTIRAZZISTA, PER RIAFFERMARE I VALORI DELLA RESISTENZA, PER UNA SOCIETA’ GIUSTA, LIBERA, ACCOGLIENTE, CONTRO OGNI GUERRA



Mai come quest’anno la ricorrenza del 25 aprile e della liberazione dal nazifascismo, è caduta in un periodo cupo, che vede crescere il razzismo contro persone di colore, arabi, musulmani, rom e camminanti, aumentare gli attacchi antisemiti in Europa, coinvolgendo in alcuni casi gli stessi governi come in Italia e altrove. Il razzismo e la disumanità si vanno di nuovo stendendo in Europa e nel mondo, e sono a rischio la libertà, la pace e la giustizia sociale.

 Il Mediterraneo che per secoli ha unito i popoli dell’Europa del Sud con quelli dell’Africa e dell’Oriente è diventato un cimitero senza che questo turbi minimamente i nostri governi. Anzi, intorno ad esso aumentano guerre disastrose attraverso cui si confrontano le potenze imperialiste, in testa gli Stati Uniti, cui l’Europa e l’Italia partecipano direttamente o indirettamente fornendo armi. 

L’Europa dominata dalle politiche dei mercati e della finanza, dalla paura, dalla sfiducia, dall’odio, resa ostile alle sue stesse popolazioni, costruisce muri e rischia la disgregazione e il suicidio politico. 

Quest’Europa, ha anche una grande responsabilità nel protrarsi dell’occupazione in Palestina da parte del governo israeliano, che, forte dell’impunità concessagli, calpesta il diritto internazionale e i diritti fondamentali del popolo palestinese, chiudendolo in un regime di Apartheid. A questo regime i palestinesi resistono nonostante le uccisioni quotidiane, gli omicidi mirati, gli arresti, la tortura, il furto della terra, la distruzione delle case, l’annessione strisciante. 

Questa stessa Europa, lascia sola la popolazione Kurda, che cerca di opporsi al capitalismo e alla repressione turca, attraverso la costruzione del Confederalismo Democratico, in controtendenza alle spinte sovraniste in Europa, per la costruzione di una società dal basso che metta al centro le comunità e le donne. 

Tutto questo porteremo con noi al corteo del 25 aprile indetto dall’ANPI, appoggiando le forze e i movimenti che lottano per la libertà dei popoli e perché tutte e tutti, senza distinzione alcuna, abbiano gli stessi fondamentali diritti, in Italia sempre più disattesi e sotto attacco. 

CONCENTRAMENTO ORE 9.30, LARGO B. BOMPIANI, NELLO SPEZZONE DELLE FORZE SOLIDALI CON LA PALESTINA, PER SFILARE INSIEME AL CORTEO DELL’ANPI FINO A PORTA S. PAOLO 

Rete Romana di Solidarietà con il Popolo Palestinese, reteromanapalestina@googlegroups.com

Dalle Lettere dei condannati a morti della resistenza europea

 “Oggi muoio….il mio spirito sarà sempre con voi. Al mattino con l’aurora, vi sorriderò, con l’imbrunire vi saluterò. Che l’amore, e non l’odio, domini il mondo.” “Dell'amore per l'umanità fate una religione e siate sempre solleciti verso il bisogno e le sofferenze dei vostri simili. Amate la libertà e ricordate che questo bene deve essere pagato con continui sacrifici e qualche volta con la vita. Una vita in schiavitù è meglio non viverla. Amate la madrepatria, ma ricordate che la patria vera è il mondo e, ovunque vi sono vostri simili, quelli sono i vostri fratelli.”