Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

venerdì 8 novembre 2019

"Humanify" torniamo ad essere umani è il messaggio in musica dei Bravo Baboon

Luciano Granieri





Il regista Gianni Amelio una volta disse che se dopo aver visto un film esci dal cinema riflettendo profondamente  sui temi che pellicola ha proposto  allora vuol dire che hai visto un bel film. Lo stesso concetto secondo me può essere riferito ai dischi. Ed è ciò che accade ascoltando   Humanify”,  il nuovo  disco del gruppo “Bravo Baboon” registrato per la Auand Record,  finanziato da Puglia Sounds. Un progetto guidato dalla Regione Puglia e realizzato grazie all’accesso ai fondi europei per lo sviluppo e la coesione.  Un’evidenza che dimostra come un’Unione Europea scorporata dalla sua vocazione liberista e mercantilista, ogni tanto serve. 

Esaurite  le formalità burocratiche veniamo alla musica. “Bravo Baboon”.   Chi sono  costoro? Semplicemente si tratta di  tre amici, solidi e virtuosi musicisti,  che si sono ritrovati a Roma per formarsi alla  Saint Louis College of Music. Un posto dove si  studia tutto: dal jazz, al blues, al latin, pop, rock, fusion,funk , soul, big band.  

Si parla di   Dario Giacovelli 29 anni da Martina Franca, suona basso e contrabbasso.  Dal 2008 è a Roma dove vive la sua attività artistica ottenendo diversi riconoscimenti -ad Umbria jazz e al Fara Music, fra gli altri -  e suonando in modo costante nella scena jazz nazionale, ma anche in collaborazione con molti musicisti rock. 

Insieme a Dario c’è  Gianluca  Massetti, anch’egli ventinovenne, di San Benedetto del Tronto, pianista compositore, trasferitosi pure lui a Roma.  Ha registrato diverse colonne sonore per la Rai, collabora con molti artisti della musica pop italiana  accompagnandoli in giro per l’Europa. 

Infine il trentaquattrenne  Moreno Maugliani, batterista e percussionista. Ha  perfezionato gli studi in batteria jazz e tamburo rudimentale, alterna l’attività con il trio ad un  denso impegno di turnista essendo richiesto da molti cantanti e artisti della musica leggera. 

 I tre amici decidono nel 2013 di unire le proprie forze  per  proporre una musica che raccoglie e convoglia, in una espressione artistica innovativa  e  unitaria, i loro studi, le loro esperienze, la loro concezione della vita e dell’arte.  Nel 2015 registrano il loro primo EP live all’Auditorium Parco della Musica di Roma  con ospiti d’eccezione come Rosario Giuiani e Javier Girotto

 Dopo le presentazioni torniamo al disco. Perché Humanify? Lo spiegano gli stessi Bravo Baboon: “ Come artisti abbiamo l’obbligo di non restare in silenzio”, si tratta di utilizzare la musica come mezzo potentissimo per raccontare storie ed opporsi  : “a qualsiasi forma di sopruso, razzismo, abuso e mancanza di rispetto verso i nostri simili e versi il pianeta che ci ospita”. Quindi il fine dei Bravo Baboon è quello di prendere posizione attraverso la musica : “In un’epoca come la nostra abbiamo deciso di raccontare storie con la nostra musica e provare a sottolineare quanto importante sia ritrovare il senso di umanità.  Il nome Bravo Baboon – sottolinea Dario Giacovelli  - è un modo ironico per apostrofare l’essere umano di oggi con un “Bravo Scemo” dato che , anziché evolverci , stiamo tornando indietro”.   

Humanify” è un viaggio fatto di tante storie.  Il titolo del brano di apertura “Overseas” (oltremare) e quello di chiusura “A Casa “ danno proprio l’idea di una percorso che comincia attraverso rotte perigliose ed impervie per concludersi nell’auspicabile accoglienza di una casa. Ogni pezzo è una storia che si dipana attraverso momenti melodici molto diversi fra di loro, come quadri narrativi, apparentemente scollegati,  ma che alla fine conducono  alla rassicurante sequenza tematica di un approdo sicuro. Anche quando  la struttura melodica è ripetuta  è trattata secondo prospettive ritmiche molto diverse fra loro, è il caso di “Under the Bridge”. 

 Dario Giacovelli spiega come  hanno preso vita gli 11 brani del CD .  Alla base di tutto c’è «un lavoro di ricerca e studio della musica contemporanea che abbraccia più stili. Successivamente c’è stata una parte compositiva e di pre-produzione a 4 mani con Massetti. E infine una fase in post produzione che ha aggiunto la componente elettronica. Alcuni brani sono stati concepiti come una storia in divenire, con una struttura aperta e momenti dinamici molto diversi all’interno anche dello stesso brano. Altri hanno caratteristiche strutturali che appartengono al mondo del jazz. Altri ancora sono basati su un flusso musicale dettato dal groove e dal senso di loop appartenente al mondo dell’hip hop».  

Al progetto hanno partecipato altri amici del trio come Simone Alessandrini al sax alto e Francesco Fratini alla tromba. Si possono ascoltare in “Na Ballad” un pezzo molto sofisticato in cui eccelle la performance di Fratini e in “Afrodanish” dove l’estetica free mette in risalto l’agilità e la brillantezza di fraseggio di Alessandrini.  Humanify” ,il brano che da il titolo al CD, vede la partecipazione della voce di Carolina Bubbico.: “«È il pezzo più ibrido di tutto il disco – spiega Giacovelli – c’è il jazz, il pop, il groove. Ci rappresenta al 100%”. 

In effetti l’insieme delle 11 tracce è un caleidoscopio di suggestioni armonico-melodico-ritmiche, in cui l’abilità e il grande bagaglio tecnico dei tre strumentisti emergono in modo lampante.  Funky ed Hip Hop si mischiano con una ricerca della sonorità particolare una sperimentazione provata già   negli anni ’70 , ad esempio, dal Perigeo, ovviamente con strumenti di codificazione degli impasti sonori non paragonabili a ciò che la tecnologia ha messo  a disposizione di Bravo Baboon. “Forget to be present” e “I Heard You” sono  chiaro ed affascinante esempio di questa sperimentazione in chiave post-post moderna. 

Non manca neanche la rabbia, espressa con una ritmica pressante e sonorità elettroniche aggressive,  tipica di certi pezzi degli  Area anche questo un celebrato gruppo degli anni ’70 con alla guida l’immenso Demetrio Stratos.  Redwood e Space Donut  evocano le atmosfere del gruppo di “Gioia e Rivoluzione”con delle alchimie  elettroniche che ricordano le diavolerie inventate allora  da Paolo Tofani. 

Insomma “Humanify” è una  storia raccontata in musica da tre artisti che non voglio arrendersi alla barberie e usano tutti i quasi illimitati mezzi a disposizione del loro linguaggio artistico per sottolineare che per restare umani bisogna tornare ad essere umani.

martedì 5 novembre 2019

Nazionalizziamo l'Ilva per la tutela del lavoro, della salute e dell'ambiente

Paolo Maddalena



Il caso Ilva, che si aggiunge a quello di Whirlpool e di Alitalia, dimostra che ormai il nostro paese è nelle mani avide e ciniche delle multinazionali.
ArcelorMittal, chiedendo l’immunità penale e la riapertura dell’altoforno 2, per continuare nell’affitto e poi nel conseguente acquisto dell’Ilva, dimostra per tabulas che essa non vuole assolutamente seguire le prescrizioni del piano ambientale e non ha nessuno scrupolo di lucrare sulla pelle dei lavoratori e dei cittadini di Taranto.
È evidente che per l’Ilva economia e salute sono entità inconciliabili. E che per Lei ha valore solo il suo personale guadagno. Essa specula sull’eroismo dei lavoratori che, pur di portare a casa un misero salario, non esitano a rischiare la propria salute e la propria vita.
L’errore sta a monte. Il nostro governo e il nostro Parlamento non avrebbero mai dovuto privatizzare le fonti di produzione di ricchezza nazionale e, in particolare, le acciaierie di Taranto, Piombino e Genova, eliminando così la possibilità, nei casi di cicli economici sfavorevoli, di trasferire in parte gli operai da una fabbrica all’altra e, se del caso, anche dal settore siderurgico ad altri settori produttivi.
Ingannevole e deplorevole è stato l’atteggiamento della televisione, della stampa e di buona parte dei politici, i quali, assecondando le intenzioni di ArcelorMittal, hanno fatto apparire come una “mazzata” la minaccia della chiusura della fabbrica, addossandone la colpa alla forza politica che aveva tolto, con legge, l’immunità penale. Quasi che la vita dei lavoratori e dei tarantini non avesse nessun valore nei confronti dell’attività della fabbrica stessa.
A questo punto l’Italia è davvero a un bivio: o si capisce che dobbiamo sottrarci al potere cinico e intransigente delle multinazionali, o non abbiamo più alcuna possibilità di salvare, non solo l’ambiente, ma addirittura la salute e la vita dei nostri concittadini.
È arrivato il momento che gli italiani si sveglino e escano dal loro torpore, evitando di farsi ingannare dalle menzogne di tutti quei politici, nel caso di specie Salvini e Renzi in testa, che ancora vedono nella nostra subordinazione alle multinazionali l’unica via d’uscita.
Senza pensare che questa via d’uscita conduce direttamente alla povertà, alla schiavitù e alla morte.
È assurdo che si faccia di tutto per pregare, senza un minimo di dignità, le multinazionali straniere a restare in Italia, donando loro i profitti che spetterebbero agli italiani.
Il territorio, dove ha sede questa industria, è italiano, e in virtù dell’articolo 42, comma 2, della Costituzione, l’abbandono di questo sito da parte della multinazionale in questione comporta il venir meno di qualsiasi diritto da parte di essa, nonché il ritorno della fabbrica nella piena disponibilità dello Stato italiano, il quale non deve pagare assolutamente nulla alla società che specula in modo tanto palese sui nostri beni e sulla salute dei nostri cittadini e deve anzi chiedere il risarcimento dei danni conseguenti al chiusura dell’azienda.
Il problema è stabilire quanta produzione di acciaio occorre nel momento attuale, e ridimensionare l’azienda nei limiti del dovuto. Tutto il resto, come avvenuto nella Rhur deve essere riconvertito in altre attività che producono egualmente reddito senza danneggiare l’ambiente e la salute, occupando nel contempo tutti i lavoratori.
Occorrono oggi decisioni coraggiose e limpide. E soprattutto è necessario uscire dalla china pericolosa nella quale si è ficcato il governo, mostrando la sua debolezza nei confronti delle prepotenze delle multinazionali straniere.
La soluzione è soltanto una: nazionalizzare le imprese per tutelare la salute, il lavoro e l’ambiente.
Le risorse economiche finora sono state impiegate per finalità inutili e soltanto per rendersi graditi alla pancia degli elettori.
Adesso le risorse vanno trovate, anche mediante una richiesta di un prestito nazionale, per riportare in campo lavorativo l’utilità sociale, la libertà, la sicurezza e la dignità umana. Lo impongono gli articoli 41 e 42 della Costituzione Italiana Repubblicana e Democratica.

domenica 3 novembre 2019

Il sindaco Ottaviani e i dati oggettivi

Luciano Granieri



Il 10 Ottobre scorso, come esponente del Tribunale per i diritti del malato sono stato invitato dalla Asl di Frosinone alla “Giornata della Salute nei distretti sanitari”. Un evento focalizzato sul tema “Lo stato di Salute della popolazione e gli effetti delle cure erogate”. Nello specifico il nuovo direttore generale della Asl il Dott.Stefano Lorusso, oltre ad incontrare  i coordinatori del sistema socio sanitario di distretto,  i membri della associazioni dedicate, nonché il sindaco, ha illustrato il sito “Open Salute Lazio”, nel  quale sono raccolti i dati sull’incidenza  delle malattie, le cause di ricovero, insomma tutto quanto è  necessario per fornire un quadro esatto sulle condizioni di salute della popolazione nel territorio. 

In quel frangente    Ottaviani,   oltre a celiare con le solite amenità di colui  che si crede spiritoso, ha focalizzato il suo intervento sulla veridicità e  la corretta lettura dei dati. Si  è scagliato  contro  chi, attraverso una lettura faziosa di certi riscontri, ricava  narrazioni  completamente fuorvianti per di più usate per attaccare amministratori e  amministrazioni. 

Lo stesso ammonimento fu rivolto alle associazioni da lui convocate dopo l’incendio della Mecoris a cui personalmente ho partecipato. Anche in quel caso  non era ammissibile un’interpretazione diversa da ciò che i dati sulla qualità dell’aria rilevate dalle diverse centraline sancivano, e cioè che tutto andava bene madama ma la marchesa. 

Però, a seguito  delle valutazioni trionfalistiche  che lo stesso sindaco aveva profuso in pompa magna sui media locali, in relazione ai risultati sull’inquinamento diffusi  dalla stessa Legambiente nel rapporto “Mal’aria di città 2019”,per esaltare il proprio operato in termini di tutela ambientale, il movimento ecologista ammoniva il primo cittadino  ad evitare toni enfatici, a seguito di una sua  lettura parziale  e fuori contesto dei dati presenti nel rapporto. 

Dunque il bue dice cornuto all’asino.  Ovvero colui il quale  ha ammonito  in più frangenti a non usare una lettura di parte di dati oggettivi per agitarli come strumento di propaganda, è il primo a percorrere questo fallace e fastidioso sentiero e, cosa grave, costui è il sindaco del capoluogo, non un semplice “solarolo da tastiera”. 

In particolare   i  riscontri    messi  in evidenza  sono positivi se valutati singolarmente ma del tutto insignificanti se inseriti in un contesto che vede la nostra città in piena crisi ambientale. Ad  esempio vengono citati dal sindaco  solo gli anni 2016 -2017 come indice di perdita di posizioni sulle città più inquinate. Viene omesso il 2018  in cui Frosinone schizza al secondo posto  per poi tornare al 13 nel 2019 anno prontamente esaltato. Ciò a significare, come sostiene Legambiente, che per sancire un definitivo miglioramento della qualità dell’aria bisogna realizzare un trend positivo di più anni. 

Sui dati del consumo di suolo, in cui il cemento si sta mangiando la città in modo irrefrenabile e devastante per l’inquinamento, il sindaco non proferisce parola, eppure in questo campo  l’amministrazione comunale può incidere  in modo decisivo. Del resto, in base a quanto  ancora sostiene Legambiente,  non si vede come le irrisorie misure messe in campo da Ottaviani, possano poter cambiare qualcosa sulla pesante condizione ambientale della città. 

Sicuramente nulla può il “grande polmone verde” del Matusa, così lo definisce il sindaco . Se il prato spelacchiato  dell’ex campo sportivo contornato da quattro alberelli incastrati fra i palazzoni di Piazza Caduti di Via Fani  è un polmone verde, la Villa Comunale è la foresta amazzonica prima che fosse devastata dagli incendi. Ma, come è noto, la Villa Comunale è stata fatta da altri, quindi non risulta  proprio nella  personale google map dell’amministrazione attuale. Anzi è in atto un vero e proprio smantellamento  del sito come centro di divulgazione culturale. 

Personalmente mi sento preso in giro da questo sindaco e dai suoi fedelissimi sostenitori. Fino a quando la popolazione di Frosinone riuscirà a non sentirsi anch’essa presa in giro? 

A proposito proprio ieri un’altra azienda è  andata  fuoco sull’asse attrezzato, e ha  infestato  di fumi mefitici l’aria. Adesso ricomincerà il rosario di proteste, di interrogazioni, verremo inondati da dati sulla qualità dell’aria che, volete scommetterci?  Non saranno preoccupanti. 

La gente s’indigna e s’impegna e poi getta la spugna con dignità”  canta De Andrè. Ecco visto come sono andate le cose  con la Mecoris, con la schiuma nel Sacco, stavolta non voglio neanche fare la fatica d’indignarmi e d’impegnarmi, getto fin da ora la spugna con dignità. Ciò per non confondermi con certi esponenti di  associazioni che fanno solo  finta di impegnarsi  gridano strepitano e  poi gettano ugualmente la spugna,  ma senza dignità perché non sono altro che  attori di un gioco delle parti  utile solo a  quel potere che nulla può o vuole fare per risolvere il problema dell’inquinamento.  

Di seguito pubblichiamo il comunicato di Legambiente.



ECOSISTEMA URBANO 2019, FROSINONE ANCORA AI BASSIFONDI.

LEGAMBIENTE RISPONDE AL SINDACO OTTAVIANI
In tutta sincerità, l'entusiasmo con il quale il Sindaco Ottaviani ha commentato i dati del rapporto Ecosistema Urbano di Legambiente ci ha colto di sorpresa. Consigliamo al Sindaco maggiore prudenza e lo invitiamo a una lettura più attenta dei dati che riguardano Frosinone. Gioire per una promozione dal 101esimo al 92esimo posto nella graduatoria dei capoluoghi di provincia ci sembra francamente eccessivo e fuori luogo. Un tale atteggiamento non solo tende a far dimenticare i gravi problemi irrisolti della città su cui il ritardo rispetto alle realtà più virtuose del nostro Paese sembra ormai incolmabile, ma rischia di far abbassare la guardia rispetto a battaglie che sono ben lungi dall’essere vinte.
Partiamo dalla qualità dell’aria.
Il Sindaco ha richiamato i risultati dell'edizione speciale di Mal'aria di città 2019, rapporto curato sempre da Legambiente, e segnatamente la discesa al 13mo posto nella classifica del numero di superamenti delle soglie limite delle PM10 sulla base delle misurazioni dalla centralina dello Scalo fino a settembre. A nostro parere, questo dato estrapolato dal contesto non giustifica affatto la soddisfazione del primo cittadino. Per poter affermare che siamo davvero in presenza di un trend di miglioramento della qualità dell'aria non possiamo limitarci al dato di soli nove mesi ma dobbiamo guardare ad un arco temporale più lungo, tanto più che nella stessa classifica relativa al 2018 Frosinone era ancora al secondo posto, circostanza questa omessa nella nota diffusa dall’amministrazione. Variazioni anche sensibili dei livelli di inquinamento da un anno all’altro possono spiegarsi con l'andamento dei parametri meteoclimatici locali, mentre suona davvero poco credibile che interventi sporadici e residuali di limitazione del traffico veicolare o l'introduzione di un numero irrisorio di automezzi del trasporto pubblico alimentati a metano possa aver apportato miglioramenti significativi della qualità dell'aria. Peraltro, ad incidere sui livelli di inquinanti atmosferici c’è una molteplicità di fattori, il cui ruolo non è ancora del tutto definito, che sono completamente al di fuori del controllo dell’amministrazione del capoluogo.
C'è poi molto altro che emerge dalla lettura di Ecosistema Urbano e che il Sindaco si guarda bene dal commentare:
-ad esempio il poco invidiabile primato nazionale di Frosinone in termini di numero di auto circolanti per 100 abitanti (ben 77 - a riprova di uno stato di vera e propria tossicodipendenza dei cittadini nei confronti del mezzo privato e della perdurante assenza di una vera politica per lo sviluppo della ecomobilità), o del livello ridicolo di potenza installata di impianti di energie rinnovabili su edifici pubblici (solo 2,75 kW per 1000 abitanti).
Ma soprattutto il primo cittadino tace accuratamente sul peggioramento dell'indice di consumo di suolo per numero di residenti, che passa in un anno da 5,50 a 6,00: dato, peraltro, verosimilmente destinato ad aggravarsi alla luce del numero di permessi a costruire rilasciati di recente dall'amministrazione nella parte bassa, del tutto privi di senso in una città che avrebbe un gran bisogno di riqualificare il patrimonio edilizio esistente nella direzione del risparmio energetico. E ciò in un contesto nazionale ed europeo nel quale sempre più spesso si procede alla rinaturalizzazione di spazi edificati o asfaltati.
Bene fa, invece, il sindaco a sottolineare, finalmente, il dato forse più scandaloso ribadito anche quest’anno dal rapporto,
ovvero il livello mostruoso, inaccettabile di dispersione idrica.
Ma l'auspicio di un miglioramento della situazione sulla base degli investimenti previsti dal gestore non può bastare: il comune capoluogo ha infatti il dovere di tallonare Acea per pretendere che venga reso pubblico un cronoprogramma con tempi certi di rifacimento delle condutture, fissando obiettivi vincolanti di riduzione della dispersione.
Quanto ai rifiuti,
la collaborazione attiva dei cittadini e l’ovvio incremento avvenuto nella percentuale di raccolta delle frazioni differenziate a seguito dell’introduzione della raccolta porta a porta rischia di essere vano se il Comune non fa la sua parte per chiudere il ciclo dei rifiuti ed evitare che si ripetano sciagure come l’incendio Mecoris.
Il nostro Circolo intende insomma mettere in guardia da facili trionfalismi ed auspica un più attivo coinvolgimento dei cittadini e delle associazioni sul versante della vivibilità di Frosinone, su cui sarebbe necessario un impegno attivo di tutti e l’adozione di politiche decisamente più ambiziose di quelle perseguite fino ad ora.

Il Presidente del Circolo
Stefano Ceccarelli

mercoledì 30 ottobre 2019

Art Blakey, cent'anni di "Drummitudine"

Luciano Granieri





Ottobre è il mese del vino, o almeno una volta lo era, oggi in nome del Dio mercato  il succo d’uva fermentato si fa  tutto l’anno. Ma forse per la particolare vena di follia che porta il nettare di bacco, è fuori dubbio che  nel mese in cui l’inverno comincia a bussare alle porte   nascano dei geni creativi. 

Non è un caso che proprio in ottobre 100 anni fa nasceva uno dei più grandi musicisti  della storia del jazz. Era l’11 ottobre del 1919 quando a Pittsburgh Pennsylvania veniva alla luce  Art Blakey  uno dei più grandi batteristi,  e band leader della storia del jazz. 

Una vita tormenta, non conobbe mai il suo vero padre e perse la madre a soli 5 mesi, fu allevato da una cugina materna molto religiosa appartenete ad una famiglia avventista del settimo giorno. Operaio adolescente nelle acciaierie Carnagie di Pittspburgh, vittima, come tutti i suoi compagni neri dei più violenti episodi di razzismo. Nel 1942 un poliziotto gli sfonda a manganellate un’arcata sopraccigliare, sostituita dai medici con una piastra metallica. Unica colpa quella di aver reagito all’arresto perché sorpreso in macchina a chiacchierare con un bianco  musicista   suo compagno  nell’orchestra di Fletcher Henderson, formazione in cui allora militava. E si sa un nero se si mette  a parlare nella macchina di un bianco commette  un reato.  

Svezzato come operaio in fabbrica, maturato sotto le manganellate della polizia, non c’è che dire un eccellente back ground sociale , preciso per suonare jazz che è forse l’unica espressione culturale mondiale  nata dagli sfruttati. Blakey cresce a pianoforte e bibbia per poi dedicarsi interamente a  pelli e piatti.  

Se il jazz è patrimonio culturale dell’Unesco, Art Blakey è patrimonio incommensurabile del jazz. In mezzo secolo di carriera con i suoi Jazz Massengers, ha  percorso in lungo ed il largo la vie della musica afroamericana, cresciuto nel mito di batteristi come  Sidney Catlett e soprattutto di Chuck Web, swinga  mirabilmente nell’orchestra di Fletcher Henderson, uno che aveva tenuto a battesimo nei locali di New York, un’imberbe  Louis Armostrong. 

All’inizio degli anni ‘40 è in gestazione il fragore del Be Bop. I ragazzi usciti dall’orchestra del cantante Bill Eckstine, Charlie Parker, Dizzy Gillespie, oltre che Sarha Vaughan, Dexter Gordon, Kenny Dorham, stanno mettendo a punto i loro voli pindarici dentro il Minton’s . Non è un caso che il batterista dell’orchestra di Eckstine sia proprio Art Blakey.

 Con Partker, Gillespie, Miles Davis, anima in "combo" le serate del Birdland.  Ma  è nel 1947 che con otto  transfughi dell’orchestra di Eckstine, entra in sala d’incisione per incidere il primo disco a nome "Art Blake’s Messangers", non un gran che invero, ma da allora la leggenda di Blakey e dei suoi Messangeri del Jazz entra nella storia, soprattutto quando nel 1952 incontra Horace Silver, un pianista il cui stile si sposa bene con le idee del batterista di Pittsburgh. 

E’ un periodo,quello dei ’50, in cui il Be Bop sta perdendo il suo smalto. Uno stile frenetico in cui nel breve arco di 3 -4 minuti un musicista deve esprimere tutta la sua vena creativa non è precisamente il massimo per l’industria discografica . 

Il nuovo stile “Hard Bop” di  cui Blakey è uno degli inventori , dilata temporalmente le esecuzioni, i pezzi diventano più lunghi, il blues torna, calmierando, per certi versi,  i bollenti spiriti delle infuocate improvvisazioni Be Bop. Ne scaturisce    una musica che, pur non prescindendo dalle corse sfrenate, rilascia  suggestioni emotive dall’elevata intesità. 

Ancora roba per grandi musicisti e dai Messengers di Blakey  ne sono passati tanti nel corso di decenni.   Dai trombettisti Kenny Dorham, Lee Morgan, Freddie Hubbard, fino agli ultimi Wynton Marsalis, Wallece Rooney, ad una pletora di sassofonisti, Jackie Mc Lean, Johnny Griffin, Wayne Shorter,  Branford Marsalis, e ancora pianisti del calibro di Bobby Timmons, Cedar Walton, Keith Jarret, l’elenco è sterminato, non vado oltre, fatto sta che   grazie alla perizia   nello scovare talenti  il contributo di Blakey è andato oltre l’apporto prettamente musicale   del grande batterista,  contribuendo ad arricchire  la  scena jazzistica  di  grandi musicisti. 

La massima dedizione ha sempre contraddistinto la sua vita artistica, non si risparmiava mai, era capace di suonare per ore con le sue bombe alla Philly Jo Jones che scaturivano da un drumming coinvolgente, affascinante, che spingeva anche chi non era addentro alla cose ritmiche a battere il piede.  

Ne rimasi impressionato quando verso la metà degli anni 80’ (era l’83 o l’84)  andai a vederlo in un concerto al Music Inn di Roma. Dovevano esibirsi con lui i fratelli Marsalis:  Wyton , tromba e Branford Sax, musicisti di cui allora si dicevano mirabilie. In realtà  apprezzammo altri giovani talentuosi musicisti che nel frattempo li avevano sostituiti . Erano Terence Blanchard alla tromba,  Billie Pierce al tenore, con loro  Donald Harrison al sax alto,  Johnny O’Neal al piano e Charles Fambrough al basso. Il set fu straordinario.  Dopo quasi tre ore di musica  i giovani jazzisti  che lo accompagnavano erano esausti, lui ,Blakey dall’alto del suo armamentario di pelli e cimbali continuava a deliziarci con una potenza ritmica inusitata. 

E’ proprio vero, ottobre è il mese degli effluvi  creativi  un po’ folli, e uno come Blakey non poteva che nascere in una giornata di ottobre di cento anni fa.

lunedì 28 ottobre 2019

Valle del Sacco e Frosinone le facce del degrado fra analisi e provocazioni.

Luciano Granieri


Domenica scorsa 27 ottobre 2019 si è svolto presso Piazza Garibaldi l’incontro dibattito  "Giornata per la Vita Terre Avvelenate”. Un evento, organizzato dall’associazione “Spazio Arte Rigenesi” di Fabiana Fattori e Riccardo Spaziani, in si è ragionato  sul degrado della Valle del Sacco e della città di Frosinone in particolare. Oltre ai relatori, appartenenti ad associazioni che si occupano delle problematiche socio-ambientali del territorio,  hanno fornito il loro decisivo, dissacrante e ironico contributo gli attori del teatro di strada Guglielmo Bartoli, Milena Frantellizzi, e il giovane maestro di giocoleria Elia Bartoli. A tutti loro va un grande ringraziamento, perché il grave problema dell’inquinamento nel nostro territorio va affrontato in modo sistematico. Svegliarsi  solo quando va a fuoco un’azienda di stoccaggio e smaltimento rifiuti, o quando compare la schiuma nel fiume Sacco o in concomitanza di mefitici  miasmi provenienti dalle discariche, per poi dimenticarsi del problema è riduttivo e nocivo . Di seguito il  contenuto  del mio intervento al dibattito al quale ho avuto l’onore di partecipare grazie all’invito di Riccardo  e Fabiana che ringrazio ancora.

L'attrice Milena Frantellizzi (alias Marianicola) insieme al moderatore Francesco Notarcola


Trasparenza e Competenza

La  piaga della Valle del Sacco, il  degrado globale della nostra provincia, in termini d’inquinamento, tutela della salute, qualità della vita   puntualmente, condannano  il nostro territorio   ad occupare i primi posti fra i luoghi in cui si vive peggio. Periodicamente il tema assurge all’onore delle cronache a seguito di qualche evento particolare, poi si ritorna nel limbo. C’è l’incendio della Mecoris? Per un po’ di tempo si parla delle emissioni nocive nell’aria della nostra città, poi tutto passa in cavalleria. Compare la schiuma nel fiume Sacco? S’intensificano le ricerche dell’untore della acque per non vedere che l’inquinamento dell’asta fluviale è cronico, sedimentato nel tempo, e  non basta perseguire, per quanto sia giusto, il lavagista che ha sversato sapone nell’acqua per risolvere il problema. Arrivano  i rifiuti da Roma,  odori mefitici di diffondono nell’aria? Per qualche settimana le pagine dei giornali e i  social media si riempiono del più che giustificato rifiuto del territorio  a diventare la discarica d’Italia, ma la possibilità di una diversa gestione della raccolta e dello smaltimento dell’immondizia  viene considerata in modo sommario.  

Un argomento che   viene poco affrontato, ma secondo me è di fondamentale importanza riguarda  l’urbanizzazione selvaggia.  Osserviamo attentamente  la nostra città. Frosinone è invasa da colate di cemento in continua espansione.  Nell’ultimo rapporto  Ispra, si rileva che nel 2018 a fronte di un consumo di suolo provinciale del 7%  e regionale dell, 8,1%   Frosinone spicca per un clamoroso e devastante 29%. Per consumo di suolo s’intende la concentrazione di insediamenti abitativi, di attività industriali,  produttive in aree definite. L’abnorme cessione di spazi verdi al cemento comporta l’aumento della velocità di scorrimento delle acque verso i fiumi,  l’annullamento dell’effetto filtro del terreno sugli inquinanti, la drastica diminuzione dell’effetto di assorbimento del particolato da parte degli alberi . Per contro   si genera un  incremento dei reflui nocivi, l’immissione in atmosfera di aria inquinata generata dagli scarichi delle autovetture, degli impianti di riscaldamento , dalle industrie , il tutto amplificato  se in queste aree gli  impianti di depurazione idrica e controllo delle emissioni sono insufficienti  e non si applicano le direttive di sicurezza sulle emissioni degli insediamenti industriali ad alto impatto ambientale. Il risultato di questo scempio si deve alla completa cessione della pianificazione urbanistica pubblica  agli interessi dei fondi di speculazione immobiliare  e all’urbanistica contrattata. 

Vi invito a fare un giro per la città.  Andate  a De Matthaeis  in Via Tiburtina.  Di  fronte all’ufficio postale è in costruzione una lottizzazione  di due stabili con offerta di appartamenti e locali adibiti a utilizzo commerciale. Se vi  girate dall’altro lato della strada  ci sono negozi che stanno chiudendo palazzi in cui su   quasi ogni balcone si legge la scritta “Vendesi o Affittasi” . Viene dunque da chiedersi che vantaggio c’è ad asfaltare   spazi verdi  per costruire alloggi e negozi quando la città si sta spopolando e  le attività commerciali stanno chiudendo?  Nessuno per i cittadini, ma ciò arreca molti vantaggi  per i detentori di patrimoni  nei fondi immobiliari i quali speculano sul fluttuare del valore degli immobili, sulle modificazioni delle destinazioni d’uso.  Per non parlare dell’edilizia contrattata per cui un Comune, impossibilitato a causa del  patto di stabilità interna, ad investire in opere utili alla cittadinanza. Per provvedere alla sistemazione di una piazza deve interessare l’edilizia privata  che, in cambio del lavoro, potrà disporre di  ampie parti di città dove costruire  palazzoni e mega strutture. 

La morale, come diceva una pubblicità di un tempo, è sempre quella. Quando l’interesse della speculazione privata prevale sul bene pubblico, i cittadini vanno inevitabilmente  incontro crollo della qualità della vita. Per tornare alle città, come Frosinone, ma anche gli altri insediamenti urbani della Valle del Sacco,  bisogna ricordare come rimanga critica la depurazione delle acque reflue. 58 Sono i depuratori mal funzionanti o per nulla funzionanti, guarda caso gestiti tutti da Acea che preferisce elargire dividendi milionari ai propri azionisti, anziché sistemare i depuratori urbani  ed impedire che gli scarichi fognari vadano direttamente nei fiumi. 

Quali le soluzioni? Restituire la città ai loro veri padroni, i cittadini. Eliminare il patto di stabilità interna, odiosa conseguenza del fiscal compact, velenoso lascito dei trattati imposti dalla Ue, in modo che ogni  Municipio possa disporre di  finanze  proprie o, al limite, ricorrere a finanziamenti  da banche pubbliche d’investimento – altra istituzione che manca e Dio sa quanto sarebbe benedetta -per gestire direttamente i servizi alla città in primis quelli destinati alla tutela ambientale.  La quota    dei Comuni sul debito pubblico, che è ormai arrivato a 2400 miliardi, è pari all 1,8% e allora perché questi devono subire tagli draconiani per  ammanchi che non hanno prodotto, se non in minima parte?  

Inoltre  i soldi gestiti dalle amministrazioni comunali , in collaborazione  con associazioni di cittadini, aggiungo io,  sarebbero anche spesi meglio.  Riporto un esempio del  clamoroso spreco di denaro pubblico  stanziato a favore dell’incremento di energia verde.  Per la diffusione delle energie rinnovabili   lo Stato Italiano stanziò  degli incentivi a favore di  chi avesse voluto installare un sistema fotovoltaico. Il “conto energia” così si chiamava l’agevolazione partita nel 2006 e interrotta  nel 2013.  Prevedeva una quota di contributo   per ogni kw di energia prodotta con sistemi fotovoltaici, per la  durata  del  ciclo di vita di un impianto, che mediamente è di  25 anni. Di fatto gli  ultimi utenti che hanno usufruito di questi incentivi , installando impianti nel 2013, acquisiranno il bonus fino al 2038.  Il problema vero è che essendo l’agevolazione legata  all’energia prodotta, più grande era l’impianto, più alta era la somma ricevuta,  hanno usufruito quindi di questi sgravi,  solo banche e grandi aziende, le prime perché hanno finanziato importanti  strutture in cambio della cessione dell’incentivo, le  seconde perché hanno costruito vere e proprie centrali, talmente imponenti , da consentire di vendere l’energia prodotta ricavandone profitto, ed avere un rendimento finanziario sicuro per 25 anni. Il tutto dal 2006 ad oggi, ed anche in futuro, ha   e avrà un costo per  le finanze pubbliche di 6,7 miliardi l’anno. 

Se da allora e fino alla scadenza degli incentivi  quei 6,7 miliardi l’anno fossero stati dati ai Comuni  , si sarebbero potuti  pianificare programmi di riqualificazione energetica urbana   pubblica  attraverso il finanziamento totale o parziale (da definire in base al reddito)  di impianti fotovoltaici a favore degli alloggi residenziali ,  o edifici di proprietà comunale, le scuole ad esempio. Oppure si sarebbero potuti finanziare piani di riconversione elettrica della mobilità urbana. 

Ecco perché, tornando alla Valle del Sacco, mi preoccupa  il destino di quei 53 milioni destinati alla bonifica, visto che la loro gestione, affidata alla Regione  Lazio, vedrà incarichi importanti di coordinamento attribuiti  ad   enti esterni ed  aziende private, come la Pricewaterhouse Cooper Advisor Spa, o la Ecoter Srl  per carenza di personale regionale  dedicato, queste le motivazioni dell’ente. 

Non vi è stato  alcun  coinvolgimento del Coordinamento dei Sindaci della Valle del Sacco ,  del resto questo organismo, creato ad hoc, si è disgregato visto che ad alcuni sindaci non interessa granchè della salute dei propri cittadini a cominciare da quello di Frosinone . Fortunatamente il commissario incaricato all’attuazione delle azioni di bonifica ha convocato le associazioni di cittadini  come Retuvasa, che da tempo si occupano  della Valle del Sacco, per coinvolgerle ed informarle sui piani di azione.  

Visti i precedenti   sembra una discreta apertura. Allora facciamo appello a loro e a tutti i cittadini , affinchè controllino scrupolosamente il destino   di questi  53 milioni di euro.  E’ fondamentale perché   troppe volte soldi investiti per  la collettività hanno finito per arricchire qualcuno, peggiorando, anziché migliorarle,  le condizioni di vita dei cittadini. E noi cittadini della Valle del Sacco saremmo anche stanchi di subire il  degrado della nostra salute e dalla qualità della vita in genere, dopo aver visto passare milioni e milioni di euro sprecati o spesi per ingrassare i soliti potentati politico-finanziari.


sabato 26 ottobre 2019

Con il popolo curdo contro l'aggressione della Turchia sostenuta da Trump

dichiarazione della Lit-Quarta Internazionale



Questo mese, per ordine del presidente Recep Tayyip Erdogan, l'esercito turco ha avviato un attacco e un'invasione nei cantoni curdi situati nel nord-est del territorio siriano (Rojava). L'azione è stata appoggiata dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che aveva precedentemente determinato il ritiro di 2.000 soldati statunitensi da quella regione e, di conseguenza, la rottura dell'alleanza che il suo Paese aveva con i curdi.
Questo segna un cambiamento nella politica dell'imperialismo yankee in Siria: dopo aver approfittato del generoso sforzo dei curdi nella lotta contro l'Isis (Stato islamico), simboleggiato dall'eroica difesa della città di Kobane, ora li abbandona per ristabilire buoni rapporti con un alleato storico (Turchia ed Erdogan). Questa inversione di rotta era già stata preparata da diversi mesi.
Non è il primo attacco da parte di Erdogan contro i curdi del Rojava. Alla fine del 2016 aveva eseguito l'operazione «Scudo dell’Eufrate» per «interrompere» il corridoio che i curdi stavano cercando di formare tra i cantoni di Afrin e Jazira. L'obiettivo fu raggiunto e le forze turche mantennero il controllo della città siriana di Yarabulus e di altre città minori. All'inizio del 2018, lanciò la «Campagna Ramo di Ulivo» che consolidò la sua presenza militare nella regione di Afrin.
Come nei casi precedenti, la nostra posizione di fronte a questa nuova aggressione è assolutamente chiara: sosteniamo e difendiamo il campo militare curdo contro l'attacco turco avallato da Trump. Ripudiamo l'attacco di Erdogan contro il popolo curdo e invitiamo a manifestare la solidarietà militante con il popolo del Rojava. Combattiamo e continueremo a farlo per il diritto all'autodeterminazione del popolo curdo nel suo insieme, per la costruzione di uno Stato confederato unificato del popolo curdo, attualmente disperso tra Siria, Turchia, Iran e Iraq.
Oltre a rilasciare questa dichiarazione, riteniamo necessario riprendere e approfondire le analisi e le considerazioni che abbiamo fatto in vari articoli negli ultimi anni, a causa dei complessi fattori internazionali e regionali che si combinano tra loro (e le modifiche al loro interno).
I curdi
Il popolo curdo è la più grande nazionalità mediorientale senza un suo Stato, poiché il trattato di Losanna (firmato nel 1923 per dividere i domini dell'Impero turco-ottomano, sconfitto nella prima guerra mondiale) negò loro quel diritto. I curdi risultarono divisi in quattro Paesi (Turchia, Iran, Iraq e Siria), in ciascuno dei quali costituiscono una nazionalità oppressa e gravemente repressa quando combatte per cercare di invertire questa situazione.
Nel territorio siriano sono ampiamente maggioritari nei cantoni di Afrin, Jazira e Kobane, nella fascia nord-orientale del Paese (al confine con la Turchia a nord e l'Iraq a est). Questi cantoni occupano un’area di circa 15.000 km2 e sono abitati da poco più di 2.000.000 di curdi (e coloni di altre origini). I curdi, per la maggior parte, provengono da migrazioni dalla Turchia. Come esempio dell'oppressione subita in questo Paese, ricordiamo che fino a pochi anni fa non avevano neanche il diritto di essere cittadini turchi.
Da marxisti rivoluzionari, se una nazionalità oppressa dichiara di volere la sua indipendenza, sosteniamo e difendiamo incondizionatamente questa decisione. Il caso curdo è speciale: è ovvio che si tratta di una nazione oppressa, ma non si trova in un singolo Paese, essendo divisa e oppressa in quattro Paesi. Per questa ragione, l'unico modo di esercitare la sua autodeterminazione è rompere quella divisione e riunificarsi. Pertanto, come punto di partenza, riconosciamo e difendiamo il diritto dei curdi di separare i loro territori storici dagli Stati che oggi li integrano e costituire il loro Stato indipendente (e sosteniamo pienamente la loro lotta in questo senso). Crediamo che, in questo caso, inoltre, non si tratterebbe di un'atomizzazione ma, al contrario, di una riunificazione progressiva.
Le autonomie curde
Negli ultimi anni, il popolo curdo ha ottenuto il controllo di due regioni autonome: una in Iraq (Basur) e un'altra in Siria (Rojava). In realtà, si tratta di due Stati o embrioni di Stati veri e propri. I processi che hanno portato a queste autonomie, guidati da Massoud Barzani e dal Pdk (Partito Democratico del Kurdistan) a Basur, e dal Pyd (Partito dell'Unione Democratica) nel Rojava, sono molto diversi. Entrambi i partiti (Pdk e Pyd) si contendono fortemente la direzione del popolo curdo nei loro territori e nei Paesi in cui vivono. Il Pyd è l'espressione del Pkk (Kurdistan Workers Party, fondato in Turchia) in Rojava.
Il Basur non ha rappresentato, fino ad ora, alcun problema per l'imperialismo e la Turchia. Il governo Barzani e il Pdk fanno affidamento su grandi risorse, sull’agricoltura e su un importante sviluppo capitalista. Sin dall'attacco dell’imperialismo contro il regime di Saddam Hussein, il Pdk si è strettamente legato all'imperialismo. È inoltre diventato il partner economico e politico di Erdogan, poiché fornisce quasi tutto il petrolio di cui la Turchia ha bisogno, mentre la borghesia turca investe a Basur. Come riflesso, Erdogan ha ricevuto Barzani ad Ankara con il massimo degli onori che vengono attribuiti a un capo di Stato. Inoltre, l'influenza di Barzani svolge un ruolo «pacificatore» nella borghesia e nei ceti medi curdi della Turchia, incoraggiandoli a integrarsi nelle «istituzioni» attraverso il partito Hdp.
Al contrario, l'autonomia del Rojava ha costituito un fattore profondamente destabilizzante per la Turchia, poiché oggettivamente la sua esistenza è un fattore che incoraggia la lotta dei curdi in Turchia. Inoltre, la borghesia turca è particolarmente preoccupata dal ruolo di direzione politica e dall'influenza del Pkk su entrambi i lati del confine (un «confine curdo armato» molto pericoloso). Pertanto, inizialmente, la politica di Erdogan è stata quella di incoraggiare e sostenere l'Isis nei suoi attacchi contro i curdi. Ma la politica americana (che analizzeremo più approfonditamente in seguito) aveva la necessità di affrontare l'Isis e di armare i curdi del Rojava come principale forza di supporto in tale compito.
La base economica del Rojava è molto diversa da quella di Basur: non vi era praticamente, all’atto della sua formazione, nessuna borghesia curda nella regione perché quasi tutta la regione era di proprietà dello Stato siriano. Nel quadro della rivoluzione iniziata nel 2011 contro il regime di Al Assad (e la successiva guerra civile), i curdi del Rojava dichiararono la loro autonomia e stipularono un accordo di «non aggressione» con il regime siriano. Nell'acquisire una regione di scarso sviluppo economico capitalista e con i suoi pilastri centrali nelle mani dello Stato, il Pyd ha dovuto adottare speciali forme istituzionali e un funzionamento economico centralizzato. Ciò ha portato vari settori della sinistra ad affermare che sarebbe nato un nuovo Stato socialista nel Rojava (o in transizione verso il socialismo). Pensiamo che questa sia un'opinione affrettata e soggettiva, data l'estrema debolezza economica del territorio, l'assenza della classe operaia e il disimpegno del Pyd da un qualsivoglia progetto socialista per un Kurdistan unito e per la regione.
Ma al di là di queste analisi, riteniamo che le autonomie raggiunte a Basur e Rojava siano un progresso nella direzione di uno Stato curdo unificato e, pertanto, debbano essere difese. Non devono essere considerate l'«obiettivo finale» ma devono essere messe al servizio della lotta per raggiungere quello Stato unificato e una confederazione socialista nella regione.
In tal senso, non abbiamo alcuna fiducia nelle attuali direzioni curde, sia per il loro carattere di classe (borghese o piccolo-borghese) sia per la loro politica di abbandono della lotta per lo Stato curdo unificato. Stiamo nel loro campo militare, ma combattiamo le loro politiche in relazione all'imperialismo Usa, ad Assad o ad Erdogan.
La svolta di Trump
L'amministrazione Trump completa la svolta che aveva già iniziato a prendere nel 2018, sostenendo la Turchia ed Erdogan e lasciando i curdi del Rojava al loro destino. Inoltre, secondo la stessa Casa Bianca, i curdi saranno obbligati a consegnare i prigionieri dell'Isis alle forze turche. Nel frattempo, centinaia di prigionieri dell'Isis hanno approfittato dell'attacco per fuggire.
La ragione principale di questa svolta degli Usa è, ovviamente, quella di riguadagnare buoni rapporti con un alleato storico (la Turchia) che, per vari motivi (incluso il sostegno ai curdi), si era deteriorato. Ma implica anche che il governo americano ignora il conflitto siriano e lascia che altri Paesi, in particolare la Russia, dirigano la situazione.
Questa svolta ha suscitato un intenso dibattito all'interno della borghesia imperialista. Negli Stati Uniti Trump non è stato criticato solo dai democratici, ma ha anche causato una crisi all'interno dello stesso Partito repubblicano.
Anche altri Paesi imperialisti lo criticano. Jonathan Marcus, corrispondente della Bbc per le questioni relative alla Sicurezza e alla Difesa, afferma che: «Il potenziale caos potrebbe facilitare una rinascita dello Stato islamico». Questa decisione «segna un tradimento di Washington nei confronti dei suoi alleati curdi, un tradimento che molti altri Paesi della regione percepiranno come un campanello d’allarme. Sia i sauditi che gli israeliani si stanno rendendo conto che la retorica di Trump non coincide quasi mai con le sue azioni».
Il dibattito che questa decisione di Trump ha scatenato, nell’ambito dell’imperialismo, è stato così acceso che il presidente degli Stati Uniti è stato costretto ad annunciare sanzioni economiche alla Turchia e a twittare minacce.
Al Assad si è avvantaggiato
Negli anni immediatamente successivi al 2011, il presidente siriano Assad è stato messo alle strette, ha perso il controllo di una parte importante del territorio siriano e stava per cadere di fronte all'offensiva militare dei ribelli. È sopravvissuto grazie agli «aiuti stranieri»: le milizie libanesi di Hezbollah e il sostegno in armi dell'Iran e, soprattutto, della Russia. Nel 2015, le forze militari russe sono entrate direttamente in guerra e ciò ha consentito ad Assad una forte offensiva verso Oriente, sfrattando le forze ribelli da molti dei territori e atomizzandole.
Gli attacchi turchi sono una violazione della sovranità siriana. Ma, nel 2018, il regime siriano non ha fatto nulla e non ha nemmeno chiesto a Putin di impedirli. Sebbene sembri contraddittorio, Bashar al Assad beneficia di questo attacco turco. La tregua di fatto che aveva istituito gli è servita a concentrarsi nella lotta contro le forze ribelli, mentre i curdi rallentavano l'avanzata dell'Isis in Siria.
Ma soprattutto, supportato dagli Stati Uniti, l'Ypg/Sds si è fortemente rafforzato militarmente e territorialmente, estendendo il suo controllo alle aree non curde, costituendo una minaccia strategica per il regime di Assad e per le sue aspirazioni a riprendere il controllo dell'intero territorio siriano. L'attacco turco indebolisce le forze curde, le costringe a ritirarsi e rompe l'alleanza tra gli Stati Uniti e Ypg/Sds.
Se ciò non avesse costituito un vantaggio per sé e per il regime siriano, Assad avrebbe cercato di prendere accordi con la leadership curda del Rojava per difendere il confine e limitare l'avanzata turca, patteggiando l'ingresso delle truppe governative. Si sostiene anche che le Ypg/Sds verranno integrate nell'esercito siriano. Ci sono già città, come Hasaka o Qamishli, sulla rotta delle raffinerie di petrolio del Paese, dove queste milizie agiscono assieme. Le forze russe presenti nel Paese accompagnano questo movimento, si sono stabilite nelle basi americane abbandonate e agiscono come una sorta di linea di divisione difensiva tra le forze di Ankara e quelle di Bagdad.
Il ruolo di Putin
A partire dall'ascesa di Trump alla presidenza degli Stati Uniti, era stato stabilito un accordo di fatto tra gli Usa e il governo Putin, che determinava «aree di responsabilità» in Siria: a ovest del fiume Eufrate la Russia e ad est gli Stati Uniti, per evitare scontri diretti tra le loro forze o tra i loro alleati. Ciò si è già manifestato durante l'attacco di Afrin nel 2018, quando le forze russe non hanno fatto nulla per impedirlo e hanno liberato lo spazio aereo per consentire l'azione dell'esercito turco.
L'obiettivo di Putin in Siria è la difesa del regime dittatoriale di Assad e della sua strategia di riguadagnare il controllo dell'intero territorio siriano, al fine di incrementare i benefici degli oligarchi russi nell'attività di ricostruzione del Paese e, soprattutto, nel rafforzare la Russia come potenza regionale. Il ritiro americano può solo favorire i suoi piani.
Il prezzo elevato di una politica di alleanze equivoche del Pyd
La situazione in Siria è quella di un «poligono di forze» complesso e mutevole. Queste forze intervengono e definiscono la loro politica in una combinazione di interessi strategici e bisogni congiunturali e specifici. La «scacchiera siriana» cambia non solo costantemente nei domini territoriali che ciascun settore mantiene, ma anche nelle alleanze e negli accordi che si stanno configurando. In quel gioco, non dobbiamo mai dimenticare che, come negli scacchi, ci sono re, alfieri e pedine.
Pertanto, nel contesto della sua complessità, se guardiamo la questione con obiettività, una cosa è chiara: dietro l'attacco turco è stato realizzato un accordo controrivoluzionario contro i curdi, tra Erdogan, Putin, Trump, Assad e gli ayatollah iraniani. È lo stesso accordo che ha contribuito a infliggere pesanti sconfitte a una parte importante dei ribelli siriani e a rafforzare Assad.
È una conclusione che i curdi devono trarre chiaramente: i «pezzi grossi» (Usa e Russia) sviluppano un loro gioco, in difesa dei loro interessi, in cui le «pedine» possono sempre essere sacrificate. La cecità strategica da un punto di vista politico e di alleanze della leadership del Pyd/Pkk (tregua con il regime di Al-Assad, rifiuto di un'alleanza con i ribelli siriani, impegno centrale a sostegno dell'imperialismo Usa) ora costringe i curdi a pagare un prezzo altissimo.
Non serve a nulla lamentarsi che Trump ora li avrebbe «pugnalati alle spalle». Era qualcosa che avrebbe potuto verificarsi molti anni fa. Manuel Martorell, autore del libro Kurdi, pubblicato nel 2016, aveva anticipato, prima dell'attacco turco dell'anno scorso: «Ciò che è accaduto ad Afrin si ripeterà nel nord della Siria… questo causerà un terribile disastro umanitario. Forse milioni di persone dovranno fuggire al confine con l'Iraq... Gli Stati Uniti hanno fatto come al solito, hanno risposto ai loro interessi strategici».
Di sicuro, il popolo e le milizie curde del Rojava combatteranno con l'eroismo che hanno avuto negli anni precedenti contro l'Isis. Ma la loro situazione è molto difficile: attaccati dall'esercito turco, di gran lunga superiore nelle truppe e nelle armi, indeboliti nelle loro provviste e costretti a stabilire un accordo con il regime di Assad e le forze russe.
La fine dell'oppressione subita dai curdi e la conquista del proprio Stato non saranno mai raggiunti con l'aiuto di Trump o Putin. Sebbene possano trarre vantaggio dalle loro contraddizioni, saranno sempre strategicamente i loro nemici e preferiranno sempre sostenere i loro «alfieri» (come Assad, Erdogan o gli ayatollah iraniani) invece che i loro pedoni. È stata la politica dell'alleanza seguita dal Pyd/Pkk che ha portato a questa situazione.
La lotta dei curdi potrà trionfare solo e prima di tutto attraverso l'unità del popolo curdo stesso, indipendentemente dal Paese in cui vengono oppressi. È necessario richiedere ai peshmerga del Basur di difendere i loro fratelli nel Rojava. È necessario chiedere che le milizie del Pkk in Turchia (per quanto possibile) vadano oltre le semplici dichiarazioni e le supportino da oltre confine.
La politica seguita dal Pyd-Ypg-Fds (fare una tregua con Assad e attaccare battaglioni di ribelli e popolazioni siriane da loro controllati) è stato un errore e un crimine politico. È necessaria una svolta a 180º in questa politica e si deve cercare un'alleanza con i settori più progressisti delle forze di opposizione ad Assad che stanno ancora combattendo. Infine, occorre invocare la solidarietà internazionale dei lavoratori e delle masse del mondo.
Sostegno incondizionato alla lotta dei curdi contro l'invasione turca
Riaffermiamo la nostra posizione di sostegno e difesa del campo militare curdo contro l'attacco turco approvato da Trump e ci uniamo alla campagna internazionale unitaria a favore di questa posizione.
Combattiamo per il diritto all'autodeterminazione del popolo curdo e per la costruzione di uno Stato federale unificato di quel popolo, attualmente disperso tra Siria, Turchia, Iran e Iraq.
Crediamo che il compito di costruire uno Stato curdo unificato potrà essere raggiunto solo in una lotta insieme a tutti i lavoratori e ai popoli del Medio Oriente, nella prospettiva di formare una grande federazione di repubbliche socialiste di nazioni arabe e musulmane.
Infine, di fronte alla direzione curda (sia il Pkk/Pyd che il Pdk) è più che mai necessario costruire una direzione rivoluzionaria curda che sia disposta a portare quella lotta alla sua vittoria.
Manifestazioni  a Sora e Frosinone