Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

lunedì 22 aprile 2019

PER UN 25 APRILE ANTIFASCISTA E ANTIRAZZISTA, PER RIAFFERMARE I VALORI DELLA RESISTENZA, PER UNA SOCIETA’ GIUSTA, LIBERA, ACCOGLIENTE, CONTRO OGNI GUERRA



Mai come quest’anno la ricorrenza del 25 aprile e della liberazione dal nazifascismo, è caduta in un periodo cupo, che vede crescere il razzismo contro persone di colore, arabi, musulmani, rom e camminanti, aumentare gli attacchi antisemiti in Europa, coinvolgendo in alcuni casi gli stessi governi come in Italia e altrove. Il razzismo e la disumanità si vanno di nuovo stendendo in Europa e nel mondo, e sono a rischio la libertà, la pace e la giustizia sociale.

 Il Mediterraneo che per secoli ha unito i popoli dell’Europa del Sud con quelli dell’Africa e dell’Oriente è diventato un cimitero senza che questo turbi minimamente i nostri governi. Anzi, intorno ad esso aumentano guerre disastrose attraverso cui si confrontano le potenze imperialiste, in testa gli Stati Uniti, cui l’Europa e l’Italia partecipano direttamente o indirettamente fornendo armi. 

L’Europa dominata dalle politiche dei mercati e della finanza, dalla paura, dalla sfiducia, dall’odio, resa ostile alle sue stesse popolazioni, costruisce muri e rischia la disgregazione e il suicidio politico. 

Quest’Europa, ha anche una grande responsabilità nel protrarsi dell’occupazione in Palestina da parte del governo israeliano, che, forte dell’impunità concessagli, calpesta il diritto internazionale e i diritti fondamentali del popolo palestinese, chiudendolo in un regime di Apartheid. A questo regime i palestinesi resistono nonostante le uccisioni quotidiane, gli omicidi mirati, gli arresti, la tortura, il furto della terra, la distruzione delle case, l’annessione strisciante. 

Questa stessa Europa, lascia sola la popolazione Kurda, che cerca di opporsi al capitalismo e alla repressione turca, attraverso la costruzione del Confederalismo Democratico, in controtendenza alle spinte sovraniste in Europa, per la costruzione di una società dal basso che metta al centro le comunità e le donne. 

Tutto questo porteremo con noi al corteo del 25 aprile indetto dall’ANPI, appoggiando le forze e i movimenti che lottano per la libertà dei popoli e perché tutte e tutti, senza distinzione alcuna, abbiano gli stessi fondamentali diritti, in Italia sempre più disattesi e sotto attacco. 

CONCENTRAMENTO ORE 9.30, LARGO B. BOMPIANI, NELLO SPEZZONE DELLE FORZE SOLIDALI CON LA PALESTINA, PER SFILARE INSIEME AL CORTEO DELL’ANPI FINO A PORTA S. PAOLO 

Rete Romana di Solidarietà con il Popolo Palestinese, reteromanapalestina@googlegroups.com

Dalle Lettere dei condannati a morti della resistenza europea

 “Oggi muoio….il mio spirito sarà sempre con voi. Al mattino con l’aurora, vi sorriderò, con l’imbrunire vi saluterò. Che l’amore, e non l’odio, domini il mondo.” “Dell'amore per l'umanità fate una religione e siate sempre solleciti verso il bisogno e le sofferenze dei vostri simili. Amate la libertà e ricordate che questo bene deve essere pagato con continui sacrifici e qualche volta con la vita. Una vita in schiavitù è meglio non viverla. Amate la madrepatria, ma ricordate che la patria vera è il mondo e, ovunque vi sono vostri simili, quelli sono i vostri fratelli.”

giovedì 18 aprile 2019

Our black sisters

Luciano Granieri


Rhiannon Giddens, Allison Russell, Leyla McCalla and Amythyst Kiah


Da tempo sono convinto  che un importante antidoto contro la barbarie razzista, antifemminista, fascista, classista che oggi ci sovrasta e opprime   è l’arte. Un espressione artistica, sia essa letteraria, teatrale, cinematografica, pittorica o musicale, genera una grande  varietà di sentimenti ed emozioni spesso motori di rivendicazioni sociali, politiche e civili. La  musica ha spesso accompagnato, o addirittura suscitato, vere e proprie ribellioni dando forza a chi stava lottando. In tutti le ere musicali, dal melodramma alla musica contemporanea, non sono mancati compositori che hanno evocato e supportato   rivolte. Se poi guardiamo al jazz, risulta evidente come  la valenza ribelle  nella rivendicazione di diritti negati sia   la genesi di tutto il linguaggio espressivo, anche se spesso intaccato dalla  normalizzazione  dalle ragioni del mercato. 

Ancora oggi in tutto il mondo, e in particolare in America,  numerosi sono  i musicisti guerrieri che si battono  contro ineguaglianze, razzismi,  pulsioni antifemministe e omofobe , non solo nel  jazz. “La commistione fra razzismo e sessismo devasta la donna afroamericana. Usate, maltrattate,  ignorate e disprezzate le donne di colore sono  stata incredibilmente caparbie, coraggiose,  rivoluzionarie. Esse storicamente hanno avuto sempre  da perdere e per questo sono state le più fiere combattenti per la giustizia sociale”. Questo vera rivendicazione di lotta è scritta da Rhiannon Giddends nelle note di copertina dell’album “Songs of our native daughter”. Un lavoro straordinario  per la potenza che emana , per il gruppo che lo esegue, e per lo stile contraddistinto da un sound  particolare. 

Ma cominciamo  dall’inizio. Rhiannon Ghiddens, quarantaduenne banjonista, violinista, fisarmonicista  e cantante del North Carolina, da sempre appassionata di musica celtica, un bel giorno decide di mettere su un gruppo i Carolina Choccolate Drops. Un ensemble molto particolare:  ragazze e ragazzi di colore armati di banjo, fisarmoniche,mandolini, chitarre e percussioni   che si mettono  in testa di suonare una musica carica di echi blues, suggestioni da  New Orleans  mischiate con un po’ di musica celtica e country folk. 

Nonostante i brani parlassero  di discriminazione razziale e fossero  molti duri con la società bianca  borghese americana,  il gruppo  vinse un buon numero di premi. Ma la lotta alla discriminazione razziale non è  abbastanza. Non è  solo una questione di colore della pelle,   la violenza gretta  colpisce   donne,  gender,  gay,  i poveri in generale  . Bisogna riunire tutto in un’unica grande lotta. 

La  Ghiddens rimase colpita ed  indignata da  una scena del film Birth of  a Nation  (2016) del regista Nate Parker. Nella sequenza in cui lo stupro della moglie dello schiavo Nat Turner scatena in lui la voglia di ribellarsi, tanto da capeggiare la prima rivolta di massa di schiavi afroamericani, la macchina da presa si concentra solo sullo stupratore, ignorando le sofferenze della donna: “Ero furiosa molte storie sono raccontate da un solo punto di vista, bisogna invertire la prospettiva” disse  Rhianna. Fu così che nacque il progetto “Our Native Daughter”.  

Dopo aver passato molto tempo a studiare  la storia degli schiavi afroamericani presso il Smithsonian National Museum  di cultura e storia afroamericana  a Washington, Rhiannon Giddens aveva acquisito  il materiale per incidere il disco. Ma ci volevano dei validi compagni di viaggio, anzi valide compagne di viaggio, ovviamente di colore, ed esperte banjoniste. 

Niente di meglio di ragazze come Leyla McCalla, già collaboratrice della Giddens nei Carolina Choccolate Drops, una ragazza di origine haitiana che attinge alla tradizione creola e cajun ma scrive spesso delle lotte politico-sociali. Anche la cantante poli strumentista canadese Allison Russell poteva a pieno titolo essere della partita, così come Amythyst Kia una potente cantante di country blues del Tenessee. 

Quattro musiciste, donne, nere,  dall’abilità e dallo stile particolare e virtuoso, lanciate banjo in resta contro tutte le discriminazioni, costituiscono una macchina da guerra micidiale. Il cd “ Song of Our Native Daughter”si compone  di   reinterpretazioni di storie di schiavi e menestrelli, storie personali di abusi sessuali, sofferenza e sopravvivenza.  Raccontano di una straordinaria perseveranza femminile rinnovata nel tempo e nei luoghi. 

Testimonianze di crudeltà e sofferenza si alternano a momenti luminosi di gioia e ironia  ribelle. La storia di  un’antenata  di Allison Russell venduta come schiava  dalle coste del Ghana in America ha ispirato il brano Quasheba Quasheba. La Russell canta di un donna violentata e picchiata a cui vengono tolti i bambini, una donna non degna di ricevere amore. Il pezzo  di apertura “Black Myself” è una riproposizione di Amythyst Kia di una vecchia composizione  di Side Hemphill  contro la discriminazione razziale.  La singolare  storia di Etta Baker, invece, rivive  nella traccia   I Knew I Could Fly. Etta Baker era una chitarrista blues  ma nessuno lo sapeva perché il marito gli aveva proibito  di suonare  fino a quando la donne non ebbe compiuto  i 60 anni. Senza ogni ombra di dubbio il pezzo più suggestivo è  Mama’s  Cryin’long, il drammatico racconto di una bimba che assiste al linciaggio della madre colpevole di aver accoltellato il suo stupratore. Particolare e potente l’esecuzione:  un canto     condotto dalla Giddens, supportato da interventi corali liberi e fluidi delle sue compagne, il tutto  cadenzato   dal  solo battito delle mani. Un beat primordiale  che evoca la volontà di resistere attraverso l’orrore. 

Ma la    devastante sofferenza di quelle donne    non supera mai la loro intima gioia la loro speranza di riscatto. “Oh tu metti le catene ai nostri piedi ma noi stiamo ballando….. Ci rubi la lingua ma noi stiamo ballando….. Brown Girls scendiamo  in campo alziamo  la voce e cantiamo” Queste le parole di una strofa di “Moon Meets Sun”. 

Alla ricerca delle storie si accompagna la ricerca delle sonorità. Lo stile si può definire bluegrass, cioè una sorta di country folk  intimo, privo di forzature. Ma tale definizione è limitativa perché negli arrangiamenti, scarni ma evocativi, entra  molto di più :  il blues, la musica celtica, il folk delle origini - contraddistinto dall’uso del banjo tenore -  e un po’ d’improvvisazione che non guasta mai. 

Tutto in questo album è rivoluzionario. Giddens, McCalla, Kia e Russell mostrano come la musica possa veramente rendersi portatrice di lotte  forti e risolute. Ma bisogna conoscere le proprie radici culturali, condividerle, contaminarle fino a gridare forte che la razza è una sola, quella umana.  Una razza in cui tutti hanno diritto  ad una sopravvivenza dignitosa, donne, uomini, gender, gay, poveri e meno poveri. 

Un’operazione oggi complicata subissati come siamo da tanta istantanea immondizia che trabocca dai social, dai media asserviti e anche, ahimè, da una  parte dell’opinione pubblica che comunque non è la maggioranza. La Giddens ha ragione quando dice che storicamente le donne di colore non avendo avuto mai niente da perdere sono state le più fiere combattenti per la giustizia sociale. E l’augurio è che tutti coloro che storicamente non  mai avuto, e non hanno, niente da perdere, anziché scannarsi l’un l’altro in una guerra fra poveri,  prendano coscienza della straordinaria possibilità che hanno di lottare per la giustizia sociale e collaborino in questo conflitto contro chi, invece,  ha molto da perdere ma non ha paura di perderlo. 





lunedì 15 aprile 2019

Asl Frosinone. Vicenda Mastrobuono storia di uno spreco annunciato.

Luciano Granieri Potere al Popolo Frosinone


La Dottoressa Isabella Mastrobuono


Come giudichereste l’amministratore delegato di una grande azienda che licenzia un direttore di filiale per non aver raggiunto gli obbiettivi assegnati in un dato periodo, poniamo l’anno 2015, e poi  dopo quattro anni  a seguito di sentenza del giudice del lavoro  è costretto a riconoscere al manager medesimo un premio produzione relativo proprio al periodo in cui lo aveva rimosso? In una grande azienda  l’amministratore delegato in questione, avendo provocato con tale decisione ingenti perdite economiche e d’immagine,  verrebbe rimosso seduta stante. 

Lo scenario sopra descritto non è frutto di fantasia ma è realmente accaduto in un sistema regolato  da un’organizzazione di tipo  aziendale ma che ,ahinoi, gestisce la salute pubblica. La grande azienda è la Regione Lazio, l’amministratore è il commissario della sanità, nonché presidente della Regione stessa, oggi segretario del Pd, Nicola Zingaretti. Il manager rimosso e  successivamente premiato è la D.ssa Isabella Mastrobuono. 

Quello che stiamo per narrare è l’ennesimo spreco sacrificato sull’altare del clientelarismo politico. La D.ssa Mastrobuono  assunse l’incarico di direttore generale della Asl di Frosinone nel gennaio  2014. Il medico era in possesso di un  curriculum inattaccabile: direttore sanitario aziendale della fondazione Policlinico di Tor Vergata….una fondazione privata? E che problema c’è meglio il privato del pubblico….. , assistente chirurgo e ricercatore presso l’ospedale pediatrico Bambin Gesù….struttura del Vaticano?  e che problema c’è il privato religioso è “mooolto” meglio del pubblico. 

Proprio in virtù di questo curriculum  la dottoressa costituiva  il profilo ideale per devastare  la sanità pubblica ciociara.  La mission (più che possible) ,affidatale dal commissario  Zinagaretti, fu quella di svendere  presidi e strutture sanitarie pubbliche  alle lobby   private.  Non vi è dubbio  che fu l’atto aziendale promosso dalla dottoressa romana a sancire la devastazione sanitaria   della provincia di Frosinone. 

Un atto, con dentro una  diminuzione dei posti letto tale da risultare inferiore al numero stabilito per legge,  approvato anche dalla conferenza provinciale  dei sindaci capeggiata dal primo cittadino del Capoluogo  Nicola Ottaviani  (ex FI oggi Lega), avvallata dal sindaco di Ferentino, nonché attuale presidente dalla Provincia Antonio Pompeo (Pd). Un’assise  trasversale (di destra e di  centro sinistra) che, alla luce dei fatti di seguito illustrati, avrebbe dovuto  dimettersi. 

La solerzia dalla Mastrobuono fu esemplare. Gli ospedali della provincia furono rasi al suolo. Rimasero attivi solo i presidi di Frosinone, con la promessa chiaramente  disattesa di diventare dea di II livello , Sora e Cassino. Il tutto in cambio di un incremento della medicina di prossimità miseramente  inattuato. Le case della salute, aperte dalla dottoressa, con tanto di partecipazione all’inaugurazione  in pompa magna del commissario Zingaretti, rimasero e sono a tutt’oggi scatole vuote. 

Perché mai, visto la puntuale messa in atto del programma commissionato da Zingaretti, la manager è stata rimossa? Possiamo ipotizzare   che  il ricorso alle forbici si sia  rivelato  eccessivo quanto improprio. D'accordo ridurre all'osso i presidi sanitari pubblici, però   perché tagliare strutture, inutili, esose per la cittadinanza,  ma funzionali a parcheggiare con lauti stipendi i membri della consorteria locale dem? Presumiamo che  l’attacco all’oligarchia locale piddina  possa essere stata la principale causa  del  ben servito alla solerte dottoressa. 

Figura  prima venerata dal Pd provinciale  e regionale - ricordiamo il consigliere regionale Buschini difenderla a spada tratta durante la sollevazione  delle associazioni  che contestavano  la svendita della salute pubblica ai privati  - poi defenestrata senza remore - ricordiamo sempre Buschini nell’estiva festa locale del Pd, rivendicarne con soddisfazione  la rimozione. 

Fatto sta che nel 2015 alla dottoressa Mastrobuono fu revocato l’incarico di direttore generale  dalla Asl di Frosinone. L’organismo indipendente della Regione Lazio valutò il suo operato insufficiente per il mancato abbattimento delle liste d’attesa ( oggi la situazione delle liste d’attesa rispetto ad allora  è pure  peggiorata) e il ritardo nell’adozione del bilancio.  Al suo posto fu designato il commissario Luigi Macchitella.  Azione caratterizzante del nuovo commissario è stata la pianificazione di strutture territoriali  del tutto simili e sovrapponibili fra di loro dall’efficacia insignificante , ma dalla forte valenza politico clientelare con uno spreco di denaro pubblico pari  2 milioni e 600mila euro. 

Ma spesso oligarchia propone e magistratura dispone. La dottoressa Mastrobuono ricorse contro il licenziamento considerato infondato ed illegittimo. Il Consiglio di Stato a chiusura dell’istanza ha riconosciuto le buone ragioni della ricorrente  e ha obbligato la Asl di Frosinone  ha corrispondere alla manager defenestrata stipendi arretrati, contributi, rivalutazioni ed interessi legali per un importo complessivo di 225 mila euro, più ovviamente il premio di produzione di quasi ventuno mila euro. Un importo insignificante in rapporto al risarcimento complessivo ma dalla valenza politica enorme. 

Il commissario Zingaretti ha talmente errato nel giudicare il lavoro della sua manager, da dover premiare un  programma precedentemente bocciato. Fatto sta che in tutta questa vicenda la Asl di Frosinone ha perso quasi 250mila euro solo per assecondare probabili  dinamiche di potere politico tutte interne al Pd ciociaro . Il giudizio politico dell’amministrazione Zingaretti, oggi alla guida partito democratico in merito a ciò  è evidentemente negativo, ma ci chiediamo se una tale dissennata operazione non possa prefigurare l’ipotesi di danno erariale ai danni dei cittadini della  Provincia di Frosinone.

venerdì 12 aprile 2019

Quando il popolo non c'è il sindaco di Frosinone Ottaviani fa festa

Luciano Granieri Poter al Popolo Frosinone





Come era ampiamente previsto  il bilancio previsionale per il 2019 del Comune di Frosinone è stato approvato con il suo portato di macelleria sociale. 

Il tentativo che Potere al Popolo, insieme a Possibile, Rifondazione, Rete degli Studenti medi sollecitati da Usb,  movimento Oltre l’Occidente, di sensibilizzare i cittadini sul fatto che li stanno espropriando di beni e servizi necessari alla propria sopravvivenza, è fallito. 

In effetti, prima di entrare nel misero merito di quanto approvato dal consiglio, dobbiamo  mestamente constatare  che se il  nostro obiettivo è ridare Potere al Popolo, il Popolo qui a Frosinone non esiste. Quindi primario e difficile compito della nostra  assemblea territoriale è quello  di provare a ricostruire una coscienza popolare collettiva .  Rendere consapevoli tutti i cittadini che il guaio non è la possibile retrocessione del Frosinone in B ma ,ad esempio, il fatto che sia  rimasto solo un asilo pubblico nella città o che Frosinone sia diventata un Capoluogo a servizi sociali zero . 

E’un percorso lungo, accidentato,  e forse avrebbe bisogno della collaborazione di  altri soggetti politici, sindacali,   attori dei  movimenti  sociali    per poter alimentare una minima  speranza in un  risultato apprezzabile . In realtà dopo sette anni di totale afonia conflittuale il tentativo messo in atto da Usb, con il concorso di Pap, Possibile, Rifondazione, Oltre l’Occidente,  Rete degli Studenti medi è stato   apprezzabile, ma la defezione  di alcuni soggetti   durante il consiglio comunale  ha ridotto ulteriormente una forza già ampiamente insufficiente   per incidere e dare supporto a quei due o tre consiglieri d’opposizione che  hanno provato a scalfire la granitica macchina di potere costruita dal sindaco Ottaviani. Non c’era nessuno di Rifondazione né dell’Usb, eppure l’imminente  licenziamento degli addetti dell’asilo Pollicino di prossima chiusura, avrebbe dovuto  sollecitare la presenza del sindacato di base  e di altre forze sindacali. 

La realtà che scaturisce dal consiglio comunale è che la giunta Ottaviani è libera di operare come crede. Si  può permettere di presentare un documento  unico di programmazione triennale  e un piano esecutivo di gestione con voci ed indirizzi  appena accennati. Un documento  del tutto generico tanto   da non consentire all’opposizione di conoscere nel dettaglio le voci di spesa  e di conseguenza non poter predisporre emendamenti mirati. Sul Peg ne sono stati presentati dieci, uno non recepito per inammissibilità tecnica, gli altri nove bocciati. 

Fra sparizione della polizia municipale, verrà affidato il servizio a dei contractor privati?, Riqualificazione degli immobili comunali (leggi vendita al miglior offerente) diminuzione della tariffe sulla TARI (15% per le abitazioni civili 10% per le attività commerciali), a fronte di un sensibile peggioramento del servizio, l’unica voce vera d’introito e quella relativa alle multe.  Importo previsto un: un milione e duecento mila euro in tre anni  con la speranza che gli automobilisti siano il più indisciplinati possibile in modo da  consentire il rastrellamento di  qualche altro obolo.

Per il resto si aspetta ancora il conto degli oneri di urbanizzazione che, a fronte di un’ulteriore cementificazione della città, dovrebbero fruttare la miseria di quaranta mila euro. Un tesoro “inestimabile” ,secondo la giunta, sufficiente a  risistemare tutta la città. 

Quarantamila euro sono tanti a livello urbanistico, mentre diecimila euro per la rievocazione della Passione di  Cristo sono un importo irrisorio?  Una strana concezione del valore del denaro quella del sindaco. Resta il fatto che una Passio Christi in meno avrebbe potuto liberare un po’ di soldi in più  per interventi importanti ed indispensabili.  E’ singolare come nel documento unico di programmazione triennale le spese discrezionali  abbiano priorità rispetto alle spese necessarie. Del resto nel bocciare gli emendamenti presentati dall’opposizione, indirizzati a  limitare  proprio le spese di ordine discrezionale, Ottaviani abbia  sostenuto che la Passio Christi, e tutte le altre esose iniziative di propaganda, (compresa la campagna “Solidiamo” che raccoglie i gettoni di presenza dei consiglieri, anche quelli d’opposizione,  per destinarli ad un uso sociale ad esclusiva discrezione del sindaco!!!) sono parte fondante del programma con cui ha ricevuto  il consenso dagli elettori, e come tale sono  da rispettare rigorosamente. 

Fra un voto favorevole a   prescindere, espresso   da un consigliere di maggioranza mentre rientrava in aula senza aver ascoltato il merito della proposta, e l’inglorioso abbandono di sette consiglieri d’opposizione su dieci al momento del voto finale si è concluso mestamente un consiglio comunale che  andrà ad incidere sulla carne viva  dei cittadini. 

Abbiamo assistito di fatto alla sconcertante  impotenza ed irrilevanza sia dell’opposizione sociale - pochi rappresentati dei movimenti in consiglio, nessuno in piazza -sia dell’opposizione consiliare. Perché abbandonare l’aula al momento del voto finale concedendo al sindaco la possibilità di sfoggiare un eclatante risultato (20 a 3 anziché 20 a 10)? Perché un tale clamoroso autogol mediatico?  

Un quadro desolante? Certamente, ma Potere al Popolo non si abbatte. Anzi.   La forza di Davide contro Golia   ci deve guidare per sovvertire ed invertire l’indirizzo di una politica cittadina determinata dalla "voce del padrone". Da soli è più difficile. Per  questo invitiamo, tutti i movimenti (sociali politici  sindacali) o almeno quelle forze che meritoriamente avevano chiamato i cittadini frusinati a protestare,  ma che in parte non si sono presentate, a rinnovare l’impegno comune affinchè Frosinone diventi una città a misura di cittadino e dei suoi bisogni.  

mercoledì 10 aprile 2019

Invito a partecipare al Consiglio Comunale di Frosinone del 11/04/2019 per evitare la sparizione dell'ultima "briciolam"

Luciano Granieri, Potere al Popolo Frosinone





Invitiamo tutta la cittadinanza di Frosinone a partecipare, insieme a noi di Potere al Popolo,  al consiglio comunale che si terrà  domani 11 aprile 2019 a partire dalle ore 18,00.  Nell'assise   si voterà  il bilancio previsionale per il 2019.  E’ un appuntamento irrinunciabile visto che in quel frangente  si deciderà della vita reale dei cittadini. 

Il futuro, già plumbeo, rischia di essere ancora più oscuro.  Da un lato incombe una tassazione lacrime e sangue con un costo abnorme della tassa sui  rifiuti, l’incremento smisurato delle aliquote IMU, l’aumento delle tariffe dei servizi a domanda individuale (mense scolastiche, trasporti  etc) , dall’altro si profila un taglio clamoroso dei servizi pubblici , già flagellati dalle politiche finanziarie precedenti  (scuola, servizi sociali, manutenzione del verde e cimiteriale, aiuto ai disabili).

Tradotto significa che all’aumento indiscriminato dei tributi locali   si unisce il taglio dei servizi ai cittadini i quali, se vorranno assicurare l’asilo e la scuola ai propri figli, se dovranno accudire un anziano o un disabile, saranno costretti a pagare di tasca propria. Un disastro per chi non ha santi in paradiso o  non possiede una cospicua collezione di carte di credito.  

 Il tutto nella logica iper liberista di incrementare il profitto privato  a discapito della tutela dei cittadini. Non è un caso che, dall’insediamento della giunta Ottaviani, sistematico sia  stato il trasferimento dei servizi dal pubblico al privato, attraverso modalità amministrative  quantomeno discutibili . Conseguenza di ciò è stato  il licenziamento di lavoratori direttamente operativi nella macchina organizzativa comunale, o dipendenti di società partecipate dal Comune stesso . Emorragia di dipendenti pubblici e relativo depauperamento  delle prestazioni comunali che continua ancora oggi con il blocco del turn over e ulteriore mancanza di personale  dovuta al pensionamento anticipato di addetti  comunali in conseguenza di  quota 100. 

In realtà nulla di nuovo sotto il sole. Da anni i sindaci, prima con il patto di stabilità interno,  poi con la legge di stabilità del 2016 - che applica ai Comuni lo stesso principio del pareggio di bilancio incistato nella costituzione - sono costretti a trasformarsi in inflessibili esattori di tributi e  generosi venditori di beni e servizi pubblici ai privati. 

Il sindaco Ottaviani è un fedele esecutore di tali processi,  resi più stringenti dal piano di riequilibrio economico e finanziario. Resta il fatto  però  che ,   per alimentare il proprio consenso attraverso faraoniche quanto inutili  manifestazioni ludiche, vedi rievocazioni hollywoodiane della passione di Cristo, il denaro salta fuori. 

Panem et circenses? No solo circenses, per usare una lingua cara al primo cittadino. E’ per contrastare la sparizione anche dell’ultima “briciolam”, il panem è già andato, che rinnoviamo il nostro invito a tutti i cittadini di Frosinone a partecipare  al consiglio comunale di domani e spingere affinchè rimanga nella comunità un barlume di servizi al cittadino.

martedì 9 aprile 2019

La Sanità NON è uguale per tutti

fonte: Coordinamento Lotte Unite



Raccogliamo, e volentieri diffondiamo, questa testimonianza su un grave episodio accaduto al Policlino Umberto I di Roma, emblematico del modo di gestire la Sanità Pubblica.
Da una parte il triste calvario quotidiano a cui ogni cittadino ammalato è costretto a sottoporsi nella speranza di ricevere cure.
Dall’altra le corsie preferenziali garantite a politici cui, magari senza nemmeno averne bisogno, vengono risparmiate le file al pronto soccorso e garantiti ricoveri in reparti di emergenza.
Ci domandiamo come possano risolvere i problemi, gravi, della Sanità, politici e amministratori che non vivono sulla propria pelle i disastri a cui noi normali cittadini siamo sottoposti quando ci ammaliamo.
Buona lettura.

Qualche giorno fa al Pronto Soccorso del Policlinico solita situazione di caos con barelle e carrozzine che mancano, solita fila di ambulanze ferme che non possono ripartire perchè gli viene "requisita" la loro barella, solita spianata di pazienti che stazionano accatastati per giorni e giorni in attesa di un posto letto, ecc. ecc.. 

Tra di loro c'è una signora che è li da quattro giorni con cinque costole rotte ed un emotorace massivo. Sta aspettando un posto in chirurgia, finalmente un letto e non una barella scassata sulla quale, anche ad una persona in perfetta salute, verrebbero tutti i dolori del mondo. Le viene ripetutamente detto che purtroppo non ci sono posti letto e per cui bisogna avere pazienza. Oltre a lei tutto un campionario di pazienti con le più svariate patologie nella stessa situazione. 

Nel mezzo della mattinata si vede comparire nel pronto Soccorso il Direttore Generale che accompagna volti noti come come gli "onorevoli" Martina e Madia. 

E' l'ennesima visita guidata pre elettorale dei vari politici candidati con il solito untuoso codazzo? 

No, il fatto è che un senatore del PD ha avuto un incidente stradale, per sua fortuna si accerta rapidamente che non c'è niente di grave. La notizia si diffonde rapidamente tanto che arriva in Parlamento suscitando un trasversale applauso . 

Come per ogni paziente non si può che rallegrarsi di un così positivo esito. Uno di quei casi dove al massimo è indicata un pò di osservazione.......Dove? 

In mezzo alla spianata di barelle accanto alla signora con le costole rotte?

 Ma che siamo impazziti?!? 

In poco più di due ore dall'ingresso in Pronto Soccorso per il senatore è spuntato fuori il posto letto che decine di pazienti, sicuramente più bisognosi di lui, aspettano da giorni. La smania di servilismo e sottomissione al potere politico porta a strafare e quello che si trova è addirittura un preziosissimo posto in Rianimazione vista la paurosa carenza, di cui non avrebbe avuto alcun bisogno. Infatti l'indomani stesso il senatore verrà dimesso. 

Ora che è uscito il senatore avrà l'impressione che il Pronto Soccorso del Policlinico è un modello di efficienza e rapidità........... oppure gli verrà il dubbio che sempre di più ci troviamo davanti ad un assistenza a due velocità ed efficienza che funziona bene solo se sei "senatore" o se hai una barca di soldi? 

Forse una sola nottata, magari accanto alla signora con le costole rotte, il paziente psichiatrico, quello con l'Alzheimer, un'altro che gli vomita a fianco in una promisquità indecente, ecc. l'avrebbe avvicinato di più al "popolo" che si pregia di rappresentare, e capire come viene trattato questo popolo se non ha corsie preferenziali. 

E che dire di un Direttore Generale che mette il naso in Pronto Soccorso solo per assicurare un trattamento privileggiato a qualche "paziente eccellente" per poi risalire subito nella sua torre d'avorio non mettendo  neanche il naso nell'inferno della spianata di barelle?

domenica 7 aprile 2019

E' possibile un'altra Europa senza il rifiuto dei trattati?



Quando il coordinamento nazionale di Potere al Popolo, su mandato degli iscritti, avviò consultazioni con altre forze  per costruire una  coalizione in vista della  partecipazione alle elezioni europee, il pregiudizio  principale ed insuperabile per un accordo fu  la possibilità di avviare un processo di democratizzazione e uguaglianza sociale   della Ue puntando solo alla modifica dei trattati, senza prevederne l’abolizione. La posizione di Potere al Popolo fu chiara fin dall’inizio: non è pensabile alcuna evoluzione in tema di diritti se non al di fuori degli attuali trattati, i quali, scritti per creare e regolare un grande mercato sovranazionale, non ammettono alcuna opzione sociale. L’esito delle consultazioni come è noto fallì. Ci tacciarono di essere sovranisti di sinistra e antieuropeisti, per cui non si raggiunse alcun accordo. Personalmente, e credo che la mia posizione possa essere condivisa da molti altri compagni, sono più che europeista.  Sono internazionalista prefigurando una comunità  internazionale in cui ad essere globalizzati  siano i diritti umani, sociali e civili,  il cui controllo sia a  carico della collettività attraverso processi di partecipazione  attiva e organizzata. Dunque né sovranisti, né di sinistra - se per sinistra s’intende la galassia dei partiti riformisti europei  strenui difensori  di questa Ue, e di tutte le politiche di austerity che la contraddistinguono, oppure i vari satelliti più o meno radicalmente distinti che, proprio per non escludere un aggancio alla galassia riformista,  non osano prendere una decisa posizione contro i trattati - . La tesi secondo la quale un’altra organizzazione sociale non è   possibile se non si rifiutano totalmente i trattati e l’attuale conformazione  politica della Ue, è supportata anche da autorevoli studiosi come Claudio De Fiores (Professore Ordinario di Diritto Costituzionale componente del collegio del dottorato in “Internazionalizzazione dei sistemi giuridici e diritti fondamentali) e Franco Russo (ex parlamentare, esperto di problemi istituzionali alla luce dei trattati comunitari, esponente di Eurostop). Riporto di seguito il loro contributo. Spero possa essere utile a creare  consapevolezza sulla reale natura della “questione” europea. Spero cioè si capisca  come la Ue non sia altro che un coacervo di trattati concepiti  esclusivamente per salvaguardare i diritti dei grandi potentati finanziari e che tutto ciò non c’entra nulla  con l’Europa che prefigurava Spinelli.

Luciano Granieri Potere al Popolo Frosinone

 Il Contributo di
Claudio De Fiores e Franco Russo




Un’Assemblea costituente per una democrazia costituzionale europea

E’possibile riformare i Trattati e avviare un processo di democratizzazione delle istituzioni dell’UE, per giungere a una vera democrazia parlamentare,  nel quadro della normativa UE vigente? Il  processo dovrebbe avvenire nel quadro dell’articolo 48 del TUE, che disciplina i processi di revisione dei Trattati. Senza qui stare a esaminare la procedura ordinaria e semplificata, basta richiamare che in ogni caso sono gli Stati membri che devono approvare le modifiche, rimanendo essi i ‘signori dei Trattati’. Dunque progettare un percorso di democratizzazione, nell’ambito delle attuali istituzioni significa affidarlo agli Stati, che, per definizione, come dimostra la storia dell’integrazione europea, si riservano, e non vogliono perdere, il monopolio della decisione politica, concentrata nel Consiglio europeo, nella Commissione e nelle diverse formazioni del Consiglio, oltre che nella tecnocrazia che trova la sua massima espressione nella BCE. Il ‘potere legislativo’ è di competenza del Consiglio condivisa con il Parlamento europeo, a voler tacere che le materie della politica estera, finanziaria, monetaria sono di esclusivo appannaggio o del Consiglio europeo, o del Consiglio dell’UE (ECOFIN),  o della BCE. Giova ricordare che il Consiglio europeo e il Consiglio dell’UE, nelle sue formazioni, sono composte dai capi di governo e di Stato e da ministri. Nell’UE i governi hanno competenza legislativa ‒ ahi  povero Montesquieu, e addio all’articolo 16 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1789!  ‒, deliberano le norme la cui esecuzione è affidata alla Commissione, nominata anch’essa dai governi (con l’assenso del PE). Questi sono fatti noti, che vengono richiamati per porre alcune questioni di fondo, a cui il documento dell’esecutivo sfugge: è possibile un processo di democratizzazione nell’ambito dei Trattati (TUE e TFUE)? È compatibile un processo di democratizzazione con le disposizioni dei Trattati? E a monte di tale questione se ne pone un’altra: è possibile una democrazia senza Costituzione? È immaginabile, cioè, una democrazia fondata sui Trattati, i cui ‘signori’ sono gli Stati, più precisamente i loro governi? Sono compatibili Trattati e Costituzione democratica? A nostro parere no, e di seguito proviamo ad argomentare la nostra posizione.

1. La costruzione europea è guidata dal metodo del funzionalismo con lo scopo di realizzare e ‘governare’ un mercato sovranazionale.
È sufficiente leggere gli scritti di Jean Monnet, o i vecchi quanto lucidi saggi di David Mitrany o direttamente le norme fondamentali dei Trattati come interpretate dalla Corte di Giustizia nelle sue più famose sentenze, per avere chiaro che il fine della costruzione europea è un mercato sovranazionale, da attuare attraverso ‘realizzazioni concrete’, come disse Schuman.
Fu Davide Mitrany a teorizzare l’evoluzione spontanea delle istituzioni comunitarie branch by branch, perché ogni funzione avrebbe generato le altre gradualmente, ed è la stessa idea di Monnet quando elaborò il piano della CECA, che avrebbe dovuto condurre alla federazione politica attraverso l’integrazione successiva dei diversi settori economici. Questo metodo funzionalistico, che implicava successive attribuzioni di competenze per realizzare obiettivi in campi delimitati, ha guidato la costruzione della Comunità europea, e poi dell’Unione economica e monetaria.
Fin dall’inizio fu presente la consapevolezza che questo progetto di unione economica, fondata sul mercato sovranazionale, avrebbe richiesto istituzioni diverse da quelle della democrazia rappresentativa. Fu sempre Mitrany a teorizzare la contrapposizione tra una voting democracy e una working democracy, sostenendo che l’autorità nell’epoca contemporanea si legittima attraverso i risultati che consegue; è questa un’output democracy in quanto dipendente dall’efficienza del funzionamento delle istituzioni, in primo luogo del mercato dove quotidianamente il consumatore ‘vota’ con i piedi scegliendo la merce che soddisfa a più basso prezzo la sua domanda. L’output democracy è una versione aggiornata del ‘dittatore benevolo’, del ‘despota illuminato’.
Le istituzioni comunitarie non hanno mai trovato il fondamento della loro legittimazione nella democrazia rappresentativa, bensì nell’efficienza di un mercato inizialmente parziale con la CECA nel 1951, comune con la CEE nel 1957, ed unico nel 1986  che è sfociato nell’Unione economica e monetaria avviata con il Trattato di Maastricht del 1992. Per realizzare questi fini sono stati attribuiti sempre nuovi poteri alle istituzioni comunitarie (ora UE), le cui norme godono del primato su quelle nazionali e dell’applicabilità diretta (per quanto riguarda i ‘regolamenti’ e le ‘decisioni’). Le quattro libertà di circolazione – beni, servizi, capitali, lavoratori – sono stati i principi-guida delle normative e delle politiche comunitarie, e il rispetto della concorrenza è stato sempre sancito in tutti i Trattati e affidato alla competenza esclusiva della Commissione.
Le vicende pluridecennali dell’unificazione europea hanno mostrato che non si è formata una società dotata di una Costituzione democratica, al contrario si è creata una società di mercato con una costituzione economica che ha ribaltato i principi delle Carte costituzionali del Novecento. La costruzione delle Comunità e ora dell’Unione europea ha istituito il primato del mercato, divenuto l’ordinatore delle relazioni economiche, sociali e istituzionali. Il dominio dell’economia sulla società trova una sua strumentazione specifica negli articoli 101-109 del TFUE, da attuare secondo i principi di un’economia di mercato aperta e in libera concorrenza (articolo 120 TFUE), e nei Protocolli n. 12 e 13 del Trattato di Lisbona, che prescrivono la stabilità dei prezzi, il contenimento della spesa pubblica e le politiche di convergenza.

C’è un tratto originale dell’UE, quello di essere un ordine giuridico del mercato al di là degli Stati nazionali.
Per decenni la Corte di Giustizia dell’Unione Europea è stata il motore del processo d’integrazione, vigilando sull’abbattimento delle barriere tariffarie e non tariffarie al fine di costruire il mercato comune sulla base del Trattato di Roma, e in seguito il mercato unico e l’euro (sulla base dell’Atto unico europeo e del Trattato di Maastricht). Grazie alla giurisprudenza della Corte, la CEE si caratterizzò come ‘Comunità di diritto’, e i Trattati vennero posti a suo fondamento ‘costituzionale’.
La Corte di Giustizia è divenuta nel tempo il tribunale supremo per l’interpretazione e l’applicazione del diritto comunitario
La Corte di Giustizia non ha usurpato la fama di forza motrice dell’integrazione economica europea, avendo essa stabilito il primato del diritto comunitario e l’effetto diretto delle sue norme, che essa ha consolidato attraverso una lunga sequenza di conflitti con altre istituzioni – soprattutto con le Corti costituzionali nazionali e in particolare con quella tedesca e italiana – per affermare la sua competenza a essere interprete del diritto comunitario così da garantirne l’effettività e l’uniforme applicazione.
Questo ruolo di promozione, e di garanzia del funzionamento, del mercato unico è stato svolto dalla Corte di Giustizia anche durante la Grande Recessione, quando è avvenuta una ‘mutazione istituzionale’ (ripetutamente legittimata dagli stessi giudici). La BCE, soprattutto sotto la presidenza di Mario Draghi, ha assunto il ruolo di guida, attraverso le misure monetarie ‘convenzionali e non convenzionali’, che sono andate in parallelo con le politiche di austerità messe in atto dall’ECOFIN e dalla Commissione grazie ai meccanismi del Semestre europeo. La Corte di Giustizia ha avallato questo primato della Banca centrale con la sentenza sul caso Pringle e con l’Opinione dell’avvocato generale Villalón sul programma OMT.
Con la sentenza sul caso Pringle (27 novembre 2012), relativa al Trattato istitutivo dell’ESM, la Corte ha giustificato il ricorso degli Stati membri a patti internazionali, estranei quindi alla normativa UE, per istituire meccanismi di stabilità, ciò che comunque ha richiesto la revisione in via semplificata dell’articolo 136 TFUE. Ha confermato, inoltre, che l’assistenza finanziaria debba essere soggetta a ‘stretta condizionalità’, mediante memorandum e controlli esterni così da consentire il coordinamento delle politiche economiche degli Stati membri (punto 69). Per quel che concerne la BCE, la sentenza ha ribadito che essa ha il potere esclusivo di regolare l’offerta di moneta in condizioni di indipendenza e autonomia.
Con la sentenza Pringle è avvenuta la ‘costituzionalizzazione’ delle politiche di austerità, della stabilità finanziaria,  e della ‘stretta condizionalità’ relativa ai piani di assistenza finanziaria. È stata in questo modo ridefinita la ‘costituzione economica’ e con essa si è consolidato il ruolo degli ‘esperti’ cioè della tecnocrazia.

2.La gestione della Grande Recessione ha richiesto una mutazione istituzionale, cioè una trasformazione complessiva dell’UE per salvaguardare il mercato unico, e il suo funzionamento.
Si può anche individuare il punto di svolta di questa mutazione istituzionale – volta all’accentramento delle politiche economiche, fiscali e finanziarie, oltre che di quelle monetarie – nel Consiglio ECOFIN del 7 settembre 2010,  che ha modificato il Codice di condotta per l’attuazione del Patto di stabilità e crescita mediante le procedure del Semestre europeo, avviato nel gennaio 2011. Il Semestre europeo richiede che la discussione e la formulazione dei bilanci degli Stati membri avvenga in sede UE – ECOFIN e Commissione, specificatamente – prima che i Parlamenti li deliberino.
Le nuove procedure di bilancio sono state affinate e rese più stringenti con l’ emanazione del Six Pack, completato con il Two Pack, il tutto accompagnato da due Trattati internazionali: il Fiscal Compact e l’ESM. Questa ristrutturazione dei poteri decisionali, a partire da quelli economico-finanziari, in parallelo alle misure ‘non convenzionali’ della BCE, ha consentito all’UE di gestire la crisi dei mercati finanziari, dei debiti pubblici e dell’euro, e di riorganizzare l’intero tessuto istituzionale.

Il momento costituente, per usare una formula di Bruce Ackerman, si è  presentato negli anni 2004-2005 quando il no al Trattato costituzionale, espresso dai referendum popolari in Francia e in Olanda, aveva aperto la possibilità di contrapporre ai Trattati dei governi un processo costituente dal basso per giungere a varo di una Costituzione attraverso un processo democratico. Quell’occasione, prodotta anche dai movimenti europei del Social Forum, è stata dispersa, e, nelle spire della Grande Recessione, si è invece consolidata l’oligarchia europea.
Allora ben si colse che il Trattato ‘costituzionale’ operava un’irriducibile commistione dei due sostantivi (costituzione e trattato) racchiudendola in un sotterfugio lessicale: la costituzione europea non era una vera costituzione, bensì un Trattato posto in essere dagli Stati e, in quanto tale, soggetto esclusivamente alla loro volontà. Infatti, una cosa è procedere alla stesura di una Costituzione al fine di (ri)fondare l’unità politica di un popolo, o di popoli diversi; altra cosa è, invece, addivenire nelle forme ordinarie a un Trattato, a un’intesa fra più Stati, ciascuno dei quali espressione di una già sottostante unità politica.
L’UE è l’espressione di una ‘Costituzione senza popolo’: una mera astrazione dietro la quale si è tenacemente trincerato il neofunzionalismo europeo, particolarmente attento (per sua stessa natura) a evitare ogni sorta di contatto fra istanze democratiche e processo di integrazione. Costruire, però, un processo costituente al riparo dai popoli non è possibile. Fare una costituzione significa farsi carico delle grandi sfide della storia, rappresentare le aspirazioni di un’epoca, le passioni di un popolo (o di popoli che vogliono federarsi), produrre un testo coeso nei suoi principi e fondamentale in tutte le sue disposizioni. Solo una Costituzione, con la statuizione dei diritti fondamentali, è in grado di fondare una cittadinanza comune, un’appartenenza comune, un idem sentire dei/delle cittadini/e.
Ciò che il Documento dell’esecutivo del CDC non coglie è la netta contrapposizione fra Costituzione e Trattato, che era invece ben presente ad un europeista quale Altiero Spinelli.
Spinelli era ben consapevole della ‘lezione’ di Carl Friedrich, della necessità cioè di dar vita ad un’Assemblea costituente per  giungere a una «costituzione adottata liberamente dal popolo europeo in un referendum su una proposta preparata da un’assemblea costituzionale rappresentativa eletta liberamente dal popolo …» (C. Friedrich). Spinelli, nel 1956, sostenne che «il popolo europeo deve ottenere dagli Stati nazionali che essi convochino un’Assemblea Costituente direttamente eletta da tutti gli Europei e che le riconoscono il compito di redigere la legge fondamentale degli Stati Uniti d’Europa … La costituzione che l’assemblea costituente avrà votato, sarà ugualmente ratificata, non dai parlamenti che sono gli organi di selezione delle volontà politiche nazionali, ma da referendum popolari medianti i quali ciascuna nazione dovrà dire sì o no alla costituzione che sarà preparata dai deputati europei».
Spinelli riteneva che gli Stati avrebbero dovuto convocare un’Assemblea costituente, poi, convintosi che questi non l’avrebbero promossa, divenuto parlamentare europeo, presentò e fece approvare dal PE nel 1984 un progetto di costituzione; oggi, dopo altri decenni in cui gli Stati hanno proseguito nel processo di espropriazione dei poteri dei parlamenti e della loro concentrazione nelle proprie mani attraverso le istituzioni UE, si pone il compito di uscire dal solco dei Trattati e battersi per la convocazione di un’Assemblea costituente.
Perché la mobilitazione per la Costituzione europea non sia solo oggetto di proclami essa va accompagnata con lotte che puntino all’affermazione di taluni fondamentali diritti, che si vogliono stabilire in Costituzione. E la lotta per i diritti può aprire la via per istituire l’assemblea costituente europea. Di queste lotte dovranno essere parte integrante:

·         il principio della pace, contro la NATO e per la soluzione pacifica dei conflitti;
·         il principio di laicità;
·         il  diritto alle differenze;
·         il  diritto del lavoro  contro il suo sovvertimento realizzato con le politiche di workfare;
·         la cittadinanza di residenza, introducendo lo jus soli;
·         uno Statuto dei beni comuni a fondamento di una società ecologicamente sostenibile;
·         il principio della produzione e gestione pubbliche dei servizi a garanzia dei diritti sociali universali.

Sono possibili lotte intorno a principi e diritti capaci di provocare la rottura dei Trattati e di aprire al contempo una prospettiva sovranazionale. È il progetto di Silvio Trentin: ‘liberare e federare’ dal basso i luoghi della produzione e le istituzioni della partecipazione, per una democrazia sovranazionale.

Claudio De Fiores – Franco Russo