Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

lunedì 18 febbraio 2013

Terra di lavoro


Luciano Del Sette , da “Alias” del 16/02/2013
video clip Luciano Granieri


 Pittore, partigiano, militante dell’ arte realista, Armando Pizzinato nelle sue opere racconta a la terra del lavoro, la sua gente indica l’arte come bisogno di libertà.

La terra di lavoro è a qualche centinaio di chilometri, più giù. Porzione geografica in tempo della Campania, soltanto, adesso spartita con Lazio e Molise. Ma, togliendo alle due parole le iniziali maiuscole, salendo qualche centinaio di chilometri più su, fino al Nord Est,  si incontra una terra di lavoro. E’ un fazzoletto di Friuli Venezia Giulia, ha le dimensioni di una cittadina e dei suoi dintorni. Pordenone. Prima, molto prima, i campi,  boschi, le vigne soltanto. Poi i mulini, le ceramiche, i pastifici, le fabbriche di birra, i filatoi della seta, le officine meccaniche, i cotonifici, le industrie giganti di elettrodomestici. Scrivono Flavio Crippa e Ivo Mattozzi in Archeologia industriale di Pordenone (Del Bianco editore) “…Nel raggio di due chilometri da Piazza Cavour (la piazza centrale. Ndr) si trovano nel territorio comunale di Pordenone le sopravvivenze, i resti o gli indizi (infrastrutture ed edifici) di un processo plurisecolare di consolidamento del rapporto tra uomini e ambienti, della sua evoluzione, delle attività, manifatturiere o industriali intraprese e confinate lungo i secoli, dal XVI alla metà del secolo XX, prima della grande trasformazione ambientale degli anni ’60 e ‘70”.  L’antica Portus Naonism cinquantamila abitanti, legata indissolubilmente al suo fiume,il Noncello, comunica oggi una sensazione di tranquillità. Nulla a che vedere però con le dimensioni assonnate e inerti di tanti posti di provincia. Qui c’è un teatro il Verdi, capace di otocenti posti e frequentato da compagnie di importanza nazionale; qui si danno il turno Pordenonelegge, il Silent film, festival dedicato al cinema muto, il Pordenone Blues Festival; qui è nato il punk musicale dei Prozac + e dei Tre Allegri Ragazzi Morti; qui ci sono un museo d’arte e una biblioteca multimediale. Qui da sete secoli, si cammina sulla spina dorsale di Corso Vittorio Emanuele : linea dritta e leggero saliscendi  in un continuo di antichi palazzi appoggiati su solidi portici. Furono costruiti dopo l’incendio del 1318 che distrusse le case in legno, e le loro facciate dipinte di affresco. Il Dominio della Serenissima, dalla metà del ‘400, esaltò ulteriormente la bellezza della Urbs Pincta. Non la diresti terra di lavoro, Pordenone. Almeno a vederla e viverla cos’, da pigro viandante tra il Duomo, Il Palazzo Comunale, Corso Garibaldi, i bar uno in fila all’altro, i negozi in franchising e quelli che vantano un passato. Ma se appena ti discosti, pochi minuti a piedi, eccola la terra del lavoro. O meglio, le sue memorie, dimenticate nel lento corrodersi di muri e macchinari. Testimonianze di archeologia industriale che, dopo l’abbandono rischiamo l’estinzione. Oppure, è il caso del setificio a vapore di Giuseppe Brunetta in largo San Giovanni, diventate citazioni da scovare in un archivio. Il setificio, attivo dal 1898 al primo dopoguerra, aveva la sua sede a breve distanza da via Grigoletti. Nel 1921, un bambino undicenne di nome  Armando, cognome Pizzinato, guarda con stupore e curiosità il protone numero 11 della via. Con lui ci sono la madre Andremonda, il padre Giovanni Battista e il fratello Dante. Arrivano da Maniago, 26 chilometri di viaggio. Giovanni Battista, già titolare del Caffè dell’Unità Italiana, in piazza Maggiore a Maniago, vuole  aprire un locale al centro di Pordenone. La bella casa induce a un sogno di serenità, spezzato quasi subito. Ottobre è un mese che Armando ricorderà tutta la vita, a cominciare dal 7, giorno della sua nascita. In ottobre guarda, stupito e curioso, il protone di via Grigoletti.Il primo ottobre del 1922 il padre si suicida gettandosi nelle acque della Dogana, porto fluviale di Pordenone. Le voci sussurrano di debiti contratti a Milano per aprire il nuovo caffè, altre di perdite al gioco e di truffe che potano Giovanni Battista alla vergogna insopportabile del debito con le banche. Andremonda rimane da sola, due figli sulle spalle. Nel 1925 Armando termina la scuola complementare dove Pio Rossi era stato suo maestro di disegno. La passione  per la pittura è talmente forte in lui, da convincere la madre a lasciarlo entrare come garzone nella bottega artistica di Tribuzio Donadon.. Ne uscirà giocoforza per entrare fattorini, e poi impiegato, in una banca locale. Il ragazzo con l’estro dl dipingere viene notato dal direttore della banca. A incuriosirlo è il fatto che il giovanissimo Pizzinato, appena trova un momento libero, si tuffa nella lettura delle Vite del Vasari, edite a dispense dalla Sonzogno. Così, il consiglio di amministrazione paga ad Armando un ciclo di lezioni presso lo studio di Pio Rossi, ch gli permetteranno, nel 1930, di   iscriversi all’Accademia delle Belle Arti di Venezia. Pendolare tra le due città, Pizzinato si diploma 4 anni dopo, portando con sè un bagaglio culturale fatto di nuove importanti frequentazioni (Giulio Turcato e Afro, tra gli altri); di letture dei Cahiers d’Art che gli fanno conoscere Picasso, Braque, Matisse, Derain; di confronti che maturano le sue idee non solo artistiche. Il 1934 segna, tuttavia, il ritorno al lavoro per guadagnarsi l pane. Scriverà Armando: “A Pordenone esisteva la Ceramica Galvani e riuscii ad avere un posto lì come disegnatore progettista….La fabbrica era appunto di Galvani, come di Galvani erano le cartiere, come di Galvani erano altre proprietà, e prima l’esperienza della banca e poi l’esperienza di questa fabbrica fu una lezione che mi portò sulla strada del socialismo. Io servo non sono nato, chinare la schiena non ero capace, mia madre continuava a suggerirmi di essere ossequiente ai padroni , di essere obbediente di qua e di là, e io ero solo disposto a lavorare per quello che mi pagavano…”  Pordenone in quegli anni stava perdendo il suo patrimonio economico più prezioso: i cotonifici di Roraigrande, Torre e Borgomeduna, capaci, nei tempi migliori, di dare lavoro a oltre 12 mila  addetti, in netta prevalenza donne. E proprio dalle donne dei cotonifici erano nati i movimento sindacale, la rivendicazione e la difesa dei diritti dei lavoratori. L’era del tessile durò poco meno di un secolo, dal 1840 alla grande crisi del 1929 che spazzò via tutto. Intanto lontano, ma non troppo, da Corso Vittorio Emanuele, Antonio Zanussi aveva aperto, dal 1916 un piccola fabbrica che portava il suo cognome e produceva cucine alimentate a legna. Pizzinato se ne va da Pordenone  alla volta di Roma nel 1936, grazie a una borsa di studio. Negli ambienti artistici della capitale conosce e frequenta il gruppo della Cometa: Mafai, Cagli, Mirko, Capogrossi e Guttuso. Torna a Venezia nel 1940 e l’anno seguente incontra la futura moglie, Zaira Candiani. Dal loro matrimonio nascerà Patrizia, unica figlia. L’autunno del 1943 è stagione di una maturità  che vedrà Armando, si lì in poi, unire strettamente arte e politica. Durante la Resistenza conosce il carcere fascista fino ala Liberazione “In quei due anni di Resistenza ho sospeso la mia attività artistica, ho smesso di dipingere. L’ho fatto senza fatica perché l’impegno  era immediato, sull’uomo”. Torna alla pittura aderendo al Fronte Nuovo delle Arti e poi, con Renato Guttuso, al Realismo Italiano, negli anni ’50.  Del secondo fondamentale periodo dà conto una delle tre sezioni che compongono la mostra “Armando Pizzinato (1910-2004). Nel segno dell’uomo” alla Galleria di arte moderna e contemporanea di Pordenone fino al 9  giugno. Sui muri di una delle sale della sezione, spicca una frase di Pizzinato “Sono sempre convissuti in me, senza alcun compromesso, l’impegno politico e l’interesse per l’arte.  Tutti i critici e i letterati che si sono interessati alla  mia opera di pittore, in sostegno o contro, hanno sempre dovuto tirare in ballo anche il cittadino Pizzinato”. E’ l’artista, ma  anche il cittadini e l’uomo con un credo politico, a realizzare tra il 1950 e il 1962, tele potenti ispirate al lavoro: i muratori arrampicati sulle impalcature, i saldatori avvolti dalle scintille, lo spaccapietre, gli scaricatori di carbone, gli operai durante la pausa per il pranzo, le mondine, l pescatore, i contadini, la trebbiatura. Sono figure e situazioni  figlie del quadro, Un fantasma percorre l’Europa, esposto alla XXV Biennale di Venezia, 1950, nello spazio dedicato al Realismo, cui seguirà, Tutti i popoli vogliono la pace. Nella sezione della  mostra spiccano alcuni enormi bozzetti realizzati per la Sala Consigliare della Provincia di Parma. Pizzinato, vincitore del bando nel 1953 continua a raffigurare i mestieri del popolo urbano  e agricolo, ma con maggior definizione, guardandoli più da vicino. Come farà negli stessi anni, fissando sulla tela i partigiani di Liberazione di Venezia e della Fucilazione di patrioti , gli sfollati dall’alluvione in Salvataggio nel Polesine. Ma gli strali della commissione culturale del Pci, che già in precedenza si erano abbattuti sul’astrattismo, colpiscono anche il Realismo, sconfessato brutalmente. Pizzinato si ritira in solitudine, artista militante disorientato e amareggiato. La morte improvvisa di Zaira, nel 1962, accelera la sua crisi e lo porta a estinguere l’esperienza realista. Il pennello, paralizzato dal dolore, si ferma per molti mesi. Riprenderà a scorrere, con la serie Dal giardino di Zaira, seppure su fronti espressivi diversi, grazie all’incontro con Clari, la seconda moglie. Intanto, nella terra del lavoro, le cose stanno cambiando. La piccola fabbrica, è il 1951, conta adesso 300 operai. Il suo pilastro produttivo sono le cucine a gas, seguite, a distanza di tre anni, dal primo frigorifero italiano  e, nel 1958, dalla Rex, la prima lavatrice nazionale. Da poco è stato aperto un nuovo stabilimenti a Porcia; un altro, la Grandi Impianti, a Valenoncello, si specializza in apparecchiature per la collettività. Lino prende il posto del padre fino al 1968, quando morirà in un incidente aereo in spagna. Le due strategie creano la Zanussi Elettronica per la produzione di televisori con il marchio Seleco. Il boom economico porta all’azienda  il 25% del mercato nazionale e il primato europeo nel settore degli elettrodomestici. Dopo la scomparsa di Lino, il gruppo cresce con l’acquisizione di Becchi, Castor, Triplex, Zoppas. Ma compie anche operazioni sbagliate e dubbie, portandosi in casa aziende decotte : la Ducati Motori e Sole (edilizia), per citare due nomi. Così un’azienda produttivamente sana finisce con i libri in tribunale e sull’orlo del fallimento. E’ il 1985, arriva il colosso svedese Electrolux, l’asso pigliatutto. Bel colpo, visto che la Zanussi, seconda per dimensioni industriali solo alla Fiat, conta circa 35mila dipendenti. A Pordenone in quegli anni, Pizzinato ogni tanto fa ritorno, il suo legame con la città è profondo, la lontananza nono lo ha affievolito. Dalla terra di lavoro è lecito pensare che avesse tratto ispirazione per dipingere la dura quotidianità della campagna. Non ci sono, invece, nelle opere del periodo realista, gli operai delle ceramiche Galvani e quelli della Zanussi, i cotonifici assediati dall’abbandono, le rovine dei mulini, le officine meccaniche dismesse. La terra di lavoro, per Armando, era un altrove senza geografie precise . Pordenone, forse, rimaneva per lui il posto dell’infanzia, delle ambizioni da realizzare contro la volontà della madre Andremonda, dei viaggi quotidiani a Venezia. Il posto da cui andarsene, ma da non dimenticare. Chissà se oggi che  la Electrolux taglia  centinaia e centinaia di posti in nome della crisi,  e se Pizzinato non avesse concluso la sua esistenza, potrebbe nascere una tela intitolata a quella Urbs Pincta dove, a un passo da Piazza Cavour, i rumori e gli odori delle fabbriche coprivano il sussurro e i profumi del Noncello. “Se per comunismo si intendesse solo l’aspirazione all’eguaglianza sociale, con conseguente senso di rivolta verso le ingiustizie sociali, potrei dire  che comunista lo sono sempre stato, vissuto da giovane in una cittadina del Friuli dove ho imparato in modo diretto il significato di certe parole, servo, padrone, sfruttamento, privilegi e gerarchismi:

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